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Full text of "Canti popolari raccolti in Napoli. Con varianti e confronti nei varii dialetti"


li ipi IP inillii^^ 

lliilliiiniiii^ 



!;Ì|1 



PQ 
4218 

N3M6 

1916 



I,ÌIÌIÌA,[?Y 



Luigi Molinaro Del Chiaro 



Camti popolari 

RACCOLTI IM JNAPOLI 
con uarianti e confronti nei uarii dialetti 



Chiuncfue altra poesia non conosca ch« qiid'.a 
de' libri stampati , chiunque non uanera il 
popolo com? poeta e ispirator dai poeti , 
non ponga costui 1' occhio su questa rac- 
colta, che non è fatta per lui. La condanni, 
la schernisca: e 1 auremo a gran lode. 
N. TOMMASEO 
Canti pop. toscani, ecc., paii '>. 



Seconda edizione 



NAi'OIJ r. 



librerìa antiquaria 



LUIGiLUBRANO \0 ^ 

Via S. Maria di Costantinopoli, 103. » I J /Y Q 



7- 







Proprietà letteraria- 






;. Napoli-Tip. F. Lubrano-S. Pietro a Maiella, 31 



iyi<;. Jsap 



Nati spontanei sulle rive oel Sebeto, 
E cresciuti senza cura di giardiniere 

ALLE AURE IMBALSAMATE DI ìMeRGELLINA, 

questi fiori io raccolsi 
dalle modeste aiuole del popolo. 

Così, COME SONO, LI OFFRO 
A \'0I, ILLUSTRE SENATORE BENEDETTO CrOCE, 

in ricordo 
della nostra più che trentennale amicìzia 

sempre sincera ed inalterata. 

Acco(;lieteli con lieto viso gelosamente,, 

per ultimo conforto del raccoglitore, 

già prossimo ad essere travolto 

dai marosi della vita. 



Ai pochi cultori del folk-lore 

Nel felìbraio del 1870. roii apposito manifesto, 
promisi un Saggio di canti popolari napoletani^ da 
dar fuori appena raccolte tante firme da francare 
le spese della stampa. Ed in vero dovetti con sod- 
disfazione confessare, che non ci fu difetto di so- 
scrittori, giacché, in men di un mese, ben 175 ade- 
rirono all'associazione. Assai di buon grado, cosi 
conl'ortato, mi accinsi all'opera, quando cii'costanze 
imprevedute, lienchè non di lunga durata, mi fecero 
rimandare la pubblicazione a tempo migliore. Ed 
un simile pensiero non mi abbandonò mai e nel- 
l'animo mi restò vivo e costante Uamore per co- 
siffatti studii con la speranza di vedere, ul \nn 
presto, compiuto il mio divisaniento. E (questo tem- 
po venne finalmente. Nel 1880, la Dio mercè, mes- 
so da banda ogni altro disegno, e incoraggiato 
dalle gentili premure, che in ogni teuìi)o mi veni- 
vano fatte dagli amatori del patrio dialetto e delle 
cose nostre, mandai per le stampe alcune centinaia 
di Canti del popolo ìiapoletano, giti raccolte cou oiiiii 
studi») e diligenza. In sulle prime pensai d'intitolare 
lamia raccolta Cariti popolari napoletani: ma poi. esa- 
minando jueglio le ragioni, e seguendo T esempio 
del Dalmedico , del Bernoni, del Lizio-Bruno '^ di 



— VI — 

jilli'i. <• l'avviso del professore (Tioi-crio Arooleo (1) 
mi (Ktm-iuinai. senza più. a intitolarla: (^anti del po- 
polo nnpnlpfaiìo. Tale titolo lui parve più esatto ad in- 
dira4-t' (jiianto è esclusiva ii-t-a'/ione del popoloiTaltro 
inv>'((' tni taceva ricordar»' ili quei canti che, quan- 
fiin(|iu' ••{iiii|ii.sti (la nomini di lettere, per la loro 
N})igliatezza e facilità ed altr»^ raiiioni. {)assando di 
l>occa in bocca, sono divenuti patrimonio del volgo. 
Hi tal natura, senza dnl)bif>. sono: Lo CardiUo, 
1.(1 }i((s!<ayirliiK Lo Giifiridciiio, Maf<to Raffio. Cicciixza 
»• tanti alti-i cIu". da ])iìi tempo e spesso, condono 
per le labbra di tutti. .Ma un siniilo titolo, .se mi 
parve allora piii opportuno . dopo maturo esame, 
mi è parso ])ifi logico sostituirlo con un altro ancora^ 
♦- quindi Ilo intitolata la ])resente raccolta: Canti pò - 
polli li raccolti in Napoli. E ciò anche in .'seguito al 
savio consiglio deirillustre professore Vittorio Im- 
briani, il quali', ini disse, nn giorno, che. non po- 
t«'ndosi stabilire il luogo d'origine di ciascun canto, 
il miglior <livisamento è quello di dire: raccolto in 
Jole talf altro paese. e.ssendo risaputo . che lo stesso 
-CHiito si ripeto spesso in diversi paesi . con più 
<i uieuo varianti >* tinta del dialetto locale. 

Nel raccoglic.'i'H tali cauti e nell'ordinarli alla 
iiK-glio. feci disegno altresì di corredarli di op- 
portuni <'oiirronti con altri \ (^rnacidì e di alquante 
notf dichiarative <■ storiche. 31a . malgrado ogni 
buon volere, e. jiik-Iih ]>er difetto di tempo e di 
spazio, son riuscite assai infi^'iori al bisogno, per 
cui ho via via deciso di tralasciarle del tutto, af- 
fidandomi airacume ed alle conoscenze dell'iptelli- 
gente lettore. Ogni studioso farsi da sé quanto io 
non ho saputo ne potuto. ( )f fro il materiale grezzo; 
l'ingegnere, l'intendente poi edificherà l'edifizio, 
traendo le opportune conclusioni. Né ritengo com- 
piere opera vana, potendo ripetere col Machiavelli: 
Scriri'tc i rostri contami, se colete la rostro storia. 



(V) G. AreoU'O. <Jci nti ilei popolo in Sic/I iti. Napoli 1878. 



— VII — 



€ou quHuti diì-airi e fastidii andai racMattand(3, 
dalla viva voce del popolo, i Canti che ora pre- 
sento al lettore è inutile dire. Solo tengo a dichia- 
rare, che sin dalTinfanzia essi mi allettarono e col 
volgere degli anni divennero quasi l'unico scopo dei 
mieistndii. Né voglip farmene merito, quando ita- 
liani e stranieri hanno affermato, che questa mia 
terra, così sorrisa da Dio. è la. terra del canto e 
della poesia : e che l'uno e l' altra accompagnano 
il popolo in tutta la sua vita. Difatti haiìihino molee 
il sonno con la ninna-nanna della maminii, fanciullo 
accompagna i suoi balocchi con allegre canzonette, 
più irrandicello, scorazzando per i campi, inneggia 
alla festa del ricolto e della vendemmia, adulto è 
una cara vergine <he no inspira la canzone d'a- 
more, vecchio gli è caro trasmettere ai nipoti nei 
suoi canti la memoria dei fatti più rilevanti delle 
patrie tradizioni. Ed anche nella morte il canto 
r accompagna lamentevole fino alla tomba e ricorda 
i fasti alle future generazioni. 

Non so ridire quante volte mi sono soffermato 
alla bottega dell'artigiano per raccoglierne il canto 
con cui alleviava le sue fatiche; quante volte ho 
sorriso alla buona vecchierella per udirla cantare, 
mentre filava sull'uscio di casa sua: quante volte 
ho sfguito apposta, nel suo cammino dal Carmine 
a Mergellina, il robusto l>attellipre \)ev l'agio di 
far tesoro delle sue appassionate cantilene, che, 
quantunque spesso non belle . son .sempre riboc- 
canti di dolcezza per una Qota finale, (prolungata 
in un modo tutto proprio) e destano in colui ciie 
ascolta, specie di lontano, una soave e voluttuo- 
sa malinconia. Ed allora , vigile , mi facevo tut- 
t'oreechi per non perderne sillaba : e ad ano do- 
mandavo da chi lo avesse appre.se, ad un altro da 
quanto in qua si fossero cantate, e tutti su per 
giù convenivano in questo : Lautore delle canzoni 
essere Cupido. Anzi qui mi piace riportare, nelle 



— vili — 

sue «genuine espressioni. (|ii;iiit(j mi venne aficrnialo- 
in proposito da unii vinaia di Posilipo: L'aniorr 
ii e ccanzoiie è Cnpihdo, piiiwla e cantatore da 'ini 
mi! uno 'e sèculf fa. Chi sape 'a stòria 'e fatte 'e ccan- 
zone è sciiminuiiirato. Ce steva 'na, rota 'o liìilìro 'e 
'sti ccansone, ma (jiiase tutte però Pannilo 'm parate rr 
sentirle dì V/ l'ditfre. Capi lido era napuìiiane ed era 
' nu mal ae ani e , che /«' /la fatto rliiaijnere à^terhe e 
taratore, e pe' cliesto sta a Casa di aralo, àiiema e 
raorpo : p' > ccansone e p' 'e se ii sta matasse ca isso 
facera. Era pare scandaluso e tjirbante. » 

E fu in »j[nolla cir<M)slan'/;i iipj)uirto, clic seppi il 
popolo ohiamaro pnrtata ciascuna sillaba di A'erso. 
e oiini duo versi oostituii'»' una parte iUA car.to. 

]\ia, nello faticlic durate por «jaeste ricerche, mi 
fu sempre di «gaudio incomparabile il trovar fra. 
parecchia scoria certi ii'ioielli che davvero [lare- 
vanp dettati meno dal popolo che da un poota di 
vaiilia , come pure certe espressioni cosi t'elici , 
certi vocaboli tanto espressivi e certi costrutti tal- 
volta tanto precisi da farmi dar ragione ad Orazio 
e Quintiliano, il primo, quando nelle sue Epistole 
dà al popolo il titolo di padre delie parole, e l'altro, 
quando lo chiamava tticaro maestro. Peccato solo 
che, spesso, nei canti della nosti-a plebe, così ricca 
d'inirei^no e di sentimento, e in mezzo a tanta 
fr^'scln^zza di , pensieri e così grande potenza di 
affetti, s'incojitrino delle insolite banalità e dei 
pensieri Jion molto ossequenti alla rigida morale. 
Ma la mia è piii che altro opera di scienza e di 
buona fede: <^ (piantunque abbia soppresso alcuni 
di tuli canti, pure, ingenerale, il jìopolo vi si ri- 
vela nella sua vera fisonomia, con le sue virtìi e 
con i suoi difetti Qua e^ là c'è tale onda pura di 
.schietta poesia, da Inastare da sola a giustifica- 
re, anche p^r il luto artistico,, simile pubblica/innc. 
Smembra di vedere il nostro popolo, che fra le aure 
imbalsamai' di questo cielo e tra 1" incauto deli 



— IX — 

tnai'è e delle colline, nasce poeta e sento ed ama 
più ancora del poe1,a e del lettorato, che, talvolta, 
somi_i>;lia ad un vero fiore di stufa. Di qui la gran- 
de importanza di questi studii; del raccogliere fiabe, 
favole, racconti, legiu;endè. proverbii, i;no'tti, canti/ 
melodie, enimmi. indovinelli, <2;iuoehi. passatempi, 
e dèirillnstrare ijiocattoli, balocchi, spettacoli, fest'^, 
usi. costumi, riti, cerimonie, pratiche , credenze, : 
ubbìe , superstiaioni , le quali impressionarono e 
meritarono fedo d' insigni personaggi come Griro- 
lamo Cardano , Giangiacomo Rousseau , Uaspar© 
(lozzi , Carlo Nodier. Napoleone I <^ lauti altri 
uomini certo non volgari. 

(furioso esempio, quello del celebre medico iii- 
glei^e, Tommaso Brown. il (luale. mentre dettava il 
classico: ISaggìo sopra yli fiTori jiopolari^ credeva 
alle stregherie e rilasciava un atti'stato autogi-afo, 
che si conserva ancora, sulla esistenza dei fattuc- 
chieri. Essendo queste raccolte la espressione più 
naturale dei sentimenti d'un popolo, formano una 
miniera inesausta d'indagini psicologiche, sociolo- 
giche ecc., senza dire che sonimintstraiio voci espres- 
sive, bei modi, come già ho accennato, che talora 
anche più della lingua comune rendono e con mag- 
giore efficacia i pensieri {)ure nelle niinime sfu- 
mature. 

Ma un siuiile discorso mi porterebbe molto per 
le lunghe e noii è il caso di continuare, tanto ])iù 
che sé ne parla diffusamente in tanti libri, specie 
nei preziosi volumi deli'Imbriani, del Pitrè. del Sa- 
lomone - Marino, del D'Ancona e del Rubieri. 

E questa raccolta non avrebbe avuta la fortuna 
di una ristampa, se le continue richieste non aves- 
sero ijidotto l'egregio amico signor Ijuigi Tjubrano, 
a chiedermi la perjuissione di riprodurla a sue 
spese. E gli consegnai tutto t'originale, malgrado 
che avesse avuto bisogno di una minuta r<'-visi(>ne ed 
ordinamento. Ma rijtiandare. siirnificava non farne 



— \ — 

imllii 1 ( 'oiiiiiiKpie i canti sono disposti piM- ordina 
aUnlftifo f.òii la sola lettera ini/àalt\ I pochi cimj- 
ii-'-iiti addotti. qiiaiitimqiH^ (-(iiiti-ani al sistema deirli 
altri, li ho voluto tutti riprodurr»* tpstualrnent»', senza 
riuiaiidan» il Uditore all'opera relativa. Xon è fa<ùl<^ 
piociirarsi tuttf h' i'a<'coltt'. ahniuc rarissiiiif ed ad- 
dirittura irrefierihili. ( O^ì ho pure cercato aii,evo- 
lare chi volasse fare uno studio comparativo ch'i 
i-auti in irtMUM-''. 



Rijigrazio tutte li* persone che mi dettarono canti 

■d'ogni iionere. tra le quali meritano un particolave 
ricoi'do la carissima mia zia, ora defunta, signora 
Kmmanuf'la Moiinaro [xn- la [(rima edizione, e la 
signora Maria Mit;he,la- Forcinelli. per la presente 

^raccolta. Costei è stata, per me. mia vera fonte ine- 
sauribile di canti antichi. Che Iddio la conservi 
hmganjente negli anni, sempre vegeta »■ [lortentosa 

■nolla sua ferrea memoria ! 

Non voglio ometter'" in ultimo, che attorno a 

• questo volume lio spf^so le mie migliori energie : 
che ho raccolto con sincerità e* con amore, e che 
Uà (.|Uoste pagine esci- integra ♦' schietta l'anima 
popolare. E ei*'>, se non erro , in l)uoji jtunto. quan- 
do maggioi'mcnte si ì- ridestata la [isiclu* nazionale. 
Kscluso ogiii forestierume, tutti oggigiorno ci sen- 
tiamo pitiche mai sihiettamente italiani. Ripiglian- 
do la nostra tradizione, auguriamo una «rrandezza 

•ypra ed imperitura alla ]»atria nostra. 

Napoli. -Jl gennaio 19l.(i. 

Lui;i Miiljnarn Del Chìaru 




Signorina Emmanucla JVIolinaro nacque in Napoli il 6 
di giugno 1799 e ui morì il 4 di gennaio 1892, da cui rac- 
colsi gran parte dei canti della 1* edizione. 



Pag. X. 




Sig.fa Maria Michela Porcinelli nata in Napoli il 29 di settembre 1846 
da cui raccolsi infinito numero di canti popolari della 2'^ edizione. 



Pag. X. 



REbAZIOHE 

letta all'Accademia Pontaniana nella tornata 
del 16 dicembre 1879 

I»AI, MICIO 

Coiìiflì. BARTOLONIMEO CAPASSO 



11 sii^iior ]jtiitri Molinai-o Del Chiaro, desidrriuido 
otteiieiv un sussidio «rovernativo per la jjubhlica- 
zioiie dei Cauli drì popolo ìiapoìetano. di cui ha irià 
coniiueiato la stampa, ha chiesto, a norma del Real 
Decreio e dei regolaaienti in vio:ore sul proposito, 
il giudizio di questa illustre Accademia (1|. Onorata 
dalì" etrregio nostro Presidente (2) dell' incarico di 
riferire sul merito di una tal opera, io con vero 
compiacimento vengo a darvene conto, affinchè 
possiat^^ dare sulla medesima il vostro autorevole 
ir indi zio. 



L.'i poesia potiolare, che ora è con t;uito zelo ed 
intelligenza accuratamente- studiata nelle altre parti 
dltalia. non ha avuto ancora tra noi una eguale 
fortuna. Imperochè mentre piìi opere di tal argo- 
mento offrono la Lombardia, il Piemonte, l'Umbria, 
la Roma.irna, «^ specialmente la gentile Toscana. «^ 
la vicina Sicilia, le nostre provincie, se n'eccettui 
alcuni saggi parziali, non possono vantare se non 
la raccolta dei benemeriti signori Cadetti ed Im- 



<!' AeeadeiBÌa Pon-taniana. 
(2) Liiiuri PtUmieri. 



— XII — 

l>ri;ini(l|. La (|iial»',sobl)eii(^ ricca di canti moltissimi, . 
e fatta col corredo di bellissimi confronti, pure \Mn' 
la natura propria di una prima raccolta, e per con- 
fessione dolili stessi raccoglitori non è tutto quello 
che poteva desiderarsi. Né questo, come taluno po- 
trebbe sospettare, è certamente l'effetto di uno .scarso 
iiiat^Miale. Nel no-stro paese, dove la natura, rinuegno 
il dialetto tutto è musica e poesia, dovevano certa- 
mente abbondare i componimenti di simile natura. 
K senza alcun dubl)io vi abbondano. Ma il poco 
o nessiin [)reeio e valore, che tra noi si è soluto- 
pel passato dare alla poef^ia 4>opolare, ed in parte 
anche— è doloroso dirlo — la noncuranza delle pro- 
pine cose, hanno lasciato [)erdere, o passare inos- 
servato tanto tesoro di schietta poesia e di affetto. 
Onde nel recente libro del Rubiei'i (2) sulla storia 
della poesia popolare in Italia, e nelTaltro del pro- 
fessore d' Ancona (H) sullo stesso argomento, ove 
«juesti da molti codici niss., da stampe antiche e 
rare, e da altre fonti, ha raccolto preziose notizie 
ijitorno air origine, anticliità e trasformazioni di 
moltissimi canti tuttora vivi in bocca del popolo^ 
d'Italia, il Napoletano rappresenta una parte ab- 
bastanza scarsa e meschina. E pnre, tralasciando 
le altre provincie dell'antico n^ame. la sola città di 
Napoli coi suoi villaggi può dare un ricchissimo- 
contingente di canzoni nate dal popolo, o scritte 
dal popolo, e tante antiche o disusate che juoderne 
o tuttora vive da poter stare sì pel numero che per 
la l>ellézza loro al paragone di qualunque altra 
regione d'Italia. Infatti, parlando soltanto delle prime 
senza ricorrere a quelle accennate dal (Cortese |4), 
dal Basilf^ (5), dallo Sgrnttendio ((J). ed altri scrit- 



il) Antonio Casetti e Vittoiio. Iiubriaiii. Canti popolari 
delle Provincie meridionali. Torino, Ijoescher. \^7l-7'2,. 
voi: I-II. 

(•J| Ermolao Hubieri. Storia dolla poesia popolari- ita- 
liana. Firenze, Barbera. 1S7T. 

{'ài Alessandro d'Ancona. La poesia popolare italiana. 
Livorno, Vigo, 1778. . 

4) Giulio Cesare Cortese, Opere in lingua hapolefuna. 
In Napoli, A. Scultore, Kififi. 

(5) <ìiambatli>ta Ba.sile. Lo Cuato de li cunte. Napoli, 
Ottavio Beltrano, l«.-}4-;35-86-37. In 6 volumetti iu 24".. 

(6) Filippo Sjjriittendio. La Tiorba a Taccone. Napoli,. 
Cavallo. li;4i',. 



— XIII — 

tori del nostro dhiletto che sebbene non tutte sono 
ricordate dal (ialiani (1), dal Serio (2), e dal Mar- 
torana (3), una ricckissima e affatto nuova raccolta 
potrebbe farsene dalle commedie napoletane, e più 
dai libretti per musica buffa del secolo passato, che 
sono una miniera iiinota, e tuttora inesplorata dai 
nostri scrittori. Pei tempi piìi antichi altre potreb- 
bero ricavarsene dai vecchi manoscritti, ove si i- 
stituissero accurate ricerche all'oggetto nelle nostre 
pubbliclie e private biblioteche. 

Ov in tanta ricchezza noi siamo , o piuttosto 
sembriamo poveri in faccia al resto d' Italia. Da 
piti tempo dunque era universalmente dai cultori 
delle cose patrie, e dagli amatori delle poesie po- 
polari sentito il bisogno di una raccolta delle can- 
zoni napoletane. Ed a questo compito si è sobbarcato 
il signor Luigi Molinaro. Egli già colla pubblica- 
zione di alcuni canti Teraiiiaìii (4) si era fatto co- 
noscere all' Italia come cultore di codesti studii. 
A quelli or ora hia aggiunto un altro mucchietto 
di gemme nei belli Canti del popolo di Meta (5) 
vicino Sorrento. Ma la principal sua cura, da pa- 
recchi anni, è stata ed è sempre il raccogliere le 
poesie popolari di Napoli , e del suo contado. A 
tale scopo non ha risparmiato spesa ,. o fatica al- 
cuna. E così ne ha potuto unire un duemila all'iu- 
circa: tutte però che partono dal popolo. 

Il metodo con cui il Molinaro ha disposto tutto 
questo materiale, è il seguente. Egli ha diviso le 
canzoni in 10 parti. Nella prima ha raccolte le 
Noj/ne (sono 18); nella 2" 'E iiioche de criattire, giuo- 
chi fanciulleschi (sono 58): nella 3'^ gì' indovinelli 
(sono 32); nella 4^* Canzime de criatiire, o canti fan- 
ciulleschi (e sono pure 32); nella 5." Caiizane de 
fatte siicciese, ossia canti storici politici (e sono 13): 
nella 6^ i canti di amore (causi! ne 'e copp'' 'o tant- 
miirro e sono fin'ora 201, che arrivano alla lettera 



(1) Ferdinando Galiani. Del dialette napolitano. Na- 
poli, Mazzola Vocola, 1779. 

(2) Luigi Serio. Lo Vei-nacchio. Napoli, 1780, 

(3) Pietro Martorana. Notizie biosrrafìche e bibliogra- 
fiche degli scrittori iri dialetto napolitano. Napoli, Chiu- 
ra7iZÌ, 1874. 

(4) Canti popolari teramani. Napoli. Tortora, 1871. 
(à) Canti del. popolo di Meta, Napoli Raimondi, 1879. 



— XIV — 

e. essendo i-egistrate alfabeticamente per le iniziali 
di ciascuna canzona. Seguiranno nella parte 7^ i 
mutfetfi, neirS^ 1 canii sacri, nella 9^ gli f<tonielli. 
e nella 10.^ le canzoni di vario metro. II Molinaro 
distingue le canzoni della città da quella delle cam- 
pagne vicine, di Posilipo, e del Vomero. Egli ag- 
giungerà in ultimo le carte musicali (1). ed in una 
Prefazione, ragionerà delle canzoni napoletane, e 
del suo metodo. 

Per dare un saggio di queste poesie credo che 
non vi sia discaro che io qui ne ripeta una non 
conosciuta per la raccolta dell'imbriani. Essa dice 
così: 

« Angiula, te criàrono li sante. 
< Angiula, te facette stesso Dio. 
« Angiula, ca pe' tè mòreno tante. 
« Angiula, ca pe' tè moro pur'io. 
« Si lesse 'mparaviso cu' li sante 
« E nun truvasse a tè, me n'isciarria. 
'< E si pò" iesse ò 'nfierno cu" tè accanto 
'< Lu 'nfierno paraviso a me sarria 

I canti del popolo napoletano sono arricchiti da 
moltissime varianti , e da non poche note . delle 
quali alcune filologiche, altre storiche, o dichiara- 
tive di luoghi e di costumi. In esse si spiega 
qualche idiotismo, o vocabolo del dialetto di meu 
facile intelligenza, o s'illustrano i nomi, o le cose 
cui si accenna o si allude nei canti medesimi. Tra . 
(jueste ultime importante e curiosa è la nota che 
dichiara il verso: Nuie simmo de hi sciore, del 50° 
canto fanciullesco. 

Essa espone un costume moderno della plebe 
najìoletana, che, se io non erro, è affatto ignorato 
dalla gente colta e civile, e che riguarda i canta- 
tone o sia quei plebei che fanno professione di can- 
tare popolarescamente, ed hanno il vanto di avere 
miglior voce e sapere le più belle canzoni, ed in 



(1) Tanto le carte musicali, quanto il numero di200(i, 
dei canti, non vennero pubblicati. Si spera mantener la 
promessa in una 2^^ edizione, anzi ci è tutta la buona 
volontà di pubblicare qualche cosa di più cioè a dire: 
i disegni delln fontane, tra cui quelle dol Molo od altre 
cose nominate nei canti. 



— \v — 

luagi^ior uumero. Il popoh» dice ili rij^tui-n li'r.nioa 
mente che xanno p\intor(^. < )ra essi si dividono iji due 
sezioni, t'hf si dicono (/(' In srìorr\ n de li bnìan.t<r. 
Apparlenirono al primo 1. Lu Moitii^ o 'A sgarriipa- 
zione. sotto il cui nome van compresi ali .thitaiui 
della Sanità. 2. Li sferre rercliie. o // n ter re ri'cchie 
((' '<) Maudrone. o scmpIicfMueut»': sferre d' 'o Mandro 
ne. in cui si conjpi-endono li'li abitanti del Ponte della 
Maddalena. 3. Li frasrdiiiole, o sia (luelli dell-' In- 
frascata. o^<ì:ì vìa Salrnfor Hosa. i. San (iniranniello 
ù pHliceione , cioè (pielli che abitano alla, via. SS. 
(iioranni e Patito al Reclusorio, e ó. finalmente la 
Marina d' 'e llifnone,c[UQ[ìi che dimorano m41a strada 
Marina tra il f. 'armine <; la Porta di llJassa. Costi- 
tuiscono poi Taltro partito. t.Vy Bìivero 'e Sant'Anfiio- 
no. o d' 'o i'an/j/anieilo,oo\oro che domiciliano noi ìt<>r- 
20 S.Antonio A tutte. 2. La villa d' '(' (jrun sinniiri\x\\uA\\ 
della Yilln Na.'JÌonale o di Ctiiaia. 3. ' LJ (luartiere , 
irli abitanti delle strade e vichi di sopra Toledo •• 

4. N. Michele. Santo Ritmniinico. San Gaitano eco: gli 
abiUmti di ciasctuia di queste strade. Ed io mi 
penso, che forse a queste divisioni alludono le 
bandiere che vediamo inalberarsi da alcuni iielb' 
carrozze che vanno alla festa di Monteveririne. 
bandiere che portano l'effigie di S. Giovanni, di 

5. Maria della Saniti. S. Maria del Oarinine, ecc. 
Nelle note vi sono ancora, ma non frequente- 
mente né sempre che vi esistono i confronti dei 
canti delle altre regioni d'Italia. 

In quanto al testo è certo da lodarsi il Molinaro 
che registra le canzoni nel modo come le ha. rac- 
colte dalla bocca del popolo, e senza mutarvi verbo, 
qtuiudo anche l'avesse trovato mancarvi la rima, o 
la misura del verso. Egli non v" introduce. com« 
talvolta ha fatto il Chiurazzi fi) , la correzione 
analoga. Io cred« che (|uesta ove volesse conget- 
turarsi dovrebbe piìi acconciamente, anziché nel 
testo apporsi in nota. 



{l) Luigi Chiiu-His-zi. Lo Sjiassatiempo , anno III. ti. ri 
.9, 1-2, 17,^19. 22. 24, :>*ì. 27. 2!-t. ol, 33. ;3}. 07, 39. 40. 4L, 
44, 45, 4ti, 47, 48 ò(\ .ÒI..V2. Anno IV. n.ri 1. 2. 3. 6. 8. 
0, 10. il, 12, 13, 14. 15, 16. 17. 18, 19, 20, 21. 22, 23. 24,. 
25, 21), 27, 28. 29. 30, 31, 32, aS, 34, 3-5. 38. (Da questo- 
numero il Chiurazzi dico che i canti irli fiiiono rac- 
colti da Michele Soherilloì 39. 40, 41, 42. 13, 44. Anno- 
T, n.ri 14, 1.5, l^i. i7. 18, 20. 21, 22 e 24. 



— XVI — 

Talmio Iirt trovato iihmi corròtla rortouialia dia- 
lettale usata dal l'acoo^litorc, ma in ciò io non 
credo eh*ì possa rerisanionte condannarsi. É nota 
la discussione, c1h> ora si fa su tale argomento, tra 
i puri'sti. i quali voirebbero che il dialetto naj)o- 
letano si scrivesse come fu scritto dai nostri clas- 
sici autori,e -special meute dal Cortese e. dal Capasso, 
ed i novatori, i quali sostengono doversi esso asso- 
lutamente scrivoi'e come si parla. 

L Filopatridi (1) hanno sentenziato , e secondo a 
n)e pare giustafliente, a favore dei puristi; pure i 
dissidenti non vi s'acquietano, e rimangono sempre 
nella loro opininne. Piti ragionevole sarebbe qual- 
che appunto, che potrebbe farsi sulle note filolo- 
giche, e storiche, che talvolta possono, ne a torto, 
sembrare superflue, o, inopportune ed altra volta 
monche; e sulla mancanza di taluni confronti, pei 
quali e specialiuiMite per quelli che rig.nardano 1»' 
Provincie meridionali sei ebbe, a mio credere, bastato 
rinviare il lettoi'e alle opere dell' Imbriani, e di- 
altri benemeriti collettori. Ma anche a ciò ha rime- 
diato il Molinaro, che con saggio consiglio negli 
ultimi fasci(;oli è stato assai i)iìi parco nelle mede 
sime, e per l' avvenire intende illustrare soltanto 
qualche allusione più oscura, e qualche costume 



(1) L'Accademia dei Filopatridi di Napoli fu fondata 
nel 1878,1'omo socii fondatori i siijfiori Rocco Eniraanuele. 
presidente, Raffaoie d'Ambra ed Emiuanuele Bardare. 
vice presùlenfi. Hiigni Griacomo. Majone Pietro, Mastriani 
Giuseppe. Pa<rano Vincenzo, de Robbie Nicoh), Rimice 
Carlo, Padre Luioji Mario Rossini. Roberto- Tillaai con- 
sultori, Giii^lielmo Méry. sei/retario. Pasquale Capasse. 
vice-segretario, Vincenzo Mar ra.Co/i/rtft//^. Luigi Chiù razzi. 
Cassiere. I signori Vincenzo Mario Aquibir , Eduardo 
Alfano. Leonardo Autera, Giovanni Belviso. Raffaele 
Benevento, Raffa(^ltì «iella Campa, Michele Capaldo, Fi» 
iippo Caruso, Raffaele Cardone , Anacreonte Chiurazzi. 
Francesco Cirino. Camillo do Curtis . Emmaniiele Este- 
van. Benedetto Plauti, Vincenzo Livigni, Cai lo Martello, 
Giacomo Marulli. Gennaro Mastropaolo, Leopoldo Ma- 
stropaolo, Ignazio Mazzola, Luigi Molinaro Gel Chiaro. 
Eduardo Migliaccio, Raffaele Orso, Carlo Rocchi. Scam- 
berger Pasquale. Leopoldo Spinelli, Alfredo Vitale, socii. 
. La prima seduta ebbe luogo il dì !' dicembri; 1878; 
ma sventuratamente la vita di questi aecadem-ici fu solo 
quasi di un anno, perché nelle discussioni s-i teneva 
un linguaggio tutt'altro che accademieo.^ (Nòte del rac- 
coglitore) • ' ' 



— XVII — 

più singolare, e notare i confronti, e le varianti 
più importanti. 

Insoiuniii conchindendo io credo che la raccolta 
dei Canti del popolo napoletano sia un'opera che me- 
riti lode, ed incoraggiamento e che il Ministero 
accordando un qualche sussidio pel proseguimento 
di essa, farebbe cosa degna ed utile a codesto genere 
di studii (1). Il Molinaro, ch'è appassionato cultore 
• della poesia popolare, non ha pari al suo buon volere 
i mezzi pecuniari; e la stampa di questa sua raccolta 
per la nota mancanza di editori tra noi, senza un 
aiuto, rischia di restare a mezzo interrotta. E que- 
sto sarebbe cerlamente un danno. L'importante ora 
si è che si assicuri al patrimonio della scienza il 
ricco materiale che con tante cure, e fatiche il no- 
stro autore ha riunito. Glli studii, le annotazioni, 
ed i confronti, che potranno farsi in proposito e le 
aggiunte delle canzoni ora disusate, o omesse ver- 
ranno senza alcun dubbio spontaneamente, ed 
agevolmente in appresso. 

Napoli, 16 dicembre 1879. 

Bartolommeo Capasso 



Deliberazione presa dall' Accademia 

Il socio Capasso legge una lunga relazione sulla- 
pubblicazione del sig. Luigi Molinaro Del Chiaro 
dei Canti del popolo napoletano. Egli conclude che 
l'opera sia degna d' incoraggiamento da parte del 
Ministero , pei'chè possa giungere al suo compi- 
mento da parte del Ministero, riconoscendo la gran- 
de utilità di somiglianti raccolte. L'Accademia adot- 
ta ad unanimità le conclusioni del relatore e delibe- 
ra inviarsi al Ministero la detta relazione e racco- 
mandarsi il Molinaro per un conveniente sussidio. 

(Estratto dal verbale della tornata accademica 
del 16 dicembre 1879.) 



(!) In data del di 80 gennaio 1888, su relazione del- 
l'ilhistre deputato prof. Pasquale Villari, oggi Senatore 
del Regno, si ebbe un premio, a titolo d' iucoraggia- 
mento,di lire 300, dal Ministero della Istruzione Pubblica 



Giudizii della stampa 

sulla l.'' edizione 



Una lettera del Tommaseo 

Oliando, nel 1870, v.olevamo pubblicare i Canti 
napoletana che poi videro la luce dieci anni dopo, 
ci dirioemmo all'illustre decano degli studii popo- 
lari Niccolò Tommaseo, domandandogli un con- 
sio-lio pel nostro lavoro : ed egli ci mandava, con 
esqui^ita cortesia, la seguente lettera: che non 
crediamo inutile pubblicare. 

Napoli, l'> febbraio 1883. 

L. Molinaro Del Chiaro 

Giambattista Basile anno \, num. '1. 

« Firenze, 9 febbraio 1870. 

« Preg. Sig. 

« Circa trentaciuque anni fa ero in Parigi, e 
avevo scrittore un Napoletano, che mi prò tf erse 
canzoni popolari sapute a mente da lui e da ta- 
luni de' suoi; e io gli davo un centesimo per ogni 
verso. Ma ne uscì un tale profluvio che mi con- 
venne turare la vena. Erano in dialetto, ma non 
veramente popolari, le più. E a questo e da por 
niente, che nel fare popolaresco corrono di molti 
versi, ma non sono del popolo in quanto popolo 
è nazione. Non tanto dalla città quanto da la cam- 
pagna conviene raccoglierli, e nelle città chiederli 
a quelli che vissero a lungo ne campi o nelle 
terre minori, che non sanno leggere, e non amano 
fare i saputi. Se Ella, signore, non può andare da 



— XX — 

sé. ne affiatarsi eolla povera irente, al che riehie- 
desi e tempo e maniera, cerchi persone che pos- 
sano e vogliano. E indichi da che parte le veu 
gono i canti; e se dall'imo all'altro paese è varietà, 
nelle note l'accenni; e così le varietà, che riscon- 
trasse ne' canti simili di Toscana usciti sin qui e 
d'altre parti. Per materie, al possibile, li disponga; 
e di quelli che portano qualche memoria storica 
tenga di conto, anco che .«siano de' piìi scadenti. 
Pili, parco in quelli d'amore: che troppa ne è l'ab- 
hondanza in Italia, e infausta troppo. Se d'una 
canzone due soli versi le paiano da dovere sceglie- 
re, dia soli quelli. Ma abbondi nelle costumanze 
de' luoghi, e nelle tradizioni anche strane; nelle 
quali è più storia e più poesia che non paia agli 
accademici di mestiere. E di tale materia Ella ne 
raccoglierà forse tanta che ne riesca un lavoro 
da sé. 

Suo clev. Tommaseo 



l'na raccolta, tutta di canti popolari napole- 
tani, non l'avevamo ancora; perchè quella delle 
Pronncie meridiouali del Casetti e dell'Imbriani ne 
dà solamente un saggio. Il libi'o dell'egregio sig. 
Molinaro ci pare non poco interessante per i ge- 
neri di canti che mette in evidenza, e che fa, for- 
se per la prima volta, avvertire agli stessi napo 
letani. Otto generi in nove parti o sezioni abbrac- 
cia il xoXnma: Ninne nanue, ffiiiochi fandiillesclìi, in- 
dorinelli, canti fanciulleschi, canti storico-politici e 
canti d'amore (un solo genere per due argomenti); 
mottetti^ canti e leggende sacre, stornelli: e ben 770 
canti vi son messi insieme con acconce note illu- 
strative e con varianti e riscontri di altri canti 
dialettali d'Italia. Tra le note ve n'è di molto cu- 
riose ed importanti per gli studi popolari, e mo- 
strano come il Molinaro abbia un senso fino in 
queste materie, nelle quali non è sempre facile 
l'acquistarsi buona riputazione di raccoglitore, quan- 
do il buon accorgimento manchi. Nella distribu- 
zione di materiali vi è solo l'ordine alfabetico 
delle prime parole de' primi versi: ordine utile 
per chi ricordandosi il cominciamento di un canto 
voglia trovarlo: ma non per chi cerchi vicini l'uno 



— XXI — 

all'altro sili svariati canti d'una data passione d'a- 
more, di gelosia, di eorruccio; e poi si sa che le 
varianti modificano, da bocca a bocca, in uno stes- 
so paese, non solo il primo ma anche gli altri 
versi d'una stessa canzone. 

Non presumiamo di giudicare della grafia se- 
guita dal Baccoglitore, nella trascrizione de' testi; 
ma essa ci pare veramente fonica, e ritrae la pro- 
nunzia napoletana e non già il capriccio di lette- 
rati che, come a Napoli così a Bologna, a Venezia 
e altrove, stabilirono regole grafiche convenzionali. 

Se la brevità dello spazio consentito ad un 
annunzio bibliografico cel permettesse, vorremmo 
venire sfiorando qua e là questa graziosa raccolta, 
che tanta semplicità di aft'etti e di sensi spira 
quanta non ne spirarono molti petrarchisti vecchi 
e romantici contemporanei e nessuno dei realisti 
d'oggi. Avremmo da rilevare assai belle cose da 
questo o (juel grup[)o di canti, ora per mostrare 
l'antichità pili lontana dei canti dei fanciulli, che 
sono, è vero, i pili sformati e i più difficili a com- 
prendersi, ma forse i più curiosi pei ricordi che 
conservano: ora per riferire qualche canzone sto- 
l'ico-politica, benché essa non celebri se non fatti 
di questo secolo: ed ora per significare quanta 
parte possa aver avuto Tarte in alcuni dei canti 
d'amore, che pivi degli altri si prestano a passioni 
non sempre spontanee, non sempre vergini, uè 
sempi'H aliene dall'artifizio. Tutto questo lasciamo 
ad altri ai quali non faccia difetto il tempo e lo 
spazio. Qui giova solamente notare, a conferma 
del pensier nostro, che uno de' meno chiari tra i 
giuochi infantili, il 23° di pag. 33, che comincia: 
Pise' e pisello e si legge nella raccolta del Pitrè 
(11^ n. 76(5) e in Dalmedico (Ninne-nanne, p. 38 e 
39) e in altri raccoglitori, parve al famoso latini- 
sta L. C. Ferrucci un ricordo della Polisena, figlia 
del celebre capitano di ventura Erasmo (jattame- 
lata da Narni . (1370?-1443) la (piale andò sposa a 
Brandoliuo (vedi Eroli. Erasmo da (raftainelafa , 
pag. 236. Roma, 1876). 

Aggiungiamo che il canto 411 di p. 243, è 
l'ottava notissima del Meli: Qnaiinu a Cali celila jeu 
iwgghiiiparrari, dell'egloga: « Pidda,Lìdda, e Tidda. » 



— XXII — 

Ecco questa ottava iiapoìUaiiizzata : 

Quannu a lu bello mio votrlio parlalo. 
Ca spisso rao ne vene In fillio, 
A la fenesta me mett" a filare; 
C(>uann'isso passa pò" rompo hi filo. 
E cu' 'na grazia me mett'a parlare: 
€ Bello, pe' carota pruitemmillo » 
Isso lu piglia e io lu sto a guardare, 
E accussì me ne vaco 'rapilo 'mpilo. 

La versione, come si vede, non è ben fatta ; 
ma a noi riesce grato di sapere che quei versi del 
massimo nostro poeta sieno diventati popolari, 
fuori di Sicilia. Il Molinaro ci avverte aver rac- 
colta questa canzone insieme con molte altre da 
una donna settuagenaria, che Tapjirese giovinetta. 
Forse avrà concorso a popolarizzarla qualche libro: 
ed infatti la si legge sotto il titolo: La conocchia 
nel voi. 146 de' Passatempi lìiiisicati di varii auto- 
ri: Xiiits d'étc à Paiisilippe. Aìhiiiii lijrique en iniisi- 
qne aree accompaguement de piano par G. Donisetti. 

Il liliro del 31olinaro ci riesce gradito, come 
una contribuzione molto ben fatta agli studii del 
Foli: -Love. 

Palermo. 15 febbraio 18.S1. 

Giuseppe Pitrè 

Giornale di Sicilia,, anno XX, N." 45. 



Lo studio dei dialetti . e principalmente dei 
canti popolari e dei racconti che ad essi appar- 
tengono, ha preso tale ampiezza, che non solo 
spaventa quei filologi che vi si danno, ma finan- 
che i bililiografi che ne vogliano far l'inventario. 
Perocché i cultori di tale studio, non coutenti di 
prendervi parte con libri e con opuscoli, ci fanno 
dono delle loro ricerche nelle riviste e nei gior- 
nali letterarii, e non di raro anche nei politici. 
Sicché a voler tutto conoscere quanto si stampa 
per questo riguardo, e" è da spendere molto tempo 
e denaro in procurarsi i lavori altrui, pur corren- 
do il rischio di .sentirsi dire che altri ha già detto 
quello che voi dite. Arrogi che ormai per questo 
ramo di letteratura si sono rotti i cancelli delle 



— XXIII — 

nazionalità, e fa mestieri . sopj'atntto in fatto di 
fiabe e conti, conoscere il tedesco ed altre lingue 
europee: ed io credo che chi si rivolgesse alla 
Spagna potrebbe fare buona raccolta. 

Ho detto tutto ciò per dimostrare quanto sono 
meritevoli di maggior lodo coloro che da queste 
difficoltà non si lasciano disanimare, e portano il 
loro contingente alla filologia dei dialetti. E fra 
costoro merita lode disfinta il sig. Luigi Molinaro 
del Chiaro che da una decina di anni, va pubbli- 
cando pregevoli operette. 

Egli cominciò coi: Canti teramesi nel 1871, di 
cui nel corrente anno ha dovuto fare una seconda 
edizione. Ci diede poi i Canti di Meta nel 1879. 
Ma certo la sua più importante pubblicazione è 
stata quella dei Canti del popolo napoletano, così 
per estensione come per recensione ed illustrazione. 
Dopo le pubblicazioni di altri valentuomini pei 
canti napoletani pareva che fosse esaurita la ma- 
teria; ma il Molinaro ha mostrato invece che c'era 
ben altro da raggranellare; e raccogliendo nuovi 
canti dalla bocca del popolo, e studiandosi di dar- 
ne le genuine lezioni , e producendone le varian- 
ti, e confrontandoli con quelli di altri dialetti , e 
con buone note filologiche spiegandoli e commen- 
dandoli, ha saputo e potuto fare un lavoro che a 
buon dritto ha riportato le lodi di coloro che di 
tali studi si occupano. Merita pure di essere en- 
comiata la distribuzione dei canti secondo il loro 
argomento , il che non solo facilita le ricerche; 
ma ravvicinando quelli che più si assomigliano^ 
rende più agevoli i confronti e le dilucidazioni. 

Ma il Molinaro non si ferma nel suo cammino, 
e dopo compito quel non picciolo lavoro, un altro 
ce ne ha dato bellissimo. Egli ha preso uno di 
quei canti napoletani, uno dei più popolari {Fene' 
sta che liicu^ e mo' mi' liice)^ e raccoltene tutte le 
varianti, vi ha aggiunti i canti simili per concetto 
e per forma degli altri dialetti italiani. Lavoro 
utilissimo di comparazione, che, ripetuto per altri 
canti e pei racconti, potrebbe forse farci risalire 
ad un'origine comune donde tutti discendono. Certo 
è che talune somiglianze ci fanno meravigliare, 
ed io non voglio tralasciare d'indicarne una in cui 
mi sono imbattuto. Nell'introduzione della Posille- 
chejata del Sarnelli vi è un canto che comincia 



^ XXIV — 

La vecchia qnanno perde la conocchia ecc. Ot bene, 
questo medesimo canto è in uso fra i Catalani, e 
si può leggere nel loro dialetto in una commedia 
intitolata: La collana della regina. 

Da ultimo, proprio in questi giorni, il Moli- 
naro ha pubblicato i Canti del popolo materano, 
ed in questa pubblicazione si notano i medesimi 
pregi delle altre, anzi sono forse accresciuti dalla 
difficoltà del dialetto materese, che molto dagli 
altri di queste provincie meridionali differisce. 

Ed intanto il Molinaro ha già in pronto altri 
scritti da dare alle stampe, e ci annunzia un sag- 
gio di i3roverbì antichi, un altro di racconti, e 
quello che sarà di sommo interesse per la pubblica 
curiosità, lo Statuto della camorra napoletana. Ve- 
ramente il sig. Molinaro si può dire infaticabile, 
ed io gli auguro lena e pazienza a darci sempre 
•sì pregevoli lavori: poiché buon volere , dottrina 
ed ingegno ne ha da vendere. 



Xapoli. 4 settembre 1882. 
Fantasie, anno II, N.° 12. 



Emmanuele Rocco 



Avrei dovuto, da un pezzo , dir qualche cosa 
di questo libro, fin da quando uè leggevo i fasci- 
coli, che, periodicamente vedevano la luce; ma poi 
ho pensato di parlarne a cosa compiuta, ed ora ci 
siamo ! 

x!i un bel volume, dedicato a Griuseppe Pitrè, 
tanto benemerito degli studi dialettali siciliani ; ed 
i canti son distinti in otto parti o sezioni, ciascu- 
na delle quali comprende un genere diverso, e so- 
no disposti con quest'ordine : ninne-nanne, giuochi 
fanciulleschi, indovinelli, canti pei giovanetti (che, 
parmi. non molto a proposito ha intitolati fanciul- 
leschi), canti storici-i)olitici, canti di amore , mot- 
tetti, canti e leggende sacre ed in ultimo gli stor- 
nelli. Così il canto accompagna il popolo in tutta 
la sua vita, — « giacche , per dirla con l' autore, 
<' bambino gli molce il sonno la ninnananna della 
« mamma, fanciullo accompagna i suoi l»alocchi 
« con allegre canzonette, più grandicello . scoraz- 



— XXV — 

« zando pei campi, inueg^ia alla festa del ricolto 
« e della vendemmia, adulto è una cara vergine, 
« ohe ne inspira la canzone d'amore, vecchio glie 
« caro trasmettere ai nipoti nei suoi canti la me- 
« moria di certi fatti e delle patrie tradizioni. » 
— Dunque un certo legame vi è, o me lo figuro 
io, il che. in certi casi, vale lo stesso ! Comunque, 
non mi si potrà negare, che una raccolta siffatta, 
anche un pò" sciammanata e sconnessa sia sempre 
preziosa e degna dello sguardo accurato di chi .si 
occupa di tali studi. Ma torniamo un poco in dietro, 
per veder come ha fatto il M. a mettere insieme 
il suo libro e lasciamo a lui stesso la parola.' « Non 
sappiamo dire quante volte ci siamo soffermati 
alla bottega dell'artigiano per raccoglierne il canto 
con cui alleviava le sue fatiche, quante volte ab- 
biamo sorriso alla buona vecchierella per sentirla 
cantare, mentre filava all'uscio di casa sua, quante 
volte abbiamo seguito apposta nel suo cammino 
dal Carmine a Mergellina il robusto battelliere per 
l'agio di far tesoro delle sue appassionate canti- 
lene. » — Si vede, che egli ama questi studi, e chi 
lo conosce , mi assicura , che ne parla con un af- 
fetto, con un trasporto, da vero innamorato. In altri 
"termini, ama ardentemente la Musa popolare; ma, 
se ne sia riamato, non tocca decidere a me, che ho 
poca o nulla fede nella saldezza femminile ! Ripeto: 
il materiale raccolto dal Mplinaro è preziosissimo; 
ma, francamente , avrebbe dovuto darci qualcosa 
di meglio nelle illustrazioni, le ((uali sono poche e 
trascurate ; e tal difetto scema non poco pregio alla 
sua pubblicazione. 

Cito qualche esempio , ad aperta di libro. A 
pag. 95, un tale dice di esser della Carità, cioè largo 
della Carità ; luogo notissimo ad un Napoletano; 
ma, probabilmente, ignorato da chi non ha messo 
il piede nella nostra Partenope , e pure egli non 
annota, non illustra. Così, a pag. 91, lascia senza 
dichiarazione Monte Pelnso e Monte Corvo, mentre 
qui una noterella non sarebbe stata inopportuna. 

Talvolta invece dichiara parole, che non al)bi- 
sognano di spiegazioni , come, a pag. 12, dicendo, 
che c/iiìi vale più, e reca un esempio dello pseudo — 
Matteo Spinelli, per indicare , che è in lingua. E 
così, a pag. 18, spiega bieni per rieni, e fa per fare, 
ecc., cose che, a prima vista s'intendono anche da 



— XXVI — 

chi t' pochissimo pratico del nostro vernacolo. Que- 
ste spif^irazioni sembrano messe a bella posta per 
dir (jn alche cosa, pur che sia. Altre volte, invece, 
nell'annotare, si tiene troppo sulle «enerali. come, 
a pag. 41, parlando della Chiesa di Santa Chiara, 
cade in tale errore, postillando: rhifsa in cui si scp- 
peìi ivano i re di Xapoli. 

C-osi avrei voluto piii copiosi i raffronti •■ mag- 
gior numero di varianti; ed io, senza alzarmi dal 
mio tavolino, senza scartabellare un sol volume, 
potrei ago-iuniiere di molto. A paa;. 17, «ioco ]irimo. 
reca d'ue confronti: uno in dialetto siciliano e l'al- 
tro in dialetto romano e dimentica una variante 
pomiglianese. 

E del pari a pag. 27 , giuoco quindicesimo, 
non segna alcuna variante, e pure me ne ricordo 
un'altra napoletana, che comincia: Rimane è festa, 
ecc. Ecco un" altra variante dell* ottantaduesimó 
canto d'amore, pag. 139, che comincia : 

Avite Tiiochie de la negra serpe. 

Là capille e nonna rata seta ritorta eto. 

Così . a ])ag. 201, al canto d'amore dngentot- 
tantacinque. non segna alcuna variante : pure ce 
ne sono parecchie.- Cito qualcuna per saggio: 

A Piano di Sorrento si canta: 

Sabbatosanto 'e Pascarosata, 

]N^u' In putiette ascia' 'nu cunfessore etc. 

Altra variante napoletana: 

Me jette a confessa'. Patre, gli disse etc 

Non voglio annoiare troppo il lettore. Chi de- 
sidera altre varianti, riscontri il secondo volume 
della raccolta: Casetti e Inibriani. pag. 880 et passim 
ed il presente libro del Moiinaro pag. 201. canto 
dugentonovantatrè, ecc. 

Talvolta ci si nota un po' di sbadataggine! E. 
per dirne una.. lo scherzo citato innanzi, pag. 27. 
numero XV, si trova riportato, con pochissime dif- 
ferenze, a pag. 77, n. X. Pure non meritava l'onore 
di due posti: l'uno doveva essere variante dell'al- 
tro. E poi perchè inserirlo prima fi*a i giuochi 
e poi tra i canti fanciulleschi ? 

Se volessi pedanteggiare, di (piesti appunti 



— XXV 11 — 

potrei farne sino alla noia ; e che perciò ? Il li- 
bro è sempre pregevole, ad onta de' difetti, i quali 
dimostrano solo che è umano, perchè hiiììiamiiìi l'st 
errare... Ma mettiamo da banda questi discorsi ! 

Fra i canti storici- politici , meno fi'equenti 
nelle altre raccolte, ve ne è uno, che esorta Fer- 
dinfindo IV di Borbone a lasciare le donne e la 
caccia, ed a provvedere un po' meglio alla sua 
dignità ed al suo onore, troncando gl'illeciti amo- 
razzi della Carolina con 1' Aeton. Indite : 

Scètete, Maestà, ch'è fatto juorno, 
Nun penzà' chiù a caccia e a li ficrliole , 
Vide che fa Munzù cu' la Maestà. 
Penza ca ire ciuccio e mo si' cervo, 
Mena 'a mazza, si no si re de cuorrio. 

Specialmente il consiglio contenuto nell'ultimo 
verso vale tant'oro: e quantunque il canto fosse 
già pul)blicato da Giovanni La Cecilia, nelle sue 
Storie seijvete delle famiglie reali, ha fatto bene il 
Molinaro a ripubblicarlo, e l'essere stato secondo, 
o terzo, non gli scema pregio. 

Cosi vi è un canto del tempo, che ci serba la 
tradizione popolare, davvero uon molto edificante, 
della infelice Eleonora Fonseca-Pimentel, di cui ve- 
diamo anche oggi un busto nella Università di 
Napoli. Aggiunge il Molinaro : // popolo in quei 
tempi soleva insultarne la memoria col sopradetto 
canto. 

Così vi è una canzonetta, che allude alla Co- 
stituzione, dipoi giurata da Ferdinando II, nel 24 
febbraio 48. Si prega San Francesco di Paola, 
perchè il re vada a firmarla, al piti presto, e per- 
chè il popolo sia liberato dal giogo esoso def mi- 
nistro di Polizia Del Carretto, al quale si affibbia 
r- epiteto di mariuolo. 

Un ultimo esemi^io e fo punto : 

A do' so' ghiute tant' abbracciamiente ?... 
Tante carizze, che mi stive a fare ? 
La mano me stregnive 'ntia li diente, 
. Ed io diceva : Guè, nu' muzzecare, 
Ca tu me mierche, e 'nf accia a li parienti 
Che scusa, dimme, ni', pozzo truvare ? 
— Truovece scusa ca stive durmeiino 
'Nu rancitiello ra' have mnzzecato. • 



— XXVIIl — 

È lina bella canzonetta, che valeva la pena di 
essere riportata, e come questa ce ne sono tante ! 

Mi sembra aver detto a sufficienza per indi- 
care quanta e quale sia l'importanza di questa 
raccolta; e se ho notato qualche erroruzzo , 1* ho 
fatto con Tintenzione di giovare all'autore, spro- 
nandolo a purgare da queste mende il suo lavoro, 
in un'altra edizione, che gli auguro al pili presto; 
e cosi l'opera sua sai'à davvero pregevole per ogni 
verso. . 

Firenze, 6 uiar20 1881. 

Gaetano Amalfi 

Gazzetta della Domenica, anno II^*^ n. 10. 



Una bella raccolta di canti popolari napoletani 
ai ha dato il sig. Molinaro, in una serie di fasci- 
coli teste terminata. É divisa in ni nf/e- nanne, giuo- 
chi fanciulleschi, indovinelli, canti storico-politici, canti 
di amore, mottetti, canti e leggende sacre, stornelli. 
Sebbene l'esservi stati infiniti scrittori in dialetto 
napoletano , e l'esservi già degli stessi canti così 
detti popolari altre raccolte, e il trattarsi quasi .sem- 
pre dei soliti canti amorosi, scemino come a priori 
l'importanza e l'attrattiva di questa raccolta . tut- 
tavia merita lode la cura amorosa con cui é stata 
messa assieme, ed anche la sufficiente precisione 
e sincerità con cui i suoni napoletani vi sono tra- 
scritti, mentre sogliono generalmente essere un po' 
travisati dagli altri trascrittori. La raccolta del- 
l'ottimo Molinaro anderebbe incoraggiata e premia- 
ta dal pub1)lico. 

Francesco d'Ovidio 

La Rivista Critica di opere filosofiche, scientifiche 
© letterarie; diretta dal Prof. Andrea Angitlli. Anno 
Primo. jN^apoli, R. Stab. Tipografico del cav. Francesco 
Giannini, 1881 (Vedi pag. 33). 



— XXIX — 

È questo 1111 lavoro molto interessante per gli 
studi di letteratura comparata. Il signor Molinaro 
ha raccolto nel suo volume un buon numero di Nin- 
ne-nanne, Giìiocììi fanciulleschi, Indovinelli, Canti sto- 
rico-politici, Canti (famore, Leggende sacre, Mottetti 
e Stornelli, superando di molto le altre precedenti 
raccolte. Riserbandoci di parlarne diffusamente in 
apposito articolo, diciamo solo che l'opera è accu- 
ratamente condotta, e che i canti sono scritti se- 
condo la lingua parlata, seguendo in massima 
parte le orme dell'Imbriani. 



Napoli, 1 gennaio 1881. 



La Luce, anno. ITI. 



Guglielmo Méry 



Vi sono canti d'ogni genere ; erotici, storici, 
politici, morali, religiosi, fanciulleschi ecc.; e giuo- 
chi, e indovinelli e motteggi. È una bella e ricca 
raccolta, accuratamente illustrata, della quale molto 
avranno da avvantaggiarsi gli studi, di poesia po- 
polare. Il libro è dedicato a &. Pitrè. 

Palermo, 1880. 

Doti. Salvatore Salomone=Marino 

Nuove effemeridi siciliane, serie terza, voi. IX, 
. pag. 326. 



Roma, anno XYIII, N.° 102. 

Richiamiamo su questa opera di lungo studio 
e di grande amore tutta l'attenzione degli studiosi 
di filologia, di linguistica e dei cultori delle let- 
terature romanze. L'autore intanto ci rimette del 
suo. Se non avesse trovato modo di allogare uu 
centinaio di copie all'estero, non avrebbe potuto 
proseguire nella sua utilissima e faticosa impresa. 
E non ha aiuti dal Ministro della Istruzione pub. 



— XXX — 

Itlica, non un sussidio dal Aiuuicipio. Questa è 
vei'fi:ogiia per Napoli, per l'Italia, mentre s'inco- 
ra.g:giano tante altre cose ! 

L'autore è modesto, è poco noto, non ha ade- 
renze; eppure dal suo libro altri sarà per trarre 
iri'an frutto e gran lode. Sono cose che succedono 
anche ai giorni nostri, quando non si è ficchi, o 
per lo meno cavalieri, o non si sa l'arte di spin- 
gersi e farsi innanzi ! 

Napoli. 12 aprile 1879. 

Comm. Salvatore Mormone 



ELENCO 

degli associati alla 1.' edizione 



i. Aliaiielli Coralli. IVieola 137. 

2. Aulisio Alfonso 138. 

à. Antera Leonardo Vói). 

4. Barbatelli Avv. Francesco 140. 

5. Boccaccio Vincenzo 141. 

6. Bonucci Notar Oiovanni 

7. Cagnazzi Giovanni 14'2. 

8. Capahlo Avt. Michele Uà. 

9. Capasso Comm. Bartolomeo 144. 
1(). Casella Avv. Francesco 145. 

11. Castaldo Ernesto 14(3. 

12. Conte Avv. Giuseppe 147. 
18. Colite Avv. Pasquale 148. 

14. Correrà Avv Luigi 149. 

15. De Ciutiis Domenico 1,50. 

16. Dello Russo Giuseppe 151. 

17. De Petra Cav. Giulio 152. 

118. Detken e RochoU (copie lòà. 

lOi I) 154. 

119. Di Domenico Sa e. Ferdi- 155. 

nando 15''. 

120. Di Mauro Alfonso 162. 

121. d'Ovidio Prof. Francesco 163. 
i22. Errico Prof. Enrico 164. 

123. Eutimiades Prof. Costan- 165. 

tino 166. 

124. Florimo Comm. Francesco l(i7. 

125. Franco Augusto lt)8. 
129. Furchheim Federico (co- 
pie 4) 169. 

^HL30. Gaetani d' Aragona Abb. 170. 

Bernardo 171 

131. Gattola Avv. Nicola 172. 

132. Giacchetti Teodorico 173. 

133. Giordano Cav. Federico 

134. Giusti Giuseppe 174. 

135. Giusti Notar Raffaele 17.5. 

136. Jaccarino Comm. Domenico 



La Banchi Salvatore 
Lepora Giuseppe 
Lombardi Prof. Alfredo 
Maclean Marchese Patrizio 
Mandalari Avv. Francesco 

Mario 
Marcarelli Filippo 
Marino Eduardo 
Martano Cav. Francesco 
Mastrociiique Gennaro 
Méry Prof. Guglielmo 
Minervini Comm. Giulio 
Miola Alfonso 
Mirabelli Avv. Gennaro 
Modestino Cav. Alessandro 
Moliuaro Cav. Domenico 
Molinaro Francesco. 
Molinaro Vincenzo 
Mormone Avv. Salvatore 
Padiglione Comm. Carlo 
Palumbo Ernesto 
Pesce Cav. Ernesto (cop. 5) 
Pitrè Dott. Giuseppe 
Ranieri Avr. Raffaele 
Roccatagliata Dott. Pietro 
Rocco Prof. Emmanuele 
Romei Eugenio 
Ruggiero Pasquale di Bal- 
dassarre 
Santaniello Sac. Gennaro 
Bavarese Barone Carlo 
Tancredi Filomeno 
Tancredi Gaetano 
Tancredi Cav. Miche lan- 

giolo 
Vacca Alfonso 
Vacca Enrico 



I. 
MINNE-NANN 



JsrOJ^ZSTE 



(1) 



li'una veggbiavji a studio della culla, 
E consolando usava l'idioma 
Cho pria li padri e le madri trastulla. 
Dante, Par. e. XV, V. 121-3 



Nonna nonnòooooo (2). 
Aggio (3) mannato lu suonno a chianmiare 
E m' ha mannato a di' (4) oa (5) mo' Teneva. 
Quanno (6) ce vene lu voglio ,pavare 
Le voglio dare 'na (7) miineta d' oro. 

(1) Nonne^ ninne-nanne. 

(2) Variante: E nonna, nonna, nunnarellòoooo. 

(3) Aggio, ho. — Ch' i' aggio in odio la speme e i desiri. 

Petrarca, Son. liXV. 

(I) Dì, apocope di dire. 

(5) Ca, che. Ha varii esempii nei primi scrittori. 

(6) Quanno, quando. La dia quanno vo fore. CiULLO. 

(7) 'iV«, una. E '«a contessa valorosa e grande. Bar 

BERING. 

Nonna nonnòooooo. 
Duorme, nennella mia, duerni' e repuosc (8), 
Mamma t'ha fatto 'nu (9) lietto de (10) rose. 
Lietto de rose e de rosamarina (11), 
Duorme e fa la nonna, nonna mia. 

(8) Variante: Dorme, nennella mia, dorm' e reposa. 

(9) ^N^u, metatesi di un 

(10) De, di. Le cose de Ferdinando ecc. Bembo St. Vin. 

(II) Rosamarina, rosmarino. 



•4 — 



Nonuji noiinòooooo. 
E la la nonna che fece Maria, 
Cu' (12) r nocchie chiuse a cu' la mento a Dio : 
La ment' a Dio e la ment' a li sante, 
'Sia figlia mia adduòrmel' a la mamma (13), 
Adduòrmel' a la mamma e a li pariente : 
Cara la tengo (14), si (15) n' avesse ciento. 
Cientocinquantamilia ducate 
Tutte r avesse 'sta figlia pe" (16) "ntrata (17), 
Cientocinquantamilia zecchine 
Duorme e repuose, nenua bella mia (18). 

(12) Ch\ con. « E teneva.e reggeva la santa madre Chiesa 

da Milano infino a Napoli, et Roma cu'' la Ma 
remma. » Cronichetta dei Malatesta. Faenza, 
Marabini,1846, pag. 80, pubbl. da Fninoesco Zam- 
brini. 

(13) Welle poesie popolari, spesso, come in questo caso, 

s' incontrano assonanze e non rime. E però nei 
Ricciardetto del Forteguerri, Tom. I, canto IV, 
troviamo: 
In soma tutti, e col cappuccio o senza, 
Per queste guerre il papa li dispensa, 

(14) Sottintendi, anche 

(15) Si, se E si, non se' tu oggimai fanciullo. Boccaccio. 
(l(j) Pe' apocope di per. Pe' ricordanza è ricreato et rin- 
novato l'amore. Ovidio. Rimedio d'Amore. 

(17) Questa ninna-nanna è una di quelle poesie popo- 

lari, che hanno di poetico solo la forma esterna , 
e questa neppure secondo le perfette regole della 
versificazione. Parole senza concetto, totale man- 
canza di nesso logico ed assenza di quella na- 
turalezza e semplicità unite a quelle imagini ed a 
quei voli, che spesso fanno (iella popolare una su- 
blime poesia. Così, nienlre la madre afferma, che 
tiene questa figlia cara anche se ne avesse cento, 
riprende con un verso che non ha nessuna ana- 
logia con i primi ed augura alla bambina o al 
bambino , centocinquantamila ducati di entrata 
cioè di rendita. 

(18) Questo verso suol variarsi nei seguenti due modi: 
Tutte l'avesse nenna bella mia.... 

Tutto l'avesse chi nu' bò durmire. 
Da ultimo avvertiamo che le ninne-nanne, quando 
si dicono a fanciulli grandetti che cominciano ad 
intendere, soglionsi , per ischerzo, chiudere con 
questi duo versi : 

E fa la nonna cu' Santu Livriero 

La croce 'à capa e 'e canneliere a piede. 



- 5 — 

E talvolta anche por imprecaziono quando il bimbo 
non vuol^si addorraontare. In Sii-ilia , in questo 
caso, soglion cantare: 

E a-la-vò, punta di notti ! 
Mèrici chiusi e spiziali morti ! 
Così PiTRÈ, Canti pop. sic, voi. II, pag. 5. 



Nonna nonnòooooo. 
F fa la nonna e la nonna te dico, 
Quanto te faccio (19) te In benedico : 
Te benedico In latte e la menna (20), 
Te benedico chi 'mbraccia te tenne (21), 
'Mbraccia te tenne e 'mbraccia t' ha tenuta (22) 
Duorme, nennella mia, duomi' e aiuta (28). 

(19) Faccio, io. Ch'io non li faccio iguali. Brunetto La- 

tini, // Tesoreito. 

(20) Menna, mammella, poppa. 

Variante: Te benedico lu latto e hi mele, 

(21) Variante : Te benedico chi 'mbraccia te tene, 

(22) Variante : 'Mbraccia te tene e 'mbraccia t'ha tenuta. 

(23) Questo aiuta, così adoperato, pare un po' oscuro; ma 

qui vuol diro dormi, che così aiuterai chi intorno 

a te s'affatica per addormentarti, oppure aiuta te 

che sei stanco dal piangere. 
Imbriani, Canti pop. avellinesi, p. 103, CLXXXIII (IX): 

Suonno suonno, e suonno suonno, dico, 
Quanto ti faccio te lo benedico ! 
Ti benedico lo latte e lo mele, 
Ti benedico chi 'mbraccia ti tene. 
'Mbraccia ti tene e 'mbraccia t' ha tenuto, 
'Sto figlio mmio mo' ss' è addurmuto. 
Madonna mmia, tu chi mmi l'haje dato, 
Fammello addorme, ca l'haggio corcato; 
L'haggio corcato a no' lietto de rose, 
'Sto figlio ni mio dorme e ssi 'rriposa. 

5. 

Nonna nonnòooooo. 
E suonno che me tuòchele (24) 'sta porta 
Vattenne, ca (25) ninno mio si è addurmuto. 
Tu vienetenne quanno è raeza notte : 
I' ("20) zitto zitto te vengo àrapire (27). 

(24) Tuòchele, agiti, e qui per picchiare. 

(25) Ca, perchè, poiché. Ca lo troppo tacere, noce manta 

stagione. Pier della Vigna. Ca io non hosentero. 
di salamandre neente. Guidi» Guinicblli 

(26) /' io. /' lo faccio sovente. Brun. Latjni, Tesor. 



- 6 - 

Amalfi, Cento canti del pop. di Servava d'Ischia, pas- 
42, canto LXVI: 

Vionto, che mmo tuocolo la porta, 
Vattenne, ca maritemo è cuccato. 
Vienetenne quanno è mozanotte, 
Ca tanno 'o sventurato sse ne è ghiuto. 
(27; Arapive, metatesi di ad apvive. 

6. 

Nonna nonnòooooo. 
E fa la nonna e fa la nunnai-ella, 
'O (28) lupo s' ha magnat' 'a pecurella. 
E pecurella mia, cumino farraie 
Quanno 'mmocc' 'ò (20) lupo te truvarraie ? 
E pecurella mia, eumme (80) faeiste 
Quanno 'mmocc' a lu lupo te veriste '? 
E pecurella mia, cumme campaste 
Quanno mmocc' a lu lupo te truvaste (31) ? 

(28) '0. afereri di lo. 

(29) '0, allo. 

(iJO) Camme, come. 

(Bl) Imbriani, Canti pop. avellinesi, p. lOO, CLXXVI (11): 
Nonna nonna e nonna nonnarolla, 

Lo lupo 8si iiijingiava 'a pecorella. 

Tu pecorella mraia, come l'acisti, 

Quanno 'ramocca a lo lupo li vedisti ? 

Ti vedisti e ti nei vedarraje, 

Tu, pecorella mmia, come farraje ? 



Nonna nonnòooooo. 
Nonna vo' (82) fare chesta nonna bella, 
Nonna vo' fare mo' eh' è piccerella, 
Che quann' è grossa s' addurmenta sulella. 
E nonna nonna, che la nonna è bona. 
Li pare tuoie dòrmen' a chest' ora. 
Li pare tuoie dòrmen' a lu lietto, 
Sola 'sta nenna nun trov' arricietto. 

(32) Vo', vole, vuole. È nei classici antichi. 



Nonna nonnòooooo. 
E nonna nonna lu lupo de pezze, 
L' ha vattìato la cummara pazza, 
L' ha 'rravugliato dint' a tanta pezze 
E nonna nonna lu lupo de pezze. 



— 7 - 

9. 

Nonna nonnoooooo. 
E snonno, suonno, che triche e nu' bieue, 
Vi' (33) quanta ce ne vonno prlarie (34), 
Vi' quanta priarie che bo' In suonno 
Lu chiaiunio 'a notte e chiilo vene a ghiuorno (85). 

(od) V/', vedi, 
(H-i) Pr'f'arìe, preghiere. 

(:35) Imbriani, Canti pop. avellinesi, pag. 96, CLXXXVII 
(XIII): 

Vienici, buonno, si nei viio' venire; 
Ca no' nei vonno tanto prearie; 
Ih! quante prearie chi vo' 'sto suonno, 
Ijo chiamo a notte e chiilo vene a juorno. 
Variante poniiglianese : 

Vienici, suonno, se nce vuoi venire, 
Non ghi' truvanno tanta priaria; 
Tanta priaria che buò 'sta suonno: 
I' 'o chiammo a notte e chiilo ven' 'o .juorno. 

10. 

Nonna nonnoooooo. 
Nunziata che de sapete nasciste, 
De sapete me puozza cunzulare (36). 
Pe' chiilo bello figlio che faciste, 
Cunzòlame la notte de Natale. 

(36) La madre, nel cullare la lìglia, si raccomanda alla 

Madonna affinchè lo mandi un terno al Lotto. Il 
quale giuoco fu inventato da Cristoforo Taverna 
nel 1448. Si proponevano alla vincita otto bor-^se, 
donde il nomo del giuoco dell'o//o. 

11. 

Nonna nonnoooooo. 
Nunziatella mia, Nnnziatella (37), 
Chi ama a Dio nun (38) è puvurella. 
Chi ama a Dio cu' tutto lu core 
Biata campa, e cuntenta ne more. 

(37) Qui s'invoca la Madonna dell' Annunziata , come 

protettrice dei bambini. 

(38) Nnn, non. Nnn se trovò neuno Romano che volesse 

andare... se nnn un fratello .. ecc. Conti di an- 
tichi (JAVALIERl. 



— 8 — 

12. 

Nonna nonnoooooo. 
Nunziatella mia, Nunziatella, 
Miette la jjace addo' ce sta la guerra. 
La pace è fatta e la guerra è fernuta (39) 
'8tu piccerillo mio si è addurmuto. 
Si è addurmuto a "na cònnola (40) d' oro, 
A do' se (41) ripusaie Santu Nicola. 
Santu Nicola mio de la Duana (42) 
Cu' 1' acqua toi a li malate sane 
E san' a li malate puvurielle, 
E suonno puorte dint' a lu mantiello. 
Sante Nicola mio, Agiato tene (43) : 
Farame 'stu figlio santo cumm' a tene. 

(39) Fernnta, finita. 

(40) Colinola, culla, cuna. 

(41) Se, si. Terzo sia che ciascun se ripose . Dante , 

Credo. 

(42) È nota a Napoli la Chiesa di S. Nicola presso la 

Dogana, e perciò chiamato qui Sanfii Nicola de 
la Dnana, che è piopriamente il S. Nicola di Bari, 
delle cui ossa la credenza e la leggenda dice che 
scaturisca un' acqua, cui vien dato il nome dai Ba- 
resi di: santa manna. Ma in questo canto pare che 
si confonda S Niccolò di Bari con S. Nicola Pel- 
legrino, che si vuole morto in Tran!, e viene rap- 
presentato con un mantello, proprio dei pellegrini. 

(43) Tene, paragoge di te. 

13. 

Nonna nonnoooooo. 
Quanno Sant' Anna cantav* a Maria 
Quante belle canzune le diceva. 
E le diceva : Adduòrmete. Maria, 
Maria eh' era santa, s' addurraeva (44) . 
E le diceva : Adduòrmete, Dunzella, 
Tu si' (45) la mamma de li bbirgenelle : 
E le diceva : Adduòrmete, Signora, 
Tu si' la mamma de lu Salvatore : 
E le diceva : Adduòrmete, Regina, 
Tu si' la mamma de (jiesìi Bammino. 
Tutte li sante ièvano a la scola, 
Quanno la Mamma parturì' 'sta gioia : 
Tutte li Sante ièvano 'ncunziglio 
Quanno la Mamma parturì' 'stu figlio. 

(44) Variante: Tu si' la mamma de lu vero Dio. 

(45) Si' sei. 



- 9 — 

14. 

Nonna nonnòooooo. 
Sanarne a nonna mia eh' è piecerella : 
È piecerella e s' ha da fare tiranno (40). 
Vo' fare li servìzie a la ma mma. 
Servìzio a la mamma e a li pariente, 
1' de 'sta figlia ne vurria eiento. 
Uientoeinqnantamilia dnea te 
Tutte 1' avesse nenna mia pe' 'ntrata ; 
Cientoeinquantamìlia zecehine 
Tutte r avesse ehesta figlia mia (47). 

(4()) Granne, grande, adulta. 

(47) Imbriani, Caliti pop. avellinesi, pas;. 1<»<». CI/XXVH 
(HI); 

Nonna nonna e nonna nonnarelln, 
Tutti so" brutti e 'sto figlio mmio è bollo: 
È tanto bello e si' volo fa' granne 
Vo' fare li servizi a la raarama; 
A la mamma e a tutti li parienti, 
'Sto figlio ramio vaio quanto a eiento. 
Dalmedico. Ninne-nanne e ginoc. inf. ven. p. 14, II. 
Fame la nana, e ni na na contento; 

Ti se '1 mio ben, se ghe n'avesse conto, 
So ghe n'avesse cento e anca cinquanta, 

Ti xe '1 mio ben, e anca la mia speranza. 
La mia speranza insieme a le raise. 

Dormi e fé nana, e tati ve lo dise. 
E ve lo dise, e ve lo va digando : 

E v^n, putèlo. me fé un sono grando. 
Un sono grando, un sono de la note: 

Dorrai, 'l mio bene, che l'ore xe poche 
La stessa ninna nanna è stampata noi: Canti del pop. 
venes. pag. KVò, e. 2. del medesimo autore. 

15. 

Nonna nonnòooooo. 
San (jiuseppiello mio, San Giuseppiello, 
Pnorte In suonno sotto a In mantiello. 
E sotto a lu mantiello l' ha piirtato 
E San Giuseppe di la Nunziata (48), 

(48) Imbriani, Canti pop. avellinesi , pag. 99, CLXXXV 

(XI) : 

Suonno, suonno, vieni ca t'aspetto, 
Como Maria aspettava San Giuseppe; 
E San Giuseppe mmio, lo vecchiotto, 



— 10 — 

Porta lo suonno sotto a lo cappotto: 
E San Giuseppe minio, lo veechiariollo, 
Porta lo suonno sotto a lo niantioUo 
Correrà, ninne-nanne in dialetto tpnianese, (Napoli, 
1897), ma raccolte da G. Ainailì , allora Pretore 
in quel Mandamento, pag. 7: 

— Ninna-nonna, 
Ca lu fìgliulu min volu rormi'. 

— Ca volu rormì' e vohi fa' la ninna. 
Curau la fani l'auti piccininni. 

— Vienic, snonnu; e vieni va lu raontu. 
Cu' 'na palluccia r'oru e dalli 'nt'rontu 

— Kalli 'nfrontu; e nu' mi lu fa' malu, 
Addurmisciraillu e nu' mi lu fa' 'ncagnà'. 

— San Giueeppu min, lu vicchiarioddu, 
Lu suonnu lu puorti sott'a lu mantieddu. 

— San Giuseppu ra Boma venia 

Cu' lu mantieddu 'ncuollu, che chiuvìn. 

— Santu Nicolu min, addurmiscimillu 
Quanno ia mezzanotte ruvegliaraillu. 

— Santu Nicolu miu, manuali tre suonnu. 
Unu la nottu e Tanti pi' lu juornu. 

— Santu Nicolu miu, che me l'ha.je mannatu. 
Manuali suonnu e 'na bona numminata. 

— Tu addurmiscimillu, ca ia iuta la naca ! 

16. 

Nonna uonnòooooo. 
Santu Nicola nu' bulea panello (49). 
Valeva paternuoste de zetelle. 
Santu Nicola nu' bulea canzune, 
Vuleva paternuoste e graziuno (50). 

(49j Panelle, piccoli pani rotondi. 

(50) Imbriam, Canti pop. delle prov. luerid. Voi, I. pag. 
220, canto riportato anche in nota al X di Sturno 
(Principato Ulteriore): 

Santo Nicola non volea monna, 
Voleva carta, calamaro e penna. 
Santo Nicola non voleva canzune, 
Voleva paternuosti e orazìuni. 
Santo Nicola è 'nu bello vicchiariello: 
Mietti 'stu figliulo sutto lu mantiello. 
Santo Nicola è 'nu bello vecchiotto: 
Mitti 'stu figliuolo sotto lu cappotto. 

17. 

Nonna nonnòooooo. 
Suonno, che 'ngannast' a lu l'ione 
'Ngànneme a ninno mio pe' doi ore. 



= 11 — 

Suonno, che 'nf^annast' a lu villano, 

'Ngànnem' a ninno mio a 'nfi' (51) a diinanp (Ó2). 

(51) 'Nfi, infino. 

(52) riTKÈ, voi. II, pag. 10, e. 747 : 

Ed a-la-vò, sunnuzzu veni. 
Veni 'ngannami a lu me boni ; 

Ed a-la-vò sunna vinissi, 
Ed a stu figghiu m'addummiscissi ; 

Sunnuzzu, veni ed airiposa: 
Chi beddu ciàuru chi fa la rosa ! 

Imbriani, Canti pop. di Gessopalena, (rispetti, ninne- 
nanne, canzonette di Gessopalena (Abruzzo Citeriore). 
Firenze, Tip. di G. Barbera, 1869), pag. 38, e. XXXVII: 

Sonn' sonn', che 'ngann' lu pastor, 
'Ngann' lu fi.jj me' 'nfi duman' a st' or. 
O sonn' che 'ngannist' lu gualan, 
'Ngann' lu fijjnae' nfi' a duman'. 
O sonn' ingannatore, 'nganna-gente, 
'Ngann' lu fijj me' e fammi' cuntont'. 
Ed una ninna-nanna di Lanciano, edita dallo stesso: 

O sonn'. vien', sonn' ingannator', 
Famm' addormì' sto fijj du', tre or. 
Du' o tre or' e poi me lo risvejj; 
Vien' la mamma e consola sto fijj 
O sonn'. sonn' mio perchè non vien' ? 
Forse che cacchiduno ti trattien' 'ì 
In AvOLio, Canti pop. di Noto, pag. 314, e. 650 . si 
leggono i due seguenti versi: 

Cala, cala, sunnuzzu 'ngannaturi, 
'Sgannatimi a stu figghiu pi' quattr'uri. 

Dalmedico, Ninne-nanne e giuoc. inf. venes , p. 16, e IV 

O sono, o sono, che da qua, passava, 

E che de sto putèlo domandava 
El domandava cossa ch'el faceva, 

E mi go dito che dormir voleva. 

sono, o sono, o sono inganatoro. 
Ingànime 'sto fio per do', tre ore. 

Per do', tre ore; e per do', tre momenti; 

Incanirne 'sto fio fin che lo chiamo. 
E co lo chiamo, lo chiamo: raise; 

Ti xe '1 mio ben, che tati te lo dise. 

1 te lo dise, e i te lo va digando: 

E 'sto putèlo se va indormenzando. 
El se va indormenzando a poco a poco, 

Come la legna verde a presso al foco 
La legna verde no' buta mai fiama: 

Vissero del papà e de la to' marna. 
La legna verde no' buta mai vampa: 



- 12 - 

Dorrai, '1 raio ben; dormi la mia speranza 
S]ieranza mia, ^s|)eran/>a mia du cuna: 
La mama che t' h fato se consuma. 
La se consuma o se va consumando, 
E a 'sto putèlo la ghe va cantando. 
La stessa ninna-nanna trovasi waì: Canti del pop. ucnes. 
pag. 1G9, e. 7 dei medesimo autore. 

18. 
Nonna nonnòooooo. 
Tutte li sante ce voglio ohiammare. 
E Santa Catarina chiù (53) do tutte (54). 
Chiammo 'nu santo e ne vèneno duie 
E bene (55) la Madonna e Santu Luca. 
Ne cliiaramo duie e ne vèneno treie (5(5) 
E bene la Madonna e Saut' Andreia. 
Ne chiammo trei e ne vèneno quatto 
E bene la Madonna e Santu lasso (57). 
Ne chiammo quatto e ne vèneno ciuco 
E bene la Madonna e San Griacinto. 
Ne chiammo ciuco e ne vèneno scie 
E bene la Madonna e Sa' Michele. 
Ne chiamalo sei e ne vèneno sette 
E bene la Madonna e San Giuseppe. 
Ne chiammo sette e ne vèneno otto 
E bene la Madonna e Santu Rocco. 
Ne chiammo otto e ne vèneno nove 
E bene la Madonna e San Nicola. 
Ne chiammo nove e ne vèneno dioce (58) 
E bene la Madonna e Santu Pieto (59). 

(53) Chiù, più. Lo capo e lo chiù vecchio de la famiglia. 

Matteo Spinelli, Annali Monald. 

(54) Spesso il popolo termina o incomincia la ninna- 

nanna con i suddetti due versi. 

(55) Bene, viene. 

(56) Treie., tre Fenno una ruota di se tutti e trei. Dante, 

Jnf. e. XVI, V. 21. 
'57) Santu lasso, San Jago. 

(58) Diece, dieci. Gliene die cento, e non sentì lo diece. 

Dante. Inf. e. XX Y, v. 33. 

(59) Imbriani, Canti popolari di Gessopalena (opera ci- 

tata) pag. 34, canto XXX: E nel 1 voi. dei Canti 
delle prov. merid., pag. 60: 

Nonna nonna, 
Lu citele me' mo' me s'addorm'. 
Viece Madonn' ca co può veni', 
Vioco Madonna' ca mo lo può addormì. 
Chiama 'nu sant' e ce ne vonn' du'. 



— 13 — 

Viece Mcidonn' tu e sant' Lue'. 
Chiama 'nu sant', e ce no venn' tie. 
Viece Madonn' tu o sant' André', 
Chiama 'nu sant', o ce ne venn' quatti-": 
Viece Madonn' tu o san Giusaffatt'. 
Chiama 'nu sant' e ce no venn' cinqu': 
Viece Madonn' tu e san Giaeint', 
Chiama 'nu sant'. o ce ne venn' se': 
Viece Madonn' tu e san Matte', 
Chiama 'nu sant', e ce ne venn' sett': 
Viece Madonn' tu e san Giueepp'. 
Chiama 'nu sant', e ce ne venn' ott': 
Viece Madonn' tu e sant' Rocc': 
Chiama 'un sant', e ce ne venn' nov': 
Viece Madonn' tu e san Nicol', 
Chiama 'nu sant', e ce no venn' dece: 
Viece Madonn' tu e san Mechel', 
Chiama 'nu sant', e ce ne venn' ùnico: 
Viece Madonn' tu e san Giuvangiacund'. 

19. 
Nonna nonnóooooo. 
Viènece, suonno e bìene (60) da lu monte : 
Viene, palluccia d' oro (61), e dàlie 'nfronte. 
Vienece, suonno, e bione da là 'ncoppa : 
Viene, palluccia d' oro, e dàlie 'nchiocca. 
E dàlie 'nchiocca e nu' la fa' (62j patire, 
'Sta piccerella mia se vo' addurmire. 
E dàlie 'nchiocca e nu' me la fa' male, 
Nun tengo pezze (63) pe' la medecare. 
Nun tengo pezze e manco tengo agniento (64) ; 
r de' 'sti ffigiie ne vurria dento. 
Cientocinquantamilia ducato, 
Tutte 1' avesse nenna mia pe' 'ntrata : 
Cientocinquantamilia zecchine 
Tutte 1' avesse chesta figlia mia (65). 

(60) Biene, vieni. 

(61) Qui il sonno viene rappresentato come un angelo, 
che per fare addormentare i bambini li tocca con 
una palla d'oro. 

(62) Fa', fare. 

(63) Fesse, cenci, e qui per jjanni. Chiopido , o colo 
co' 'na pessa lisa. Iacopo Lori , La Mea di Folito , 
ottava 58^ pubbl. da P. Fanfani. 

(64) Agniento, ungutnto. 

(65) Imbriani , Canti pop. avellinesi , pag. 9y , CLXXXI 
(VII: 

Suonno suonno, chi vai e vieni da lo monte, 
Co 'na palluccia d'oro e dalli 'nfronte. 
Dalli 'nfronte o no' mme la fa' male, 



— 14 — 

Pez>5(ì no' tengo po' la medocare. 
l'ozzo no' longo e nonimeno donari, 
Dalli 'nfronte e no' rame lo fa' male. 
Variante poraiglianese : 

Suonno suonno ca bieni da lu monto, 
Vieni cu' palla r'oro e dàlie 'nfronte. 
Dàlie 'nfronte o non me hi fa' male, 
È peccerillo e la nonna vo' fare. 
La nonna vo fare a 'nu lietto d 'amenta: 
Lu figlio rorme e la mamma è euntonta 
La nonna vo' fare a 'nu lietto do rosa: 
Lu figlio rorme e la mamma 'rreposa. 
Trincherà, Li site (1764) atto II. se. 5'\ 
Viènece suonne e bbiene da lo monte, 
E bbiene palla d'oro e dàlie 'nfronte: 
E si maje viene pe' le fare male, 
Sciacca ccliiù piiesto lo si' caporale. 
Questa variante fu pubblicata da M. Scherillo nel 
num. 3 anno I del G. B. Basile sotto il titolo : / 
canti popolari nell'Opera buffa, segnata col num. LX. 
Oliva, Lo cast ietto sacche] alo, (1722) atto III, se. (i*. 
O suonno suonno, viene da lo monto, 
Viènece palla d'oio e dàlie 'nfronte; 
E dàlie 'nfronte e non faciro male. 
Si crepa non me 'mporta manco sale, 

Viènece suonno e biene a chi te chiamnia 
Schiatta lo patre e stia bona la mamma. 
Quest' altra variante fu anche pubblicata dallo stesso 
Scherillo prima nel nostio G B Basile (anno I, 
N. 1) segnata col num XXIV, e poi in appendice 
all'opera: Storia letteraria delT opera buffa napo- 
litana , sotto il titolo di: Alcune canzonette popolari 
ricavate dai libretti d'opera buffa. 

20. 

Nonna nonnòooooo. 
Viènece, suonno, e te voglio parare (66) ; 
Te voglio dare di' (67) tiirnise (6S) 1' ora 
Ogno (69) doie ore te dongo (70) di' rane (71). 
A iioco a poco te faccio signore. 
I' te faccio signore de lu bene. 
Quanto lu mare ne porta e no tene. 

(<)<)) Pavare, pagare. 
(<;7) Di', due. 

(<>8) Turnise, tornesi Moneta napoletana di ramo. 
(()!)) Ofine, ogni. Ad ogne condi/iono. Brun. Latini , 
Tesor. 

(70) Dongo, dò. 

(71) Di' rane, duo grani. Moneta napoletana di rame. 



— 15 — 

Ne porta e tene de li mmereanzie : 
Tutte 1' avesse chesta figlia mia (72). 

(72) Tmbriani, Canti pop. avellinesi, pag. 99, CLXXXVIII 
(XIV). 

Vienici, siionno, ti voglio pagare 
Ti voglio dare dui tornisi l'ora: 
Ogni doje ore ti donco tre grana; 
'Ncapo de l'anno ti truovì riccone. 
Variante pomiglianese: 

— Viene, suonno, te voglio pavaro : 
Rui torni se a l'ora te voglio dare. 
Ogni doje ora sonco doje 'rane 
A poco a poco te faccio signore. 

21. 

Nonna, nonua, nonna, nunnarellòooooo. 
Tutte so' brutte e 'stu figliu mio è bello. 
'Stu figliu mio è malo 'mp arato, 
E nun z' addorme si nun è cantato, 
Nun è cantato da li bello donne, 
'Stu figliu mio bello mo" s' addorme. 

22. 

Nonna, nonna nunnarellòooooo. 
E, Maronna mia, ecumm'è stato 
Steva rurmeimo e me 1' hanno scetata 
Me 1' hanno scetata 'sta piccerella, 
Ma quann' è grossa s' addorme sulellii. 

Da ultimo, una reminiscenza di varie nonne , la *.ro- 
viamo in questa, che è stampata nel romanzo di 
Francesco Mastriani, intitolato: La Comare di lloi'fjo 
Loreto, a pagina 34 (Edizione Gr. Salvati), 
i'.ccola : 

Viènece, suonno, si nce vuò' venire, 
Viene; 'stu figlio mio se vo' addormire; 
Vih quante pregherie ca vo' In suonno, 
Lu chiammo a notte e isso vene aghiiiorno. 

l'ozza la sciorta toia esse' cchiù bella 
De cliella stella sì lucente e pure, 
Pozza venirte 'nzuonno 'a Commarella, 
Che vo' bene ali pòvere criature. 

Saccio ca sempe te starraggio ncore, 
Quanno addiventarrai 'nu gran signore, 
Nun me scordai lu bene 'i mamma mia 
Nun se scorda de me lu ninno mio. 

So' stato tanto tiempo addenucchiata, 
Sempe dicenno : Cielo, dàlie aiuto. 
Tutti li santi 'ncielo aggio chiammato, 
E schitto la Madonna m' ha sentuto. 



\^ ' 



IL 

SCIOGLILINGUA 



Stròppole pe' sprattechì' 'a lingua 



(1) 



1. 

'A batessa 'e Pirepilessa (2), 
Venette a Nàpule a sentì' messa. 
Se vutaie (8) 'a batessa 'e Nàpule (4) 
'Nfaccia 'a batessa 'e Pirepilessa 
Pecche si' beiiuta a Nàpule a sentì' messa, 
Pecche a Pirepelessa nun ce stanno messe (5) ? 

(1) Stroppale pe' sprattechì' 'a lengiia, scioglilingua. 

(2) Variante: 'A princepessa de Ninemenessa. 

(3) Vutaie, voltò. 

(4) I seguenti versi variano a questo modo : 

Se vutaie Nàpule e Minenienessa, 
Ca nun ce stanno messe a Minemenessa, 
Ca 'a princepessa de Minemenessa, 
Va a Nàpule pe' sentì' messa 
(6) Neil' Imbriani, Canti delle prov. mer. Voi. II, pag. 188 
è riportata la seguente variante : 
La principessa 
De Minemenessa 

Venette a Napole pe' sentì' messa, 
E se votaje Napole a Minemenessa, 
Uà no' nce stanno messe 
A Minemenessa, 
Ca 'a princepessa 
De Minemenessa 
Va a Napole pe' senti' messa. 
Questo canto, come i seguenti, è un' accozzaglia di bi- 
sticci, che si fa ripetere ai fanciulli per metterne 
a pruova la pronunzia. Se ne suole servire anche 
nei così detti gin chi di penitcnsa 



20 — 



A cuoppo cupo poco pepe cape, 
E poco pepe cape a euoppo cupo (1). 

(1) 11 d'Amlira riporta questi versi, ma non ne spiotja 
il significato di cupo. I cultori dei nostro patrio dia- 
letto interpetrano pi of ondo; ma no ! Cupo, noi sopra- 
citati voisi, bisogna iiiieiideru pieno, e trae origine 
da cnpcD'e aforosi di occupare. 
Nel Contado pistoiese, e specie i montanari, dico- 
no: Avere le mani cope, por sigiiificaro aver le mani 
piene, ingombre. 



'A matina 'e Pasca, 
'A vespa fila e 'a mosca 'nnaspa ; 
Quann' è Pasca 'Pifania, 
'A vespa 'nnaspa e 'a mosca fila. 

4. 

A tacco curto, e pure ciiroO tacco, 
E pure curto tacco a tacco curto. 



lenno, venenno, 
Mellune cuglienno ; 
Addenucchiune 
Cuglienno mellune (2). ' 

(2) Addeuncchinne, inginocchioni. 

Rossi Emmanuele: Manuale di cognizioni utili e dilet- 
tecoli, ecc. JVlilano, Tip Wilmant, 1857, pag. XII-4S;}. 
tir. pag. 456 ; 

Nel giardino del sor Andrea 
Sor Simon coton cogliea; 
Nel giardin del sor Simone 
Sor Andrea coglièa cotone. 
Stando sedendo — cotone cogliendo: 
Stando boccone— cogliendo cotone. 
E no I iporta ancora altri tre appellandoli Gli Stra- 
falcioni, e dice usarsi nei g'uoohi di penitenza 

I. Sbozzachisei fior di pesco: 
Fioi' di pesco sbozAachisci. 

II. Sopra la panca la capra campa : 
Sotto la panca la capra crepa. 

III. Tre tozzi di pan secco in tre stretto tasche 

[stanno 



- 21 - 

6. 

'Into a 'na senga de pcrtiiso de muro 
Ce sta 'na cimma de vrnòcchele crura crura : 
E tu, cimma de vruòcehele crura crura, 
Che ce faie dinto a 'sta songa de pertuso del muro ? 



'Into a 'nu palazzo 
Ce sta 'na capa de cane pazzo. 
E tu, capa de cane pazzo. 
Che ce faie dinto a 'stu palazzo ? 



'Into a tre casce, cascette, casciune , 
Stanno tre lazze, lazziette, lazzuue (1); 
E buie lazze, lazziette, lazzune, 
Che ce facite int' a 'sti ccasce, cascette, casciune ? 

(1) Lazze, lacci, lazziette dlinin., lazzxine accrescitivo. 

9. 

Lu princepe de Caiazzo. 
Venette a Nàpule p' accatta' tazze. 
Se \utaie Nàpule e Caiazzo, 
Ca a Caiazzo nu' ce stanno tazze, 
Ca lu princepe de Caiazzo 
Va a Nàpule p' accatta' tazze ! 

10. 

'O ppane 'e Puzzule 
É scarzo e crudo 
E chello 'e Palazzo 
É crudo e scarzo. 

11. 

Santu Martino 
Me mena 'nu piro. 
'Nu piro peracchio 
'Nu cugno e 'nu cacchio. 
'Nu cacchio e 'nu cugno 
E 'na piro cutugno. 

12. 

Sotto Palazzo 
Ce sta 'na capa de cane pazzo. 
Datele mazze e jjane 
A 'sta capa de pazzo cane. 



— 22 — 

13. 

Tre casce, tre frezze, tre trezze (1), 
Tre còfene 'e munnezza (2) ; 
Tre trezze 'iitrezzate 
Tre còfene 'ncufanate, 
Tre casce 'ncasciate, 
Tre frezzu "ufrezzate (8) 

(1) Presse, frecce; trezze, trecce. 

(2) Mnnnezzu, immondizia, spazzatura. 

(3; Identico nell'Imbriani, op. cit voi. 2**. pa^r. 188. 

14. 

Trentatrè tenghe fritte 
E fritte tenghe trentatrè. 



III. 

« 

GIUOCHI FANCIULLESCH 



ITJOCXIS 'E CieiJ^TUISE (1) 



Quelle più innocenfi ricreazioni che face 
vano la delizia dei nostri vecchi e del 
fanciulli sono passate di moda. 

Thouar. 



' A gallina zoppa zoppa, 
Quanta jienne tene 'ngroppa (2) ? 
E ne tene vinti quatto 
Una, doie, trei e quatto (8). 

(1) Inoclic de crialnre, gnagliiine, piccerillc , bardasce : 
giuochi fanciulleschi. 

(2) Variante: Quanta penne tene 'ncoppa ? 
PiTRÈ. Bibl. voi. II, pan;. 2S, canto 78C: 

Gaddinedda zoppa zoppa, 
Quantu pènni teni 'ncoppa ? 
E nni teni vintiquattru: 
Una, rui, tri e quattru. 
Sabatini, Saggio di' cauti popolari romani, canto 89» 
pag. 39 : 

Grallina zòppa zòppa: 
Quante pènne pòrti 'groppa ? 
Ce né tiengo ventiquattro: 
Una, diia, tré e quéittro. 
Imbriani, Canti pop. avellinesi, pag. 78, CLVII (VI)"- 
Gallina zoppa zoppa, 
Quanta penne puorti ncoppa ? 
Ne porto vintitrè : 
Una, due e tre. 
Tmbrtant, L. Canzonette infantili pomiglianesi, pag. 
4, canto IV : 



— 26 — 

Rallina zoppa zoppa, 

Quanta penne tiene 'ncoppa ? 

— « Ne tengo vintiquatte: 

« Una, doie, troie e quatte. 

« Quatte e belle e cucherecù 

' Jesce 'a fere, apochia tu. - — 
(3) Il presente canto dicesi pizzicando le falangi delle 
dita ai bambini per baloccarli. Beno inteso però che la 
mano deve stare aperta e poggiala , o nelle ginocchia 
della persona la quale diverie il fanciullo, o su d' una 
tavola, sedia od altro. 

2. 

Anduvina 'nduvinella 
A do' sta la mia Rurella, 
'A cà o 'a là ? 
AuduA'ineci a do' sta (1). 

(1) Questo giuoco consiste nel fare indovinare , in 
quale delle due mani stia una moneta od altro già pre- 
cedentemente nascostovi. Nel ripetere il canto i pugni 
si girano l'uno intorno all'ai ti-o. 



Aniello, 
Fiore d' aniello 
Longa-ciavano, 
Acrida-peducchie, 
E sona-campane, 
Ndi... nda... mbo... (2) 

(2) Questo canto dicesi prendendo ad uno ad uno, co- 
minciando dal mignolo, le dita della mano e piegandole; 
giunto al pollice si dà a tutta la mano una forte scossa 
detta scampaniata. 

La Via Bonelli , Giuochi fanc. nicosiani di Sicilia , 
(Vedi Arch. per lo studio della trad.pop.) Voi. VI, p. 409: 
Didu-dideddu 
Sciuru d'aneddu, 
Longu villanu , 
Lioca pignatt', 
E scaccia pedocchi, 
Vigo., Race, ampliss. n. 4067. 
FiNAMORE, Vedi Archivio ecc. Voi. TI. p. 544: 
Pire, pirelle 
Fióre de 'néWi 
Sfascia cambane 
Lecca murtale 
'Cciacca pedòcchie. 



— 27 — 

4. 

— Arapiteme 'sti pporte. 
E lassàtemo passa' — 

'E pporte stanno aperte ; 
jil patrone chi vo' passa' ! — 

— Me mecco paura d' 'a Baia Petrosa (1) 
Ca nun ze piglia li tre figliole. — 

— 'E tre figliole songo 'nnurate, 
E paura nun ce ne sta (2). — 

(1) Raia Petrosa o Peirona, razza pieti-08a,sorta di pesce: 
Dasijbatis cluvata dei Latini o Ruie bonclée dei Francesi. 
(2 II Galiani , o chi per hii (V. Amalfi, Dubbi sul 
Gaìiuni, Fi-.IH Bocca, Torino) nel suo libro Del dialetto 
napoletano (edizione seconda. jN"apoli, Poi-celli, 1789. 8" 
pag XV- 199) a pag. 117-llS, dà al sudetto giuoco la 
variante e la spiegazione seguenti : 
Aprite aprite porte 
A povero Farcone. 
« Questa canzone si canta ancor oggi facendo un giuo- 
« co, in cui tutti si tengono per mano girando in cerchio, 
« e lasciando uno in mezzo, il quale deve tentar di scap- 
« pare, passando sotto le braccia di taluna di quelle 
« coppie. Dopo cantati i sopraddetti versi da colui, che 
• sta in mezzo, il coro alza quanto più può le braccia, 
« ma senza disgiunger le mani, e replica : 
Le porte stanno aperte 
Si Farcene volo entrare. 
« Se in quel momento a chi sta in mozzo riesce fug- 
« gire per un di que' varchi prima che lo arrestino le 
« l)raccia congiunte , che prontamente si abbassano ad 
« atiraversarglielo, vince; altrimenti torna dentro, e si 
<v continua il giuoco. Ci pare giuoco antichissimo. Il 
« nome di Falcone si dà a quel di mezzo, come se stesse 
« inchiuso in una gabbia. » 
Imbriani, Canti pop. avellinesi, i^sl^. 106, CLXYI(XV): 
« Porta, portellina. 
« Apritemi 'ste porte. » — 

— « Le porte sonco aperte; 

« E chi nei vele entra' ?» — 

— « Mmi metto paura 
« De li mariuoli, 

« Che no' mm'arrobbano 
« I mmiei figliuoli. » — 

« I tui figliuoli so' arrobbati, 
« Si' cornuto e mazziato » — 
IVE Canti pop. istriani, pag. 284, canto 4: 

— « Verzì li puorte • ? — 

— « Li puorte xi rute ». — 



— 28 — 

— « File cutiQa ». — 

— « Tanti anzuli puossa passa; 
Paniti, paniti, paniti ». — 

FiNAMORE, Canti pop. abruzzesi, pag. 326-327. (In ap- 
pendice al vocabolario dell'uso abruzzese. Lanciano, 1880): 

Le Mulinare, ballo col canto 
e Si mettono in fila piìi persone, senza distinzione d^ 
« sesso, l'una dietro 1' altra, ed a distanza di circa cin" 
« que metri , altre due tenendosi strette le mani , e di 
« buon mezzo metro l'una separata dall'altra — Le per- 
« sene della fila incominciano a cantare in coro: 
Le bbóne milinare: 
Da, àmbrece le pòrte, 
Da, àoibrece le pòrte 
« I due dirimpetto rispondono: 

Le pòrte sta mbambèrne, 
Yì déndre chi vo' 'udrà'. 
Ca le pòrte se vo' serrai, 
Ca le pòrte se vo' serrii'. 
« La lunora fila ripiglia : 

Ce vòjje 'ndràre ji' 
Che la farina mije. 
Che la farina mìje. 

Ajje paure de Minzignóre 
Che n'n mm' ammazz' a ssól' a ssóle, 
Che n'n mm' ammazz' a ssól' a ssóle. 
« I due ripigliano : 

Minzignór' a jìt' a ccacce; 
Une di vu' sarét' ammiizze, 
Une di vu' sarét' ammàzze. 

Arrét', arrét', arróte, 
Fuggi', fugge, mo' ve' la prète, 
Fugge, fugge, mo' ve, la prete. 
€ Finito il canto, i due si voltano di fronte, e stanno 
« con le braccia allungate e le mani dell'uno unite a 
« quelle dell' altro. Poi , tutti coloro ordinati in fila si 
« curvano senza staccarsi, e di fuga corrono verso i due, 
e passando sotto le loro braccia distese a modo di giogo; 
« ed uno ad arbitrio de' due, rimane prigioniero, e così 
« finisce lo spasso 

« Questo ballo ritrae 1 tempi feudali, quando per mo- 
« tivi di poco momento si accendeva una guerricciuola, 
€ e per timore del nemico era mestieri chiuder le porte 
« del Castello. — Ifel ballo si rappresenta una mano di 
€ nemici che voleva forse penetrare sotto nome di rao- 
« linari e portatori «di farina. Scoperti dalla insidia, si 
< mettono .a fuggire onde evitare di essere schiacciati 
« dal macigno legato a capo della gradinata del castello, 
€ e nella fuga son fatti prigionieri. 

(Cfr., anche, Gr. E. Bideri" : Passeggiata per Napoli e 
Contorni, Napoli, 184445, voi 2. -Vedi pag. 85.) 



- 29 - 

5. 

Arri arri, cavalluccio, 
Ce ne iamiuo a Murcugliauo (1) 
Ci accattammo 'nu bello ciuccio (2), 
Arri arri, cavalluccio. 
Arri arri, 

Zi' mòneco va a cavallo, 
E hi ciuccio nun puteva, 
E zi' mònaco s' accedeva (3). 

(1) Yariante: Quanno arrive a Mercugliano 
Ovvero: Ce ne iammo a chillu chiano. 

(2) "Variante: Ci accattammo li ceappiicce. 

3) Imbriani, Canti pop. avelline si. pag. 108, CLII d). 
Arri arri arri 
E zi' monico a cavallo; 
Lo ciuccio no' correva, 
E zi' monico ss'accideva; 
Ss'accideva co' lo cortiello, 
E zi' monico poveriello. 
Questo canto dicesi ponendo il fanciullo a cavalcioni 
sulle ginocchia e agitandolo in guisa del trotto dei ca- 
valli. L'ultimo verso poi si ripete tre o più volte 

6. 

Arri arri a Nàpule, 
Cu' lu ciuccio càrreco ; 
E càrreco de vino, 
E ghiarri iarri a casa mia. 
7. 

A la guerra a la guerra 
Se va pe' mare e se vene pe' terra. 
Li surdate de lu Papa, 
Pe' sparare 'nu cannone. 
Ce ne vonno 'nu mellone, 



Belli guagliune ca state da sotto. 
Tenìteve astri nte e nun ve lassate ! 
Pìzzeca cà, 
Pìzzeca là. 

Sotto Caserta Nicola ce sta 
Sotto Caserta vulimmo passa' (4), 

(4) Questo giuoco dicesi Pissecarò o Pissecandò e con- 
siste nel tenersi stretti per le braccia varii fanciulli, altri 
salgono sulle loro spalle e, tenendosi allo stesso modo, 
girano e lipetono il sudetto canto fVedi Gr. E. Bideri. 
Passeggiata ecc. pag. 48-4 9). 



— 30 — 

9. 

Catenella, catenella, 
Quanno muore vai a 1' inferno. 
A eroe' 'e san Griuvanne (1) 
Haie quatto curtellate 'ncanne, 
O a me o a te (2). 

(1) Croce di San Giovanni , una delle vie del comune 
di San Giovanni a Teduccio. 

(2/ Si vuoi lipetere questo canto, quasi giuramento 
d'una fede data, tenendosi afferrati scambievolmente due 
fanciulli col dito mignolo. 

10. 
Ce steva 'na vota 
'Nu mònaco devoto (3) 
Dinto a 'na cella, 
Teneva 'e saciccelle (4), 
Ietta 'na gatta 
Se ne magna e quatto, 
Venette 'o priore cu' 'nu turceturo (5), 
C 'e facette caca' a un' a una (6). 

(3) Variarne: 'IS'u mònaco cerevoto. 

(4; Variante: Se mangiate 'e saciccelle, 

lette 'o priore cu' 'nu turceturo 
C 'e facette caca' a un" a una. 

(5) Tnrceinro , fune ritorta e raddoppiata o un fazzo- 
letto con uno o più nodi alla punta. 

(6) Si usa farlo ai ragazzi, quando si promett ■ loro 
di raccontare un fattarello e non lo si racconta mai. 

Un canto di Palena (.Abruzzo; edito dal CaSKTTI ed 
iMBt.iANi, Canti delle prov. meridionali, Voi. II, pag. 187: 
Ce staiv' 'na volta eun' 
Che teneiv' 'na sagna, 'n cheur': 
Ju guall' pizzecaiv', 
E la sagna sse n'arrentraiv'. 

11. 
Ce steva 'na vota 
'Xu viecchio e 'na vecchia, 
Adderete a 'nu specchio 
Eusecanno fave vecchie (7), 
E dicevano 'na curona (8), 
Uh che pallone ! uh che pallone (9) ! 

(7) Variante. Rusecàveno fave vecchie. 

(8j Dìcere ''na curona , recitare un rosario : ma non è 
usato generalmente. 

(9; Canto che, al pari del 12°, si dice nella stossa oc- 
sione del precedente. 



— 31 - 

12. 

Ce steva 'na vota (1) 
'Nu viecchio e 'na vecchia 
'Ncoppa a 'nu monte . . . 
Aspetta 'nu poco, ca mo t' 'o conto (2) ! 

Questo e il precedente formano un sol canto nell'lM- 
BRiANi, cit. voi. 2° pag. 187: 

I^ce steva 'na vota 
'J^u viecchio e 'na vecchia, 

'Ncoppa a 'nu monte 

Statte zitte ca mo' te lu conto. 

'IN'ce steva 'na vota 

'~Nu viecchio e 'na vecchia, 

'Rete a 'nu specchio; 

E rrosecavano fave vecchie, 

E dicevano 'na curona... . 

Uh che pallone ! uh che pallone ! 

(1) Un canto di Bovino ( Capitanata ), edito dal Ca" 
SETTI ed Imbriani , Canti delle prov. meridionali, Toh II» 
pag. 188: 

Ce staiv' 'na vota 
'Nu viecchio e 'na vecchia, 

Sopa 'nu mont' 

Statt' citt', ca mo' te Faccont'. 

(2) Varia questo verso ai seguenti due modi : 

Aspetta 'nu poco ca mo' te lu conto. 
Aspetta 'nu poco ca mo' te conto 

13. 

~- Che ne vuò' d' 'e ddonne tu ? 
-- Che ne vuò' d' 'e ddonne me' (3) ? 

— I' ne voglio chilli capille, 

— Li capille che ne faie tu ? 

— Facimm' 'o dicotto pe' don Camillo. 
E àcheti me' : be... re-., be... te... bè (4). 

— Che ne vuò' d' 'e ddonne tu ? 

— Che ne vuò' d" 'e ddonne me' ? 

— I' ne voglio chella panza. 

— Chella panza che ne faie tu 'ì 

— Facimm' 'o tammurro p' "o Re de Franza. 
E àcheti me' : be... re... be... te... bè. 

(3j Me' apocope di meie, mie. 

(4) Con quell'acce// me'' ignoriamo che cosa voglia in- 
tendere. 



— 32 — 

— Che ne vuò' d" 'e ddonne tu 'ì 

— Che ne vuò' d' 'e ddonne me' ? 

— I' ne voglio ch«3lli stentine. 

— Li stentine che ne faie tu ? 

— Facimmo corde p' 'o riuline. 

E àcheti me' : be... re... be... te... bè. 

— Che ne vuò' d' 'e ddonne tu ? 

— Che no vuò' d' 'e ddonne me' ? 

— I' ne voglio chella capa (1). 

— Chella capa che ne faie tu ? 

— Facimmo' 'o tammurro p' 'o Re e 'o Papa. 
E àcheti me': be... re... be... te... bè (2). 

(1) Capa, capo, testa. 

(2) Le fanciulle che giuocano si dividono in due 
schiere e si situano in due linee le une di rimpetto alle 
altre, tenendosi per le mani. Nel ripetere il canto vanno, 
alternativamente, accostandosi, nominando volta per volta 
varie parti del corpo. 

14. 
Cliisto vo' 'o ppane, 
Chisto dice nun ce n' è, 
Chisto dice va arrobba (3), 
Chisto dice i' t' accuso, 
Chisto dice 'mpizz' 'a capa 'into (4) ò pertuso (5). 

(3) Va àrrobba, va lo ruba. 

(4) 'Info, dentro. 

(5) Dicesi prendendo ad uno ad uno , incominciando 
dal mignolo, le dita della mano del bambino. Seri-ate 
così le prime quattro, giunto al pollice, lo si chiude in 
quel po' di vuoto che resta tra le dita e la palma. In 
Venezia e Toscana s'incomiucia dal pollice. 

Dalmedico, Ninne-nauìte e giuochi inf. ven., pag. 34; 
(Segnando col dito mignolo dei circoletti sulla palma 
della mano del bambino) 

Campièlo, campiòleto. 
M' è nato un porceleto. 
(Prendendo ad uno ad uno, incominciando dal pollice , 
le dita del bambino) 

Questo 1' à visto. 
St' altro l' a scortegà'. 
Questo l' à ceto, 
St' altro r à magna. 
A questo, povero picenin, 
Non ghe ne teca guanta un fregolin. 
E in Toscana, riportato dal Dalmedioo, a pag. 36: 
Mano, mano piazza, 
Ci passò una lepre pazza. 



— 33 — 

Questo la vedde , 

Questo Taramazzò. 

Questo la soortieò. 

Questo andò por il pine e por il vino, 

A questo non gli rimase neppure un gocciolino. 

15. 

— Criature 'mpasse 'rapasse ! 
Criature 'mpasse 'mpasse ! 

— E ma vuie a chi vulete? 
E ma vuie a chi vulete ? 

— E i' voglio a Nunziella, 
E i' voglio a Nunziella. 

— E ma vuie. che n' 'ite (1) a tà' *? 
E ma vuie che n' 'ite a fa' ? 

— I' 'a voglio maretà'. 
I' a voglio m^aretà'. 

E e' (2) 'o zi e' 'o zi. . chi za ! 

— Pigliatevella eh' è robba vosta, 
Pigliatevella eh' è robba vosta. 
Cuchericìi non ce n' è chiù. 
Cuchericù nun ce n' è chiù (3). 

(1) ''Ite, aferesi di avite, avete. 

(2) C", con. 

(3) Questo canto si ripete nel modo seguente. Da 
una schiera di fanciulle pronte di giuncare so ne di- 
stacca una, la quale postasi di rimpetto alle altre dice 
i primi duo versi del canto accostandosi alle compagne 
Queste ripetono allo stesso modo, e al nome di quella 
fra di loro indicata dalla prima, e che nel canto è chia- 
mata Nunsiella (o altro nome), gliela cedono cantando : 

Pigliatevella eh' è robba vosta. 
Così si continua finché delle prime non ne resta che 
una sola, la quale chiude il canto con gli ultimi due 
versi. 

16. 

— Comma., 'na fronn' àruta ! 

— Pe' chi serve ? 

— P' 'a figli' r' 'à cummara, 

— Quaut' è longa ? 

— 'Na màneca 'e paletta 

— Passe pe' sotto' a la mia bacchetta ! 

17. 

Dinto a chesta manella 
Ce sta 'na funtanella, 



— 34 — 

Ce vèveno 'e paparelle, 
Più, più, più (1). 

(1) Dicesi fregando con l' indice in mezzo slla palma 
della mano. 

18. 

lammo a du mamma (2) : 
Mamma coce penne. 
Penne uun zo' (3) eotte 
E mangiàmmeee 'iia recotta. 
'Na recotta n' (4) è iellata 
E mangiàmmeee 'na 'nzalata. 
'A 'nzalata non e' è iioglio 
E chiammammo a Mastu 'Mbruoglio, 
Mastu 'Mbruoglio è gliluto à messa 
E cu' quatto princepesse, 
E cu' quatto cavallucce, 
Musso 'e vacca e musso 'e ciuccio (5). 

(2) Jammo a du mamma, andiamo dalla mamma. 

(S) Zo' sono. Quante volte la s è preceduta da n co- 
stantemente in dialetto napoletano mutasi in s. 

(4) i\^', non. Anche in italiano sovente s'usa 1' n sera- 
plico per non; come «' è vero ? per non è vero ? 

€ La ragione che in dio n' ha nul tempo. » Brunetto 
Laliìxì. Del Tesoro volgari83atoXi\hvo primo edito sul più 
antico de' codici noti, raffrontato con pili altri e col testo 
originale francese da Roberto de Visiani. Bologna, presso 
Gaetano Romagnoli, 1869. 

(5) Questo canto dicesi allo stesso modo del 6". Vedi 
nota 10*. 

19. 

lesce iesce (6), corna, 
Ca màmmeta (7) te scorna (8), 
Te scorna 'ucopp' a 1' àsteco (9) 
E te fa 'nu figlio màsculo (10). 

(6) Iesce, esci. 

(7) Màmmeta, tua madre. E mammala ti venne a ga- 
stigare, GuiD. Orlan , sou. 

(8) Te scorna, ti rompe le corna. 

(9) Asteco, altana 

(10) Questo canto, accennato dal Sì!.rio nell'opuscolo 
intitolato: Lo Vernacchio, a pag. 41, ripetesi dai fanciulli 
ponendo una chiocciola su di un luogo qualunque anch'i 
nella palma della mano . Huchè essa non cacci le cosi 
dette corna, che sono i due tentacoli. 

PiTRÈ, op. cit. voi. II., canto 739, pag. 31 : 



— 35 — 

Nesci, li corna ca 'a mamma veni, 
E t'adduna li cannileri 

Nesci li corna ca 'a mamma veni, 
E t'afldiina li cannileri. 
Sul Lago di Como : 

Lùmaga, lùmaga. 
Cascia fora i corni 
Vognerà el bobò 
Te tajarà via el co. 
In Provenza : 

Calimacon, borgne, 
Montre-raoi ta corno. 
Si tu ne me la mentre pas, 
J' orai chez ton papa, 
Qui est dans la fosse 
A cueillir des roses. 
Dalmedico, Ninne-nanne e ginoc. inf. ven. pag. 3: 
Bovolo, bovolo canariòl, 
Tira fora i to corni. 

E se no '1 li tirarà 
Ca' del diavolo lu andarà. — 
Francese : 

Calimagon borgne 
Montre-moi tes cornes. 
Toscano : 

Chiocciola, chiocciola marinella. 
Tira fuori le tue Cornelia; 

E se non le tirerai, 
Calci e pugni toccherai. 
OVVERO : 
Chiocciola, chiocciola, vien da me ; 
Ti darò i pan d' i re, 

E dell' ova affrittellate, 
Carni secche e bucherate. 

Luigia Candidi, nel giornale settimanale « L'Emporio 
pittoresco^, anno IV, N. 165 (I8tì7) , sotto il titolo di: 
Trattenimenti scientifici, riporta alcuni brani di canti di 
varii popoli, fra cui troviamo quanto segue, riguardo a 
Napoli. I bambini di Napoli cantano alle lumache: 
Jesce, jesce corna, 
Ca mammeta te scorna, ecc. 
In Francia dicono allo scarabeo : 
Bel hanneton, envole tei. 
V la midi qui sonno, ecc. 
I Tartari cantano un inno alle ninfe, specie di piante 
acquatiche a grandi foglie : 

Um ! mane pane, um ! 
Cioè : 

Oh! perla ninfa, oh! ,. • • 

Dalmedico, Della fratellanza dei popoli nelle tradi&ioni 
comuni, pag. 43 : 



36 — 

Lago d' Iseo ; 

Lumaga, bota caregn, 
Ch' ei te ciama quei de Boregn, 
Ch' ei te ciazna quei de Su, 
Bota £ó i tó cornac iu. 

Cantone di "Vaud : 

Cerne, biborne, 
Montre-raoi les cornos; 
Si tu me les mentre pas 
le te jette en bas, 
Germania : 

Liebes Schnekeben, komm heraus 
Steck deìn vier HOrnerchen aus; 
Willst du sie nicht ausstrecken 
Will ich dein Haus zerbrechen. . 
Ed una variante di Firenze : 

IJumaehino, iumachino, 
Ch' hai soltanto un occhiolino 
Mostra, mostra le tuo corna; 
E se non le mostrerai, 
~Nè tuo padre né tua madre, 
Liimachin, conoscerai. 
Oliva, L'ammore fedele (1722) atto II, se. 7^. 
Jesce jesce, maruzzella, 
Caccia ccà sse cornecella, 
Ca le bboglio regalare 
A chi volo male a mme. 
Pubblicata anche dallo Scherillo nel Giambaitista Ba- 
sile, anno i^rimo , num. 1, nell'articolo : / canti popolari 
neir opera t-iijfa. 

Imbriani, L. CanBonette inf. pom., pag. !), cauto XXVII. 
lesce, iesce, corna, 
E ca màmmete te scorna. 
E te scorna 'ngopp' a l'asteche (lastrico) 
E faje 'e figlie mascule. 
Imbriani, Canti pop. avellinesi, pag. 77. cant. CLIII (II): 
Ciama, ciammarruca, 
Vidi màmmeta addò' è ghiuta ! 
È ghiula a lo molino 
A fa' la pappa a i polecini. 
Basile, Pentanierone, II, 7 - « Lo Prencepe. . stanno 
« dinto e lo vosco sperduto da le gente soje, scontrale 
€ *na bella figliola che leva coglienno maruzzo e piglian- 
« uose gusto diceva : 

Iesce iesce corna 
Ca mammeta te scorna 
Te scorna ncopp' a l'astreco 
Che fa lo figlio mascolo » 



— 37 — 

20. 

Mana, (1) mana móscia 
E che Dio 1' ha camposta. 
De pane e de vino 
E de caso pecurino (i!)- 

(1) Mana . mano. La damigella gli prese la mana . 
Pulci Morg. Magg cant. XI, st. 10. E 'n sulla croce 
poneva la mana. Id. Cant. XII, st. 15. 

(■J) Questo canto si dice pigliando la mano del fan- 
ciullo e dando leggiere scosse sussultorie nella palma. 

21. 

— Miscio miscillo. 
Gatto gattillo, 
Che pappaste sera ì 

— Pane e casillo, 

— E nun ne diste niente a me 'ì 

— E fruste, miscillo, fruste, miscillo ('ò). 

(3) "Chi vuol baloccare il fanciullo con questo canto 
no tiene le mani pei polsi e con esso carezza ora le sue, 
ora le goto del bimbo. All'ultimo verso gliele passa più 
volte per faccia a mo' di leggieri schiaffi. 

22. 

'Ndrenghe, 'ndrenghe, 'ndrenghe, 
Baccalà, sarache e arenghe ! 
Fatte fora ca te mengo, 
Fatte fora cu' 'sta varchetta, 
Fatte fora eh' è maretta (4). 

(4) Dicesi ponendo il bambino nelle braccia e dime- 
nandolo quasi si volesse buttar via. 

23. 

Pire pire botte 
Scàrreca valluotte : 
Pire pire pire 
E scàrreca yarrile (5). 

(5) Questo canto si usa allo stesso modo del 5°, però 
nel ripetere l'ultimo verso si allargano le gambe così da 
farvi cadere in mezzo il bambino 

Serio, Lo Vernacchio, pag. 43, riporta la seguente va- 
riante : 

Piripiribotta. 
Scàrreca la votta, 
Piripiribino, 
Scàrreca lo vino. 



— -38 — 

24. 

Piri pirì sette 
E lu cràpio a balletto. 
Lu cràpio e lu cràpio 
E la pizza (1) cu' la pàpera (2). 
La pizza e la pizza 
E lu cuoll/ che se ne sghizza (•>). 
Lu cuoUo e lu cuollo 
E li vruòccliele cu' 1' uoglio. 
Li vruòcchel' e li vruòcchele 
E 'na spina fatt' à zuòcchele. 
'Na spina e 'na spina 
E 'nu votto (4) de vino. 
'Nu votto e 'nu votto 
E 'na vacca chiatta (5) e grossa. 
'Na vacca e 'na vacca 
E 'nu lietto cu' 'n' ata vacca. 
'Nu lietto e 'nu lietto 
E 'nu cuoppo de ciìufiette. 
'Nu cuopp' e 'nu cuoppo 
E 'nu fècheto (6) de puorco. 
'Nu fècheto e 'nu fècheto 
E lu gallo cu' r arècheta (7). 
'Nu gallo e 'nu gallo 
E zi' (8) mòneco va a cavallo (9). 

(1) Pi33a, schiacciata, 

(2) Pàpera, oca. 

(3) Sghi33are , vale staccarseno a pezzi , e qui stac 
carsi a pezzi la carne dal collo. 

(4) Votto, ciotto. 

(6) Chiatta, pingue, grassa. 

(6) Fècheto, fegato. 

(7) Arècheta, origano. 

(8) Zi', apocope, di zio, o zia 

(9) Questo suol dirsi alla stessa maniera dei canti 5 
e 18. Voler poi intendere il senso di tutta l'accozzaglia 
delle parole sarebbe lo stesso che tentare di sciogliere 
un enigma della Sfinge. 

25. 

Piri piri stella (10), 
Marenaro, vottannella. 
E che plreto fetente 
Che ce tiene 'into a 'stu ventre ? 
— Ce tengo quatto alice, 

(10) Variante : Pumo, pumo stcdia. 



- 39 — 

E quatto fragaglie ; 

— Yene 'o mièdeco e te 'ntaglia, 

E te 'ntaglia e' 'o rasulo 

A chi te... ne 'a pe... sta 'iicu...lo (1) ! 

26. 
Pise' e pisello ; 
Calore aceussl bello ! 
Calore accussì fino ! 
Pe' santa Martino, 
La bella mal in ara 
Che saglia 'ncoppa 'à scala. 
'A scala ci' 'o pav^one, 
'A penna d" 'o piccione. 
Bella zitella, 

Che ghiuoche à chiastetella 
C 'o figlio d' 'o Re. 
Tira chista pede 
Ch' attocca a te (2). 

(1) Canto col quale i ragazzi credono di scoprire tra 
loro chi abbia fatto la scorreggia. 

(2) Si mettono varii fanciulli seduti in fila, accostano 
i piedi gli uni agli altri, ed il fanciullo, che sta nel di- 
nanzi levato, toccando le scarpo di ciascuno , comincia 
a dire il canto Col proferire il penultimo ed ultimo 
verso, il piede che vien toccato dev'essere ritirato Ec- 
cone intanto una variante , raccolta in Giugliano in 
Campania : 

Pis' e pisello, 

Calore re cannella, 

Cannella, russo fino, 

E Santa Martino. 

Cu' 'na penna 'ncurunato 

Maria 'mmiezo ò Mercato 

Tir;), pavò, tira, picció, tiro 'o pere e a te no ! 
Pjtrè, voi II, pag. 20. canto 766 : 
Pisa, pieedda, 

Culura di cannedda, 

Cannedda era fina. 

Di santa Marina; 

Marina mulinara, 

Ddà cc'era 'na scala; 

'Na scala pi' favuri. 

'Na pinna pi picciuni, 

Nesci fora e vola ccà. 

Olèl 
Dalmedico. Ninne-nanne e gino. inf. ven. pag. 38 e 39. 
Nadalin, 

Perraentin, 

Beco storto, 



— 40 — 

Fora (lo l'orto : 
Scondi '1 pie, 
Che ti ex coto. 
In Toscana : 

Pis' e pisello : 
L'amore è così bello! 
Salta Marino. 
La beila luminara! 
Sali sulla scala. 
La scala e lo scalone 
La penna del picci'nio. 
Gioca, bella, 
Tira su la tua ciantella. 

27. 
Pizzi pizzi Trànculo (I). 
E la morte de san Trànculo, 
E san Trànculo e Pipino 
E li pòvere pellerine, 
Pellerine a curaparè' 
'Nnanz' a porta de lu Re (2), 
E lu Re abbascio à purtella : 
Parlarò, parlarò (8) ; 
Chi è bella iesce fora, 
Esce for' a lu Giardino. 
Pizza dece eh' 'e (B bis) tagliuline (4) ! 

(1) Trànculo. forse corru/.ioiio di AgnoWi <> Aiii'inlo 
i2) Variante: A la porta de lu re, 

(3) Variante: Palla d'oro, palla d'oro 

(3 bis) ^U per io gli. « Tagliatasi e capelli, e preso 
abito d'uomo eco. ■ Zambrini. Trattato delia moglie e della 
concordia; scrittura del buon secolo di nostra lingua. 
Bologna. Regia Tipografia , 18'ii. (Per nozze Zambrini- 
Lolli). 

Variante : 

Pizzi pizzi tràngolo, 
E la porta de sant' angolo, 
E sant' angolo o pipì 
E la porta sarracì. 
Curro e cucurre 
'Auza lu pedo e curre 
E curre a lo mercato 
Accattare la 'nzalata. 
Imbiu.^ni, Cauti pop. avellinesi, pag. lUS. CLXV ^XIV): 
Palla, palla d'oro. 
Chi ò cchiù bella esce t'oro. 
Esce fere a Io giaidino, 
A spara' la carrobina; 
A spara' li t ricchi-tracchi, 
Una dui tre e (piatte. 

(4) PlTRÈ, voi. II, pag- 26, canto 777; 



- 4Ì -^ 

Pizzu pizzu fianca, 
E la morti di Su Francu; 
Franca e Pippina, 
La morti 'i Sarafinu; 
Sarafinu vinnia pani, 
Tatti 'i muschi s'allapparu. 
Tal laro, tal laro 
Nesci fora d' 'u jardinu 
Oh chi oruri 'i gesumiau 1 

28. 

Saccio 'na bella canzone 
De gallo e de capone ; 
Aissera (1) la cantale 
'Nnanz' a munzignore. 
Munzignore facette 'nu pìreto (2) 
E ghiette 'mniocca a Mineco (3) 
Mìneco fuiette (4) 
E lassale (5) 'a port' aperta. 
Yenette 'o mariuolo, 
S' arrubbaie 'o ferraiuolo. 
Venette 'o marranchino (6) 
S' arrubaie tutt' 'e galline, 
lammo cliiii 'ncoppa (7) 
E truvammo 'na gatta morta. 
Pacimniela fella fella (8) 
E purtàmmel' il si' (9) gabella (10). 
Si' Sabella è ghiut' (11) à messa 
E cu' quatto princepesse 
E cu' quatto cavallucce 
Musso 'e vacca e musso 'e ciuccio (12). 

(1) Aissera, iera sera. 

(2) Pìreto, peto, ventosità 

(3) Mìneco. Domenico. 

(4) Fuiette, fuggì. 

(5) Lassate, lasciò, 

(6) Marranchino, ladro, malandrino. Ma in Napoli di 
cesi: Menar' 'o marranchino che vale prondei-si una por- 
zione di un i tal cosa nascostamente avanti a persone : 
e marranchino è quello che ruba. Donde la fraso ita- 
liana occhi marrani, occhi furbi. Forse marranchino deve 
essere qualche istrumento uncinalo per tirare coso lon- 
tane vicino a sé, o, probabilmente , una piccola marra. 

{!) ^Ncoppa, sopra. 

(8) Facìmmela fella fella, facciamola fetta fetta. 

(9) Sf o Siè, apocope di signora. 

(10) Sabella, Isabella. 

6 



- 42 - 

(11) È ghiiita, è andata. 

(12) Vedi la nota 10* al canto 5° 
PiTRÈ. Voi. II, pag. 22, canto 769. 

Sacelli 'na canzuna 
Di peri e di capuna, 
Capuna a qiiattni peri 
Chiamatimi a Micheli: 

— Micheli e picciriddii 

— Chiamatimi a Turiddii. 

— Turriddu è malata. 
Affaccia la zita, 
Vistnta di sita, 
Affaccia la cugnata, 
Vistuta di 'nzalata, 
Affaccia un munacuni^ 

C un piatili 'i raaccaruni; 
Affaccia a munachedda, 
C un piatta 'i 'nzalatedda. 
Ole! 
ImbriaiA V., Ganti, pop., avellinesi, pag 105. CLIV(III) 

Concetta, Concetta 
Haje rimase 'a porta aperta; 
È venuto 'o mari nolo 
S' ha 'rrobbato 'o meglio capone; 
È venuto 'o marranchino. 
Ss' ha 'rrobbata 'a meglio gallina. 

Satini, sul dialetto teramano, pag. 324, canto 2°. 

Sarcio 'na canzone 
De gallo e de capone; 
lersera la cantai 
'JNanzi a Munzignore, 
Munzignore nun ci stava, 
E ci stava Persichello, 
Che faceva li scrippello, 

— Dammene una; 
Puzzava de fumo. 

— Dammene n' antra 

E la metto sopra la banca 

E la banca era rotta, 

E ju sotto ci stava lu pozzo; 

E lu pozzo era cupo, 

E ju sotto ci stava lupo, 

E lupo era viocchio, 

E acciaccava li confette, 

Li confette, lu speziale; 

Merda 'mmocca a la vaccara. 



— 43 — 

29. 

Sceta sceta pede, 
Ca r angelo mo' vene, 
L' angelo è benuto 
E 'o pede s' è addurmuto. 
L' angelo 1' ha tuccato, 
E 'o pede s' è acetato (1). 

(1) Questo canto , accennato dal Serio nel Vernac- 
chio a pag. 42 , si suol diro ai fanciulli facendo loro 
battere ripetutamente a terra il piede addormentito. 

30. 

Seca mullesa (2) 
E li donne de Gaeta. 
A Gaeta li belle donne, 
Che fileno la seta, 
La seta e la vammacia (3) 
'Amme (4) 'nu vaso (5) ca me piace ; 
Piace e piacesse (6), 
E damme 'nu vaso 'mmocc' (7) a essa (8). 

(2) Variante : Seca muUeca. 

(3) Vammacia, bambagia. 

(4) 'Amme, dammi. 

(5) Vaso, bacio. 

(6) Piacesse , piacerebbe. Ma il popolo napoletano 
delle voci condizionali usa raramente, invece usa l'im- 
perfetto pel congiuntivo. 

(7) 'Mmocca, in bocca. 

(8) Questo canto si dice tenendo il putto sulle gi- 
nocchia ferme e, pigliate nelle proprie mani quelle di 
lui. tirando e mollando. Giungendo al G" verso si bacia 
il bimbo , e giungendo poi all'ultimo verso si bacia in 
bocca. 

31. 

Seca seca, mastu Ciccio, 
'Na panella e 'nu saciccio, 
'A panella ci àstipammo, 
E 'o saciccio ci 'o magnammo (9). 

(9) Dicesi questo canto alla stessa maniera del pre- 
cedente. 

32. 

Seca seca, nun pozzo sectà'. 
Co' qulnnece 'rana nun pozzo campa', 



— 44 — 

Tengo 'na figlia che h' ha da maretà'. 
Seca seca, nun pozzo seca' (1). 

( 1 ) Imbriani. Canti pop avellinesi , pag. 78. CLXVII 
(XVII) 

Sega sega, nò' pozzo sega', 
Co' quinnici grana no' pozzo campa'. 
Tengo 'na figlia da marita' 
Sega sega, che voglio sega'. 

33. 

Si' ghiuto pe' mare ? 
He' (2) vist' 'a morte ? 
Te si' miso appaura ? 
Arape 1' uocchie, 'assamme vede' (3) ? 

(2) He\ hai. 

(3) Si ripete questo canto tenendo a cavalcione il 
bambino sulle ginocchia e alla fine del canto gli si solfia 
negli occhi, che, chiudendoli per il soffio ricevuto, vuol 
dire che ha avuto paura andando per mare. 

34. 
SuUuzzo (4), 
Vattenn' a tuzzo (5), 
Vattenn' a mare 
Va trov' 'a siè cummara, 
Si è biv' 'a maretammo. 
Si è morta 1' atterrammo. 

— Purtàmmele quatt' ova, 

— Quatt' ova nu' l'abbasta (6) 

— Purtàmmele 'nu puUasto (7). 

— 'Nu pullast' è zuoppo. 

— Chi 1' ha azzuppato (8) ? 

— 'O stante (9) d' 'a porta. 

— 'O stant' a do' è ? 

— Anno mis' ò fuoco. 

— 'O fuoc' a do' è ? 

— L' ha stutato 1' acqua 

— L' acqu' a do' sta ? 

— S' ha vìppet' (10) 'o voie (Ìl). 

(4) Snllnszo, singhiozzo. 

(5) Tn220 , cozzo ; cioè vatti a cozzare con altri , lascia 
il ragazzo mio. 

(6) Àbbasta, sodisfa. 

(7) PuUasto, pollastro. 

(8' Assiippato, rendere zoppo. 

(9) Sfante, cardine. 

(10) Vìppeto, bevuto, 
(il) Voie, bue 



— 45 — 

— 'O voi' a do' sta ? 

— 'Ncopp' a 'na muntagnella 

A cògliere nuce, nucell' e castagnelle (1)! 

(1) Dicesi in egual modo dei canti 5" , 18, 24" , -jy** 
solo però quando i bimbi sono prosi da singulto. 

A pag. 57 del Dizionario italiano categorico del Corpo 
umano di L. Palma (Milano, Golio, 1875), troviamo: 
Singhiozzo pozzo, 
Albero mozzo, 
Vite tagliata, 
Vattene a casa. 

35. 

— Tuppè tuppè ! 

— Chi è ? 

— Ce sta mastu Francisco ? 

— Chiù 'ncoppa. 

— Tuppè tuppè ( si ripete per piìi volte, final- 
mente). 

— Ghnorsì ! 

— M' ha fatt' 'a galessa ? 

— Meza sì e meza no 

— E fernìmniola 'e scassa. 
{Questo verso si ripete piìi volte) (2). 

(2) Un riscontro di questo canto trovasi i a La Via 
BoNELLl, Oiuochi fanciulleschi nicosiani di Sicilia. 

36, 

Turzo turzo 
Maru' (3) maruzza. 
Tre zeteir a la funtana ; 
Una scèria (4) e 'n' ata lava, 
'N" ata prei' a santu Vito 
Che le manne buon marito. 
Buon marito sta 'ncastiello. 
Che le manne 'n auciello (5). 
'N' auciello, sta 'ncaiola, 
Che le manne 'na figliola. 
'Na figliola sta 'ntuletta, 
Che le manne tre cunfette. 
Tre cunfett' 'ò speziale. 
'Mmocca 'mmocc' a lu vaccaro. 

(3) Maru\ apocope di marusaa, lumaca. 

(4) Scèria, stropiccia. 

(5) Auciello, uccello. Io alla saetta ho tratto e traggo, 
che delVauciello despero. Guittone. Lett. 2. 8. 



— 46 — 

Lu vaccai'o frieva l' ova, 
'Mmocca 'mmocc' a don Nicola. 
Don Nicola servev' 'a messa (1), 
'Mmocca 'mmocc' a la batessa. 
'A batessa de li rise, 
Quanuo mòre va 'mparaviso. 
'A batessa de li ppezze, 
Quanno more s' arrepezza. 
'A batess' 'e santa Chiara (2). 
Quanno more va ò spitale, 
'A batessa de Salierno, 
Quanno more va a lu 'nfierno (3). 

(1) Variante : Don Nicola servev' 'a messa. 

(2) S. Chiara , chiesa in cui si seppellivano i Re di 
Napoli. 

(3) ImbriaNI , Canti pop. avellinesi , pag. 72 , CLXX 
(XIX): 

Tuppi tappi a la fontana; 
Una strevola e' 'n auta lava; 
'N auta prega a santo Vito, 
Che li manna 'no marito. 

— € Lo marito sta 'n canciello. » — 
Che li manna 'n auciello. 

— « L'auciello sta' 'n cajola » 
Che li manna 'na figliola. 

— « La figliola sta a lo lietto, » — 
Che li manna quatto confietti, 

— « Quatto confietti stanno scritti 

« Ncoppa a la lavola 'e san Francisco. » — 

San Francisco e sant' Aniello 

Chi contavano li porcielli; 

Le contavano a uno, a uno 

Saglio io e scinni tu. 
Questo canto dicesi per baloccare i bambini allo stesso 
modo dei canti b°, 18°, 24°, 28°, 34°. 

De Gennaro Luigi, Canti del popolo di Pagognano. 
(Vedi Basile, anno I, num. 10, canto XLV): 
Tre figliole alla fontana, 

Una scerèa e 'n' ata lava. 

W ata proa a Santo Vito, 

Che le manne buon marito. 

Buon marito sta 'ncastiello. 

Che prea l'auciello. 

L'auciello sta 'ncaiola... 

Uh che bella fegliola ! 



~ 47 - 

37. 

Vavarella. 
Musso bello, 
Naso a quaquariello, 
IToccliie n fenestelle, 
E fronte fatte 'mponte (1). 

(1) Seduto che sia il bambino sulle ijinocchia , si 
toccano le diverse parti del volto. 

PiTRÈ, Voi. II. pag. 16, canto 759 : 

Varvaruteddu, 
Ucca d'aneddu; 
Nasu affllatu, 
Occhi di stiddi, 
Frunti quatrata: 
E te' ccà 'na timpulata. 

Ole! 

38. 

Vota vota la guardiola (2) 
Quanto li biune li tuoie pullaste (3) ? 

— 'E benne ricch' e care (4), 
Me li guarda chi me V ha date. 

— 'Ammeune (5) uno pru vita toia (0), 
Nu' me fa' ire accussì (7) sola. 

— Piglia chisto eh" è capa ionna (8). 
Li capille so' fila d' oro, 

— E guardammo la guardiola (9). 

(2) Variante: Vota voi' a la guardiola. 

(3) Variante: Quant' 'e binne li tuoi pullaste ? 

(4) Variante: 1' 'e bengo ricch' e care. 

(5) 'Amniènne, dammene. 

(6) Prn vita toia, prò vita tua dei Latini. 

(7) Accnssì, così. 

(8) Capa ionna, capo biondo. 

(9) Imbriani , Cauli popolari avellinesi, pagina 79, 
CLXI (X) : 

Lupo, lupo che fai 'n terra ? 

— « Almi guardo le mie pollaste » - 
Quanto ne vuò' ste doje pollaste ? 
-- « iS^e voglio ricche e care 

— « Cc;\, commara ccà sia commara 
« Scinni a bascio a lo nimio giardino 
« Pigliati chella cchiù piccolina, 

« Pigliati chella eh' è capo biondo 
« Li capille so' fila d'oro » — 
Vota vota la guardiola. 

Questo è una specie dei canti 39 , 40 e 41. Le fan- 



— 48 — 

ciulle del pari si danno la mano e girano disposte in 
circolo, nel mezzo del quale però sta ferma un' altra 
propriamente detta la guardiola, donde il canto prende 
la sua denominazione. 

39. 
Vota (1) vota li munacelle (2), 

Munacelle, venite cà (3) ; 

Bella pazzia vuliinmo fa' ; 

Pècheto fritto e baccalà : 

Pepe, cannella e caruofenà (4). 

(1) Vota, volta, gira. 

(2) Variante: Vota vota 'e mmunacelle. 

(3) Cà, qua. 

(4) Suol dirsi questo canto pigliandosi per mano e 
voltando in giro più fanciulli, che col proferir l'ultima 
parola dell'ultimo verso, a cui danno una forte enfasi, 
si accovacciavano, 

40. 

Vota vota li mmunacelle, 
Notte e ghiurno se ne vene. 
Se ne vene pe' Santa Lucia, 
Vota vota (5) mia. 

(5) Si sostituisca ai punti sospensivi qualunque nome 
proprio. 

Imbriani, Cant. pop. avellinesi, pag. 71 (CLXXI) (XX). 
Vota vota le monacello, 
Monacello, veniti equa 
Che bella pazzia volimo fa' ! 
Fegato fritto e baccalà ! 

41. 
Vota vota San Michele 
È de zùcchero e de mele (6) 
E de mele de palazzo 
E bota 'o culo (7) 'a pazza. 

(6) Il Serio , nell' opuscoletto intitolato: La Vernac- 
chio, pag. 42, dà la seguente variante : 

Rota rota de santo Michele, 
Quann' è notte se une vene, 
Se nne vene co ssanta Maria, 
Vota la faccia . . . mio. 
E nel Galiani, Op. cit., pag. Ili, troviamo scritto: 
« Della seguente non ci hanno lasciata notii^ia il Ba- 
« silo, ed il Cortese, se non che della prima strofa : 
A la rota, a la rota 
Mastr' Angelo ce joca, 
Nce joca la Zita, 
Madama Margarita. 

(7) Ai punti sospensivi si può sostituire altro nome. 



- 49 - 

« I versi, che susseguivano, mancano, ma ci sembra 
« canzone antica assai, e fatta ne' tempi del Ke Carlo III. 
« di Duiazzo; e della Eegina Margherita D' Angiò. Si 
« cantava ballando quella spezie di danza in giro che 
« i Francesi àÌQomy Ronde s o Branles. i Toscani crtro/e. 
« noi le chiamavamo Rnote Anche gli antichi Francesi 
« al pari degli antichi Italiani usarono cantar qualche 
« canzone nell'atto di far questa danza allegra, e sem- 
« plice, e di cosi remota antichità^ che risale ai primi 
« tempi de' Greci , e de' Romani. È celebi-ata la can- 
« zone fra essi per accompagnar questi Branles , che 
« comincia : 

Qnand' Biron voiilut dancer. 

Imbriani, Canti popolari avellinesi, pag. 7', GLXXIII 
(XXII) » 1- h , 

Vota vota pe' santo Michele, 

Notte e juorno sse ne vene. 

Sse ne vene pe' santa Maria; 

Vota, vota, Michele mmio ! 
E una variante a pag. 109, CLXXI (XXI). 
Vota vo a pe' Santa Maria. 

Mo' sse ne vene Giovanni mmio. 

Sse ne vene troppo a notte, 

Sse ne trase pe sotto a la porta. 
(7) Vedi la nota 5^ al canto 40^. 

42. 

Zompa (1) zumpetta 
E Maria Lisabetta ; 
E cu' ciento matarazze 
'A Madonna 'o piglia 'inbraccia ; 
E 'o piglia pe' 'nu dito 
E 'o porta 'mparaviso ; 
E 'o piglio pe' 'nu pede 
E 'o porta a san Michele (2) 

(1) Zompa, salta. 

(2) Questo canto dicesi mettendo il fanciullo sopra 
luoghi alquanti elevati e facendogli spiccare un salto 
col ripetere l'ultimo verso. 

Imbriani, Canti popolari avellinesi, pac. 107. CLXXIV 
(XXIII). 

Zompa zompetta, 
Maria Lisabetta, 
Ti piglia pe' 'no dito 
E ti porta 'mparaviso. 



[V. 

INDOVINELLI 



- ò^ì - 



'NDUVINE 



(1) 



. . . . non è fatilo occupazione, come taluni pen- 
sano, l'indovinare e sciogliere gli onimini , richiedendosi 
acume di vedere e una certa facoltà riflessiva per poter , 
conseguire in mezzo al popolo quella certa gloria , di 
che è retribuito colui che ne vede la loro vera interpre- 
tazione. 

Can. Nicola Caputi, Cenno storico sulla cittì di Fer- 
randina, pag. 73. 

Carattere generale di questi piccoli componimenti è 
un'apparente laidezza ed oscenità, con cui si desta il 
riso , mentre si nascondono sotto le parole cose inno- 
centi e comuni. 

Corazzini , / componimenti minori della letteratura 
popolare italiana, pag. 35. 

1. 

'A mamma ancora ha da nàscere 
E 'o figlio sta 'ncopp' a l'àsteco (2). 

['A lampa e 'o fumino). 

(I) 'Ndnvine^ indovinelli, onimmi. 

(II) Gianandrea. Canti pop. marchigiani , pagina 301, 
ind. 24. 

El padre non è nato, 
El fijo sia sul tetto. Il fuoco e il fumo). 
IVE. Canti pop. istriani, pag 299, ind. 12. 
Avanti eh' el pare nasse, 
I fiuoi xì su i cupi (Il fuoco, il fumo). 

2. 

'A mamma 'e pilepi'lossa 
Tene carne, pile e ossa: 



— 54 - 

'A figlia 'e pilepilossa 

Nun tene nu' carne, nu' pile e nu' ossa. 

{'A crapa e 'a ricotta) (3). 

(3) Congedo, Ormsolo d' indovinelli leccesi (nel G. B. 
Basile, anno I, ]V. 12,: 

La mamma de Miniminò« nu porta carne, nu pelle, 
nu pili e nu ossu. 

Ma nu la fìgghia de Miniminòs : porta carne, pelle, 
pili e ossu. 

(La capra e la pecora). 

3. 

A mezanotte lu silènzio sona, 
Tutto barbuto e barba nun tene. 
Curona 'ncapa e re nun è. 
Sperone ò pede e cavaliere nun è 
Anduvìnace ched è ? (1) 

(0 gallo) 

(l) PiTRÈ. Voi. II, pag. 67, canto «47. 
'Un è re e avi la cruna, 
'Un è camperi e avi spruna, 
'Un è saristanu e sona a matutina. 
Casetti e Imbriani. Canti delle prov merid., voi. li, 
pag. 78. indovinello XIII di Spinoso (Basilicata) 
Nu' jè Rre e porta 'a crona 
Nu' jè rilorgio e sona 
Ed in nota b) 

A' mmenza netta, susati, susati: 
Tutto barbuto, o barba nu' ha, 
Tene la crona, ma Rre nu'jè, 
Tene l'asprone e cavalier nu' jè. 
Addivinàtilo mo' chi jè. 

(' U Oaddo) 
IVE, Canti pop. istriani, pag. 299, ind. 13. 

Chi xì mai qu.ilo 
Che gà li scarpe russe è nu xi gardenale. 
Gà li spironi e nu xì cavaljre. 
Sona miteino e nu xì sagristano ? 
Somma. Nuovo libro per imparare la pratica di fare 
oqni sorte di dolci . confetture , e sciruppate ec. Napoli, 
1810, p. 187: 
Da mezza netta si risvoglia in su tutto barbuto e mai 
barba si fé, porta diadema e non fu mai Re, have 
il sperone e cavallo non ha, figlio di Re chi indo 
vinare lo sa 
Altra variante a pag. 195 : 

Chi è quello, e' ha il cappol rosso, e non è Cardinale, 
ha la barba e non è Romito, ha li speroni , e non 
è Cavaliere, suona matutino, e non è Sagristano. 



- 55 - 

4. 

Anrlu villa, 'iiduvinature, 
Figli' 'e prèiicepe e gran zignure: 
Era figlia e mo so' mamma 
Tengo nu figlio marito a mamma (1). 

('A figlia che dà latte ó pale carcerato). 
CI) Bernoki. Indovinelli pop. venez., pag. 14, ind. G3. 

Indovina, indovinatore: 
Mi son figlia, d'un gran signoro; 

Ancuo son figlia, e doman mare; 
Lato un figlio maschio, marìo de mia maro. 

(Quella fia che già dà iate a so pare che el giora in 
prigion). 
Ed in Italiano ; 

L'anno scorso m'era padre 
Quest'anno mi é figlio. 
Questo figlio che nutrisco, 
E' marito di mia madre. 

5. 

à notte sta cnmni' a trave, 
E ò iuorno cumm' a scala. 

^0 lasso (V 'o busto) (2). 
■ 2) '0 lasso d' 'o bii.^to, la stringa, 
6 

Ce sta nu piezzo 'e carne 
Sotta a 'na grott' ascnra (3). 

CA lengiia) 

irJ) Somma, op cif. pag. 1.96 : 

Sto sempre in casa, e son coperta tutta, 
E sempre son bagnata, e non asciutta. 



Ce steva nu vicchiariello 
Assettato à siggiu Iella (4) 
E se zucava 'o stenteniello. 

['0 Incigno cV 'a cannela) (5) 

(4) Siqginlella, sedinola. 

(o) 'Ó Incigno d' 'a canne -a . il lucignolo d'una specie 
di lucerna di creta bianca poggiata su corto piede, di 
cui si servivano gli orefici e le ricamatrici e veniva 
dal volgo chiamata: cessa. 



— &6 ~ 

8. 

Cinco contro a uno (1) 

{'0 sciìisciarse 'o naso) (2) 

(1) Variante : Diuce eontr' a uno. 

(2) W sciìisciarse 'o naso, il soffiarsi il naso. 

9. 
Duie luciente, 
Duie pugniente, 
Quatto mazze, 
E nu scupazzo (3). 

{'0 VOI e). 

(3) PiTRÈ. Voi. IT, pag. 67, canto 846. 
Dui lucenti, 
Dui puncenti. 
Quattro zócculi 
E 'na scupa. 
GiANANDRBA. Canti pop. marchigiani, pag. 296, ind. 3. 
Du' lucenti, 
Du' pungenti, 
Quattro zòccoli 
E' 'na scopa, (fi bue). 
IVE. Canti pop istriani pag. 300, ind. 14 
Due luzenti; 
Dui punzenti, 
Quatro masse 
E un scovulein. 
Salvioni, Centuria d'indovinelli popolari lombardi rac- 
colti nel Canton Ticino (Vedi V Archivio per lo studio 
delle tradizioni popolari, Voi IV, fase. IV. Palermo, 
Pedone Lauriel, 1885), pag, 546, indovinello 5G: 

Qual' è quel figlio che brucia la lingua di sua 
madre ? 
Congedo, op. cit : 

Do lucenti, occhi) 
Do pungenti, {corna) 
Quattro zocculi, (.Zampe) 
Nu scuparu. {Coda). 

{Il Bove) 

10. 
Duie paté e duie figlie 
Se inaguàino se' ora : 
Doie ped one (4). 

CO nonno, 'o paté e 'o figlio). 
(4; Ped one o per one . por uno, por ognuno ; ed è il 
solo caso in c«ii il volgo dico one per uno. 



- 57 — 

11. 
È tiiuno e nun è raunno, 
"Etf (1) acqua e nun ò funtana. 

( V> ììiellone d'acqua) (2). 

(] ) ^Ett' acgua. oetta acqua. 
(2) W mellone ÌP acqua, il cocomero. 
Il Capuii, op. cit., pag 74, ci <là i! segiiento indo- 
vinello : 

È tanno e non è minino; 
E russo e non è fuoco; 
È verde e non è erva ; 
È fresco e non è neve. 
PiTRÈ. Voi. II, pag. 69, canto 85^. 

Fora virdi, dintra russu, 
E li feddi miissu nuissu. 

12. 

Fènimene e fèmiuene iiuu 'o ponno fa', 
Ilòmmene e uòmmene 'o ponno fa', 
Uòmmene e fammene 'o ponno fa' (1). 

{'A cunfessione). 

(1) PiTRÈ. Voi. II, pag. Gtì, ind. 84:2: 

Sugnu patri, 'un sognu patri, 
Tegnii figgili senza inatri; 
Quannu po' faz/ii di ]>atri 
Sapiri vogghiu 'o pilu 'ntra l'ovu. 
IVE. Canti pop. istriani, pag. "298, iiul. 9: 
Dui orni poi fa. 
Un omo e oùna fimena poi fa, 
Dui fimene nu' poi f.i. 

13. 
Ficca ficcante 
Gira girante, 
Fa cliella cosa 
E po' se riposa (1). 

{'A chiave) 
(1) Somma, op cit., pag. 188 : 

Vota vofanno gira giranno fa quella cosa e poi si 
riposa 

Salvioni. op cit., pag. 547. ind. 69: 
Gh' 'é 'na ròba 
Che fa trich e tradì 
La fini ndà inanz o indrè t 

Fin che la fa "l fatu ine. 

8 



— 58 — 

Èli al numero 60 : 

Diindiilin che dundiilava 
Giò pei calza II al ga coca va 
E quando di bisogno aveva 
Xol buco io raotteva. 

14. 

I' n' 'o chiamino e chillo vene. 
I' n' 'o vatto e chillo strilla. 
I' n' àcciro e chillo more (1). 

['0 pireto). 

(il Variante: Pigli' 'a iniia ò tallono e foce' 'o naso 
15. 

I' 'o chiammo e isso vene 
Appuza (2) 'o culo e se ne va. 

['0 iniuinezzaro) (3|. 

(2) Appma, voce del verbo appiisare ; chinare la testj 
e il dorso davanti verso le gambo da faro un angolo Cu-i 

il d'AMBR^. 

(3; nnin/ieszaro. lo spazzala laio 
16. 

Madama steva a Tuorto 
Cu' nu cappelletto stuorto. 
Yestut' à carmelitana; 
'Mmiràtela eh' è madama (4). 

('.4 iniilniniuia]. 

(4) PiTKÈ. Voi. 11, pag. 7t), cantij 857 

Principiaru li cosi nuvelli, 
Li cappi russi e li verdi mantelli 
Amalfi, vedi 0. B. Basile, anno III, pag. iM, ind VII 
Into a 'nu Giardino 
Hfce sta 'na signurina. 
Vestita 'e vellutino, 
Cu' nu cappiello verde 'ncapo. 

17. 

Mamma nera appesa steva, 
Cliglio russo 'nculo 'a vatteva. 

{'A caiidara 'ncopp' 'o fuoco) (')). 

(5) Congedo, op. cit: 

Pendìuguli pindàngiili ni|>cndia. 
Nculn na cosa russa li sbattia. 

(La caldaia sul fuoco). 



— 59 — 

18. 

Misericòrdia! chesto ched è ? 
Porta 'a sarma e ciuccio nun è, 
Tene li corna e boie nun è, 
Pitta li mmura e pittore nun ò, 
Misericòrdia! chesto ched è ? (1) 

( 'A marusza) 
(1) PiTRK Voi. II. pag U8, canto 8ó2. 
Armai iizzn senza peri, 
Comii Dio ti potti fari? 
'N coddu porti iu pinseri 
Ootnu jissi a lavurari. 
GiANANDREA. Canti pop marchigiani, pag. 2i»S ini. 10 
Sta su pei muri, e 'n santo non ù, 
Porta li corni, " 'n boe non è, 
Pingo li muri, e pittore non è 
Porta il fiasco e '1 vi' non e' è; 
Misericordia! questo cos'è? (La lumaca). 
Congedo, op. cit.-. 

Misericordia ! Quistu ce bete? 
Pinge li muri e pittore nu bete; 
Porla le come e bove nun eto. 
Misericordia ! Quistu ce bete ? 
(In dialetto: nioniceddu, specie di chiocciola) 
Ed una variante siciliana, riportata in nota dsUo 
stesso : 

Mamma Maria, chistu chi è % 
Avi lì corni, e voi nua è : 
Pitta li mura, o pittura nun è ; 
Mamma Maria, ohistu chi è ? 
Savini Sul dialetto teramano, pag. 330, canto 18 
Vedo 'na cosa là lu muro, 
Cu dò come dure dure; 
Diavulo nun' è, 
Gesummaria, che cosa è ? 

{Ciammarica) 
Salvioni, op cit. pag 531» ind. 3: 

La va la va 

La tira die la cà. 

19, 

Munzù (2) 'mmiez' a Torto 
S'acalai' 'o cazunetto 
E ce parette 'o battiiocchio (3). 

{'0 cucila zi elio) (1). 
(•2) Mouzii, coiruzione del francese monsieiir. In Na- 
poli chiamano monsù il cuoco. 



— HO — 

(H) Battilocchio, pozzo di pasta allungato; per traalato, 
>)abh('0. 

(4) Cìicu23Ìello, zucchetti no, zucchinr». 

20. 

'Ncopp' 'a 'na iminta^ nella 
C è na cosa: ma<^na, magna. 
Pettenata a la spagnola. 
Mièttece quatt' ova (1). 

('Ospàlece)C2) 

(1) PiTRK. Voi li, pag. 71, canto 860. 

Don Gaspanii, Don Gaspanu, 
Chi faciti 'nta stii chiami ? 
Né manciati, né viviti. 
Siccu •' Icngu vi facili. 

(2) '0 spàlece, lo sparagio, l'asparago. 

21. 
'Nduvina 'iiduvinaglia. 
Chi fa l'uovo dinf'a paglia? (3). 

\'A gnllina\. 
(=*) GlANANDRBA Cauli pop. marclu(]iam\ jiacina i302 , 

ind. 31: 

'Ndovino, ndovinaja, 
Chi fa r ovo tra la paja ? 
Salvioni, op. cit., pag. 589, ind. 4 : 
Dona Rebèca 
Non mangia cafè 
Porta corona 
Regina non è 
Ha molti figli 
Marito non ha 
Indovinate che cosa farà. 
Una variante sostituisco all'ultimo verso: 
Dona Rebèca 1' è da mazà. 

22. 

Nun zo' puoi'co e tengo l'ossa, 
Nun zo' prèveto e tengo 'a ehièreea (4), 
Nun zo' re e tengo 'a curona. 

{0' mcspero) (5) 

(4) Chièreca, chierca. 

(5) nièspero, la nespola. 

Bkrnom. Indovinelli, pop. venes , pag. G, ind. lo. 
Vado s' un orto, 
Vedo un vecieto; 

Ghe pelo la barba, 
Gh" magno el culoto. 

{La nespola) 
IVE. Cauli poj . istriani, pag. 301, ind ili. 



— HI — 

I' vago in uorto, 
I' truvo oùn vicito; 
Ohe pilo là barba. 
Ghe magno el cnlito. 
Salvioni, op. cit., pag. 542 ind, 20 : 
Al busch andém 
Farfùj triivèm 
Stiepènig la barba 
E pò mangèm. 

28. 

<,>li che «^msto ! oh che gusto ! 
Qiumno madama se spont' 'o busto 
Quanno si' a la mità, 
Oh che gusto che sarrà. 



24. 



{'A sfiigliatella). 



Ohi manzueto ! 
Avis' a puzza-sciato, 
Ch' avisass' a zumpariello, 
Ca s' è cuccai' 'o surdato. 

{'0 per occhio, ^apìmmicia (1), e 'o pòlice) 
(1; A pnnnvciu, la cimice. 
25. 

Patanella patauella pe' la casa, 
Quatt'uocchie, quatto 'recchie e duie nase. 
('.4 fèmmena prena) (2) 
(2) Frena, pregna, incinta. 

Bernoni, Indovinelli pop venes. pag. (j, ind. 14. 
Alto, altea, 
Qnatro pie, quatro man, 
E quaranta dea {La dona grada). 

DI Martino, indov. pop. sic, pag. il, ind 10: 
Hajn un girmunettu 
Intra v' è lìi bracciè ; ° 

Me frati nesei pazza. 
Vò sapiri nzoccu e' è. 

26. 

Piccerelle soiigo frate, 
Grrussicielle so' cugine, 
O 'nzurate o nimaretate 
E' ferimto 'o parentàto. (/ figli) 



— 62 — 

27. 

Polille cu" pelille l'azzeccammo (1). 
'A cara cosa dinto la 'nfeccammo. 

(L' nocchio chiuso). 

(1) Asseccammo, congiungiamo. 

GiANANDREA. Canti pop. marchigiani, pag. 299, iiid. 17 
Ci ho na snattola de pece, 
'N la daria manco a mammai che me fece. 
PlTRÈ. Voi ir, pag. 6(j ind. 843: {Gli occhi) 

Piliide susu, pilu di jiisu, 
E 'ntia lu menzu ce' è lu curiusu 
In nota : 

Supra pilu G sutta pilu : 
'Mmenzu ce' è lu mariolu. 
Ed un altro greco di Tetra d'Otranto, edito dallo 
stesso : 

Non é poi'co e porta peli. 
Non é specchio e guarda 
Non è cielo e sempre piove. 
IVE, Canti pop. istriani, pag B02, in 20 : 
Pil de xuta e pil do xura, 
EI gardileìn in miozo che l.ivura. 

28. 

Quanno è cotta è fatta. 
E quanno è fatta è cotta (2). 

[\i cotta d' 'o prèveto). 

(2) Bernoni Indovinelli pop. icnez , pag. 13 ind 61. 

La xe cota ^» no la so magna. (La cola dei preti). 

29. 

Russo russetto 
Sta 'ncanestetto (3). 
Ven' 'o patrone 
E afferra p' 'a coda. 

(3) ^Ncanestetto, corruzione di canealretto : canestrino. 
Salvioni, op. cit., pag. 541, ind. 19: 

Alto alto bel vedere 
Quattrocento cavalieri 
Colla testa insanguinata 
E la spada verdeggiante. 

Somma, op. cit., pag. 189: 

Russo russetto sta in canestretto, viene il signore Io 
prende a la coda. 



— iVà — 

30. 

Seenne redenno, 
E saglie ehiagnenno (1). 

{'0 caio) 

(1) PiTRÈ. Voi. ir, pag. 76, canto 875. 

Scindi ridendu, 
E' nchiana ciancendu 
Caputi, Op. cit, pag. 75, 

Ui è cuddo che quanno va. va lidcnnc 
E quanno vene, vene chiangenno. 
IvE. Caìili pop. istriani, pag 304. ind 24. 
El va zù sgurgulando, 
El ven soiìn pissulando. 
Somma, op. cit , pag. 188 : 

Scende piangendo e saglie ridendo, addovina che d'è. 
Salvioni, op. cit., pag. 544, ind 38 : 
La va giò ridend 
La vègn sii piangend. 
Variante o'.l : 

La va giò vojda 
La vègn sii piena. 
CoKGEDO, op. cit.: 

Scinde retendu. 
Sale chiangendn {La secchia) 

31. 

Se mette tuosto 
E se tira mùseio. 

['0 inaccarone flint' 'a candara). 

32. 

Simmo tre frate, 
Tutt' H tre 'ncatenate, 
Facimm' 'a vita d' 'e dannate. 

y'Otrèbbeto){:2) 

(2) '0 trèbbeto o trèbbete, il treppiede, Troppiè, Trìpode. 
Somma, op. cit., pag 180 : 

Siamo tre fiati tutti tic coronati e facciamo la vita 
dei dannati. 

33. 

So' luongo cumni' 'a nu castiello. 
Tengo 'na vita quanto a 'n aniello.' 

[A ' canna) 



— 64 — 

34. 

Tengo dint' a l'uorto nu purciello, 
Attaccato e' 'o funiciello. 
Nu' magna e nu' beve. 
E bive e' 'a serena. (.4 cuciizzella *e prèvola) 

35. 



Tengo 'na casa: 
Senz' àrbore e senza fiore, 
Fa frutte 'e tutte sapore. 

36. 



\'0 mare]. 



Tengo 'na cosa: 
Nu panno (1)... miezo parmo, 
Riccia riccia e pelosa. 

('A spica > grannrìnio). 
(1) Parmo, palmo. Sorta di misura lineaie napoloJana, 
pari a centimetri 26 e mezzo 

Salvioni, op. cil.. pag. 541, iiui. 16: 
A vèr la pata 
Salta fora la pistòla mata, 

37. 

Tengo 'n àrbero 'mpenziere 
Cu' tremila cavaliere, 
Cu' tremila cappuccine, 
Figlio 'e re è chi ci andiivina (2). 

i'O ranato) (3) 

(2) PiTRÈ. Voi li, 1 ag. tj9, canto 85H 

T?^asci 'nt'aprili un pieciottu ciuritu, 
'Nta maju po' diventa 'ncurunatu: 
È beddu, graziusu e sapuritu 
Cu tutto ca va cintu d'armi e arraatu 
Variante : 

Milli roani 'atra un eastennu, 
Nun ce' è porte né pui'tennu; 
La BÒ porta è hi cutennu 
A tra variante : 

Aju un nidu du cent'ova. 
Cento para di iinzola 
Cu lu nnimina cci fazzu la prova 
GlANA.NDREA. Canti pop. marchigiani, pag. 299, ind 10 
Ci ho 'na scattoia de rubini. 
Ènne grossi <d ènne fini, 
Ènne tutti de 'n colore, 
Chi ce azzecca è 'n gran dottore 
Somma, op. cit., pag. 196: 



— 65 — 

Son tonda, lunga e grossa. 
E come fiamma rossa, 
Amara come fiele, 
E dolce come miele. 
Salvioni, op. cit , pag. 541, ind. 11 : 
Un scatnlin 
Pien da péri pien d'amar 
Chi l'indiivina 1' è 'n dutur. 
Congedo op. cit.: ind. XIII. 

Tegnu n'averu de viscigghiu 
Cu' trecentu caalieri 
E 'na coppula privitina 
Int'a quiddu ci la 'ndiiina ! {La ghianda). 
(3) Ballato, melagrana. 

38. 

Tengo 'na cosa ca tutto ce cape. 

{'A carta pe' scrìvere). 
39. 

Tengo 'na pezza 'e caso, 
Ca nisciuno curtiello ce trase (1). 

{'A luna chiena) (2). 

(1) Trase, entra. 

(2) 'A luna chiena, il plenilunio. 
Variante : Tu che si' duttore addutturato, 

Dimme: Chi è biecchio da nu mese nato? 

40. 

Tengo 'nu canestiello, 
Chino 'e cunfettielle, 
Cu' 'na nocca (3) rossa 'mmiezo (4). 

{'A vocca). 

(3) Nocca, cappio. 

(4) PiTRÈ. Voi. II, pag. 67, canto 845. 

Cc'è 'na cammaredda, 
'^Jfturniata 'i vanchitedda, 
'Mmenzu cc'è la munachedda. 

(La Bocca, i Denti, la Lingua). 
Bernoni, Indovinelli pop. venes. pag. 4, ind. 8. 
Mi gò un convento 
Pien de frati drente, 

Tuti vestii d'un color. 
Ceto del padre prior. (Boca, denti e lengua). 
Amalfi, vedi Q. li. Basile, anno III, pag. 21, ind. V: 
Tengo 'na stelluccia 
Chiena 'e cavallucce, 
Nco n'è uno russulillo, 
Votta canee a chisto e a chillo. 

('A vocca e' 'a lengua) 
Salvioni, op. cit., pag. 540, ind. 7 : 

9 



— 66 - 

Grh' è 'na bela salèta 
Ttita guarnida da bianc 
Gh' è 'ni bèi tavul rutund in mèz 
Indiivina cusa 1' è. 

Ed una variante in nota : 

Una sala con tappeti rossi, con seggiole bianche at- 
torno e lina signora che balla nel mezzo. 
DI Martimo, Indovinelli pop. siciliani, p. 9, iiul. XXI : 
Haju 'n iniirtaru ri mmnrraara fina; 
Intra ci su' vintiquattru plstuna 
Facievumi 'na miricina tanta fina, 
Ca si la pigghia la stissa pirsuna. 

41. 

Tengo 'nu miinastèrio, 
Chino 'e munacelle, 
Ogni cella doie munacelle (1). 

{'A pigna). 

(1) Amalfi, vedi G. B. Basile, anno III, pag. 21, ind. 1: 
'O patre luongo, luongo; 
'A mamma corta corta, 
'E figli pezzerignini, 
'E niputini janclie janche. 
IVE, Canti pop. istriani., pag. 298, ind. 10. 
Mei gò un prà de carigheini. 
Doliti bianchi e doùti feìni; 
Doùti doùti d'un culur; 
Fora eh' el padre magiur. 
Bernoni, Indovinelli pop. venes., pag. 11, ind. -M. 
Alto el pare, 
Alta la mare, 
Punzente el figlio (La pigna). 

42. 

Tengo 'nu panariello 
Chino 'e cunfettielle. 
'A sera e' 'e metto 
E 'a matiua nun e' 'e trovo (2). 

{'0 cielo di' e stelle). 
(2) PiTRK. Voi. 11, pag, (j5, canto 8;>7. 

Cc'è un gran cannistru di rosi e di cimi. 
La notti s'apri, hi jornu si chiudi. 



67 



43. 

Tengo 'iiu tavutiello 
Cu' quatto raurticielle (1). 

{'A noce). 

(1) PiTRÈ, Voi. II, pag. 71, canto 869. 

La nanna di stappa, 
La iiiatri 'i cannedda ; 
Avi quattru figghi 'n cammisedda 
Sal VIGNI, op. cii., pag. 541, ind. 17 : 
Alt alt eumè 'n caste! 
Bass bass cumè 'n' agnèl 
Mar mar cumè la fel 
Dulz dulz cumè la mei, 

44. 

Tunno e ritunno 
Murtale senza funno; 
Murtale nun è, 
Anduvìnace ched è (2). 

(0 tòrteno 'e pane). 

(2) GriANANDREA, Canti pop. marcili qiani, pagina 298, 
ind. 12 

Tonno, bi tonno, 
Bicchiere senza fonno; 
Fonno non è, 
'Ndovinate 'n po' cos'è? (La ciambella) 

45. 

Tùppete cà, tùpj)ete là, 
Tùppete sott' 'o lietto sta (3). 

[' pisciatnró). 

(3) Bernoiìi, Indovinelli pop. venes., pag. 11, ind. 42. 

Vago in camara. 
Vedo un vecieto 

Vestio de bianco. 
Co 'na ma in fianchete, (L'orinai) 
DI Martino, indov. pop. .'^ic, pag. 14, ind. 32 : 
Ah ! Ah ! patri abati 
I cosi stritti allaricati. {A mattnla). 

Salvioni, op. cit.., pag. 546, ind. 63: 
Gh' è 'na dona 

Vestida da bianc 

Cola man sili fianc. 
Congedo, op. cit. : 



— 68 — 

Tundu e ritundu, 
Bicchieri senza fundi: 
Bicchieri nun è 
T^duina ched' é {L'anello). 

46. 

Tutt' 'e fèmmeae 'a tèneno sotta, 
Chi 'a tene sana e chi 'a tene rotta. 

['A piideia (1) d' 'a vesta). 

(1) Piideia, pedana. 
Somma, op. cit., pag. 188 : 

Tutte le temine la teneno sotto Chi 1' ha sana e chi 
l' ha rotta. 



^^- 



V. 

CANTI DI GIOVINETTI 



CANZUNE 'E CRIATURE ) 



Affàccete^ nasuta, 
Ca li suone so' beniite. 
Bene mio ! comm' è nasuta, 
Ne può' fa' n' arciliuto. 
Jette pe' s' affacciare, 
E 'o naso a cliiazza arrivale, 
Jette pe' se ne trasire 
E scassale 'a gelusia ; 
Oh, che naso ! oh, che nasone ! 
Si lu ssape lu chitarraro 
Ne pò fa' 'nu calascione (2) 

(1) Camiine 'e criainre, canti di giovanetti. 

(2) Suol ripetersi questo canto per ilileggio a chi ha 
un grosso naso. 

2. 

Aggi' asciato (3) 'na prìibbeca (4) 'nterra 
E famme luce cu' 'sta lanterna. 
L' aggi' asciata e pigliatella 
E famme luce cu' 'sta zella (5). 

(3) Asciato, trovato. 

(4) Pi'hbbeca pubblica. Moneta napoletana di tre tor- 
nesi, la quale si chiamò così anticamente dal motto la- 
tino nel rovescio: pubblica commoditas. 

(5) Zella, tigna. 

Dicono i ragazzi questo canto o per deridere i vecchi, 
o quando alcuno va con un lume acceso in mano in 
in cerca di qualche oggetto cadutogli a terra. 



— 72 - 



Aissera iett' ò mercato, 
M' accattaie 'na puUanchoUa : 
Ca ca 'a pullanchella. 
Aissera iett' ò mercato, 
M' accattaie 'nu pulicino : 
Pi pi 'o pulicino, 
Aissera iett' ò mercato, 
M'accattaie 'na pucurella : 
Be be 'a pucurella. 
Aissera iett' ò mercato, 
M'accattaie 'nu purcelluzzo; 
Nsi nsi 'o purcelluz/o, 
Aissera iett' ò mercato' 
M'accattaie 'nu galledìnio : 
Gin gin 'o galledìnio. 
Aissera iett' ò mercato, 
M'accattaie 'nu vuiariello : 
Ah ah 'o vuiariello. 
Aissera iett' ò mercato, 
M'accattaie 'nu palummiello : 
Crn crn 'o palummiello. 
Aissera iett' ò mercato, 
M'accattaie 'nu puUastiello : 
Chicherichi 'o puUastiello. 
Aissera iett' ò mercato. 
M'accattaie 'na vaccarella: 
E Rusè, quanto si' bella (1)! 

(1) Imbriani, Z. Gansonette infantili pomiglianesi,^ 15, 
canto VLVII. 

'Ssere jette ò marcate, 
Mm'accattajo 'na pullancholle. 
Co co ! 'a pullaiichello. 
'Ssere jette ò marcate, 
Mm'accittaje nu puliecine. 
Pi pi ! 'o puliecine. 
'Ssere jette ò marcate, 
Mm'aceattaje 'na pucurelle. 
Be be ! a pucurelle. 
'Sscre jette ò marcate, 
Mm'accattajo 'nu purcolluzze 
Nsu NSH ! o purcoiluzze. 
'Ssere jette ò marcate, 
Mm' accattale 'nu puntulille. 
Olia glia! 'o puntulille. 
'Ssere jette ò marcate, 



— 73 — 

Mm' accattale 'nu vujarielle. 

Nqo ngo ! 'o vujarielle. 

'Ssere jette ò marcate, 

Mra' accatta.je 'nu paluraraielie. 

Cru crii ! 'o palummielle 

'Ssere j ette ò marcate, 

Mm' accattale 'nu puUastiolle. 

Chichir ichi ! 'o puUastielIe. 

'Ssere jette ò marcato. 

Mm'accattaje 'na mantelli ina. 

- - « Canili', quanto 'a viiò ? » — Se' 



Aissera magliaie pellecchie, 
'E capille pe copp' 'e 'recchie, 
'E capille 'e capille, 
'Nu decotto 'e camp umilia (1). 
'Nu decotto 'nu decotto. 
'Na fresella 'e carnacotta. 
E màmmeta fa fancotto 
'E fa de 1' ova cotte. 
Dicesse, dicìò, dicennov' e biute 
Apr' 'a fossa e mènete dinto (2). 

(1) Campnmilla, camomilla, 

(2) Un altro genere di poesia del popolo è questo 
canto e simili, di verso ottonario, — che s'accompagnano 
con un giuoco che si fa lanciando sul suolo una palla 
elastica o di ferro e per lo piìi un gomitolo di filo di 
lana (detta pallepilòttola, palepilòttela, o papeìioffa) e re- 
spingendola con la palma ad ogni rimbalzo, finché dura 
il canto. Che se trovinsi in compagnia parecchie fan- 
ciulle intese a trastullarsi (l' è piuttosto giuoco di putte) 
e colei che giuoca dia alla palla un urto irregolare in 
modo che questa non le torni direttamente nella mano. 
desiste e le succede una delle compagne. E' uopo peiò 
confessare che tali canti sono sovente i pivi sciatti dei 
mondo. 

6. 

'Aitano, 'Aitano, statte eh' 'e mmane, 
'Aitano 'ncopp' ò Muoio 
S' ha magnato 'o puparuolo, 
'Aitano, 'Aitaniello, vi' quaiit' è bello (1) ! 

(1) Tra ragazzi e ragazzi cogliono ripetersi questi versi 
a chi si chiama Graetano. 



10 



— 74 — 



6. 



A li uno a li uno (1), 
Ramni' a bèver' int' a 'st' arciulo. 

A li roi a li roie, 
Mo' m' 'a pigli' a 'sta figliola. 

A li trei' a li treie, 
Mo' m' 'a sposa chesta sera. 

A li quatt' a li quatto, 
'O mati'emmònio s' è fatto. 

A li cinch' a li cinche, 
Maccarun' e alicille. 

A li sei' a li seie, 
Ramni' 'o ppane ca mo' t' 'o leva. 

A li sett' a li sette, 
Nincuràbbele t' aspetta. 

A li ott' a li otto, 
Maccarun' e carna-cotta. 

A li nov' a li uove, 
Ramme 'na schiocca 'e vasenicola (2). 
Vasenicola 'mmiez' ò mare 
E pesca pesca, mareuaro. 
Quanno fui' à via nova, 
Ce 'ngignàim' 'e scarpe nove. 
Quanno fui' a Santa Teresa (3), 
M' 'e 'mpignaie pe' 'nu turnese. 
Quanno fui' a Matalune (4), 
Me 'mpegnaie pur' 'e scarpune. 
Quanno fui' a Cestern' 'e 1' uoglio (5) 
Succedette 'nu brutto mbruoglio. 
Quanno fuie 'mmiezo Tuleto (6) 
Mannaggi' a T ària 'e mùmmeta e cumme lete ! 

(1) Cantasi al suono dello scacciapensieri. 

(2) Variante : Tengo 'na schiocca 'e vasenicola. 

(3) Santa Teresa, via che dal Museo ]Vazionale mena 
a Capodimonte, detta così da una chiesa dedicata alla 
stessa Santa dal frate spagnuolo fra' Pietro della Madre 
di Dio. (Vedi Galante, Guida sacra della città di Na- 
poli. Napoli, 1873, pag. 399). 

(4) E' quel tratto della Via di Toledo (oggi via Roma) 
dove trovasi il magnifico palazzo dei duchi di Madda- 
loni Carafa, 

(5) Via che assume tal nome dalle conserve pubbliche 
di olio che ivi stavano. (Vedi Faraglia, Le cisterne del- 
r olio, nella Strenna Giannini, anno 1892). 

(6) Una dello principali vie di IN'apoli, ohe prese tal 
nome dal viceré don Pietro di Toledo che la fece co- 



— 76 — 

struire. Oggi appellasi Via Roma per volontà del sin- 
daco del tempo Paolo Emilio Irabriani, por ricordare la 
data della presa di Roma nel 1870. Idea poco felice ! 

7. 

Alli uno, alli roie, alli ttre ccancelle, 
'U cauzariello cu' sicchi' in bo', 
Cunte, cumpare, ca rùrece so'. 



Alli uno alli uno, 
Eamin' a bèvere int' a 1' arciulo, 
Quanto sciacquo 'stu muccaturo. 

Alli roi' alli roie, 
Baccalà e cavulisciore, 
'O zuffritt' ò tianiello 
E cu' r agli' e passetiello. 

Alli trei' alli treie, 
Pòvera vecchia sta 'ncatena. 
Sta 'ncatena e' 'o fierro ò pere, 
Tira tira ca nio' se ne vene- 

Alli quatt' alli quatto, 
Muss' 'e cince' 'e muss' 'e vacca, 
Si si' fèmmena scinu' abbascio, 
Ca te faccio 'na face' 'e schiaffe. 

Alli cinch' alli cinche, 
'O mariuol' è trasuto rinto, 
S' ha 'rrubat' 'o meglio pinto, 
S' ha vennuto pe' 'na ricinca (1), 

Alli sei' alli seie, 
Santu Martinu ha miso bannera, (2) 
Se n' è caruto cu' tutt' 'o pere. 

Alli sett' alli sette, 
Maccarune, carn' e cuscetta, 
'O primmo liett' 6 Spitaletto (3), 
Nincuràbbele t' aspetta. 

Alli ott' alli otto. 
Tengo 'na zupp' e carna-cotta, 

(1) Ricinca , moneta napoletana di rame , cinquina, 
equivalente a poco più di undici centesimi 

(2) Cfr. Amalfi, La festa di S. Martino nel napoletano 
neìVArchirio del Pitrè, Yol. XIV, 1895, p. 21. 

(3) Chiesa in via Medina, detta così da un Ospedale 
per i gentiluomini poveri, fondato da Caterina Castriota 
Scanderberch nel 1514. (Vedi Galante, op. cif., pag. 331). 
Nincnrabiile ospedale di tal nome dove uno è ridotto per 
miseria e per male senza più rimedio. 



— 76 — 

Caso pe' sotto o caso po' coppa, 
'Nzieme e' 'o figli' 'e Pascalo Ito. 

AUi nov' alli uove, 
Teugo 'na testa 'e vasenieola, 
I' 1' aracquo spisse vote, 
Pe' spassa' neiinella mia. 

Alli dieci alli diece^ 
Tengo 'na testa cu' diece mele; 
Diece mele 'ncannellate, 
Lu cetrulo alla "nzalata, 
Schiatt' e crep' 'o 'nnammurato. 

AUi ìmueci alli ùunece, 
'O lietto tuio è cliin' 'e pùlece, 
'O lietto mio nun e' è niente, 
'à casa toia ce stann' 'e pezziente (3). 

l'S) Cantasi al suono dello scacciapensieri Una va- 
riante forma il n° 2 dei Cinquanta cauti pop. iiap. etc. 
di Gr. Amalfi ec. (Milano, Ambrosoli, 18H1). 

9 
'A mugliera de mastu Percuoco 
leva vestuta re frunne re fiche ; 
Zìicheto zìiclieto e passa la zita (1 . 

(1) Variante : Zùcheto, zùcheto che passa la zita. 
Sogliono i ragazzi ripetere questo canto quando veg- 
gono passare una coppia di sposi. 

10. 

A Nàpule se fauno 'e stròmmele, 
A Salierno se vann' a bènnere : 
Quanto so' scieme 1' uòmmene. 
Che bann' appriesso è fèmmene (1). 
(1) Questo canto, raccolto in Capolinei 1890, si ripete 
a chi troppo predilige le donne. 

11. 
'A notte "e Natale 
Fuie 'na festa principale, 
Nascette Nosto Signore 
Int'a 'na jDòvera mangiatora. 
'Nu volo e 'n' aseniello 
E San Griuseppe 'o viccliiarioUo. 
San Giuseppe facette 'a fascia 
'A Maronna "o piglia e 'o 'nfascia. 
'O mettete 'ncu un niella: 
h. fa 'a nonna, figlio bello. 
E fa 'a nonna, figlio roce, 



— 77 — 

Nu' me mettere chiù 'ncroec. 
E fa 'a nonna eh' 'a può fa' 
Ca mamma toia nu' pò chiù canta'. 
12. 
'A signora 'onna (1) Vicenza, 
Tene tre pùlece (2) 'ncoppa à pauza : 
Uno rorme e 'n ato penza, 
'N ato pazzoia (3) e' 'a siè Vicenza (4). 

(1) 'Orma, donna. 

(2) Piilece, lo stesso che pulce. « Il prato era pieno di 
pillici., di cimici ec, e di colali altre bestie. » Cako, Apol. 
E', però, pochissimo usato, e trovasi anche in iieneio 
mascolino. Vedi in proposito un opuscoletto omonimo 
dell'Imbriani. 

(3) Passeia, scherza, si trastulla 

(4) PiTRÈ. Voi. II, pag. 80. canto 7*^7 : 

E signura renna Vicenza, 
Cu tri pulici nni la panza: 
Unu arriri, una abballa, 
Una fa la rivirenza. [Noto) 

La signura ronna Vicenza, 
Avi tre purci 'n capa la p mza: 
Unu cci abballa, unu coi sona, 
TJnu cci fa la rivirenza {Palermo) 

13. 
A te voglio parla'. 
E quanno màmmeta nnn e' è. 
I voglio saglì'. 
nu* me di' no 
U una vota e niente chili (1). 

(1) Imbriani, Ls cansonetle iufuntili pomiglianesi, pag. M 
canto XXVI . 
A! 
Te voglio veni a truvà' ! 
E! 

Quanno màmmeta nu' ne' è : 
I! 

Voglie sàglì' ! 
O! 

Nu' mme ricere no ! 
U! 
'Ka vota sola e po' niente cchiù. 

14. 
Bizzoca, bisso bisso , 
Anzi' ca nun trova a isso ; 
Quanno po' 1' ha truvato, 
Beneritto Dio, che me 1' ha mannato (1) ! 
(1) Suol ripetersi questo canto a quelle donne, che 



- 78 — 

frequentano spesso le chiese e passano nel vnlgo col 
nome di bissoche, cioè pinzochere, bigotte finché non 
trovano un zinzine di marito. 

15. 

Campane, campanelle e camiJanielle, 
Cola-maccarone e tianielle, 
Arciulille e caccavielle ; 
Tengo pure 'o trebbetiello, 
Pizzipàpero e 'o giarretiello, 
'O pastore e 'o pasturiello, 
'O cavallo e 'o surdatiello, 
'O voie e 1' aseuiello 
Tengo pure 'o ruvagniello : 
Lupine salatielle (1). 

(1) Venditore di lupini, il quale, oltre ai lupini, ven- 
deva per i fanciulli, tutta la roba ricordata nel canto: 

16. 

Caru Piccotto a ro' se ritrova? 
— Se ritrova 'ncoppa 'e mmuntagne, 
E caru Piccotto venn' 'e ccastagne 
Sceta chi rorme (1). 

(1) Questo canto si ode dai fanciulli alla ricolta delle 
castagne. 

17. 

Ceculone (1) ieva p' 'a casa, 
Ven' 'a mamma abbraccia e 'o A^asa (2) 
E 'o mett' int' ò spertone (3). 
E fa 'a nonna Ceculone ! 

(1) Ceculone , accrescitivo di cicalo. In senso traslato 
fanciullo grandicello e grassoccio che vien dalla madre 
vezzeggiato e tenuto fra le braccia come se fosse un 
bambino di pochi mesi. 

(2) Vasa^ bacia. 

(3) Spertone, culla fatta a fogliette di legno di castagno. 

18. 
Che beli' accasione 
Grilè, supràbbito e cazone. 
'Na cammesola, 
Teng' 'a vesta nova nova. 
'A giacchetta p' 'o guaglione 
E 'o curpetto p' 'a figliola (1). 

(1) Dicono i ragazzi questo canto alle donne che vanno 
ai mercati a vendere panni usati rigattieri. 



— 79 - 

19. 

Cliesto cher è '? cheste cher è ? 
ò quartiere nisciuno ce vene ! 
— Mo' ce vengo i', mo' ce vengo i' ; 
Apparecchia 'o se' carri (1). 

(1) Se' cai'ìì, carrino, sei carlini. Moneta napototana 
li' argento, (ihe equivale a lire 2,56. 

Parole con cui i ragazzi solevano accompagnare il 
suono della ti'omba, che richiamava in quartiere i militi 
della Guardia Nazionale, nel 1860. 

20. 

Chiove e ghiesce 'o sole 
Quacche becchia fa l'ammore. 
Fa r amniore int' ò fiano (1) 
Quacche becchia ruffiana (2). 

(1) Tiano, tegame. 

(2) Variante dei tre ultimi versi ; 

Tutt' 'e becchie fann' àmraore, 

Fann' ammore int' 'o fiano, 

Tutt' 'e becchie ruffiane. 
I ragazzi ripetono questo canto quando , piovendo, 
scappa di tanto in tanto da qualche nuvola un raggio 
di sole. 

21. 

Chiòvere e nun chiòvere 
E ghiammuncenne a movere, 
A movere hi grano 
Pe' Santu Giuliano. 
Truvaie 'na funtanella 
Me ce lavaie li mmane. 
Me ce carette àniello 
D' 'o rito piccerillo 1), 
Fiscale e ripiscaie 
E male lu truvaio, 
lette ad 'o papa 
'O papa nun ce steva 
C èrano tre zetelle 
Facevano frittatelle. 
Me ne rètteno una 
E quant' èva bona, 
E me ne rètteno 'n' ata 
'A mettette 'ncopp' ù banco. 

(1) Rito piccerillo, dito mignolo. 



— 80 - 

'0 banco era futo (2) 

Sotto stev' 'o lupo, 

'O lupo èva vieccliio 

E nun aveva 'recchie. 

'Na gallina pe' la casa 

Che chiammav' a la cummara. 

'A cummara fora 'a porta 

Che benneva melacotte. 

Melacotte càure càure 

E mazzate 'ncopp' e spalle. 

(2) Fnto, profondo. 

22. 

Cicerenella teneva teneva 
E nisciuno lu ssapeva. 

Cicerenella teneva 'nu gallo 
Tutt' 'a notte nce leva a cavallo 
E nce ieva tantu bello 
Chist' o è 'o gallo 'e Cecerenella. 

Cicerenella teneva 'nu ciuccio 
leva vennenno torze e cappucce 
E benneva tanto bello 
Chist' è 'o ciuccio e Cecerenella. 

Cicerenella teneva 'na vetta 
Metteva 'a coppa e asceva 'a sotta 
E asceva tantu bello 
Chest' è 'a votta 'e Cecerenella. 

Cicerenella teneva 'nu culo 
Che pareva 'nu cuf enaturo, 
Nce faceva 'a culatella 
Chest' è 'o cufunaturo 'e Cecerenella (1). 
(1) E così, nominando altri oggetti ed altro membra 
appartenenti a Cecerenella {Gicciarella, Giccella, Cicella: 
tutti vezzeggiativi di Francesca), questo canto si pro- 
lungherebbe" all' infinito- Anche nella Babbilonia di E. 
Scarpetta si è interpolata, con opportuno varianti, que- 
sta canzonetta. 

23. 

Cielo bello, cielo buono 
Nule simmo de lu Sciore (1) 
(1) Variante: Simmo d' 'o dellecato Sciore, 

O pure : Simmo d' 'o vico d' 'o Cavone. 
Il dellecato Sciore, nominato nella variante, era uu 
appuntato di pubblica sicurezza di cognome Fiore. 

11 sentimento musicale . tanto svegliato nei Napole- 
tani, predomina altresì nel volgo ove del continuo por 
questo s'accendono gare spesso lietissimo, più .-^pesso 



— 81 - 

'Nfronte purtamm' 'a 'screzfone, 
'O liberetiello d' 'e canzone, 
'O spassatìempo d' 'e figliole. 
Ohi ! né', sta 'ncereviello (2), 
Ca t' 'o fanno 'o pignatiello (H). 
Tu si' ghiètteco (4) e te 'nzure (5). 
Ohi ! ni', muore figliuolo. 
Si tu me vuò' a me, 

funeste. Cantatori sono detti quelli che nel popolo hanno 
miglior voce e più tenace la memoria di certi fatti sto- 
rici ch'ei van così ri potendo, togliendoli ora da racconti 
popolari, ora da vite di Santi, ora da storie di paesi. 

Ln Sciare poi detto nel canto afcenua apounto ad un 
dei due partiti in che va divisa Napoli nel codice dei 
Cantatoli, l'altro intitolandosi Li Baiarne (le bilance). 

Questi due partiti ai quali si dà il primato del canto 
e elle il popolo, con bella frase, dice vanno p' autore) si 
suddividono alla loro volta in altre cateijorio, delle quali 
qui appresso menzioneremo le principali : 

Appartengono a Ln Sciare : 

I. Ln Monte, o ''A sgarrnnasione, o scarrnpasì'one, sotto 
cui sono affiliati tutti gli abitanti della Sanità. 

II. Li Sferre vecchie (V 'a Mandrone o Li Sferre d' 'o 
Mandrone o seraplicemonto Li Sferre vecchie , cui sono 
ascritti gli abitanti dd Ponte della Maddalena, del vico 
Mandrone ecc. 

III. Li Frascaiaole , cioè quelli deW Infrascata , oggi 
Via Salvator Rosa 

TV. San Giuvanniello 'o Pelliicione, porgli abitanti di 
SS. Giovanni e Paolo 

V. ''A Marina d' 'e lliniane per tutti quelli che domi- 
ciliano presso la Strada Marina. 

Costituiscono poi il partito che s'intitola da Li Balanse: 

I. '0 Binerò 'e Sunt' Antiiona o D' o campaniello' e 'Mila- 
no o D' ''o campaniello, pei quelli che domiciliano in Via 
Sant' Antonio Abate. 

II. 'A Villa d' 'e gran signnre, per coloro che domi- 
ciliano lunghesso la Villa Nazionale 

III ''E Quartiere per tutti gli abitanti dello strade o 
vichi messi a destra di Toledo, oggi Via Roma, per c'ii 
va dal Museo Nazionale verso Palazzo Reale. 

IV. San Michele , Santo Dummìneco , San Gallano ecc. 
per tutti gli abitanti di queste rispettive strade. 

Per questo canto, v. Amalfi, La Madonna dell'Arco e 
Monteverqine, in Napoli Nohilis, An. IV, p. 129; ed. an 
V, p. 97.' 

('2) Sta 'ncereviello, sii accorto, guardingo. 

(B) Fare 'o pignatiello, fai e la fattura. 

(4) Si'' ghiétteca, sei etico, tisico. 

(5) Te 'nzure. ti ammogli, dicesi all'uomo. 

il 



— 82 — 

Mi ha' fa' 'a capa eh' 'e rolle, 
Mi ha' fa' 'o lietto eh' 'e mmolle, 
'E lazze songo 'e seta, 
'E buttune sougo 'e velluto, 
Pascariè, si' 'nu curnuto, 
Tutt' 'e fèmraene t' he' tenuto. 
. 24. 
— Curamà, iammo a 1' acqua? (1) 

— Cummà, i' stongo stracqua ! 

— Curamà, niànuace a fìglieta? 

— Cummà, s' è m.aritata ! 

— Cummà. a chi 1' he' rato ? 

— A 'nu giòvene 'e miezo a strata ! 

— Cummà, che t' he' magnato ? 

— 'Na gatta 'mbuttunata ! 
— • 'Nu sòrece 'nfuso àcito: 

— Magna, magna, che è sapurito ! 

(1) Ire a l'acqua, andare ad atti igere acqua. 

Cumpare e cumpariello, 
Ce ne iammo a saiif Aniello, 
Ci accattammo 'nu susamlello (1) 
Miez' a te, miezo a me, 
Miezo ò figlio r' 'o re. 

(l) Snsamiello sorta di dolciume, p<n- lo più a forme 
d'un S, composto di farina, melassa, mandorle o avellane, 

26. 
Diman' è festa, 
E 'o sòrece 'nfenesta, 
'A gatta cucina, 
E 'o sòrece mette .'o vino ; 
Mett' 'o vino a carrafelle 
E 'o ppane a fell' a felle (1). 

(1) Questo e il seguente canto dicono i fanciulli in 
segno di giubilo alla vigilia d'una festa. Si dice anche 
dagli adulti ai bambini ponendosi a cavalcioni sulle 
ginocchia. 
PiTRÈ Voi, II, pag. 24, canto 772. 
Luna lunedda, 
Lu pani a fedda a fedda, 
Lu vino a cannatedda. 
Ole ! 
Imbriani V, Cant. pop. avellinesi, pag. 80, CLV(IV). 
Domani è festa, 
Lo soreco 'nfinnsta: 



— 83 — 

La gatta a cucirà' 
E lo sorece a mancia'. 
iMBRlANi V. Cant. pop. avellinesi, pag. 80, CLVI (V)' 
Domani è festa, 
Lo sorece ssi veste; 
Ssi veste de velluto, 
Lo sorece 'o cannaruto. 
Imbriani V, Canti delle provincie meridionali , vo- 
lume 2°, pag, 201 : 

Dimani è festa 
Lu sorece 'nfenesta; 
Lu gatto cucina 
E lu sorece mette 'u vino. 
Variante : 

Domani ne' è festa, 
E lu sole e' infenesta, 
'A gatta cucina, 
E 'u soricillo mett' 'u vino. 

27. 

Diman' è festa, 
Magnàmmece 'na menesta ; 
'A menesta nun è cotta 
E magnàmmece 'na ricotta ; 
'A ricotta nun è fresca 
E magnàmmece 'na ventresca ; 
'A ventresca 'un è fellata (1) 
E magnàmmece 'na 'nzalata ; 
'A 'nzalata nun e' è uoglio, 
E chiammammo a masto 'Mbruoglio. 
Masto 'Mbruoglio è ghiuto à messa, 
E cu' quatto principesse, 
E cu' quatto cavallucce, 
Muss' 'e vacca e muss' 'e ciuccio. (2) 

(1) Varia questo e il precedente verso così : 
E magnàmmece 'na rapesta. 
'Na rapesta 'un é fellata. 
PiTKÈ. Voi. II, pag. 29, canto 784: 
Rumani è festa. 
Si mancia minestra; 
'A minestra è cotta, 
Si mancia ricotta; 
Ricotta è salata, 
Si mancia nzalata, 
'Nzalata 'u' nni vogghiu; 
Ddocu veni lu 'mmrogghiu 



— 84 - 

■ 28. 

Do' Luvijrgio, do' Luviggio, 
Tutt' 'a notte cant' 'o 'ffìggio, 
E 'o cant' a tarantella 
E do' Luviggi' 'o femmenella (1). 

<l) Sì suole così pigliar beffe di chi ha nome Luigi. 

29. 

Do' Lluvì, do' Lluvì. 
Bilie (l) a me si vuò' muri. 
Che 'o tavuto t' 'o face' i'. 
E 'o faccio a copp' a noce (2) 
'Ncoppa ce metto 'na bella 'roce (8) 
Quanno passe p' 'o Pennino (4) 
I' t' abbotto 'e cannelline. 
Quanno passe p' 'o Mercato (5), 
I' t'abbotto 'e cannonate. 
Quanno passe pe' basclo Puorto (6), 
I' t'abbotto 'e chi t' è muorto. 
Ricessè. ricìò, rlcennove e biute (7) 
'Rap' 'a fossa e mènete 'a rinto: 

(1) Bilie, digli. 

(2) a copp' 'e noce, cioè a cocche o còccole 'e noce: ita- 
lianamente ; a gusci di noci. 

(3) 'Roce, croce. 

(4_5_6) Pendino, Mercato, Porto, sono tre sezioni 
della città di ]N"apoli, detti altrimenti Quartieri. 

(7) Variante n. 3 e 4 nei Cinquanta canti etc. cii.at i 
dall'Amalfi etc. 

30 

Vj lu mare ch'è uno e doie, 
Tiene picchine, bella figliola ? 
E lu mare ch'è treie e quatto, 
Tiene picciune, ca me l'accatto (1)? 
E lu mare ch'è cinco e seie, 
Tiene picciune a picciunera (2) ? 
E lu mare eh' è sette e otto, 
Tiene picciune, bella guagliotta (3) ? 

(1) Accattare, per comprare. Maestro Alberto: gli l'avea 
accattato. ]Sr()VELLE antiche, pag. 129. 

(2) Picciunera o picciunara, colombaia. 

(3) Guagliotta o guagliòttota, fanciulla. 

E' quasi identico riell' Imbriani. Canti delle prov. etc. 
Voi. 2°, pag. 19 L. 



— 85 — 

E lu mare eh' è nove e diece, 
Mannaggia màmmeta che te feoe ! 
E lu mare eh' è ùnneee e dùreee, 
Mannaggia mamme tà cu' tutt' 'e sùreee ! 

ai 

E' notte o è fatto iuorno ? 

Stàteve zitte, gent'attuorno; 

Gfent'attuorno, stàteve zitte: 

'O muceaturo n' è manichitto. 

'0 manichitto n' è muceaturo: 

'A pastenaea nun è cetrulo, 

'O eetrulo nun è pastenaea; 

Sia beneritto chi l'ha chiantato, 

Chi l'ha chiantato sia beneritto, 

C 'o tiano se fa 'o zuf fritto; 

'O zuffritto nun è tiano, 

'O sargente n' è capitano; 

'O capitano n' è sargente, 

E 'o voie maneh' è tenente; 

'O tenente manch' è ciuccio, 

E Griuvanne chiamm' a Carluccio 

Carluecio chiamm' a Griuvanne, 
E tata se pigli' a mamma; 

Mamma se pigli' a tata; 

E faeètter' 'a frittata; 

'A frittata .se fece, 

E 'a colla nun è pece; 

'A pece nun è eolla, 

Siè masto mio. spiccia 'sta folla; 

Spìceela tutta quanta, 

Cheli' 'e reto se faccia 'nnante; 

Se faccia 'nnant' a la maiurana (1) 

lesce fora 'a napulitana 

Aie lu curdo 

(1) Mainrana, donna di Malori in provincia di Salerno. 

32 

É sunata 'n' ora 'e notte: 
E l'àngiulo p' 'a porta, 
E Maria p' 'a casa 
'O ttriste iesce e 'o buono trase, 
E Dio ce guarda 'o capo r' 'a casa (1) 

(1) Suol dirsi a mo' di augurio, la sera al suono del- 
l' Ave Maria, 



86 — 



33 



Francisco (1) venga venga 
E nisciuno In 'ntrattenga. 
Si carcuno 'o 'ntrattenesse 
'A guàllera (2) le scennesse (8). 

(1) Questo nome si cambia, secondo le occasioni, con 
altro nome di persona. 

(2) Guàllera, ernia. 

(3) Variante: Cacarella le venesse. 

34 

Gallo cantatore, 
Gallina cantatessa, 
Pàpera abbatessa, 
Palummo rnccutore, 
Marvizzo piseatore, 
E borpa mariola (1). 

(1) Bernoni. Tradizioni pop. veneziane (El Gaio), pun- 
tata III, pag. 69: 

Gaio, gastaldo: 
Galina, gastaldina: 
Oca, badessa: 
Oselete, contessa; 
Porc^eleta, fantina. 
Gjanandbea. Novelline e fiabe pop. marchigiane. (Le 
nozze de' Treddici), pag. 21: 

Gallo, cristallo, 
Gallina cristallina, 
Oca contessa, 
^-4.netra bate&sa, 
Uccelli' cardellì. 
Questi versi si ripetono in un canto popolare che, 
finora, non mi è riuscito di raccogliere interamente. 

35 

Giesù Cristo 'ncielo saglie, 
Vartummeio appriesso leva. 
Giesìi Cristo se trova vutanno: 

— Vartummeio, che baie facenno ? 

— Appriesso a buie voglio veni'. 
Va a truvà' cliella Vèrgena Maria, 
Che sta vestuta tutta r' oro, 

Pe' cògliere rùrece viole. 
Chelle nun zo' durece viole, 
So' dùrece campanelle preziose. 
Che sonano la notte re Natale. 



— 87 - 

Chiagnite, piccerille, e po' li granne. 

Ca GriesTi Cristo è muorto 'e trentatrè anne. 

Vicin' a 'na culonna fraggellato, 

Là ce steva Griura ammalurato, 

Cu' la lanza 'minano che trareva Cristo. 

Là steva pure San Griuvambattista, 

Cu' rose fresce e cu' rose damasche 

Chi chesto nun zape. se lu fa 'raparà', 

O trentatrè anne re fuoc' a da passa' ! 

Variante : 

Gesù Cristo se ne sagliette 
Yartummeo appriesso lette. 
Griesù Cristo se vutaie 
Vartummeo a dò vaie ? 

— Appriesso a te signore. 

— Appresso a me nun beni' 
Vattenne 'a Scala Santa 

Ca noe truove 'o Spìrutu Santo 

Nce truove 'nu gran Signore 

Cu' 'na lancia traritora. 

Chi le rà 'na mazzata 

Chi 'na botta 'e scurri ato. 

Chillu santo che scurreva 

Int' ò càlice 'o mmetteva. 

Chi rice tre bote à notte 

Nun ave paura 'e fa' mala morte. 

Chi rice tre bote pe' bia 

'O terzo peccato è perdonato 'a Dio 

36 

Grólla, grólla, pane e cecòria, 
, Quìnnece e sìdece e santo savòrio, 
E li prièvete urlannare 
L'hanno saputo guaragnare. 

Muònece vinte, e carrine trenta 
Va pe' l'ànenia de jommenta, 
Cinco rana è poco 
'Nu carri pòselo loco. 

Acala la cotta Dòmine, 
Ca li piere nce pàreno mo', 
Faciste bene de parlare in gèrmine 
Ca i gallerinie nun capiscono, no ! 

37 
Icche, ecche, occo 
'O ppane 'o vino e 'o cocco 



— 88 — 

Abbicco, abbacco, abbocco 
Tabaccaro sotto e 'ncoppa 

Corruzione del latino ab hic, ab hac, ab hoc. 

88 

lesce iescfì sole, 
Chelli ppòvere criature 
Glie min hanno che magna' 
lesce, sole, p' 'e scarfà' (1). 

(l) Scarfà' , riscaldare. 

Questo canto suol dirsi in forma di preghiera da fan- 
ciulli poveri e mal vestiti in tempo di pioggia o di 
freddo. 

PiTRÈ Voi. II, pag. 21, canto 768. 

Nesci, nesci, Suli, Sali, 
Pi lu santi Sarvaturi; 
Jetta un pugno di rinari, 
Arrìcria li Cristiani; 
Jetta un pugnu di nuciddi: 
Arricria li picciriddi: 
Jetta un pugnu di fumeri: 
Arricria li cavaleri {Palermo). 
Ole! 
Nesci nesci suli suli 
Pe lu santa Salvaturi 
Pe la luna e pe li stiddi 
Pe li poveri picciriddi; 
N'hannu ninti da mangiari 
Nesci suli a caddiari. {Palmi. Calabria). 
E nelle vicinanze : 

Sorti fuori, sorti, o solo, 
Pe' lo santo Salvatore 
Pe' la luna e pe' le stelle 
Pe li poveri piccini (o piccirolle?) 
'N'hanno ninte da mangiari 
Sorti fuori pe' scardarli. 
Savini, Sul dialetto teramano, pag. 325, canto 3°. 

lesce, sole santo, 
E riscalle tutte quante; 
Riscallo chella vecchia, 
Che sta 'nciraa a chella cerqua; 
E la cerqua è pizzuta 
E lu sole è rivenuto 
E tirate chiù qua jù. 
E riscalle pure a nìi. 

Casetti a. e Imhriani V. Canti delle prnv. niorid , 
volume II, pag. 194, canto V. Palona (Abruzzo); 



Jesce, jesce, sole sant' 
E rescalla tutt' quant' ; 
E rescalla chella vecchj' 
Che sta 'n ceima a chella cordi', 
La cerca sse romp' 
E la vecchj' zomba, zoinb' ! 
Zomb' e zurabett' 
E 'na cossa de crapett'. 
Zomb' e zurabagn' 
Predech' tutt' jii ann'; 
E quand' neii pozz' cchiù, 
Cai' jej' e sajj' tn. 
In Pescocostanzo (Abruzzo Aquilano): 
Jesce, jesce, sol' sant' 
E rescalla tutt' chiant' ; 
E rescalla chella vecchj' 
Che sse chiama Nata Peppa. 
Trasparisce la superstizione della Befana (dice I'Im- 
BRlANi), simbolo dell'invelilo e della morte, sparsa presso 
tutte le popolazioni indo-europee. Il bergamasco chiama 
Ecia (vecchia) l'epifania : 

A Nédal. el fred fa mal; 
A la Ecia 1' è 'n fred' che sa creppa. 
Ed a Spinoso (Basilicata : 
Jessi, jessi sole, 
Cu' tre cavalli r 'oro. 
Oro e d'argiento, 
Ciento e cinquanta 
E In vei chi nei campa, 
E nei campa la viola, 
Mast' Francisco vai a scola. 
Po' passa Gesù Cristo 
Cu' 'na mazza e cu' 'na tromba : 
Ci nge ancappa ngi ssillomba. 
Il detto canto, con poche varianti, riportato fin dal 
seicento, da Gian Battista Basile noi Canto de li cnnti, 
è riprodotto dal Galiani (o chi per lui !) nel libro Del 
Dialetto Napoletano, Op. cit , pag, 116 , con questa va- 
riante , e con la nota seguente : 
Jesce, jesce Sole, 
Scajenta 'Mperatore, 
Scanniello mio d' argiento , 
Che vale quattociento; 
Ciento cinquanta, 
Tutta la notte canta, 
Canta viola 
Lo masto de scola; 
'O masto, 'o masto 
Mannancenne priesto 
Ca seenne Masto T'iesto 

12 



— 90 — 

Co' lanze, e co' spate 

Da l'aucielle accompagnato. 

Sona sona zampognella, 

Ca t'accatto la gonnella, 

La gonnella de scarlato, 

Si non suono, te rompe la capo. 
» Malgrado che in questa canzonetta, che ancor oggi 
i fanciulli cantano, vi s'incontri più rima, che ragione, 
vi traspare però quell'innocente allegria , che regnava 
in quei secoli rozzi, ma non del tutto infelici. La cre- 
diamo dei tempi di Federico II Imperatore ». 

« Certo è (aggiunge I'Imbriani) che un frammento ne 
venne introdotto dal Boccaccio nella novella III della 
giornata Vili, pag. 202 (Firenze, Le Monnier, 1857), ed 
è poi diventato proverbiale: — • Disse allora Calandrino: 
E quante miglia ci ha ? Maso rispose : Hàccene più di 
millanta, che tutta notte canta ». — Anche un altro verso 
della canzonetta è proverbialmente adoperato nella Rosa 
di Giulio Cesare Cortese. Atto I. Scena I, pagin.i 10 
Napoli, de Bonis, MDCLXVI. 

I^on te mmaravegliare, 

Si te facimmo 'sto bello presiento, 

Che baie quatrociento. 
Imbriani, Canti pop. avellinesi, pag. 108, CLVIII (VII) 
lesci iesci sole, 

'E castiello 'mperatore. 

Ciento e cinquanta, 

E commoglia a tutti quanta : 

Commoglia a chella vecchia. 

Chi sta 'ncoppa a la cerza, 

La cerza cadivo 

E la vecchia foivo. 
Ed a pag. 109-110. CLIX, (Vili). 
Iesci iesci sole, 

'E castiello 'mperatore- 

Ciento e cinquanta 

E la pica quanno canta; 

Canta viola, 

E lo raasto de lo scola; 

Masto e maestà, 

E mo' passa Gesocristo, 

Co' le torce allumate, 

E co' l'angioli apparati. 

Chilli stizzi chi cadevono, 

Acqua santa ssi facevono; 

Acqua santa e acqua rosa, 

E Maria mo' ssi 'rrinosa. 

Ssi 'rripoea 'mparaviso 

E Maria che bello riso ! 
De Gennaro Luigi, Cauti del popolo di Pagognano. 
(Noi Basile, anno I, uum. 10, canto XLVI) : 



— 91 — 

Jesce sole, jesce sole,, 
Jesce jesce, jesce mo'. 
Tu qiianno jesce, i' tanno spanno, 
Tu si' meglio r' 'o sciuttapanno. 
'O sciuttapanno e anno, 
Peppeniè, te tengo 'ncanno. 

39. 

lesce iesce sole, 
Scanniello a 'mperatore (1), 
Torci alluminate 
E cannele stutate 

(1) Scanniello , scanno, sgabello. Scanniello à 'mpera- 
tore, seggio imperiale. 

40. 

r me cocco riut' a 'stu lietto, 
'A Mai'ouna 'ncopp' a 'stu pietto. 
I' rormo e Essa veglia, 
Si è caccosa me resbeglia. 
I' me cocco e me so' cuccato. 
Griusìi Cristo m.'è paté, 
'A Maronna m' è mamma. 
'E sante me so' parient»), 

1' me cocco e nun aggio paura 'e niente (1). 
(1) E' questa na preghiera, che sogliono far ripetere 
le madri ai loro figliuoli, la sera, quando vanno a letto. 

41. 

Lìicela, Iticela campanara (1). 
Vaie pe' terra e baie pe' mare 
E lùcela, lùcela campanara (2). 

(1) Lìicela campanara, lucciola campaiuola. 

(2) Lo ripetono i bambini quando di sera veggono 
svolazzare le lucciole per le campagne. 

42.- 
Luna lu', 
Mèneme 'nu piatto 'e maccarune 
Si nun ce miett' 'o ccaso 
Te rompo 'a rattàcasa (1). 

(1) Rattàcasa o grattacasa, grattugia. 
Dicono così i fanciulli alla luna nelle belle sere di 
estate. 

Savini. Sul dialetto teramano, pag. 330, canto 17." 
Luna, Luna, 
Damme 'nu piatto de maccarune; 
E se 'n ce mitti lu suchillo. 



— 92 — 

Te rompe lu tianillo; 

E se 'n ce mitti lu cascio 

Te rompo la grattacascio. 

43 

— Luna luua 'inmiez' ò mare (1); 
Mamma ma', mariteme tu (2) ! 

— Figlia fi', chi faggi' a rà' ? 

— E i" Togli' 'o casadduoglio. 

— Si te rong' 'o casadduoglio, 
'O casadduoglio uun fa pe' te. 
Sempe va e sempe vene, - 
Semp' 'a curtella 'mmano tene, 
Si l'avot' 'a fantasia 

'A curtella 'nfaeci ù. figlia mia. 

— Luna luna 'mmiez' ò mare; 
Mamma ma', mariteme tu ! 

— Figlia fi', chi faggi' a rà' ? 

— E i' vegli' "o canteniere. 

— Si te rong' 'o canteniere, 
'O canteniere nun fa pe' te. 
Sempe va e sempe vene 
Semp' 'a earrafa 'mmano tene, 
Si l'avof 'a fantasia 

'A carrata 'nfaccia à figlia mia, 

— Luna luna 'mmiez' ò mare; 
Mamma ma', mariteme tu ! 

— Figlia fi', chi faggi' a rà' ? 

— E 1' vegli' 'o scarpariello. 

— Si te rong' 'o scarpariello, 
'O scarpariello nun fa pe' te. 
Sempe va e sempe vene, 
Semp' 'a suglia 'mmano tene, 
Si l'avof 'a fantasia 

'A suglia 'nfaeci' à figlia mia. 

— Luna luna 'mmiez' ò mare; 
Mamma ma', mariteme tu ! 

— Figlia fi', chi faggi' a rà' ? 

— E i' vegli' 'o cucchieriello. 

— Si te rong' 'o cucchieriello, 
'O cuchieriello non fa pe' te. 
Sempe va e sempe vene, 

(1) Variante : E la luna 'mmiez' ò mare. 

(2) Variante: Mamma ma', piènzece tu. 



— 93 - 

Semp' 'a bacchetta 'mmano tene, 

Si l'avot' 'a fantasia 

'A baeclietta 'nfacci' a figlia mia (3). 

(3i Questo canto, a simiglianza dell' 80°, si ripete al 
suono dello scacciapensieri^ Si suole però protrario al- 
l' infinito col cambiare solamente la voce del mestiere 
(che in questo canto è 'o casaddnoglio , o canteuiere, 'o 
scarpariello, 'o ciicchieriello) e quella d'una dei ptiùci- 
pali strumenti attinenti allo stesso mestiere (che qui è 
,'« pnrtella, a carrafa, 'a sngha, 'a haccìieita). Non ischiet- 
tamente popolare. 

BiDERi Grio: Emmanuele, Passeggiata per Napoli e 
contorni ec, 2* Ediz. Napoli, 1858, "pag. 78 : 

TARANTELLA 

Prima voce 
E la luna mmieso mare. 
Mamma mia, maritame tu. 
Seconda voce. 
Figlia mia, chi faggio 'a da' ? 

Prima voce 
Mamma mia pensaci tu. 
Seconda voce. 
Se te do ^no scarpariello, 

'0 scarpariello non fa pe' te: 
Sempe va e sempe vene 
Sempe "a snglia 'mmano tene: 
Si Ile vote la fantasia, 
A suglia 'nfaccia «' figlia mia. 

Prima voce. 
E la luna mmieso mare etc. 

Tissi, Bresciani, Mazzatinti, Canti trentini, pag. 6, 
canto 4 : 

— Luse la luna em mez al mar, 
o mama mia. me voi maridar — 

— O figlia mia, chi t'ònte da dar ? — 

— O mama mia, penseghe su vu — 

— Te voria dare un barcarole. — 

— Un barcarole tegnivolo vu ; 
el barcarole el va, el vien, 

el barcarole noi me \ ol ben. — 

— Te varia dare un saltorelo. — 

— El saltorelo tegnivelo vu; 
el saltorelo el va, el vien, 

el saltorelo nel me voi ben. — 

— Te voria dare l'ortolanelo. — 
L'ortolanelo tegnivelo vu, 
l'ortolanelo el va, el vien, 



— 94 - 

l'ortolanelo noi me voi ben. — 
Luse la luna em mez al mar, 
O marna mia, me vói maridar. — 

— O figlia mia d'onte da dar? - 

— El Tonin bel, mi voria sposar. — 

44. 

Luna luna nova 
Minarne quatt'ova, 
Menammella 'nzino, 
Ca te faccio 'e tagliuline: 
'E tagliuline cu' lu ccaso, 
E Francisco senza naso (1). 

(1) Al nome Francisco (Francesco) si può sostituire 
qualsiasi altro nome di persona. 

45. 

Maccarone 'e casa, 
Puorte a màmmet' a cunfessà', 
E dicencell' ò cunfessore 
Ca tu si' 'nu maccarone (1). 

(1) Si ripeteva questo canto dietro un venditore am- 
bulante di frutta , il quale girava le vie di xiapoli , e 
i monelli al vederlo così locco e babbeo^ ripetevano i 
surriferiti versi. Alla sua morte un verseggiatore na- 
poletano scrisse una sciatta canzone dal titolo : '-4 morte 
'e Maccarone. 

46. 

Manto d'oro, manto d'oro 
Si tu mute penziero i' muto ammore. 
r cagno ammore bello 
Fatto a nenna a cecorella, 
Lu zuco a lu limone, 
Lu f forte a le mmane. 
La luna 'mmiezo ò mare 
La salute r' 'o marenaro, 
Pe' mare voglio ì' 
Pe' la marina no, 
A Rosa voglio bene 
A Catarina no. 

Terettìippete e comme si' bello 
Si t'arrivo te scoppo 'nterra. 
'A mamma re Pulecenella 
Tutt' 'a notte ieva cantanno, 
Sunava la campanella 
E biva 'a mamma re Pulecenella. 



— 95 - 

47. 

Maria lavava, 
Griiiseppe spanneva 
'O figlio chiagneva: 
Zitto zitto, figlio mio, 
Che a l'ora te pigl'io, 
Te ronco 'a zizza 
E te torno a cucca'. 

48. 

Maroiina nun la' chiòvere 
Ca tengo 'e scarpe rotte 
Nce mancano 'e ssole "a sotta 
Sciù, seiammèria corta ! 

49. 

Maruzzè', tu caccia 'e eco me 
Rimme màmmeta a dò rorme 
— Rorme a lu mulino 
Caccia pòvera e farina. 
Rorme a lu spitale 
E cu' ciento vaticale. 

làmmela a bere' si è biva o si è morta. 
Si e biva 'a mmaretammo 
Si è morta 'a sutterrammo. 

50. 

Mastu 'mbruò' pecche si' muorto '? 
Pane e bino nun te mancava; 
'A 'nzalata tenive a l'uorto, 
Mastu 'mbruò' pecche si' muorto '? (1) 

(1) E' canticchiato dai monelli quando muore un 
poveraccio che tirava iniutnzi la vita a stento. 

' Mbrnò\ apocape di 'mhnioglio vaie f/arbuglio, giovi- 
gnolo, confusione, ma qui, in senso traslato. Cfr. nel 
Gingillino del Giusti: Lu mania di Sere Imbroglia ecc. 

Variante: Mar amà\ pecche si' miiorlo, donde qualcuno 
inesattamente ha ritenuto riferirsi al famoso Maramaldo. 

51. 

Me ne scengo p' 'o Ranatiello (1) 
Cu' 'sta canna e 'stu penniello. 
Cu' 'sta nenna a man' a mano 

(1) 'Ranatiello , spiaggia presso Portici, denominata 
Oranaiello. 



— 96 — 

'O pisciavlnolo e 'o marenaro. 
Oh che pesce !, oh che pesce ! 
L'uocchio vuosto m' 'o fa cresce'. 
Oh eh ' avuzze (2) ! oh eh' avuzze ! 
Oh che cièfere e merluzze ! 
'Mmiezo 'o mare e' è 'na veglia (8) 
Tutt' a buie arrassumeglia. 
Me ne scengo pe' Palazzo, 
FraA'ecatò', tu stale a spasso. 
Pitta càuce (4) e pennlello. 
PlttainmlUo 'stu oampauiello. 
Plttammlllo fino fino 
Che ce pàsseno 'e baiasse (5). 

(2) Aviisse, più comunemente alnssi lucci. 
(3; Veglia, vecchia. 

(4) Canee, calce. 

(5) 'E baiasse, le serve, donno di servizio. Ognuno ri- 
corda la Vaja'ìseide del Cortese. 

52 

Me ne vaco coppa coppa. 
Vaco vennenno l'ova cotte 
Si so' fresche o si so' cotte, 
I in' 'e frie int' a tlella (1) 
Comm'a piezze 'e baccalà. 

(1) l'iella, padella. 

53 

Me ne vaco marina marina, 
Vaco a truvà' a zi' Catarina, 
Si è morta o si è biva. 
SI è morta l'atterrammo, 
Si è biva 'a m«retammo. 
Dicesse', dlclò, dicennov' e biute 
Apr' 'a fossa e mènete dlnto, 

54 

Me ne vaco palazzo palazzo, 
A Tuleto e a 'Bau Piazza. 
E 'o priore è asciuto pazzo (1). 

(1) Allo falde della collina di Capodiraonto. là dove 
si aprono le famose Catacombe di S. Gennaro, esisto un 
Ospizio di beneficenza, al cpiale volgat mente si dà il 
titolo di S. Gennaro dei Poveri, dai molti vecchi che vi 
sono accolti. Il viceré Pietro di Cardona , nell'anno 
16()G, fondò questo Ricovero di mendicità, nel sito stesso 



— 97 — 

dove nel 1297 era stato impiantato un Ritiro di donne 
e nel 1468 dall'arcivescovo Carafa un Ospedale ad uso 
di Lazzaretto. Riuniti così in un' opera sola i diversi 
istituti, il viceré suddetto volle al titolo di S. Gennaro, 
che prima portava il pio Luogo , aggiungere quello di 
S. Pietro, in memoria del suo nome o della sua libera- 
lità; e da alloi-a fu denominato: Ospizio de' Ss. Pietro e 
Gennaro extramoenia. 

I vecchi in esso ricoverati sogliono in diverso nu- 
mero seguire i convogli funebri, e ad ogni 50 di essi 
è preposto uno , che va distinto col nome di sergente 
e più spesso di gnardaporta della morte o semplicemente 
guardaportone. Egli, (ed è a lui che si riferisce il canto 
e che i monelli per àWeg^ìo Gh.'\iim&.no generale o priore) 
precede la compagnia ed ha per distintivo una fascia 
di velluto nero colla scritta : Reale Ospizio dei Poveri, 
uno spadino ed un' alabarda. 

55 
Mo' vene Natale, 
Nun tengo renare, 
Me fumo 'na pijjpa (1) 
E me vae'a cucca' (2). 
E quanno è Natale, 
Ca sparano 'e bbotte 
Me metto 'nfenesta 
M' 'e stongo a guarda'. 

(1) Pippa, pipa. 

(2) Clicca o ciircà', coricare, corcare. 

Questo canto si suol dire dai fanciulli, e dagli adulti 
altresì, all'approssimarsi del Natale. 

56 

'Mparaviso 'e bbelli ccose 
Chi nce va se ne arreposa. 
Va, a lu 'nfierno 'a mala gente 
Chi ce va pò se ne pente 
Ma nun zerve cliiìi a penti' 
Quanno è dinto nun pò asci' ! 
E nun zerve a lacrima' 
Quanno è dinto nun pò scappa'. 
57 

'Nnòmen' è paté (1) 
Mamma e tata. 
Cicero cuotte, 
E caso rattato (2). 

(1) Corruzione dell' In nomine patris. 

(2) Così dicono i bambini por ischerzo facendosi il 
segno della croce. 

13 



— 98 — 

IvE, Canti pop. istriani, pag 278, canto 5. 
In nomine Patri, 
Pan de scarlati, 
Fareìna fresca, 
Pan (le tudisca. 

58 

'Nu palummo e 'na palomma 
Va pe' mare e nuii ze 'n forine 
Chiamma 'a mamma e 'a figlia risponne. 
59 

'O ciuccio valente valente, 
Porta 'a sarma (1) e nun se la sente, 
E si se la sentarria. 
Oh! che ciuccio che sarria (2). 

(1) Sarma, soma. 

(2) Quando ai fanciulli riesce di appiccicare nasco- 
stamente alle spalle o una pezzuola, od una striscia di 
carta a qualche loro compagno, senza che ei se ne avve- 
da, sogliono ripetere il canto suddetto. 

60 
'O priore, 'o priore, 
Acqua càura e sapone. 
E sapone e sapunetto (1) 
Frisc' (2) a Fànema 'e chi t'annetta (3). 

(1) Variante dei due ultimi versi : 
Acquavite re Palazzo. 
E 'o priore è asciuto pazzo. 
i2) Frisca (cioè refrisca), letteralmente rinfresca; ma 
qui è in significato di sia benedetta l'anima. 

(3) Sogliono dire questo canto i fanciulli, in dileggio 
del priore delle confraternite, che accompagnano i de- 
funti all'ultima dimora. 

61 

Pacchianella, Pacchianella, 
Mo' si' bona a pazzia', 
C 'o tammnrro e 'e ccastagnelle 
Tarantella vulimmo fa', 

Tu nun cuse, nun file, e nun tiesse 
Gomme li ffaie 'sti gliommerà ? 
Si nun dice che puorte 'mpietto 
Mo' nce chiammo la guai-dià.' 

Te vulevo treccalle de bene, 
Mo' te ne voglio 'na prubbecà 
Apprimma jere 'na puUanchella, 
Mo' si' fatta 'na vocculà ! 



— 99 — 

62 

Palummella ianca ianca, 
Che ce puort'iiit'a 'sta lampa ? 
— I' ce porto l'uoglio santo, 
P'abbattià' lu Spirutu Santo. 
Lu Spirutu Santo s'è battiato, 
Pe' tutto lu munno s' è 'nnummenato, 
S' è annumiuenato pe' cosa vera; 
Aummaria ràzia prena (1). 

(l) Corruzione del latino : Ave Maria, gratta piena. 

63 

Pascariè, nu' chiàgnere chiù, 
Ca Cuncetta nun te vò' chiù (1): 
Ca tu chiagne e t'allamiente (2) 
Cuncettella (3) nun tene niente (4). 

(1) Variante : Cuncettella nun te vo' chiù. 

(2) Allamiente, ti lamenti, ti duoli. 

(3) Tanto il nomo proprio di persona Pascariè^ (Pa- 
squalino), quanto quello di Cuncetta, possono essere so- 
stituiti da altri nomi. 

(4) Parole di conforto agl'innamorati traditi. 

64 

Pe' dispietto r' 'o paglietta 
Pure me metto 'o cappelletto 
'A signora e' 'o cappelletto 
'E zèppole 'e riso comme s' 'e ghietta 
'A signora e' 'a nocca 'ncanna, 
Sotta porta 'o sciuttapanne, 

E' lana: 
Abbascio a Cunciarìa scòrtecano 'e cane, 

A buie: 
Nu requiamaterno a tutte ruie, 

E luna: 
E ò puntone 'e Matalune 
Ce sta don Pruno, 

E nella: 
E Nella, e Nella, e Nella 
Quanto si' bella ! 

E arena: 
Mièttete accanto ò mare che biento mena ! 
65 

Perillo. Perillo, me songo 'nzurato, 
Che bella mugliera, che m'aggiu pigliato, 



— 100 - 

Nu' me ne curo oh'è scartellata, 
Abbasta che tene lu 'nariaturo (1). 
'Ncopp' à prèvula nasce l'uva 
Prinim' acèvera e po' ammatura, 
lette 'o viento a tuculià', 
Pepe, cannella, caruofenà ! 

(1) ^Nariaturo, o trapenahiro, naspo, aspo. 

66 

Po' 'mpare, po' 'mperompare 
Chi nun 'o ssape s' 'o 'mpare, 
Ciccillo nun 'o ssape, 
Priesto priesto se lu 'mpare (1). 

(1) Quando un ragazzo si affatica ad imparare una 
lezione, lo si suolo invogliare coi versi soprascritti. Il 
primo verso dunque pare voglia significare : poi l' im- 
para, a poco a poco l'impara. 

67 

Povero guaglione. 
Tene 'a mamma a Lampione (1) 
Teno 'o paté a San Francisco (2) 
E 'a sora che sono 'o fisco. 

(1) Lampione, Vico Imbrecciata a Porta Capuitna; ora 
appellasi: Via Martiri d'Otranto. Luogo ove convive- 
vano le donne di liberi costumi. 

(2) San Francesco, ospedale delle carceri. 

68 

Prèdeca prèdeca fra' Giuvanne, 
Ca 'ncielo te vo' Giesìi, 
Quanno nun pozzo chiù 
Saglio i' e scinne. tu. 

61) 

Puchiarella, Puchiarella, 
Affacciata a' fenestella, 
Cu' 'nu pietto ianculillo, 
'A cammisa e' 'o pezzillo, 
'A vunnella e' 'a farbalà, 
Puchiarella vo' pazzia'. 

70 

Quanno màmmeta fa 'a cazetta 
'O mazzarieir a do' s' 'o mette ? 
Si s' "o mette rint' 'o lato 



— 101 — 

Fa 'a cazetta p' 'o 'nnammurato, 
Si s' 'o mett' int' 'a cintura 
Fa 'a cazetta p' 'a criatura, 
Si s' 'o mette sotf 'o core 
Fa 'a cazetta p' 'o cunfessore. 

71 

Quant' è bello a ghi' pe' mare ! 
'A Madonna 'ncoppa 'a nave. 
San Griuseppe a lu temmone, 
Gesù Cristo pe' patrone, 
L'angiulille j)e' marenaye, 
Quant' è bello a ghi' pe' mare 1 
Voca voca, marenare. 
E' identico nell' Imrriani. Vedi Voi. 2", pag. 186. 

72 

Quarajèsema secca secca (1) 
Se magnai' 'e ppacche secche (2), 
Le ricette ramraenne una, 
Me menale lu trapenaturo (3): 
Le ricette rammenne 'n'ata. 
Me menale 'na zucculata (4). 

(1) Secca, macilente, sparuta. 

(2) Pacche-secche, fette di pere disseccate al sole. 

(3) Trapenaturo o ^nariaturo, aspo, naspo. 

(4) Zucculata, colpo di zoccolo. 

E' uso in Napoli, durante la quaresima , di metter 
fuori delle finestre un fantoccio di cenci sotto cui so- 
spendono una melangola con sette penne , delle quali 
cinque nere, che si strappano una per volta nello prime 
cinque domeniche, una bianca e ner.i o grigia per la 
domenica delle palme, e 1' ultima tutta bianca , che si 
toglie via a Pasqua assieme a tutto il fantoccio in mezzo 
a fuochi di artifizio. A questo fantoccio appunto si dà 
il nome di Querajèsema ed a lei i fanciulli rivolgono il 
canto suddetto. Cfr. Amalfi, Et contrasto de Garnescialc 
et de Quaresima (Napoli, 1890). 

73 
Rimane è festa, 
'O sòrece 'nfenesta. 
Se mette 'a cammisa 
E se fa 'na bella risa. 

74 

Ron Tummaso, ron Tummaso, 
'Ncoppa 'e ggamme mi cacò 



— 102 — 

E la mamma lo pulì 

Gomme puzza, ron Tummasì) ! (1) 

(1) Sogliono i monelli con questi versi beffare chi ha 
nome Tommaso. 

Russo, russo, malupino (1) 
A cavallo a lu lupino. (2) 

(1) Malupino, corruzione di mala pilo, cioè: malo pelo 
e si ripetono questi versi a chi ha i capelli rossi. 

(2) « Trovo in Ortensio Landò , sotto il nome di 
« Messer Anonimo di Utopia, ques'o detto: Guardati da 
« lombardo calvo, toscano losco , napolitano biondo , si- 
* ciliano rosso, romagnolo ricciuto , viniziano guercio , 
« et marchigiano zoppo ». Così I'Imbriani nella 2^ nota, 
a pag. 36 dei Canti popolari avellinesi. 

Anche il Vincenti, Oli uccisori di Masaniello (Napoli, 
Priore, 1900), dice : 

Dicendo sempre : ah russo malo pilo 
Tu hai passato già filo de morire. 

76 

San Griuseppe, caro eletto^ 
Caro ve chiamino, e caro v'aspetto. 
Pe' l'ammore de Griesù e de Maria 
Ràteme 'o core vuosto, pigliatev"o mio (1). 

(1) Preghiera che fanno i fanciulli al Patriarca San 
Giuseppe. 

77 
Sant'Antuono, sant'Antuono, 
Pìgliet' 'o viecchio e damm' 'o nuovo; 
'Ammillo forte forte, 
Quanto tiro 'o stante r' 'a porta (1). 

(1) I fanciulli, quando cade loro qualche dente, sono 
usi riporlo, per non so quale superstizione, in un buco 
del muro, ripetendo le parole del canto. 

78 
Seca seca, 'Materisciano, 
'Nu poco 'e vino e 'nu poco 'e pane 
'A menesta e' 'a carn' 'e puorco 
Tien' 'o culo spuorco spuorco (1). 

(1) Imbriani, Le camonette infantili pomiglianesi,]^ag. 7, 
canto XVII : 

Sega, sega, 'Matrisciane ! 
'Nu poch' 'e vino; assaje pane, 
'Na menesta re brasciole; 
E la sega nun ba bone. 



— 103 — 



79 



Si' inasto mannannillo a 'stu guaglione, 
E' sanata 'a campanella r' 'e doi' ore, 
E, masto, mannannillo a 'stu guaglione. 

d'Ambra, Vocabolario napolitano-toscano: vedi la parola 
controra, a pag. 422. 

Si masto mannannillo lo guaglione; 
Sonata è la campana de doje ore, 
E 'ucanna II' è annuzzato 'o maccarone. 
Al cadere dell' ottobre incominciava la veglia per i 
lavoranti, l'obbligo di lavorare per talune ore della 
sera; e , tecnicamente parlando, si metteva 'a veqlia. I 
principali, (i padroni del negozio), nel 24 ottobre mona 
vano in campagna i lavoranti a loro spese. A questo 
sciac quitto alludono le parole 'ne a una /' é annaspato 'o 
maccarone. 

80 

Si ine mànnen'a Parete, 
Là m' 'e mecc' aneli e' dete. 
Si me mànnen' ò Licasto (1) 
M'haun'a rà' tre onz' 'e pasta. 
Si me raàunen" a Sant'Aniello, 
M'hann' a rà' zupp' e paniello. 
Si me nitànuen' a' Vicaria, 
Là ci 'o facci' 'o malandrino. 
Si me mànnen' a San Francisco (2), 
M'hann' a rà' 'o paniello friscó. 

(1) Licasto, ergastolo, ergastulo. 

(2; San Francisco. (Francesco) ospedale dei prigionieri . 

81 

Simmo brutte, simmo belle. 
Simmo d' 'o Vico 'e Ppaparelle (1) 
Là ce stanno 'e ninne belle 
Fanno àmmore eh' 'e zetelle, 
So' zetella e tengo 'o 'nuore 
Pappavano int' 'a caiola (2). 
Si ce vonno chiù donare 
Nule iammo a du madama. 
E madama a Santa Lucia (8) 

(1) Vico Paparelle , denominazione d' un vico a Via 
Forcella, in Seziono Pendino. 

(2) Caiola, gabbia. 

(3) Santa Lucia , contrada di Napoli in Sezione S. 
Ferdinando. 



— 104 — 

Là ce trovo a mamma mia; 

C 'o sciucquaglio (4) a' recchia, 

Ch' 'e mmane (5) chieue ànelle, 

Frevecatò', quanto si' bello. 

'Nu cuoppo (6) 'e canuelline (7) 

Quanno -spiise t' 'o mengo 'nzìuo (8) 

'Nu coppo 'e cunfiette 

Quauno spuse t' 'o meago 'mpietto (9 

(4) Sciucquaglio o fiuccaglio, orecchino. 

(5) 'E minane, le mani. Se ti bisogna adoperar le mane 
Della Casa, Capitolo del Forno. 

(di Cuoppo, cartoccio. 

(7) Canuelline, sorta di confetti. 

(8) ^Nsino, in seno, in grembo. 

(9; 'Mpietto, in petto. E' nsanza presso il nostro po- 
polo, quando si è invitati ad una te sta di nozze, di gettar 
manate di confetti agli sposi. 

82 

Si' simpàteca r' 'e ccazette 
Cumm' 'e pòrteli' 'e pparulane. 
Rint' 'a sacca puorf 'e mmanette, 
Me vulive carcera'. 

Nde, nde, nde, 
Siente, bella, sieut'a me. 
Siente bella, siente buono, 
Sienf 'o sisco r' 'o papone. 
Nas' 'e ca\ si' me vuò' bene, 
Nu' me fa' chiù spantecà'; 
E l'ammor' è 'iia catena 
Nun ze pò chiù scatena'. 

88 

Sonano sonano 'e ccampanelle, 
Sonano, sonano, 'e bberginelle. 
Sonano, sonano, 'e rrose e sciure, 
Avisse vista 'na criatura ? 
— L'aggio vist' a Muntecarvàrio: 
Chi ce reva 'na mazzata. 
Chi ce reca 'na scurriattita, 
Chillu sangu che n'asceva. 

84 

Sott'a prèvola nasco l'uva, 
Primma àcevera e po' ammatura, 



— 105 - 

Ta hi viento a tuculià: 
Zùccaro, cannella, caruofenà (1) 
(1) Variante: J^ce sta 'na pròvola r' uva Nei Canti in. 
fanUk po„ugUanesia.lVlm^,,^ni n'è riportato un stue. 

85 

Tu tiene 'a casa pulita pulita, 
Vuo' fare la zita, 
Te vuò' mmaretà ? 
E r tengo 'o curtiello, 
Tengo sétole, suglie e martiello 
. -ti 1^ songo 'o scarpariello, 
E i' pure me voglio 'nzurà'. 

E nella : 
'O putecaro venne 'e scìuscelle 
|0 casadduoglio 'e mmuzzarellè, 
O speziale 'e caramelle ' 

E nella : 
'O Vòmmero, Antignano e Arenella ! 
86 

Stammatina starrammo (1) riuno • 
Baccalà e caulisciure (2), 
E zuffritto ó tianiello 
E cu' aglio e passetielle Co). 

(1) Starrammo, staremo. 

(2) Caulisciure, cavolfiori 

(3) Passetielle, piccoli acini di uva passa. 

fei ripete da quei fanciulli che sono stati casti^afì 
dal maestro a restare nella scuoia a far digiuno.^ *' 

87 
Stella ste*, 
Mèneme 'nu piatto e' zeppulelle (1) 
fei nun ce miett' 'o zuccariello 
le romp' 'a zella (2). ' 

(1^ Zeppulelle, frittelle, 
_^2) Variante : Te romp' 'o piattiello 

QiU trivolf. ^ll'' ?'n "^f"^' '" "«'^ ' ^^ «^^^0 40; ma- 
qui e nvolta alla stella la preghiera.. 

88 

Tengo l'acqua d' 'o mulino 
Sotta sotta se ne va 
Sautulella se marita 
'O cucchi ere cumme fa ! 
Le tagliammo 'e cappellucce 

14 



— noe — 

Munaciello 'o i animo a fa'. 
Quanuo simmo a lu Serraglio (1) 
Santulè', che cor' he' 'A'uto (2) 
ò Serraglio m' he' mettuto ! 
Santulè', che core 'ngrato 
ò Serraglio m' he' niannato ! 

(1) Serraglio, Beale Albergo dei Poveri, grande ospi- 
zio di beneficenza fondato da Carlo III di Borbone. 

(2) 'Vulo, aferesi di avuto. 

89 

Uno, roi e tre ! 
'O papa nan è re: 
'O re nuu è papa, 
A' vèspera (1) nun è apa; 
L'apa non è bèspera, 
O' suòvero (2) nun è nièspero (3); 
'O nièspero non è suòvero, 
Munte Peluso nun è Munte Cuòvero; 
Munte Cuòvero nun è Munte Peluso, 
'A senga (4) nun è pertuso; 
'O pertuso nun è senga, 
'A trotta nun è arenga; 
Arenga nun è trotta, 
'O ccaso (5) nun è recotta; 
'A recotta nun è caso, 
Masto Nicola nun è masto Biaso; 
Masto Biaso nun é masto Xicola; 
'A fumària nun è biola; 
Tiola non è fumària, 
'A via nun è làrio, 
'O làrio nun è bia, 
Verità nun è buscia: 
Buscia nun è berità, 
'O tunno nun è baccalà; 
Baccalà nun è tunno, 
'A terra nun è munno; 
'O munno nun è terra, 
Lampione nun è lanterna; 
Lanterna nun è lampione, 
'O slnneco nun è duttore; 

■(I) Vàfipera vespa. 

(2) Snòvero sorbo. 

(3) Nièspero o nièspolo, ne.spolo. 

(4) Senga, fessura. 

•(5) Ccaso, cacio, formaggio. 



— 107 — 

'O ruttore nun è paglietta (6), 

'O cazone nun è eazunetto; 

'O eazunetto non è cammisa, 

'O cunnanuato nun è aceiso; 

Acciso nun è cunnannato, 

'O saciccio (7) nun è supi*essata (8); 

Supressata nun è saciccio. 

'O pòvero nun è ricco (9); 

'O ricco nun è pòvero, 

'E mmele nun zo' sòvere; 

'E sòvere nun zo' mele, 

'A valanza nun è statela (10); 

'A statela nun è balanza, 

Messina nun è Franza; 

Franza nun è Messina; 

'O gallo nun è gallina: 

'A gallina nun è gallo, 

Sceruppo nun è manna; 

Manna nun è sceruppo, 

'O piro nun è chiuppo (11); 

'O chiuppo nun è piro, 

'O rango (12) nun è tiro (18): 

'O tiro nun è rango, 

'O viso nun è scianco (14); 

'O scianco nun è biso, 

'O 'nfierno nun è paraviso; 

Paraviso nun è 'nfierno, 

Messina nun è Salierno; 

Salierno nun è Messina_, 

Chili nun ne saccio, tu l'annevina (15). 

" (6) Paglietta, avvocato, causidico. 
(T) Saciccio, salsiccia. 

(8) Supressata, soppressala, sorta di salame. 

(9) Variante : 'O cato nun è sicchio; 

'O sicchio nun è cato, 

'O cato nun è terocciola; 

'E mmele nun zo' sòvere eco 

(10) Statela, stadera. 

(11) Chiuppo, pioppo. 

(12) Rango, granchio, contrazione muscolare. 

(13) Tiro, tiro, malattia dei cavalli. 

(14) Scianco, fianco. 

(15) Questo canto piìi che dirsi giuocando alla pallepi- 
lòttola , si suol cantare al suono dello scacciapensieri ,. 
detto in napoletano tromba. 



— 108 — 

Casetti e Imbriani. Canti delle provincie meridio- 

'Hali, voi, II, pag. 189, canto IV. Falena (Abruzzo): 

E une, deu e tre ! 

E ju papa nun è Rre, 

E ju Rre nun è Pape. 

E la vespra nun è ape. 

Dalmedico. Ninne-nanne e giuochi infantili vene- 
ziani, pag. 48 : 

Uno, do e tre; 
El papa non xe re. 
El re no se papa; 
El pan no xe fugazza. 
Eugazza no xe pan: 
Anc.ùo no xe doman. 



Ed un altro, romano, a pag, 49 : 
Uno, due e tre : 
Lo papa non è lo re 
Lo re non è lo papa, 
E la coccia non è lumaca. 
Zi' Paolo non è zi' Poppe : 
Lo miele non è giuleppe. 
Lo fieno non è paglia : 
Non infilza chi taglia. 
E uno. e due, e tre: 
Lo papa non è lo re. 

ilVE Canti pop. istriani, pag. 279, canto 7. 

E oùn e dui e tri! 
E Papa nu' xi ri, 
E ri nu' xi Papa ; 
E pan nu' xi fugassa, 
E fugassa nu' xi pan, 
E ancui nu' li duman; 
E duman nu' xì ancui, 
E treipe nu' xi bui: 
E bui nu' xi treipe, 
Rave nu' xi radeìse; 
Eadeise nu' xi rave. 
Barca nu' xi nave; 
]^ave nu' xì barca. 
Zuocolo, nu' xi scarpa; 
Scarpa nu' xi zuocolo, 
Otina rusa nu' xi oiln buccolo, 
Oùn buocolo nu' xi oùaa rusa, 
Oilna castagna nu' xi oùna nusa; 
Oiina nusa nu" ii oìlna castagaenne. 



— 109 — 

BbrnONI, canti popolari veneziani, puntata XII, pag. 
7—8-9. 

Siora Cate ! una e do: 

Che co vu l'amor farò ; 
Siora Cate ! do e tre ; 

Che co vu, starò da re; 
Siora Cate! tre e quatro : 

Che per vu so mezo mato, 
Siora Cate! quatro e cinque : 

Xè l'amore che me convinze, 
Siora Cate! cinque e sei: 

Gò pensato ai casi miei; 
Siora Cate ! sie e sete : 

Vu savè tuto e mi no so gnente; 
Siora Cate! sete e oto: 

Che per vu so mezo morto; 
Siora Cate! oto e nove: 

Sempre suto e mai no piove; 
Siora Cate! nove e diese: 

Perché un ano no xé un mese; 
Perchè un mese no xè un ano, 

Perchè utile no xe dano. 
Perchè dano no xè utile, 

L/a metà, no xè mai tuto; 
!N"o è mai tuto la metà, 

Perchè inverno no xi'> istà; 
Perchè istà no xè inverno, 

Perchè un orso no xè Salerno; 
E Salerno no xè un orso. 

Perchè un can no xè mai musso: 
E un musso no xè mai can, 

Perchè ancìio no xè diman; 
Perchè diman no xè ancùo, 

Perchè tripe no xè bò; 
Perchè bò no xè tripe, 

Perchè rave no xè radicie; 
Perchè radicie no xè rave 

Perchè barche no xe nave; 
Perchè nave non xè barche, 

Perchè zocoli no xè scarpe; 
Perchè scarpe no xé zocoli. 

Perchè rose no xè garofoli; 
Perchè garofoli no xè rose, 

Perchè castagne no xè uose. 
Perché nose no xè castagne, 

Dono da ben no xè rufiane; 
INo xè rufiane done d» ben, 

Perchè pagia non xè fen; 
Perchè fen no xè mai pagia, 

Cossa ghe picola baratatagia, 
Baratatagia un batalion: 

'Na galina e un bon capon. 



— 110 — 

Un bon capon e 'na galina: 

Sior dotor 'na medesina, 
'2^a medesina, sior dotor; 

Tulerai, polenta e tocio; 
Tulerai, polenta e tocio: 
Siete fete s' nu bucon. 
D' Aloe Stanislao. Storia delle chiese di Napoli, 2* 
Ed. Ifapoli , Tip. degli Accattoncelli, 1873 , Tel. 2.° 
pag. 304 : 

Uno, due e tre 
Il Papa non è il "Re, 
Il Re non è il Papa 
Il broccolo non è rapa etc. 
Nel d'Ancona, La poe<iia popolare italiana, a pag. 94, 
troviamo quanto segue : 

Comunissima è anche al presente una canzonetta pro- 
verbiale, che, nella sua forma più breve, dice: 
Uno, due e tre: 
E lo Papa non è Re, 
E lo Re non è Papa 
E la pecora non è capra. 
€ Eccone, col titolo di Contrarj (a), un esempio più a 
lungo svolto, tratto da un codice del quattrocento (b): » 
La salciccia non è carne, 

Né la carne non è salciccia: 
Né bù non è toriccia. 

Né la toriccia non è bù; 
Né le tre non son dù. 

Né le dù non son tre; 
Né '1 Papa non è Re, 

Né il Re non è Papa; 
Né la chiocciola non é lumaca. 

Né la lumaca non è chiocciola; 
Né il palèo non è trottola. 

Né la trottola non è palèo; 
Né lo scherano non é romeo, 
Né il. romeo non é scherano; 
Né il pan di miglio non è di grano, 

Né il pan di grano non è di miglio; 
Né il vin bianco non é vermiglio, 
Né il vin vermiglio non é bianco; 
(a) « Anche in Provenza queste catene di versi e 
motti si chiamano Lous contradichs. Vedine es, in Rev. 
des lang. roman. Ili, 214 : » 

Paradis n' es pas pergatori, 
Pergatori es pas Paradis; 

Uno lebre es pas uno perdris. 
Uno perdris es pas uno lebre; 
Uno coumbo es pas du serre, ecc. 
b) Laurenz. della SS. Annunz., 122, pag. 25. 



— Ili — 

Né il petto non è fianco, 

Né il fianco non è petto; 
Ne il solajo non è tetto, 

Né il tetto non è solajo; 
La farina non è vajo. 

Né la rena non farina 
Io voglio andare a cena, 

Che troppo arei che dire, 
S' io volessi seguire 

Quel eh' è incominciato. 

90 

Yulinim' ì' e ghiammo là (1) 
Sott' 'e ttenne a pazzità'. 
Ce facimmo 'na 'nzalatella 
Cerefuoglie (2) e lattiichella. 
Mamma tene se' uucelle 
Pazziamm.0 a senghetiello (3) 
Senghettielio veng'a tutte, 
Me ce' ioco 'nu presutto; 
'Nu presutto 'nu m" abbasta. 
Me ce 'ioco 'nu pullasto. 
Màmmeta tene 'a seafareia (4) 
Ci annammolla 'o baccalà, 
Delure 'ncuorpo a Tuommenà, 
Tutt' 'e fèmmene "à Sanità (5) 

(1) là, andiamo. 

(2) Cerefuoglie o Riccefìioglio, cerfoglio, cerfuglio. 

(3) Senghetiello, giuoco fanciullesco fatto con le avel- 
lane: giuocare a buffetto. Cosi il D'Ambra. 

(4) Seafareia o Scafarea, vaso di creta di varie forme, 
sempre però con la bocca molto più larga del fondo ad 
uso di sciacquarvi gli oggetti di cucina o lavarvi gli 
erbaggi. Italiano: Scafarla. 

(6) Sanila, conti ada di Napoli in Sezione Stella. 
Grli ultimi due versi variano cosi; 
Tutte l'uòmmene hanno a sculà'. 
Tutt' 'e ffèmmene hanno a 'ngrassà', 
Tutte l'uòmmene a San Francisco, 
Tutt' e ffèmmene sonano 'o sisco. 

91 
Zi' Bacco "ncopp' à vetta, 
Chi 'o tira chi 'o rotta : 
Chi 'o vott' a Casanova, 
E zi' Bacco e' 'a pummarola (1) 

(1) Si canta per canzonare chi è tarchiato e basso : 
curio e chino. 

Casanova, una delle vie di Napoli in Sezione Merca- 
to, fuori Porta Capuana. 



— 112 — 

92 
Zi' Francesca, zi' Francesca (1), 
r canta pe' me spassa' 
Si tu si' ci' 'a Pi*et' 'ò pesce (2) 
E i' songo d' 'a Carità (3) ! 
Tu e' 'e ppuorte 'e pprete 'miJietto 
V 'e pporto pe' te sciaccà' (4) 
Si me vere 'a guardia 'e Puorto (5), 
Me fa ire carcerato ! 
Carrechella, Carrechè', 
Tu si' bona a pazzia' 
'E tammurre eh' (6) 'e ccastagnelle (7) 
'O mantesino e' "o frabbalà. 

(1) Variante: Ze' frèscola, se' fresca. 

(2) Pret' 'ò pesce, la Pescheria 

(3) Largo della Carità, una delle piazze di Napoli. 

(4) Sciaccà\ fiaccare. 

(5) Variante: Si ce vede 'a guàrdia 'e Paorto. 

(6) Ch', con 

KD Castagnelle, nacchere. 
Un canto napoletano riportato, a pag. 372 dal CaSI^TTI 
ed Imbriani , nel voi. II dei Canti delle prov. merid., 
varia così: 

Carrechella, carrechella, 
Mo' si' bona a carrecà' 
E 'nu canee a la vunnella, 
L/u mantesino pe' l'aria va ! 
E in Catanzaro: 

La fimmana quannu è bedda, 
Sse canusce a 'ii cammina'. 
'Nu cace a la gunnedda, 
Lu f addale pe' l'aria va ! 

93 

Raggruppo sotto un sol numero le seguenti 
strufette o cantilene. 

1. A tàula 'e fravecature 

Nu' nce pòteno 'e 'nghiummature : 

Si caccuno veuesse 

Priammo a Dio che se ne iesse. 

Si dico a chi spesso va in casa di altri per mangiare, 
fingendo di essersi trovato per mero caso all'ora del 
pranzo: appoggia l'alabarda, secondo si dice. 

2. Bàzzica quatela 
vene 'a curruttela. 



— 113 — 

3. Bene mio, bene mio, 
Pare Puòrtece Furia, 

Ci hanno miso 'a perziana a fenesta mia (1). 

(1) Puòrtece. Portici, Comune di ^Napoli, luogo delizioso 
di villeggiatura. i^ff77«, Feria, una delle più belle vie tra 
le Sezioni di Vicaria e S. Carlo all'Arena. 

4. Carànfola, carànfola 
Saciccio e pesce 'nfànfaro. 

5. Caso e' 'a ranucchiella 
Pappafico e 'na ricuttella. 

6. Chistu libbre è de foglie, 
Chesti f foglie songo 'e panno, 
Chistu panno è de lino, 
Chistu lino è de Dio 

E 'o patrone songo io. 

Variante: 
Si 'stu libro se perdesse, 
'O patrone nu' nze truvasse, 
Liggiarrite 'o quinto verzo 
E vedite chi Tha perzo 

Al 5. verso si scrive una parola poco decente o un 
segno osceno. 

Altra variante: 

Chistu libro è de carta, 
Chesta carta è de pezza, 
Chesta pezza è de lino. 
Chistu lino è de terra, 
Chesta terra è de Dio 
E chistu libro è 'o mio 
Vota 'a pagina e truvate... 

Si volta la pagina e si trova dipinto un corno e sotto 
di esso si scrive: 

Curiuso tu si' stato 

E 'nu cuorno ne' haie trovato ! 

7. Chistu truono è tant'àuto, 
Quant' 'o nomme 'e Maria: 
Lìbbera me e 'a casa mia 

E tutt'o pròssemo mio ! 

Quando tuona frequentemente si fa prima il segno della 
Croce e poi si ripetono i suddetti versi. 

15 



— 114 — 

8. Co', coricò 
Pappafico e benga mo. 

9. È sunata 'a campanella d' 'e ddoi' ore, 
Masto, mannannillo a 'stu guaglione. 

'A mamma 'o sta aspettann'a lu puntone ! 

10. Fèmmene, allummate 'e lume, 
Luvàteve 'e bbunnelle e mettitele 'e cazune; 
Accattàteve 'na sai'cenella e cucìteve'e meccarune. 

11. Mazza de scopa de falò numero 1. 
Acqua 'e cesterna, varrile numero 4. 
'Mmesca, e ffa culata: 

E si vene lu culera, 
Gomme faie cu' la mugliera, 
Dalle 'ncapo 'na varrata. 

Nel colera del 1886 si dispensavano dei cartellini 
stampati, mettendo in caricatura le autorità municipali 
per le tante ordinanze sanitarie, spesso, insaliiljri. IS^e 
abbiamo qui riprodotta la dicitura , della quale gli ul- 
timi quattro versi divennero quasi cantilena popolare. 

12. Muscarella, muscarella. 
T'hanno stracciata 'a vunnella. 

13. Pànfila cumeta nfu nfu e feta, 

Yene Santu Martino e mangiammo 'a cupeta. 

Ovvero; 
Yatta "a cumeta nfu nfu e feta. 
Tu te staie cu' 'a rieta 
E i' m'annàrio 'na cumeta. 

14. Panza mia fatte a cappotto, 
Strìgnete abbascio e allargate 'ncoppa. 

Dicesi, per dileggio, ai grandi mangiatori e bevitori 
quando trovansi a gozzovigliare in casa di altri. Cfr. 
Ventre mio, fatti capanna. 

15. Papà, vogl'ì' a' scola, 
Yoglio 'o ppane e 'a pummarola. 
Mammà, vogl'i' à' maestà, 
Yoglio 'o ppane e 'a rapesta. 

Si ripetono questi versi tra ragazze e ragazzi quando 
dalle serve sono accompagnati alla scuola. 

16. Poirziùngola, porziùngola 
Mo' si' milo e mo' si' trìincola. 

17. Ronna Yicenzella, renna Ylcenzella 
Puozze arreveutà' 'na paparella. 



- 115 — 

18. Ricette buono 'o viecchio 'e' Gruidone: 
Si nun te si' 'nzurato, va te 'nzore (1). 

(1) Suol ripetersi questo motto dai ragazzi , quando 
incontrano per via una coppia di sposi più o meno con 
qualche difetto fisico. 

19. Saccio 'na bella canzone 
De gallo e de capone 

Gallo nun è, 'nduvìnace ched' è ? 

Colui che risponde: È 'a gallina ?, immediatamente 
gli si risponde : Merda 'mmocca a e hi 'nduvina ! 

Questo scherzo popolare è rie ordalo in La Lucilla 
costante con le ridicolose disfide e p rodesse di Policenella. 
Commedia curiosa di Silvio Fiorillo . Milano, ecc. 

20. Samparillo, samparillo 
Tu me pare 'nu piccerilio. 

21. Santa Marta, santa Marta, 
I' t' 'o ddico e tu te parte. 

22. Santu Tischi-tosco 
Sta 'mmiezo a 'nu vosco, 

'Mmano tene 'na penna grossa e grassa, 
Nuie facimmo 'e resigni e isso 'e scassa. 

23. Sapatella Sapatella 
Pappafica e ricutteila. 

24. Scugnato senza riente, 
Vase 'nculo a li pezziente ! 
Scugnato senza mola, 
Vase 'nculo a don Mcola ! 

Si dice , per ingiuriare , chi non ha denti , o quando- 
sono caduti a' bambini e poi li rimettono. 

2.D. Si boia cumeta 
Sip sip e meta, 
Vene 'o santu I^atale 
E nisciuno se fa male; 
Sona campanone 
E mangiammo 'o capitone. 

26. Siè Grazia, siè Grazia 

Tu nun si' fatta e nun te sàzie. 
Ovvero: 
Siè Grazia, siè Grazia, 
Tu si' fica e nun te sàzie. 

27. Statte bona, Maronna mia, 
L'anno cbe bene nce verimmo. 



— 116 — 

E si nu' lice verimmo cà. 
Nce Terimmo a l'eternità ! 

Si ripete dai fedeli nell'andar via da qualche santua- 
rio, es. Montevergine. 

28. 'Stu 'mbrello (1) se chi.amma Ernesto 
Nun ze presta. 

E si vuò' sape', pecche 
Quanno chiove serve a me (2). 

(1) ''Morello, ombrello, paracqua. 

(2) Il popolo dice che tre cose non si prestano: 'o 
'morello, 'a carrozza e 'a miigliera. 

29. Tratturia 'e 1' abbunnanza 
Chello che buò' te squaglia 'a nanze (1). 

(1) Motto che suol ripetersi a quella osterìa che hanno 
molta roba in mostra, e si mangia a caro prezzo. 

30. Va 'o piglia cà. 
Va 'o piglia là 

Va 'o piglia 'mmiezzo a Sanità (1). 

^1) Si ripete a chi non sa decidersi in una faccenda. 



VI. 



Canti di amore, di sdegno, 

di lontananza, di gelosia, 

di partenza ecc. 



CAUZUM 'E COPF '0 TAMMDRRO 



(1) 



Il popolo ha bisogno istintivo di cantare 
come l'uccello. 

C. Cantù 

Le canzoni napoletane veramente popo- 
lari esprimono tutto un concetto triste 
e insieme purissimo. 

P. TURIELLO 



1. 

Aeàlame 'sti ttrezze' 'mperiale, 
Figlia de lu Gran Duca Manuele, 
Tuie scennite da sango riale, 
Parent'a la Kigiua de li Deie, 
Tuie li ppurtate li bbalanze 'mmano, 
Cumme li porta lu iusto Michele; 

(Ij I canti seguenti suole il popolo ripeterli coli' ac- 
compagnamento del tamburo di Basca e però nel suo 
linguaggio imaginoso li ha chiamati camune 'e copp' 'o 
tammurro; noi , poi. che ne abbiamo guardato , più che 
altro, r indole, ci siamo avvisati di denominarli canti 
d' amore. Ma qui per verità dobbiamo confessare che 
ambo lo denominazioni, sia la nostra, sia quella del po- 
polo, non ci pare ealzino gran fatto. L'una perchè non 
è sempre l'amore quello che li suggerisce, ma sì lo sdegno, 
il dispetto, la gelosia, e tanti altri desiderii ed aspira- 
zioni: l'altra, cioè quella di camime 'e copp' 'o tammnrro, 
perchè non è sempre al suon del tamburo e delle nac- 
chere che le giovanetto, a darsi sollazzo, nei giorni di 
festa e più nel carnevale, li vanno ripetendo, ma soventi 
volte si ascoltano dalla bocca dei flcainoli , cioè coloro 
che fanno la raccolta dei fichi, e anche de' contadini a 
sollievo delle fatiche del campo. L'unica differenza sta 
nella cantilena più o meno monotona in questi ultimi, 



— 120 — 

Famme 'na 'ràzia, ca me la può' fare. 
Lèveme 'sta catena da lu pede (1), 



A Gap" 'e monte nu bellu scialare 
A do' spouta lu sol'a la matina, 
Cetràngule ce voglio pastenare, 
'Nu luminciello pe' nennella mia. 

3. 

A do' è ghiuto tanto bene ca te Tulevo ? 
A do' è ghiuto tant'ammore ca te purtavo ? 
'Nu quarto d'ora ca nun te vedevo, 
'Sta vita mia de fuoco s'allumava; 

più spigliata ed allegra sulle labbra delle figlie del 
popolo. . 

Aggiungiamo poi che di quaesti canti medesimi le no- 
stre donne, premessovi a mo' d'introduzione, l'immanca- 
bile Nonna nonn'ooooo , si servono come di ninne-nanne' 
ad addormentare i bambini. 

(1) Variante 1*^ Cala sti ttrezze d'oro 'mperiale, 

Figlia de lu 'ran Duca Manuele, 

Vuie scennite da sango riale, 

Parent' a la r gina de li Deie, 

Vuie li ppurtate 'isti bbalanze 'mmano 

Cumme li porta lu iustu Michele; 

Famme 'na 'razia, si me la può fare, 

Lèveme 'sta catena da 'stu pede. 
Variante 2^ Cala 'sti ttrezze d'oro 'mperiale, 

Figlia de lu gran Duca Manuele. 

A buie ricorro sango 'mperiale, 

Parent'a la rigina de li Deie. 

Vuie li ppurtate li bbalanze 'mmano 

Curarne li porta lu iustu Michele. 

Famme 'na 'ràzia, si me la vuò fare, 

lièveme la catena da lu pede ! 
Variante 'ò^ Bella figliola avuta e soprana (a) 

Ne viene dalla casa Emanuele ! 

'Ssu libretiello che portate mmano, 

Pare chillo che tene san Michele. 

Famme 'na grazia ca me la puoie fare: 

Cavarne 'sta catena da 'stu pere. 

Si no me l'aggio da fa' n'ammico ferrare. 

De fierro me la faccio 'na catena. 

'Ncanna me la voglio 'ncatenare 

Non me la levo se nu' me piglio a tene. 

(a) Il primo verso è simile a quello del canto 101. 



^ 121 - 

Era de fuoco e se facett' 'e neve. 
Suiardetta sia l'ora ch'i' t' amaie ! 



Posihpo. 



Nannarelli. Studio coinpar. sui canti pop. di Arlena, 
pag. 48, canto 45, 

Dov'è tutto quel ben che mi volevi, 

Dov'è tutto l'amor che mi portavi ? 

Se stavi un' ora che non mi vedevi, 

Coll'occhi fra la gente mi cercavi. 

Adesso passo e non so' più guardata; 

Oh mai la diva tua non fossi stata ! 

Adesso passo e non mi riconosci; 

Oh mai la diva tua stata non fossi ! 
Pasqualigo. Canti pop. vicentini, pag. 17, canto XVI, 
Dov'è quel tanto ben che me volevi 

E quelle carezzine che me favi ? 

Passava un giorno che no me vedevi 

Coi occi per la gente me cercavi; 

Bassavi i occi e la bocca ridevi, 

Dentro dal vostro cuor mi saludavi. 
Dalmbdico. Canti del pop. venez. pag. 128, canto 62-C. 
Ma dove xe quel ben che me volevi, 

Quele carezze che d'amor me fevi ? 

Co' gora un' ora che no me vedevi, 

Del vostro caro Ben vu domandavi 



A do' so' ghiute tant'abbracciamiente ? 
Tanta carizze che me stive a fare ? 
Lu musso me strignive 'ntra li diente, 
Ed io diceva: — &uè, nu' muzzecare ! 
Ca tu me mierche, e 'nfacci' a li pariente 
Che scusa, dimme, ni', pozzo truvare "ì 
— Truòvace scusa ca stive durmenno, 
'Nu rancetiello m'have muzzecato. 

Variante P : 

A do' so' ghiute tant'abbracciamiente ? 
Tanta carizze me sapive fare ! 
Me stregriive la mana 'nfra li diente, 
I' te dicevo, ni', nun muzzucare. 
Si me raùzzeche tutta me 'nzanguine, 
N'aggio che scus' a mamma me truvare. 
Mo trov' 'a scusa che stava durmenno 
Venett' 'o ràngio e me la muzzecaie. 

Variante 2"^ : 

A do' so' ghiute tant'abbracciamiente'? 
Tanta carizze me sulive faro ! 

16 



— 122 — 

Me mettive lu musso 'tra li diente, 
I' te diceva, ni', nu' muzzecare. 
Si me mùzzeche tutta me 'nzanguiae, 
Ninno, te preio, nu' me muzze are. 
— Tròvet' 'a scusa ca stive durmenno, 
Venett' 'o rangio a tè a te muzzecare ! 



A 'e fuoss' 'i Sant'Ann' a mana manca, 
Là ce sta ninnu mio e me fa murire, 
Tene lu pietto de la carta lanca, 
Cliella vocca cianci osa quanno ride: 
Si 'o paté fosse stato 'nu rignante, 
'A mamma fosse stata 'na rigina, 
N'avrlano fatto 'stu ninno galante, 
E i' dint' 'e braccia soie voglio murire. 

Variante : 

A la chiazza d'Assisa a mana manca, 
C è 'na brunetta che me fa murire. 
'Mpietto li porta doie rose ianche, 
La vocca cianciusella e sempe ride. 
E si lu paté fosse re de Spagna, 
E si la mamma fosse la rigiaa 
E li pariente suoie 'n àuto tanto. 
Pure a li mmane meie ha da venire. 

Altra variante dei primi quattro versi : 

Cinto a 'stu vicariello a mana manca, 
Ce sta 'na nonna ca me fa murire: 
Tene lu pietto cumm' a carta lanca. 
La vocca cianciusella quanno rire. 

6 

Affàccet'à fenest'e e bi', chi t'ama: 
T'ama 'nu ninno che tene parola. 
Ah li donare ch'hanno fatto fare ! 
Hanno spartat'a di' felice amante ! 

7 

Affacciate a 'sta fenesta e bi' si vene: 
Piccerl, si nun biene io pure t'amo; 
Leva la gielusia e miette 'o bene, 
Dona 'stu core a chi runato l'haie. 



Affàccet'a fenest'e dimm'ammeno 
Si t' aggi' affesa, te cerco perdono. 
Si V uò' 'stu sango mio, pe' tè se sbene » 



— 123 — 

Si vuò' 'st'affrittu core i' te lu dono. 
T'aggio valuta sulament'a tene: 
Lu ben'antico nun zi scorda maie. 

9 

Affàccet'sl fenesta, stella d'oro, 
'Mpietto la puorte 'na rosamariua, 
Ce sta 'nu guagliunciello da cà fora, 
Cerca licenzia ca vole trasire. 
T'ha purtato na scarp'a la spagnola, 
Che te la miette quanno vaie 'ncammino; 
Te l'ha purtato 'n anelluccio d'oro. 
Che te lu miett'a a 'sta dito gentile. 

Variante : 

Bella figliola che te chiamme Rosa, 
Affàccete a fenesta de la via. 
Cà sta 'nu giuveniello che te vole : 
Te sta 'spettanno, ca se ne vo' ire 
Te l'ha purtata 'na scarp' a di sole; 
Po' te la mraiett'a 'stu pede tentile, 
Te r ha purtato 'n anelluccio d'oro: 
Po' te lu mietto a 'stu dito covile. 

Posilipo 

10 

Affàccet' à 'sta fenesta, luna luna, 
Si nun zi' luna nun te ci affacciare; 
Damme 'nu pizzo de 'stu muocaturo, 
Quanno m'annetto 'sti llàcrem'amare ! 
Po' a lu sole li bac'a mettire, 
Cumm'a 'nu santo li begli' adurare; 
Sempe dieenno: Nenna bella mia, 
E ghiuorn'e notte me faie lacrimare. 

11 

Agge saputo ca nun può' durmire, 
Fatte nu letticciullo de viole. 
Li llenzulelle de rosamarina, 
Li ccuscenelle de vasenicola. 

12 

Aggio curruto tutt' 'o Purtliallo, 
Senza potè' truvà" 'nu limunciello; 
Sia beneditto chillo parruccliiano 
Che te mettete nomme &aitaniello; 
Graitaniello^ sciore de bellizze, 



— 124 — 

Cumme li ppuorte belle 'sti tuoie lazzo; 

E quanno la matina te li 'ntrizze, 

Faie murire a nenna toia pazza. 

Variante 1*: 

Aggio carruto tutt' 'o Purtiiallo, 
Waggio putut' ascia' 'mi lummunciello: 
Sia beneditto chillu parrucchiano 
Che m'ave mise nomme Aitaniello ! 
— Aitaniello, sciore de bellizze, 
Cumme te vanne accuonce 'sti tuoie lazze ; 
Quanno la matina te li strizze, 
Me pare cavaliere de Palazzo. 

Variante degli iiltimi quattro versi : 

Gaftaniello, sciore de bellizze. 
Quanto li ppuort'accuonce 'sti tuoie lazze; 
Quann' è la matina che li 'ntrizze, 
Pare nu gialantiello 'nnante Palazzo. 

Amalfi. Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, pag. 
37, canto LVII : 

Aggio asciate tante pertualle 
Nu' lu pozzo ascia 'nu lumonciello; 

Sia beneritto chillo parrucchiano 
Che t'ha miso nomme Ajetaniello; 

Ajetaniello, fiore de bellizze, 
Quanto li puorte accorto si doi lacci. 

De 'se capille ne vurrie 'na trozza, 
M' 'a jarria a stènnere 'nnanze Palazzo. 

Quanno alla matina te le 'ntrezze, 
Pare 'nu vuappatiello 'nnante Palazzo. 

13 

Aggio durmuto sott'a 'nu ped' 'e noce 
L'aria d' 'o Cardillo (1) m'ha 'bbrucato. 
Aggio chiammat' a nenna' a anta voce: 
Nu' rispunnette ca steva cuccata. 
Duorme, uennella mia, e duorme 'mpaee 
Ch'a 'n atu poco ce vedimmo felice. 

(1) 'U aria d' 'o cardillo, canzone popolare napoletana 
dei signor Ernesto del Preìte, musicata la prima vol- 
ta da Luigi Biscardi, la seconda volta da Pietro La- 
briola. 

14 

Aggio mannato ninnu mi' a caccia. 
L'aggio dato la pòver'e lu miccio 
Aggio paur' 'e chella bella faccia (1). 
E 'e chella capellera ionn'e riccia ! 

(1) Variante ; Me metto appaur' 'e chella bella faccia. 



— 125 - 

16 

Aggio musurat' 'a via de Miano 
I' l'aggio musurata miglio pe' miglio. 
I' chillo de Miano nun 'o voglio, 
M'ha fatta la fattur'a li capille. 

16 

— Aggio saputo ca la morte vene, 
Tutte li bbelle se ven'a pigliare. 
Tu che si' bella mièttete 'mpenziere; 
Tanta bellizz'a chi li buò' lassare (1) ? 
Lassel' a uno che te vò' chiù bene. 
Si è pe' me, i' nun te voglio male. 
— Chili priest' 'e lassarraggi' a lu terreno 
Ca li lassar' a tè, core de cane ! 

(1) Variante : 

Chisti bbellìzze a chi li buò' lassare ? 

Variante 1^: 

Aggio saputo ca la morta vene, 
Tutte li bbelle se ven' a pigliare. 
Tu che si' bella mièttete 'mpenziere; 
Tanta bellizze a chi li buò' lassare ? 
Làssel' a uno che te vole bene, 
Nu' crédere ca i' te voglio male. 
Ma po' si l'haie da dar' a lu turreno 
Làssel' a me, te voglio ben' a.ssaie. 

Variante 2*: 

Affgio saputo ca la morta vene 
Tutte li belle se vo' sta' a pigliare. 
Tu ca si' bella statt'attient' a tene; 
Chesti bbellìzze a chi li buò' lassare ? 
Làssel' a uno ca te vo' chiù bene, 
Male da nlè nu' te ne sta' a 'spettare. 

— Li lass' a lu terreno sane sane 
E nu' li lasso a tè, core de cane !... 

MoLiNARO Del Chiaro, Canti del popolo di Meta, pag. 
7, canto 2 : 

— Aggio saputo ca la morta vene. 
Tutte li bbelle se li vo' pigliare. 
Tu che si' bella mièttete 'mpenziere: 
Chisti bbellizz' a chi li buò' lassare ? 
Tu lassarill' a chi te gè vo' bene. 
Si è pe' me, i' nun te voglio male. 

— Chiù priest' 'i lassari' a lu turreno' 
Pe' ù' 'i lassar' a tè^ core de cane, 



— 126 — 

ScHHRiLLO. Alcuni cauti pop. in dial. nap. Pubblicati 
suir Illustrasione popolare, Voi. XVI, N. 19, Milano, 9 
marzo 1876, pag. 296 , canto IV : 

Aggio saputo ca la morta vene, 
Tutte le belle se li bao pigliare; 
Tu ca sì bella miettete mpensiero, 
Chisti bellizz' a chi li bbò lassare. 
Lassai' a uno ca te vò cchiù bene. 
I, si è pe' mmene, nun te voglio male. 
— Chiù priest' i nce li lass' a lu turreno, 
E nun li lass' a te, core de cane ! 

Dalmedico. Canti del pop. venez , pag. 48, canto 36-C. 

Me xo sta dito che la morte viene: 
Tute le belo via la voi menare. 
Ti che ti è bela pensighe su bene: 
Le to belezze a chi le vustu dare ? 
Daghele a uno che te vogia bene... 
Damele a mi, che no te vogio male 
Damele a mi, e no le dar a altri : 
Damele a mi, che so' '1 to primo amante. 

Che so' '1 to primo amante da Castolo: 
Dame la man, che te darò l'anelo. 

17 

Aggio saputo ca la tiene nera, 
Fèmmene meie, nun penzat'a male: 
Si vuò' sape cliedè 'sta cosa nera: 
La cemmenera de lu fuculare. 

Variante : 

Aggio saputo, neh ! ch'aggio saputo } 
Aggio saputo ca la tiene nera; 
Belli ffigliole, nun ponzate a male, 
Lu fuculare cu' la cemmenera. 

Lmbriani, canti pop. della prov. merid , Voi. II, pag- 
82, canto I (Airola) : 

Aggio saputo ca la tiene nera .. 
Femmene mee non ponzate a male, 
Mo' ve lo dico che tenite nera : 
Lo focolare colla cemmenera. 

18 

Aggio saputo ca màmmet' è prena, 
Tene la panza chien' 'e maccarune; 
Mannàtel'a chiammare la vanimana, 
Fatitela vattià' 'sta cr'iatura. 



- 127 - 

19 

Aggio saputo ca màmmeta tesse, 
Sott'a lu telariello l'acqua passa; 
Fosse lu ciel'e me lu ccuiicedesse, 
Me pigliarri' 'o telar'e chi ce tesse. 

Variante : 

Aggio saputo ca 'Ngiulella tesse, 
E sott' a III telaro l'acqua passa; 
E si lu cielo me la cuncedesse, 
Me pigliarria la tela e chi la tesso. 

20 

Aggio saputo ca paglietta site 
E càuse d'auimore ruie tirate 
Int'a 'stu vico ce vegli' arma' 'na lite 
Chi parie* cu' la m'ia 'nuammurata. 
'A mamma me parea 'na fiurita (1), 
'A figlia me pareva rosa 'ncaruata. 

(l) Fiurita, corruzione di f'iìÀì'ina, figurina. 

Variante : 

Aggio saputo che paglietta site 
Li ccàuse d'ammore vuie tirate, 
Dint' a 'stu vico vogli' arma' 'na lite 
Si vuie a ninnu mio 'nu me date. 
I' l'aggi' amato de viern' e de state, 
De nott' e ghiuorno curame vuie sapite. 
Mo' s'ha travato 'n'ata 'nuammurata, 
Chi mme li bò' pavà' tanta fatiche ! 

Cfr. il curioso bozzetto del Mandalari: // paglie' ta in 
Tribunale. 

21 

Aggio saputo ca te ne vuò' ire, 
Chiòver'e male tiempo pozza fare ! 
Da chelli pparte che te ne' vuò' ire, 
Se pòzzeno secca' puzz'e funtane (1)! 
Nu' puozza male truvà' pan'e e nu' bino (2). 
Manco nu lietto pe' t'arripusare ! 

(1) Variante: Maie lu sole ce pozza spuntare. 

(2) Variante: Nu' puozz'asciare nu' pan'e nu' bino, 

ovvero : 
Nu' puozza truvà' r èquie pe' la via, 



— 128 — 

Spiert'e deniierto sempe tu piiozz'ire, 
Semp'a li ggràzie meie tu hi' (3) 'a turuare (4) ! 

Posilipo 

(3) BP hai. Quando hai è seguito da parola comiii- 
ciante per vocale, il popolo pronunzia /«' quando per 
consonante poi pronunzia he'. Vedi pag. 41, nota 2. 

(4) Variante: 

Puozza resirià' !u nomme mio; 
A àuta voce me puozza chiammare ! 

ovvero : 
Nisciuna ronna te pozza piacire; 
Sempe lu nomme mio puozza chiammare! 

Tari ante: 

Aggio saputo ca mo' vuò' partire, 
Scirocco e male tiempo pozza fare ! 
Pe' chelli pparte che te ne vuò' ire, 
Pnzz' e f untane pòzzeno seccare ! 
Lu ppane e bino che pozza sparire, 
Né seggia puozz'ave' pè' t'assettare ! 
E quanno vaie cercanno pe" duroiire, 
Lietto nu' puozz'ave' pe' te cuccare ! 
Si po' lu truovo, primmo de l'avere, 
'Nu trave 'ncuoUo te pozza cadere ! 
Lozzi. Cecco d'Ascoli pag. 772. 

Da piccola fanciulla principiai 
A non aver mai bene in vita mia. 
Quando che mi portava a battezzare 
Il compar mi morì lungo la via, 
In chiesa ci morì la mia comare, 
La chiave de la porta non apria, 
E quel catino dove mi lavava, 
Non era rotto e l'acqua non tenia, 
E quella fascia con cui m'infasciava 
Tutta tramata di malinconia; 
E quella cuna dove mi ninnava 
Era di legno e frutto non facìa. 

22 

Aggio saputo ca te vuò' 'nzurare; 
Ninuo, la mala sciorta puozz'avere ! 
Quanno vai' a la chièsia pe' spusare 
Se pòzzano stutà' tutt'e ccaunelie (1) ! 
L'acquasantera se pozza seccare ! 
Lu parrucchiano pozza veni' meno ! 
Quanno vaie pe' le dà' la mana, 
Lu vraccio 'nterra te pozza cadere ! 

(1) Variante: 

Se pòzzano stutà' torc' e cannele. 



— 129 — 

Quanno vai' a la tàvul'a magnare, 
Li prinime morza te puozz'affucare ! 
Quanuo vai' a lu liett'a ripusare^ 
La casa 'ncuollo te pozza cadere ! 
L'ìirdemo guaio che puozza passare, 
Puozza venire pe' cr'iat' a mene ! 

Variante 1* : 

Aggio saputo vuò' nzorarte. ninno, 
La mala sciorta tu che puozz'avere; 
Quanno vai' a la chièsia pe' spusare. 
Se pòzzano stutà' torc' e cannele. 
E quanno vai' a tàvola a magnare 
Lu primmo muorzo te puozz'affucare, 
Quanno vai' a lu lietto pe' corcare 
La casa 'ncuollo te pozza cadere ! 

Variante 2* : 

'Nzorate, ca te puozza 'nnabbissare ! 
'Na necra e mala sciorta puozza avere. 
Quanno vaie a la chièsia a spusare, 
Viento de terra, stuta li ccannele ! 
Quanno vaie a la tàvula a magnare, 
Lu primmo muorzo puozza chiammà' a me 
Quanno te vaie a lu lietto a cuccare 
La primma sera te pozza murire. 

Variante 3*^ : 

Aggio sapu to ca te vuò' 'nzurare, 
Ninno la mala sciorta aje puozz'avere. 
Quanno vaje a la chièsia oje pe' spusare 
Se pozzano stutti torce e cannele. 
Quanno po' vaje a tàvola oje pe' magnare 
Lu primmo muorzo te puozz' affocare. 
Quanno vaje a lu lietto pe' te coccare 
La casa 'ncuollo te pozza cadere. 

23 

Aggio saputo me vuò' bene tanto; 
Bello, d' 'o bene tuio ne so' cuntenta. 
Si veco 'na fermìcula me schianto, 
Si veco 'n auciello me spavento, 
Si te veco parla' cu' n'at'amante, 
Cunzìder'o core mio che pena sente ! 

24 

Aggio saputo ca si' de partenza, 
Lu muccaturo voglio pe' speranza: 
I' nu' lu voglio pe' 'na reticenza, 
Lu voglio pe' 'na certa sicuranza. 

1.7 



130 — 



Ah chella sciorta mia quanno se stracqua ! 
Cumme vogli' astutare tantu fuoco ? 
Si p'astutà' lu fuoco ce to' l'acqua, 
E l'acqua pure astut'a poco a poco. 
So' li pariante vuoste ca nu' bornio, 
Me stann'a fa' contraste; ma i' so' forte, 
Ce vonno fa muri'; ma chisto è suonno ! 
Pe' me spartì' da vuie ce vo' la morte, 
Si mamma vesta vo', a buie me piglio, 
Nun ce so' scuse e chiàcchiere a buie voglio; 
Nu' tesoro vo' darme? nu' lu piglio, 
D'ammore 'nu vasillo da vuie voglio. 

26 

Ah faccia de 'na pìmmecia f etenta ! 
Nun tiene dote e te pretienne tanto ? 
La casa toi' è senza pedamenta, 
E mantenerla ce vo' lu cuntante; 
Apprimma te volea pe' senza niente, 
Mo' nun te voglio si pittasse sante. 

27 

Aiut' aiuto ca lu munn' è perduto, 
Li mmònache se vonno maretare; 
Se vonno pigliare li fraveeature 
Pe' farse fa' li ccell'a gusto loro. 

Variante : 

Aiut' aluto lu munn' é perduto, 
Li mmòneclie se vonno maretare; 
Piglia' se vonno li fraveeature 
Se vonno fìi' li ccell' a modo loro. 

28 

A Isca nun ce so' tanta ventaglio, 
Né fràvol'a Marano e ceraselle, 
Nun passano pe' Crape tanta quaglie, 
Né vèneno da Massa recutelle, 
A mare nun ce so' tanta fravaglie, 
Pe' quanta ne friezzie cu' 'stuochie belle. 

Variante : 

A Ischia no nce so tanta ventaglie 
Né fravole a Marano, nfrùchete fra 
e ceraselle. 



— 131 — 

Non passano pe Crape tanta quaglie 
Nò veneno da Massa, nfrùchete fra 
oje reccotoUe. 
A mare non ce so tanta fravaglie 
De quanta ne frezzìe, nfrùchote nfrà 

co st'uocchie belle. 

29 

Aissera m'affacciai' a lu barcone, 
NennlUo caminenava pe' la luna; 
I' le dicette: Ninno, tu a do' vaie ? 
Spacca 'stu piett'e pigliele 'stu core ! 

80 

Aissera me niangiaie 'n' auliva 
Dint'a 'nu piattino ben cunciato. 
Auliva, quanto fuste sapurita ! 
Nu' me putette fa' 'na sazziata. 
Tutt' 'e cumpagne miei' 'o boglio dire: 
Ch' 'e brunettelle n' 'e lassasse (1) maie. 
Tanto va 'na brunetta sapurita, 
Quanto ne vanno ciento sdellavate. 

(1) Lassasse per lassassero, lasciassero. 

31 

Aissera me ne lette pe' lu Muoio 
M'accattale nu sanguinaccio quattu 'rana 
Truvaie 'nu malora de Spagnuolo 
Dicette: Trinche oain'' (1) à pa'isana. 
Aveva paura pe' li mariuole, 
Perdett' 'o sanguinacc'e 'e cquattu 'rana. 

(1) Trinche vaine o trinche lanse è li trinken Wem dei 
Tedeschi. 

Variante : 

Aissera me ne ietto pe' Tuledo 
Quatturà m'accattaie 'nu sanguinaocio. 
A reto in' 'e bedette dì francise 

— E ma vaie schnmeri sciòmmere a ddo' iate , 

— N'abbadai 'e francise che me chiammàveno 
Ponzai a quatturà e ó sanguinaccio. 

32 

Aissera me ne lette cammenanno 
Cu' 'na cumpagnella mia chiù fedele : 
Quanno fuie 'ncopp'a 'na muntagna, 
Ce steva 'na fenesta che luceva : 



— 132 — 

Là steva Rafele 'nzieme e' 'a mamma 
Cu' tavulino 'nnante che screv<-va. 
Tanto de lu ianeor' 'e chellli ccarne 
Era nott'e pareva mieziuorno (1). 

Variante : 

Tutta stanotte vulimmo sanare, 
Cu' li cumpagne miei chiù ferele. 
'Mmiezo Caperemonte ce fermammo, 
"Veco 'na fenestella che luceva. 
Chell'eva nenna mia cu' la mamma, 
'I^copp' a 'nu lettjcciullo che durmeva : 
Tanto che le lucevano li ccarne, 
Eva nott' e pareva mieziuorno. 
Dalmbdico. Canti del pop. venez. pag. 31, canto 38-C. 

Mi gira in orto che coigea fenochi; 
Alzo la testa e vedo do bei ochi. 
Da tanto che sti ochi me luceva : 
Note che gèra, zoruo me pareva 

(1) Righi. Saggio di canti pop. veronesi, pag. Iì3, 
canto 55. 

La prima volta che t' ò visto bela, 
T'ò visto e despojarte in caraarela, 
E te gavei la carne che sluzeva, 
L'era de note e giorno me parova 
Gli ultimi versi poi trovansi nella Novena del santo Na- 
tale scritta da S. Alfonso Maria de Liguori.. 
Quanno nascette Ninno a Bettalemme 
Era notte, e pareva miezo juorno; ecc. 

33. 

Aissera me ne lette cammenanno, 
Truvaie 'na vecchia che benneva l'ova; 
r le dicette: quant' 'e binn'a grana '? 
Stennett 'a mana pe' ne piglia' uno, 
La vecchia me menai' 'o trapenaturo. 
Stennett' 'a mana pe' ne piglia' doie, 
La vecchia me menale lu scarpone. 
Stennett' 'a mana pe' ne piglia' treie 
La vecchia me menale la curreia (1). 
(l) Questo canto, negli ultimi versi, ci fa ricordare il 
canto fanciullesco 72° a pag 101. 

34. 

Aissera me ne iette case case, 
Truvai' 'a porta de Rafele 'nchiusa. 
Nuli ce volino ne prun'e né cerase: 
Ninno, dint'a "stu cor' i' faggio 'nchiuso, 



— 133 — 

35. 

A l'acqu'a l'acqu' ! a li vieut'a li viente ! 
Te so' stato fedele, car' amante; 
Songo stat'a li tuoie ciim annamiente, 
Stev'a li gust'e penzav'a li chiarite. 
Tu, bella, nu' in"o far' 'o tradimento, 
Nu' me lassar'a me pe' 'n at'amante (1) ! 

(1) Variante de^li ultimi quattro versi : 
Si me l'aviss' a fa' 'nu tradimento, 
I' nun te tengo chiìi pe' rat' amante. 
Si quacche bota te teness' a mente, 
Cumm' a pròssimo sì, nu' cumm'amante. 

36. 

A l'acqua, a l'acqua de li ffuntanelle 
A do' ce vanno li bbell'a lavare. 
Là me la voglio sceglier' 'a chiù bella 
E sempre appriesso la voglio purtare. 
Li ggente che me scontano pe' bia: 

— A do' l'he' fatta 'sta caccia rl'ale ? 

— I l'aggio fatta a In bosco d'Avella, 
A do' la neve nun ze squaglia male (1). 

(1) Variante: 

A l'acqua a l'acqua de la funtanella, 
A do' ce vanno li nenne a lavare, 
Là me voglio trova' 'na figliulella 
E sempe appriesso me l'aggi'a portare. 
La gente diclarrà: che cosa bella! 
A do' si' ghiuto chesta a cacciare ? 

— L'aggio pigliata a li pparte d'Avella, 
A do' la neve nun ze sta a squagliare. 

MoLiNARO Del Chiaro. Canti del pop. di Meta, pag. 8, 
canto 5: 

A l'acqu'a l'acqua de li ffuntanelle, 
A do' gè vanno li ddonn' a lavare, 
Là me la voglio scégliere la meglia, 
E sempe appriesso la voglio purtare. 
Tutte me diciarranno: Quant' è bella ! 
A do' l' he' fatta 'sta' caccia riale ? 

— L'aggio fatt' a li pporte de l'Avella, 
A do' la neve nun ze spegne maio. 

SCHERILLO. Saggio di canti pop. della prov. di Sa- 
lerno. Pubblicato nel Movimento letierario italiano (To- 
rino, 1-15 settembre 1880, Anno I, N. 15-16), canto 22: 
A l'acqua a l'acqua re le funtanelle, 
Addove vanno le ddonne a lavare, 
Scéglie mi la voglia la cchiù bella, 
E a lu vracciu mi la vogliu purtare, 



— 134 — 

Tutti mi ricèresseru: — Quantu è bella ! 
Addò 1' è fatta ssa caccia riala ? — 
— L'aggiu fatta a la città Riella, 
Addove vanno le ddonne a lavare. — 

Amalfi. Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, pag. 
14, canto XIV: 

All'acqua, all'acqua re la funtanella, 

Addo noe vanno le donne a lavare, 
Mme n'aggio i' da scegliere 'a cchiù bella, 

Sempe a schianco mme l'aggio a purtare. 
'A gente spiarranno: — ♦ Quanto è bella ! 

« Addò l'aje fatta 'sta caccia r'iale ?» — 
— « L'aggio fatta a chillo luogo bello 

« Addò era lu mio solito cacciare » — 

DELLA Campa, Canti popolari raccolti in Bellona (in 
Oiambattista Basile, annata YIII. n. 3), canto VI: 

All'acqua, all'acqua de li ffuutanelle, 
Dove nce vanno li ddonne a llavà, 
I' me la voglio scégliere la meglia, 
E sempe appresso la voglio purtà. 
Si uno me ricesse quant' è bella, 
A do' l'aje fatta 'sta caccia r'iale: 
r l'aggiu fatta a lu bosco d'Agnello 
Dove la neve nu' sculuzza maje. 

37 

All'arme all'arme ! la campana sona, 
Li Turche so" arrivat'a la marina. 
Chi tene scarpe vecchie se l'assola, 
Oh'avimm'a fare 'nu iuongo cammino. 
Chi have 'o grano lu pjiort'a la moia, 
Cumme ce mena ionna la farina ! 
Chi vo' 'mparare la mugliera bona, 
'Na mazziat' à ser'e 'n' at' à matina. 

FiNAMORE. Canti pop. abruzzesi (appendice al voca- 
bolario abruzzese) pag. 281, canto 7 : 

All'arm' all'arme, le cambàne sóne : 

De turche so' rrevàt' a la marine ecc. 
Il resto è differente al presente canto nostro. 

Variante : 

All'arm' all'arme! li ccampane sòneno, 
Di Turche so' 'rrivat' a la marina 
Chi tene scarpe vecchie se li sola, 
Ch'avimm' a fare 'nu mosso cammino. 
Quanno sinim a li pparte do Messina 
Se spezzano li l)bele o ghiaium' a mare ! 
Du maro me pareva 'nu ciardiuo, 



- m - 

Li pisce me venévano a salutare. 
1' pe' biilere bene a ninno mio 
Me trov' a li prutunne de lu mare! 
Allude alle invasioni barbaresche sui nostri liti. 

38 

A l'uoechie do ramante nun c'è suonno, 
Chilli d'ammore tribulate stanno. 
Vac'a lu lietto pe' pigliare suonno, 
Vaco pe' ripusà' e chiù peggio fanno. 

39 

A li vagn' 'a li vagne, Matalena, 
Si nun ce iammo 'stanno l'anno che bene. 
Aguanno (1) nuie ce iammo cu' lu zito, 
L'anno che bene iammo cu' lu marito. 

(1) Agnanno, questo anno. Che perchè ac/iianno bon cre- 
sciuto sia. F. Sacchetti, Rime. 

40 

Amale 'na nenna pe' trldece mise, 
Nu' le potette dà' trìdece vase. 
La mamma me facev' 'o pizz'a riso; 
La figlia me diceva: viene, trase. 
Mo' che sougo fenute li turnise 
E' 'scinto lu scaccione de la casa. 

Variante : 

Amaie 'na donna pe' trìdice mise, 
E nu' putett' ave nisciuno vaso. 
Ce li spennette li belle turnise; 
De pere, pruno, percoche (1) e cerase. 
E mo che so' fernute li turnise 
La mamma me ne caccia da la casa ! 

(1) Perxoche, plurale di percuoco , o dicesi tanto l'al- 
bcre quanto il frutto: pesco cotogno Vale propriamente 
pesca duracine. 

41 

Amaie nu ninn' abburlann' abburlanno, 
E cu' la burla me trasette 'ncore; 
Tu vance, mamma, filanno filauuo, 
Dincell'a chistu ninno si me vole: 
Chello, che n'animo fatto pe' tant'anne, 
Vulimmo far'aguanno, si Di' vole, 



— 136 — 

42 
Amaie 'nu ninno cu' sudor' e stiente, 
Mo' lu veco 'mputer'a 'n at' amante ! 
Nun è dulore, chi perde pariante, 
Quant'è dulore, chi perde l'amante. 
Sarria muorto, nun zarria niente; 
Ca quann' è biv'e te passa pe' 'nnante ! 
Lizio Bru.no , Canti scelti del pop sic, pagina 128, 
canto 5 : 

Amai 'na donna cu' suspire e stenti, 
Ora la vitti in manu a n'autru amanti: 
If' é tanta pena cui perde parenti, 
Pri quantu é pena perdiri l'amanti: 
E cui la perdi morta, non è nenti, 
A pocu a pocu eessano li chianti. 
È chista la cchiìi pena chi si senti, 
Chi quannu è viva e ti passa davanti. 
Imbriam. Canti pop. calabresi (In: Il Propugnatore, Voi. 
V, pag. 16, canto XXXVr. 

Ched' hai, core, che chiange e ti lamenti? 
Lassa piangere a me, pover' amante ! 
Chi perde amici e chi perde parienti 
Lo cchiù dolore è chi perde n'amante ! 
Si lo perdo muorto non è nente 
Ca chiane chiane te passa lu chiantu; 
Tannu è lu cchiìi dolore averamente 
Quannu è bivo e te passa davanti. 

43 
Amaie tantu tiemp'a 'na Maria, 
Credenno ch'eva bona cristiana; 
Se iev'a senti' mess'ogne matina, 
Se ieA^'a confessai-'ogne semmana. 
'Nu iuorno iett'appriess'a 'sta Maria (1). 
Cu' 'n at'amante la vidde parlare; 
r dicette: Maria, Maria (2), 
Mg' t' 'è benuto 'nfieto lu campare ! 

Variante : 

Amaie tantu tierap' a Catarina. 
Credenno ch'era bona crestiana; 
La messa se senteva la matina, 
E a cunfessà' se ieva ogne semmana. 
'!Nu iuorno le vulette fa' la spia, 
Cu' 'n at' amante la veco parlare; 
I' la chiamma, dicenno, bella mia, 
Mo' t' è benuto 'nfieto lu campare! 

(1) Variante: I' 'nu iuorno le facett' 'a spia, 

(2) Variante: I' me vutaie: Maria, Maria. 



— 137 — 

44 
Amàmmece mo' che simmo piccerille, 
E quauuo simmo gruosse ce pigliammo; 
'Na tàvola ritonna ce facimmo, 
A 'nu lietto d'ammore ce cuccammo; 
E quaniio la matiua ce susimmo 
Ce clammo lu biionuiorno 'a cà a cient^aniie, 
E quuuno iammo a messa a la Madonna, 
Parimmo tutt'e duie figli' a 'na mamma. 
Variante 1* : 

Amàmmece mo' che simmo piccerille, 
Quanno simmo chiù gruosse ce pigliammo. 
'Na tàvota ritonna ce faciramo, 
'Ntra 'nu lietto de rose nce curcammo. 
A cor' a core 'nziemme ci addurmimrao 
E li guaio passate ce scardammo 
Po' qiiauno la matina ce susimmo 
Ce dammo lu buon giorno pe' cient'anne, 
Variante 2* : 

Amàmmece mo' che guagliune simmo, 
Quanno simmo chiù gruosse ce pigliammo: 
'Na tàvula ritonna ce facimmo, 
A 'nu lietto cumprito ce cuccammo; 
Po' quanno la matina ce susimmo 
Lu buono iuorno tntt' e duie ce dammo, 

45 
Ameme, bella mia. de pur'ammore 
De li mminacce nun te n'atterrire; 
Nun crede' che ce sia tantu ricore 
Mente iucammo te so' servitore; 
Ma si la vita mia durasse 'n'ora, 
'N'ora te vogli' amar' e po' murire ! 
46 
Amice miele, magnammo e bevimmo, 
Fino che ce stace uogli' a la lucerna. 
Chi sa si a l'auto munno ce vedimmo ! 
Chi sa si a l'auto munno c'è taverna ! 
Vedi Tari, Estetica ideale, pag. 277, e Griov. Em. Bi- 
deri pag. 81. Versi scritti sulle mure della Taverna d' 'e 
Carciòffole. 

Valéry M. Curiosìtés et anecdotes italiennes, Bruxel- 
les, Hauman et Ce, 1843. A pagina 177, si legge : 
Amici, alliegre, magnammo e bevimmo 
Fin che n' ci stace uoglio a la lucerna. 
Chi sa s' a l'autro munno n' ci vedimmo ? 
Chi i^a s' a l'autro munno n' c'è taverna? 

18 



— 138 — 

47 

Ammore ammore, no, iiuii la credile, 
Nun lu credito a cliisto ingannatore, 
Ca l'uòmmene rao' quante ne vedit.; 
Tèneno ciento facc'e mille core: 
La fèmmena, scur'essa ! e lu ssapite, 
Tutto se crede e lesto don' aminore, 
Quanno l'Iia mise l'ommo int'a li ppeue, 
Lu scunuscente nu' la vo' cliiìi bene 
Tarlante dei primi quattro versi: 

Bella figliola, nun credit'amore, 
Manco credite li ddorce parole. 
L'uòmmene songo tutt' 'ngannatore: 
Te fann" 'a bona face' 'e 'o raalu core. 

48 

Ammor' ammore, cu' tantu nu naso, 
Quanno te veco me scappa la risa: 
'Ncopp'a lu naso tuio ce sta 'na casa, 
E 'nasticiello pe' spanne' cammise. 

49 

Ammor 'ammore, che m' he' fatto fare ! 
De quìnneci' anne m' he' fatto 'mpazzire, 
Lu Paternosto m' he" fatto scurdare. 
La primma parte de l'Arummaria (1). 
'O Credo nu' lu saccio accumminciare, 
Manco la saccio la Sarvarigina. 
Bisogna ca me torn'a battlare, 
Aggio che m' 'e 'mparass' 'e ccos' e Dio. 

(1) Variante: La meglia parte de l'Aummaria. 

Variante l'' 

Ammor' ammore, che m' he' fatto fare ! 
De quìnnici anne m' he' fatto 'mpazzire, 
De tata e mamma m' he' fatto scurdare ! 
La parta bella de VAiimmaria. 
Lu Paternosto nu' lu saccio chiaro ! 
Manco la saccio la Sarvarigina, 
Vac' a chiósia e me scordo la via ! 
Manco la lòcia sacci' accumminciare. 

Variante "2'' 

Ammor" ammoie, che m' he' fa^to fare ! 
M' he' fatt'a quìnnici ann' ire a 'mpazzire, 
La ròcia manco chiù saccio 'ngarrarel 



— 139 — 

Scardato m'aggi" a di' ['Avemmaria. 

Lu Credo chiù min zaccL' accumminciare ! 

Vac' a la messa e me scordo la via. 
AvoMO, Canti pop di ]S"oto, pag. 145, canto 76 : 
Amuri, amiiri, chi ra' ha' fatta fari ? 

M'ha fatta fari 'na ranni pazzia. 

Vagghiu a la casa, e mi scorda la ciavi, 

Vagghia a la missa, e mi scorda la via. 

Lu Patrinnostru m'ha' fattu scardari. 

La quinta parte ri l'Avemmaria; 

Lu creddu nun lu sacciu ricitari, 

Ca la raè testa è misa 'nfantasia. 

Ranòvu mi vnlissi vattiari, 

Pi siri cristiana comu a tia. 
Pepe. Canti pop. di Castrovillari (Vedi Mem. stori- 
che della città di Castrov.) pag. 407: 

Da quiddu jurnu i pinsannu a tia, 

A nudda cosa echi ani agghiu badata; 

On sacciu mancu cchift V Avemmaria, 

Pura la Patir niistu agghiu scardata. 

Tu si tutta pi mia, tu si la vita, 

J' summu 'u fìrru e tu la calamita. 

Tigri, Canti pop. tose. pag. 70, canto 262 : 
Dimmi, bellino, com' i' ho da fare, 
Per poterla salvar l'anima mia ? 

V vado 'n chiesa e non ci posso stare, 
T^emtnen la posso dir l'Ave Maria : 

V vado 'n chiesa, e niente posso dire, 

Ch' i' ho sempre il tuo bel nome da pensare: 

1' vado 'n chiesa, e non posso dir niente, 

Ch' i' ho sempre il tuo bel nome nella mente. 

Dalmedico, Canti del pop. venez. pag. 73. 

L'amor me fa redur a un passo tale, 
Che co' so' a messa no' so dove sia. 
No so s'el prete leza sul messale, 
ISé manco no' so dir l'Avemmaria. 
E se la digo, poco la me vale, 
Dal ben che mi te vogio, anima mia ! 
To tegno tanto in la mia mente scritta : 
Amo più ti, che la mia propria vita. 

Vigo, Canti pop. siciliani, canto 14tì2 : 

Amuri, amuri, chi m' hai fattu fari ! 
Li senzii mi l'hai misu 'n fantasia, 
Lu patrinnostru m' ha fattu scurdari 
E la mitati di la viminaria; 
Lu creddu nun lu sacciu 'ncumineiari, 
Vaju a la missa, e mi scordu la via; 
Di nova mi voggh'jri a vattiari, 
Ca turca addivintai pri amarla tia. 



- 140 — 

Mandalari. Canti del popolo reggi no,pag.246,canto lOi 

Amuri meu, chi mmi facisti fari ? 
Facisti fari 'na 'rossa paccìa: 
'U patri nostni facisti scurdari, 
E 'a quinta parti dQÌVAvi Maria: 
'TJ creda no hi sacciu ncuminzàri, 
Voju a la eresia e mmi sperdu la via, 
Su tturcu e mmi vogghiu battiari, 
Turcu addivintai pi amari a ttia. 

Amalfi, Cento canti del popolo di Serrara d' Ischia, 
pag. 33. canto XLIX: 

Amore, amore, che m'haje fatto fare ? 

De quinnece anne m'haje fatto 'mpazzire. 
Oggé fa' n'anno, che mme viene appriesso; 

Tu rive 'na perata e i' 'nu passo; 
Mo' che simmo arrevato a lu 'nteresse, 

Te lasso e nu' te veche 'mputere a, 'n ato. 
Ricordati, amor mio, che faggio amato. 

Benson Bobert , Sketches of Corsica , London , 
MDCCCXXV, (Vedi pag. 152. Canzone montanara corsa 
d'un Pastore di Zicavo. 

Gioia, tu m' ha' ridutta a singhiu tali, 
Voju a la messa, e nun so duvi sia. 
Nun ascoltu parodra du raissali, 
E nun soju più di dr'ave Maria; 
Quann" e' la dico, nudra nun mi vali, 
l'erchi t'ho sempri inti la fantasia. 
E parchi e' soju a te troppu riali, 
In onghi locu sempri ti vurria. 

50 

— Ammore, chi t'ha ditto: uun te voglio ? 
Fatto lu pagliariello, e me te piglio — 
— Ammore mio, lu pagliariello è fatto, 
Arrobba 'e panne a màmmeta e ghiammoneenne. 
Attizza attizza ca lu fuoco s'appiccia, 
Lu ttroppo pazzia' l'ammore s'abbraccia. 
La mamma ce l'ha fatta la cascetta 
Chiena de muccatore ricamate, 
Quanno va a la chièsia se li mette. 
Li mmaretate vanno cu' li marite, 
E li zzetelle cu' li 'nnammurate. 

51 

Ammore, me faie sta' 'ncopp' a 'nu pi<'rno, 
Nu' me dunate né morte ne bita. 



- 141 — 

Cumm'a rilorgio me faie 'ntiniiare, 
Cumm'a lu manganiello de la seta. 
Quanta vote te vaco pe' lassare, 
'Stu core iiun azzetta lu partito, 
Cunime de tè ine pozza male scurdaro '? 
Tu si' lu fierro e i' so' la calamita. 

52 

Ammore, m' he' pigliat'a cunzumare ! 
A cuuzumai'e m' he' pigliai, ammore ! 
Tu iv'auciell'e pe' l'aria vulave; 
Ammore, i' me facette cacciatore. 
Tu ive pesc'e jje' mare natave; 
Ammore, i' me facette piscatore. 
Tu ive serpe pe' me mmelenare; 
Ammore, i' me facette 'nciarmatore (l). 
Tu ive vorpe e me vulive sbramare; 
Amor', i' t'ancappai' a la tagliola. 

(1) ^Nciarmatore o incantatore, ammal atore. 

Scherillo, / canti pop. nell'Opera buffa , canto XLI, 
nel N. 7 del periodico : Giambattista Basile. 

Ammore, m'haje pegliato a conzommare, 
A conzommare m'haje pegliato, Ammore; 
So' fatto pesce che bà pe lo mare, 
E tu co ssa cannuccia pescatore. 

(Trincherà — Li nnammorate corre- 
vate , 1732, al, se. 1.^). 

53 

Ammore mio, campanelluccio d'oro, (1) 
E tu m'araave, e i' niente ne sapevo; 
Mo' che lu ssaccio te dono 'stu core, 
'A vita mia la metto 'mman'a tene (2). 
E io te giuro e te dongo parola, 
Nun me mmarito si nun me piglio a tene. 

(1) Varia te: Nennillo mio, campaniello d'oro. 

(2) Variante: E metto 'mmano a tè la vita mia." 

54 

Amore mio eh' 'e capellucce iunne, 
Quanno cammine li ggràzie spanne; 
Nun cammenate pe' tutto 'stu munno, 
Nun avìssev'avere quacche 'nganno. 
Faccio l'ammore cumm'a lu palummo: 
Mar' a l'àneuia toia, si tu me 'nganne ! 



142 



55 

Ammore mio. cu" li 'ttaccaglie (1) cVoro, 
Mo' si' arredclutto cu' li ffunicelle, 
Li scarpe rotte e li ddete da fora, 
Va te li ecagne, o a lu chiappo te 'mpienne. 

FiNAMORE. Canti pop. abruzz. (in append. al vocabo* 
lai'io, pa'i. 288, canto 96. 

L'amóre me' nghe le sciacqua,] j e d' 'ore, 
Mo' s' é redótt'à ccarrijà' le prete ! 
Quànde tra me e tté facéme pace ? 
Quando la stóppe duvéiide vammàce. 
Quilnde la stóppe duvénde vammàce ? 
Quànd' a lu' mbèrne ce óndre la croce. 

(1) 'ttaccaglie,^\uva.\e di aUaccaglì'a.nRstvo o giarrettiera 

56 

Ammore mio, damme li cunfiette, 
Già che la parentezza toia è fatta; 
E tu te cride de me fa' disp ietto, 
E i' ne sto cuntenta e suddisfatta. 

57 

Ammore mio, fatte li bbalanze, 
Vance vennenno percoche p'Arienzo; 
Mo' ca t'he' fatto iènchere la panza, 
Fatte li ffasciatore, agge pacienza (1) ! 

(1) Variante : 

Bella figliola cu' sti di' valanze, 
Vaie vennenno percoche d'Arienzo. 
Mo che t' he' fatta iènchere 'sta panza, 
Fatteli' 'e ffasciator' agge pacienza. 

58 

Ammore mio, la 'mma sciata è fatta: 
I' nun te voglio, ca si' ghiucatore; 
T'he' iucate li ssole de li scai'pe, 
Appriesso te iucarraie 'sta vita toia. 

SCHERiLLO. Saggio di canti pop. della prov. di Salerno 
Pubblicati nel Movimento Letterario ifalinno (Torino 1-1') 
Settembre 1880, anno I, N. 15-16). Canto bB : 

Amore min, la mmasciata é fatt i : 
Io nun te voglia ca si ghiucatore; 
T' hai jucatu li nnócche re li scarpe, 
Accussi ti juochi la figliòla pure. 



— 143 - 

59 

Ammore mio, Imitano lu titano, 
Cuiiinie nu' pienz'a me e te ne viene ? 
Nun aggio pe' chi lettre te mannare (1): 
L'aggi' allentate tntte li carriere. 
L'aggi' allentate tutte li scrivane, 
Carte nun fanno pe' li 'nnammurate. 
Si li sapesse fa' cu' 'sti me' mane, 
Tanta ne faciarri'a 'nzi' che bieue (2) ! 

Posilipo 

(1) Variante: Nu' m' 'a saie na lèttera mannare? 

(2) Variante degli ultimi quattro versi: 

Pe' tè l'aggi' allentate li scrivane, 
E "a zarelliira che carta venneva. 
Pe' me so' muorte tutte li scrivane ! 
Pe' me so' muorte tutte li curriere ! 

Imbriani, Cani delle prav. merid. Voi. 2, pag. 19 : 

Ammore mio da tanto luntano. 

Pecche non pienze a mme, e poi te ne viene? 

Nun aggio pe' chi lettere ti mannare, 

Aggio allentato a tutte li curriere ! 

Aggio allentato a tutte li scrivane ! 

Lu zagrellaro che carta Venneva ! 

Cielo ! sapesse scrivere 'sta mano 

Tanto te scrivarria Ano a che biene ! 

60 
Ammore mio, me fa male 'o pede, 
Affìttame 'a carruzzella pe" ghi' a Pavane; 
Quanno simm'a lu pont'e 'e San Michele, 
Scrìvete 'o nonime mio e fatte surdato; 
Fatte surdato de l'artigliarla. 
Quanno te vece cu' la sciàbula ò lato. 
Me pare 'nu gicantiello 'nnante Palazzo. 

61 
Ammore mio, puozz'avè' 'na botta. 
La puozz' ave' 'ncoppa San Zeverino, 
Nun puozz'ascià' né panne, ne cappotto, 
Puozze veni' da me p' 'o mantesino. 

62 
Ammore mio s'ha iucato 'nu viglietto, 
Ha pigliato setticiento e quarantotto, 
S'ha fatto 'nu cazone de teletta, 
E quanno se lu mette, ch'aria porta ! 



— 144 — 

63 

Ammore mio se n'è ghiuto a Marano. 
Otto mise aggi' aspetta' ca isso vene; 
Sett'anella m'ha mis'a li mmeie mane, 
P'alliccuordo d' 'a fed'e de li ppene ! 
Si isso nun bene a Nàpule bello e friseo, 
Me trova morta cert'a San Francisco. 

64 

Ammore mio, tèccate Taruta, 
La cimma te ne faie 'na 'nzalata, 
Li ffrunne te ne faie 'nu tavuto, 
E dinto ce miette 'sta faccia malata. 

Variante 1* Pennella mia, tèccate l'arata, 
La cimma tu fattell'a la 'nzalita. 
Cliest' è lu bene ca faggio voluto ? 
Mo' che si' fatta grossa m'ha' lassato ! 

Variante 2* Nennillo mio, tèccate l'arata, 
La cimma tu fattenne 'na 'nzalata. 
Vaie dicenno ca nu' m'he' valuto: 
I' tanta megli 'e tè n'aggio scartato. 
Vaie dicenno ca nu' m' he' voluto; 
Pecche nu' dice ca faggio lassato ì 

65 

Ammore mio, te vurria parlare, 
A 'na banna sola, a 'nu pizzo secreto; 
'Sta mia passione te vurria cuntare, 
Pe' rammullirte chistu core 'e preta. 

66 

Ammore, siente cà meza parola, 
Si lu buò' fa' lu ffai', e si no statte. 
Dille zitto a la recchia: pe" tè sola. 
Nennè, lu core de Masiello sbatte. 
I' dico: mente faie 'sta 'mmasciatella, 
Vi* l'aria de lu mar'e quant'è bella ! 

67 

Ammore, faggi' amato faggi' amato (1) 
Cu' li carizze faggio manteuuto, 
Quanf a lu sole faggio riguardato (2): 
Mo' che si' fatta grossa m'he' traruto ! 

(1) Variante : Pennella, faggi' amata, V aggi' amata. 

(2) Variante: Cumm' a lu sole faggio rimirato : 



~ 145 — 

68 

Ancora nu' me voglio disperare, 
Ca la furtuua 'sta p'aiutà' a tutte 
Spiss'aggio visto l'àrbere tagliare 
Cadute 'uterra consumate e strutte; 
E doppo l'anno l'aggio vist'aizare, 
Cu' rammuscielle nuove e belli frutte. 
Torna, furtuna mia, torn'a butare, 
Famme euntento cumm'he' fatt'a tutte. 

69 

Anema bella, no, nu' scunfidarte, 
Si patarraie pe' me, te so' cunzorte. 
Fedele te sarraggi' ad ogne parte, 
Custante te sarraggi' a 'nzi' a la morte. 

70 

Anema mia, tu t' he' pigliat' 'o core, 
'N'ora senza de tè nu' pozzo stare ! 
Chiàmmeme, bello mio, 'ntutte l'ore, 
Dimmello, pe' piata, cumm'aggi' a fare ? 
Int'a lu pietto sento 'n abbrusciore, 
Vurria lassarte e nu' lu pozzo fare: 
Pecche me stale stampat'int'a lu core, 
Pe' chesto nun te pozz'abbandonare ! 

71 

Angiula, te cricàrono li sante, 
Angiula, ie facette stesso Dio, 
Angiula, ca pe' tè morene tante, 
Angiula, ca pe' tè moro pur'io, 
Si lesse 'mparaviso cu' li sante 
E nun truvasse a tè, me n'isciarria. 
E si po' lesse ò 'nfierno cu' tè accanto 
Lu 'nfierno paraviso a me sarria. 
Variante : 

Brunetta te dipìngono li sante, 

Brunetta te dipingio ancora io, 

Brunetta, ca pe' tè móreno tante, 

Brunetta, ca pe' tè moro pur' io. 

Brunetta, si te truove 'n ai' amante, 

Famme nu ritratto, brunetta mia. 

Benson Robert , Sketches of Corsica , London , 
MDCCCXXV, Canzone montanara corsa d'un Pastore 
di Zicavo, pag. 153 : 

19 



— 146 — 

E t'amu tantii, e mi ne «loju hi vanta 
Chi nissunu min t'atna (juantii e mia. 
Ti portu scritta in qaef*ta pottii tanta, 
Chi mai nna m'esci da la fantasia; 
S' ta vaoi sapiri quanta sia 'sta tanta. 
E' qaanta il petta, e il cor dodr' alma mia. 
S'intrassi in Paradisa santa, santa, 
E nun travacci a tia mi n'esceria. 
ScHERiLLO. Saggio di canti pop, della piov. di Sa- 
lerno. Anno I, ]V. 14 Torino, 15 agosto 1880, canto 9. 

Vraiietta ti ripinginni li santi 
Vrunetta ti ripìngiu para Ddiu, 
Vranetta ca ppe tte so' morti tanti, 
Vrunetta ca ppe tte mora puru iu. 
Si jessu m baravisu addo' a li santi, 
E nun nei fassi tu, vrunetta mia. 
Jessu a lu 'Nfernu; e si nei fussi tu, 
Qnellu forebbe lu paravisu min. 
Pepe. Canti pop. di Castrovillari. (Vedi Mera, stori- 
che della città di Castrov.) p.ig. 407 : 

Si moru e mi nni vavu 'mparavisu, 
Si non ci trovu a tia i non ci trasn; 
Ca supa a terra adduni Din ra' ha misu, 
Sulu lu beni tuiu mi e' è rimasu. 
E senza di ssu beni e di ss'amuru 
Para lu soli mi pareri scuru. 

72 

A Nàpul'é benuta 'iia ciunchia 
Tutte li Do' Micache (1) so' Giuncate. 
Chesto t' 'o dic'a tè, 'on Micacu mio, 
Spògliete da 'sti panu'e fatte surdato. 
Fatte surdato d' 'a cavallaria 
Acciò che puorf'a sciabulell'a Iato. 

(1) Don Micàco, nome di dileggio dato ai giovani af- 
fettati e spavaldi. 

73 

Àquela, che d'argiento puorte l'ale, 
Fremma quanto te dico 'na parola. 
Damme 'na penna de chesti ttoi'ale (1) 
Quanto faccio 'na lettra a lu mi' amore. 
Tutto de sango la vegli' abbagnare 
E pe' sigillo ce metto lu core. 
Quanno 'sta lettr'è fernuta de fare, 
-i.quela, puortancell'a a lu mi' amore (2), 

(1) Variante: Quanto te scippo 'na penna da l'ale. 

(2) Variante: .àquela, liggoncelle 'sti pparole. 



- 147 — 

SCHERILLO. Alcune canzonette popolari di Soceavo , 
pubblicate nel Giovane scrittore, anno I, N. 10 Napoli, 
30 aprile 1878, canto VI : 

Auciello che ppe' l'aria puorte l'ale, 
Ferma, quanto te rico na parola, 
Quanto te scicco na penna de st'ale, 
Pe fa na lettericell'a hi mio amore. 

Lizio-Bruno Canti pop. delle isole eolie , pasr. 93 , 
canto XXVI : 

Acula chi d'argentu porti ss'ali, 

Fierraa, quantu ti dicn du' palori: 

Qiiaiitii ti scippu 'na pinna di ss'ali, 

Quantu fazzu 'na littra a hi me' 'muri. 

Tutta di sangu la vui ria stampar!, 

E pi siggillu cci mientu lu cori 

Ora eh' è lesta, spidduta di fari, 

Acula, porticcilla a lu me' amuri. 
SCHERILLO. Saggio di cauti pop. della prov. di Sa- 
lerno. Pubbliciiti nel Movimento letterario italiano (Tori- 
no, 1-15 settembre 1880, anno I, N. 15-16). Canto 26 : 

— Tu, palumniella, ca pe U'aria vuòli. 

Ferma, quantu ti ricii na parola: 

Quantu ti sscéppu na pènna d'acciaru 

Pe ffa na littiricella h llu min amore. 

Tutta re sangue la vogliu scrivere. 

E pe siggillu nce raottu stu coru. 
Ed a Buonabitacolo (edita dallo stesso). 

Tu, rinninedda, che bbai pe' lu mari, 

Ferma quanto te rico roje parole; 

Quanto te sceppo 'na penna ra st'ale, 

Pé ffa la lettricedda a lo miu amore. 

Tutta re sango la voglio stampare, 

Ma pe' seggillo nei metto lo core. 

Quann'aggio fenito re la fare, 

Tu rinninedda, pòrtala a l'amore. 

Ed in ultimo , sempre a confronto della medesima , 
dice di aver udito anche cantare : 

Au clair de la lune, 
Mon ami raoineau. 
Donne-moi ta piume 
Pour écrire un mot. 
Ma dove si canta? in Italia non credo! 
Amalfi, Cento canti del pop. di Serrara d' Ischia, 
pag. 40, canto LXIII : 

Palomma si' d'argiento e puorte l'ale, 

Fermate, che te lieo 'na parola; 
Quanto te levo 'na penna da s'ala 

Quanto faccio 'na lettera a l'amore 
Dopo 'a lettera è fenuta do fa', 

Pe' sigillo nce metto 'stu core. 



— 148 — 

Domenico Bolognese , il poeta napoletano che tanto 
attinse dal nostro popolo, italianizzò questa ottava, che 
leggesi nel numero unico Napoli Albo Artistico Lettera- 
rio per gli Asili Infantili, 1881 : 

O rondinella che vieni dal mare. 
Fermati rondinella, aspetta aspetta; 
Solo una penna tua m'hai da donare, 
Perchè scriva alla mia donna diletta. 
Quel foglio io vo' col sangue mio vergare, 
Poi per suggello fia che il cor vi metta; 
E s'ella amica vi rivolge i rai, 
Chiedi la vita mia? la vita avrai. 
In un libro abbastanza raro, intitolato: Mémoires hi- 
storiques politiques et littéraires sur le Royaume de 
Naples par M.r le Comte Grrégoire Orloff, Sénateur de 
r Empire de Russie. Ouvrage orné de deu cartes geo- 
graphiques, pubblié avec de notes et additions par A- 
maury Duval Membro de 1' Insti! ut Royal de Franco. 
Paris chez Chasseriau librair^. 1821. Imprimerie Firmin 
Didot, Volume V, pag 68, si legge una notizia di Luigi 
Serio , e da pagina 187 a 196 si discorre del Dialetto 
Napolitano, e tra l'attro si riportano i due seguenti canti 
popolari : » 

Aquila che d'argiento puorte l'ale, 
Ferma quanto te dico 'na parola, 
Quanto le levo 'na penna de st'ale 
Pe fa 'na lettrecella a lo mio ammoro. 
Tutta de sango la voglio bagnare. 
Po' pe' sigillo nce metto stu core. 
Quanno sta lettera è fenita de fare, 
Aquila, portancella, vieni mone. 



Albero peccorillo te chiantaie: 
Io l'adacq"ua.je co' li micje sudori'; 
Venne lo viento, e ne rompe no larao, 
La fronna verde ha cagnaie coloie, 
Lo frutto dece è diventato amaro 
Addò è ghiuto Io bello sapore? 
Viene, Morte, arreramedeja a chisti guaje. 
Giacché nennillo mio ha cagnato ammore ! (1) 
il) Vedi pag. 149, canto 76 di questa raccolta. 
74 

Arapite li pporte e li lleneste, 
Faclteme trasire 'agra zia rosta: 
'Stu core avite punto e sango n'esce 
Lu sango che n'escie deventa gnosta. 
Dàteme 'a mana che la fede è lesta, 
Dura cient'anne l'amicizia nosta. 



— 149 — 



75 



'Arass'arasso, luntaiio luatano, 
Tu, bello, ine veniste 'inbesione, 
Me teniv'abbracciata cara cara, 
Me la cantava la toia passione. 
I' te elicette: ninno, nu' lu fare, 
Nu' la pigliare la morta pe' me; 
Pigliete chella ca te vonno dare 
Chiù bell'e chiù galante assale de me ! 

76 

'Arass'arasso veco 'nn mercante, 
'A vicino n'apprèzzeno pe' niente, 
Màmmeta va truvanno li cantante ? 
La rubicella "a vol'a cient'a ciento. 
Tanno t' 'a miette 'sta nennell'accanto, 
Quanno t'accatte Nàpul' e Surriento ! 

77 

Arbero mio de pepe carrecato, 
Vurria sape' la bella ad onne è ghiuta ? 
Le vurria fare 'na grossa parlata. 
Mìsero ammore mio, comm' è fernuto ? 
— Canta lu gallo, ca iuorno vo' fare, 
Parlarne, ninno mio, n'avè' paura. 

78 

'Arbero peccerillo te chiantaie, 

l' t'aracquaie cu' li miele surore; 

Tenne lu vient'e te tucuUaie. 

La meglia cimma me cagnaie culore. 

La fronna ch'era verde se seccale, 

Lu dorge frutto me cagnaie sapore. 

Yiene, mort', arremmèi-i' a chisti guale 

Mo' che nennillu mio ha cagnat' amore ! 

Posilipo 

Variante 1'^ 

Arbero piccerillo i' te chiantaie, 
I' t'adacquale cu' lì miele sudore; 
Mena lu viento e spezzano 11 ramo, 
La verda fronna tramuta culore. 
Tutte li frutte so' turnato amare, 
E l'hannu perzu lu dorge sapore. 
Viene, tu morta, a darme 'nu riparo 
Mo' che la bella mi' ha cagnat' amore ! 



— 150 — 

Variante 2* 

Arbero piccerillo fino chiantato, 
E s'adacquale cu' li mieie sudore; 
Mena lu viento e ne schiantaie 'nu ramo, 
Haie perzu pure lu dorare sapore ! 

Variante 3* 

Pìccula chiantulella te chiantaie, 
Po' t'aracquaie cu' lu mio surore; , 
Vene lu vient' e la tuculiaie. 
La meglia fronna cagnaie culore; 
Lu frutto doce addeventai' amaro, 
Ad onne è ghiuto chillu gran zapore? 
Aggio capito che cos' è l'affare : 
Chist' è nennillo eh' ha cagnat'amore. 

Posilipo 

Molinaro Del, Chiaro. Canti del pop. di Meta, pag. 9, 
canto 8 : 

Arevo piccerillo ti piantale 
E t'aracquaie cu' lu mio surore. 
Vene 'nu viento e ne vuttaie 'nu ramrno, 
La verde fronna tramutale ciilore; 
Lu fruttu roco se gè fico amaro, 
A do' è ghiuto lu rorge sapore ì 
Vlènece, morf, e tròvece riparo, 
Mo che la bella mi' ha cagnat' amore. 

Nannarelli, Studio compar. sui canti pop. di Arlena, 
pag. 5U, canto 49 : 

La prima volta che m'Innamorai, 
Piantai lo dolce persico a la vigna; 
E poi gli dissi : — Persico benigno, 
Se amor mi lassa, ti possi seccare. — 
A capo a l'anno me ne vo a la vigna, 
Trovai lo dolce persico seccato; 
MI butto In terra e tutta mi scapiglio 
Dicendo: — Il primo amore m' ha lasciato ! 
Albero plccollno ti piantai, 
E ti adacquai con l miei sudori : 
Si son seccate le cime e le rame. 
Hanno perduto li belli colori; 
I dolci frutti son divenuti amari, 
Hanno perduto li dolci sapori. 
Morto, vieni da me quando ti pare, 
Giacché l'Idolo mio ha cangiato amoie. — 
Piglio il coltello e mi volea ammazzare, 
La lama non mi volle consentire; 
Andettl al mare e mi volea affogare, 
E l'onde non ral vollero coprire; 
Andetti al foco e mi volea bruciare, 
La fiamma non mi volle incenerire; 



— 161 — 

Andai all'Inferno o ini volea dannare, 
E Satanasso non mi volle aprire: 
Mi disse Satanasso con catene. 

— Chi more per amor prova gran pene. — 
Mi disse Satanasso incatenato : 

— Chi more per amore va dannato. 

Imbuì ANI. Canti pop. calabresi. In: // Propugnatore,Yo\ 
V, pag. 6, canto IX}: 

Chiantai 'nu nucipiersico a 'na vigna, 
Chill'anno che do te mi 'nnamranrai; 

— « Piersico, ti chiantai co' designo: 

« Se non siegui l'amore seccherai » — 
Doppo de l'anno m'abbisaì a la vigna^ 
Lu piersico fiorito lu trnvai; 
Lu piersico me disse: « — Va, vatinne, 
« Siegni l'amore ca la vincerai » — 

79 

Àrbero sicco e àrbero caduto, 
Yiato chillu cielo che fa orlato ! 
Dicenno: chella mamma benedico, 
T'ha fatto, ninno, bell'e aggraziato ! 

80 

'Arbei'o sicco sicco, taglia, taglia. 
'O male t'è arrivato a 'nzino è l'ogna 
So' chille cule che tanto ne fanno 
Yene 'nu juorno ca caca' nu' pònno 

81 

Arràssate da me, nennella 'ngrata. 
Patrona chili nun zi' de la mia vita, 
'Na chiaia aveva 'mpietto e s'è sanata, 
'N' àutra l'aveva 'ncore e s'è guarita. 
La catena d'ammore s'è spezzata, 
L'amicìzia 'ntra nui', è già guarita. 

Variante : 

Aràssete da me, tradetore 'ngrato: 
Patrone nun zi' chiù de la mia vita. 
'Na chiai' aveva 'mpiett' e s' è sanata, 
'N ata n'avev' ò cor' e s' è guarita. 
Li catene d'ammore so' spezzate: 
Passione nun tengo chiù cu' tico. 

82 

Arut'ai'uta, cumme si' sagliuta ! 
'Ncopp'a 'sta fenestella si' arrivata ! 



— 152 — 

Loco ce steva nenna mi' addurmuta. 
Aruta mia, pecche me l'he' scetata (1) ? 

(1) Variante : 

Arut' aruta, quanto si' sagliuta ! 
Int' a 'sta fene^itella si' arrivata ! 
I' ce teneva nenna mi' addur-tnuta. 
Tanto eh" he' fatto che ma 1' he' scetata ! 

83 

A tiempo ch'era verde 'sta muntagna, 
Ognuno iev'a farce frasch'e legna; 
E mo' che c'è ammattuta la seccagna, 
Nu' ce sta chiù 'nu filo de 'rammegna. 
E lu spagnuolo ca vene d' 'a Spagna 
Yo' allummare lu fuoco senza legna. 
Dimm'a do' l'haie truvata 'sta cuccagna ? 
Chi 'a zappa, chi 'a puta e chi 'a vennegna. 

84 

Atrane cumm' Atrane (1) è fort'assaie 
Ogne fenesta se' cannune tene, 
A 'n'or' 'e notta accumenci' a sparare. 
Fin'a sei ore la battaglia tene. 

(1) Atrane, Trani, città, della Puglia. 

Variante : 

Atrane cumm' Atran' è fort'a saie, 
Ogne fenesta duie cannune tene; 
Quann' è vintiquatt" ore accurameci' a sparare, 
La battaria, 'ntì a doi' ore mena. 
Vide 'e nun te truvà' int' a Taso ara 
Da chelli ggrotte che te fanno paura 

85 

AUciello, che baie sepa sepa, 
Vaie truvanno li rrip'aparate, 
Dill'a chistu ninno che s'accuieta, 
Che chesta nenna se n'ha truvat'a 'n ato 
Isso s'ha 'sciate nuove castelluote 
Nuove castieiri' m'aggio priparato 



Posilipo 



86 

Auciello che ne viene da Caserta. 
Dimme nennillo mio si è biv'o muorto. 
— L'aggio lassato malatiell'a lietto, 
Steva piglianno medecin'a morte, 
'Na mana ce teneva li cunfiette, 



— 153 - 

'A 'n'ata ce teneva l'acqua forte: 
Corre la mamma cu' li bbracci' aperte. 
Pòvero figlio mio, p'amor' è muorto ! 

Variante 1'*^ : 

O tu, che baie e biene da Caserta, 
Dimme si nenna mia e biva o morta; 

— L'aggio lassata malatella a letto. 
Che piglia medecine e acqua cotta: 
Corre la mamma cu' li braccia aperte: 
Povera figlia mia!... d'ammore é morta. 

Variante 2* : 

Bella nenna, ca viene da Caserta, 
Sapiss' 'o bellu mio si à biv' o muorto ? 

— L'aggiu lassato malat' a lu lietto. 
Che ce pigliava medecin' a morte. 

La mamma ce chiagnev' a bracci' aperte : 
Pòvero figlio mio, cumm' è muorto ? 
A 'na mana teneva duie cunfiette, 
A 'n'ata ce tenea 'na ricca sciorta. 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrara d' Ischia, 
pag. 30, canto XLIII: 

Tu che baje e biene a le parte de fere. 
Vi re si ninno mio è bivo o morte. 

L'aggio rummaso cuccato a lu lietto, 
Che se pegliava merecine a mtnuorte. 

A 'na mana teneva li confiette, 
A n'ata nce teneva l'acqua forte. 

Corre la mamma cu" li bracco aperte ; 

— Povero figlio, pe" l'amore è muorto ! 

87 

A uocchi' a uocchio ce tenimmo mente, 
E cu' la lengua 'un ce parlammo maie. 
Vènen' 'e gente de li tuoie paise 
Cu' li llàcrem' a 1' uocchio t' addimmanna. 
I' n' 'e canosce (1) e m' 'e faccio p' amico , 
Pe' te manna' 'na vota salutanno. 

(1) Ben sovente il volgo usa la terza persona in luogo 
della prima del presente dell' indicativo; come qui ca- 
nosce per canosco. 

88 

Avite 1' nocchie de la nera serpe, 
'Sti capellucce de seta ritorta, 
Cientecinquanta vaso a chi li tene, 
Cientocinquanta chi 'ncapa li pporta; 
Nu saluto ce mann' a chi li scioglie, 

20 



— 154 - 

E nu vaso d" ammor" a chi li 'ntrezza. 
Dinceir a mamma toia facimmo priesto; 
Lu tiempo pass' e la morte s'accosta. 

89 

Avite 1' nocchie nir' e stralucente, 
Avite li bbellezze stravacante ; 
Chist' uocchie viiost' alfattìiren' 'a gente (1) , 
Affatturàin' a me, pòver' amante (2) ! 
Si nu' me dat' a 'sta nenna valente. 
Nu' ve perdona i' e manco li sante. 

(1) Variante : 

Si nun fosse p' 'e cchiàcchiere d' 'a gente. 

(2) Variante : 

Ser'e matina ve starri' accanto. 

90 

'A vuie' 'a vuie pazzo che spero ! 
Pazzo chi a cor' 'e 1' ommo mette cura ! 
Nun e' è a 'stu munuo nu core sincero , 
Manco li nuov' amante so' sicure ; 
Sièntem', amico, ca te die' 'o vero , 
Che 1' affetto de 1' ommo poco dura . 

Dalla solita provenienza letteraria riportiamo il se- 
guente canto : 

Amanti dico a voi, pazzo chi spera 
Chi a parole di Donna mette cura. 
Donna non troverai, che sia sincera 
Né Donna troverai, che sia sicura. 
Quando ella ti promette buona cera 
AUor t'inganna, e guai ti procura : 
Imparato da me qualcosa, e vera 
Che l'amore di Donna poco dura. 

91 

Ballate, figlie meie, cu' 1' annore, 
Ve voglio mai-età' a santa Lucia, 
Ve voglio dà' nu bello piscatore, 
Chillo ca pese* 'a ser' e la matina, 
Chillo che pesca la lun' e lu sole 
E la chiù bella stella matutina, 

92 

'Bbascio funtana e' è nato nu làuro, 
Ce vanno a pazza' marvizz'e mèrole. 



— 155 — 

C'è 'na figliola che s'è dat' ò diavolo. 
Se vole 'mmaretà' nun c'è deinmèrio. 

93 

— Bella, a do' vaie tu *? — Vaco a la vigna ' 
La vigna me la face la capanna. 
— Si vene lu patrone de la vigna, 
Te leva la vunnella e te ne manna. 

94 

Bella ca de li bbelle vuie site 
E de li bbelle la parma purtate, 
Facite pazziar' a li remite, 
Chille che dint' 'e bosche songo nate ; 
A li malate le dunat" 'a vita (1) 
E 'e muorte de cient' anne surzetate ! 

Posilipo 
(1) Variante: 

A li malate vuie date la vita. 

Imbriani , Canfi pop. Calabresi (In : // Propugna- 
tore, Voi. V, pag. 14, canto XXXIV): 

biello elle de li bìelli siti, 
Che de li biolli la parma portate ! 

Imbriani, Ganfi delle prov. meridionali, Voi. 2 pag. 148: 

Bella ca de li belle voi siete, 
E de li belle la parma portate. 
Facite pazziare l'eremi te, 
Chille che rint'a a li boschi so' nate.... 

Amalfi. Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, 
pag. 38, canto LVIII: 

Bella, che de li belle vuje site, 
E de li belle la palma portate: 
Tacite vuje 'mpazzire a li remite, 

Chille, che sfanno a bosco riterato, 
A i malatjelle vuie dunate vita, 

Ancora 'e muorte vuje risuscitate. 
Caro figliulo, levammo 'sta lite, 
Gomme a 'na matasella sto 'mpicciata. 

95 

Bella, ca 1' nocchie tuoie, patrona mia, 
Nu' le dunate tanta libertate, 
Fere m' hanno travato de 'na via; 
M' hanno date semìlia mazzate. 
Una me dev' e 'n' ata me teneva, 



— 166 — 

Tutte centra de ine senza piatate; 
Si nu' me cride, uoccliiabella mia , 
Guarda li panne mieie arruinate ! 

96 

Bella, ca 1' uocchie tuoie so' di' scuppette. 
Mèneno scuppettate iuorn' e. notte , 
Me n' he' menata un' int' a 'stu pietto , 
Fatta me 1' baie 'na ferit' a morte . 
Si nu' me cride, spàecheme lo pietto , 
Dinto ce truvarraie lu tuio ritratto . 
Doie parole me truove scritto 'nipietto : 
So' muorte pe' li stràzie che m' he' fatte. 

Variante: 

Bella, chist'uocchie tuoie so' di' scuppetto, 
Ma carrecafe stanno troppo forte; 
'Mpustate che me l'hai' a chistu pietto 
Rummaso m'hanno 'na ferit'a morte. 
Cn' tutto ca nun zo' stat'a lu lietto, 
Tuzzuliato pe' té aggio li porte ! 

Imbriani, Canti delle prov. merid., Voi. 2 pag. 162-63. 

Bella, ca l 'uocchie tuoje so' due scoppette, 
Menano seoppettate giorno e notte; 
Mme n'haje menato una 'nt'a 'sto pietto 
Ca mme l'haje fatta 'na ferita a morte 
Si non lo credi spaccami 'sto pietto, 
Dinto nce troverai lo tuo ritratto. 

97 

Bella, ca mo me parto, me me pai'to ,. 
Nun zaccio si ritorno viv' o muorto. 
Piglia 'stu core, fanne doie parte , 
Una t' 'a lasso, e 'n' àutra me la porto . 

Imbriani, XLV Ganti pop dei dintorni di Marigliano 
(Terra di Lavoro) pag. 7, canto Vili: 

Bella ca mo' mme parto, mo' mme parto 
JVu' saccio si ritorno vivo o muorto ! 
Piglia 'stu core fanne doje parte, 
Une t'a lasso e 'n'ata me la porto. 

98 

Bella, ca nun ne fanno chiii li mìuamme 
À-ute belle cumme site vuie , 
A sant' Antonio ve voglio purtare : 
Facesse 'ràzi' e me pigliass' a buie . 



— 157 — 

99 

Bella, ca 'st' nocchie tuoie so' di' lampe . 
L' liann' alhimmat' a li pporte de Roma , 
La gente che ce vanu' a 1' annu santo 
Vanno pe' s' adurar' a 1' nocchie tuoie ; 
A r anno santo nu' guaragna tanto , 
Ohi dorme cu' 'sta nenna guadagna sempe. 

100 

Bella, eh' à casa toìa ce songo stato (1); 
Ci aggio magnato, vìppeto e dormuto (2), 
Ci aggio magnato percoche e granate , 
'A for' 'e r appetito eh' aggi' avuto; 
Ci aggio lassato li pporte scassate (3) ; 
Trasa chi to' trasì' ca song' asciuto. 

Posilipo 

(1) Variante; 

Int'a 'sta tàula vosta ci aggio mangiato. 

(2) Variante: 

Int'a 'sta bicchieriello ci aggio vevuto. 

(3) Variante: 

Aggio l'ummaso la port'abbarrata. 

101 

Bella, eh' a Muntevèrgene vogl' ire , 
Tanta denaro chi me li bo' dare '? 
M' aggi' agghittate (1) trentasè cariane , 
A mezanotte te vengo a scetare ; 
E quanno simmo 'ncopp' a la muntagna, , 
Nennella bella mia vo' li ccastagne , 
E quanno simmo 'ncopp' a li mmontelle, ^ 
Nennella bella mia vo' li nnucelle ; 
E quanno simmo 'ncopp' a la Madonna , 
Nennella bella mia vo' fa' la nonna . 

(1) Afighiitate, raggranellate, raggruzzolate. 
Variante: 

Cielo, ch'a Montevergène vogl'ire. 
Tanta denar' a raè chi m'he' ho' dare? 
M'aggi" acchittato trantasè' carrine, 
Oijni taverna naie ce scialammo; 
Quanno ce simmo 'ncopp 'a la muntagna, 
Scinne, Rusecarè vegli' e ccastagne; 
Quanno ce simmo 'ncopp'a li mmuntello, 



— 158 — 

Scinne, Riisecarè, vogli' e nnucelle; 
Quanno ce simmo 'ncopp' a la Madonna, 
Scinne, Rusecarè, voglio fa' 'a nonna. 

Amalfi, Conto canti del pop. di Serrara d'Ischia, 
pag. 49, canto LXXX: 

Figliule, a Muntevergine voglio ire 
Tante linari che boglio purtare. 

Aggio acchiettato trentasei carrìne, 
A ogne taverna volimme scialare. 

Quanno siramo arrivato a la sagliuta 
Ti pigli' 'imbraccio e te porco acchianare. 

Quanno simmo arrivato a la Malonna 
Parimmo nui duje figli a una mamma. 

102 

Bella che cu' li beli' un' haie paraggio , 
La luna che pe' tè sturèa e legge , 
Che de lu sole n' avite li ragge , 
Lu quarto de la luna ve prutegge . 
Ye meretate servitiir' e pagge , 
De sta' assettat' a 'na riala seggia (1) . 
Stella, che cumparist' 'a li tre magge , 
Si' beli' e 'n' ata bella te prutegge . 

(1) Variante: De lu Signor' in aria la seggia. 

FiNAMORE, Ganti pop. abbrms. (in append. al vocab.), 
pag. 3U2, canto 151: 

Bbèlle, fra' altre bèlle tu séje parégge, 
Sópr'a 'ss nome sce po' scrìve' le lègge. 
Quanda lu sole le pùorte le ràgge; 
Pe' pparte de la lune te prutegge. 
O dònn'accumbagnate nghe ttré rré mmagge , 
Ome se fa chiama' chi te prutegge. 

103 

Bella che duorine a 'stu lietto de seta , 
Cumme ce duorme cuìeta cuieta ! 
Perdona, nenna mia, si te sceto , 
Tiene vide pe' tè che pena pato . 
Lu ggrano se pastena e po' se mete , 
Po' se ce passa pe' sott' a 'na rota. 
Nun t' am' a tè, figliola, pe' uiuueta , 
Basta la bona 'ràzia che me date . 

Imbriani, XLV Canti pop. de' dintorni di Mavigliano, 
(Terra di Lavoro), pag. 5, canto III: 

Bella figliola che te chiamme Rosa, 
Che bello nomme màmmeta t'ha miso ! 



— 159 — 

T'ha miso 'o nomine de li belle rose. 
Lu meglio sciore che sta 'mparaviso. 

104 

Bella, che state suletta cuccata , 
La luna va lucenn' e buie durmite , 
E quanno la matina v' alzate 
La terra tremm' a do' vuie ve vestite , 
Pigliate lu vacile e ve lavate , 
lance luvate, a lu rrusso mettite , 
late a tu specchietiello e ve mirate , 
Senza che ve mirate, bella site . 
late a lu barcunciello e v' affacciate , 
La luna cu' lu sole 'ntrattenite ! 

105 

Bella, e' 'o bene mi' è fatt' a decotto, 
I' voglio ben' e sìibeto me passa ; 
I' voglio ben' a quatt' a sett' e a otto, 
Una ne tengo 'ncor' e cu' ciento me spasso . 

106 

Bella, eh' 'o nomme tuoio sta scritto 'ncielo , 
Lu mio sta scritt' a l'onna de lu mare ; 
Ietta lu core tuio zùccher' e mele , 
Ietta lu core mio velen' amaro ; 
Tu vattiata si' d' 'o Pap' a Roma, 
I' vattlato so' d' 'o parrucchiano ; 
Pe' tè è fatt' 'o paraviso 'ncielo ! 
Pe' me lu 'nfierno pe' me fa' dannare . 

Yariante 1*: 

Lu nomme tuio va a li sette ciele, 
Lu mio sta scritto a l'onna de lu mare. 
Pe' tè se fa lu zùcchero e lumele, 
E pe' me è fatto lu beleno amaro. 
Pe' tè la rosa a maggio è sempe chiena, 
Pe me ogn' erva se stace a seccare. 

Variante 2'^: 

Vuie site palummella de 'stu core, 
'N'ora che nu' ve veco me dispero; 
Pe' buie è fatto lu zùcchero e mele, 
Pe' me è fatto lu beleno amiro, 
Pe' buie l'arvulo schioppa a primmavera, 
Pe' me se secca l'onna de lu mare; 
Fatt'è pe' buie lu paraviso 'ncielo, 
Pe' me lu 'nfierno po' pe' me dannare. 



— 160 — 

107 

Rella, che staie a 'stu quarto suprano, 
Duorme dint' a 'stu lietto sola sola : 
Vide l'amante tu!io suspirare, 
Voglio sapere si tu n'haie dalorc. 
Si 'n àutro amante ci avess' a mannare, 
Famme li pparte meie, dille de none. 

108 

Bella, che staie a 'stu scuro pentone, 
Cumme nun te ce miett' a susj)irare ? 
Saccio ca tu ce tiene passione, 
Me tiene mente e nu' me vuò' parlare. 
Cu' l'uocchie me la faie la zenuarola; 
Ma nu' me parie e staie schitt' a guardare 
Quanto ce pavarrisse, tu, figliola, 
Si cu' mico putisse apparentare ? 

109 

Bella figliò , che 'st' àsteco schianate , 
'Sti capellucce attaccat' e sciuglite , 
Dint' a 'na cunculella li llavate 
E chili ghianche de 1' oro li ffacite . 
MoLiNAEo Del Chiaro- Canto del pop. di Meta., pa- 
gina 10, canto 9: 

Bella che stat'a 'st'àsteco schianato. 
'Sti bienne capeluzze v'asciuglite. 
Int'a 'na càncua r'acqua li llavate, 
Chiù bienne ca n'è l'oro li ffacite. 
Quann'a 'sta spateluzza li vvutate. 
Chiù ghianca e russn Iella ve facite. 
Po' li spalluzz'a hi sole viitate. 
Li ragge de lu sole 'ntraltenite. 
Quann'a 'sta feneslella v'affacciate, 
Me ne tirate cu' la calamita. 

110 
Bella figliol' àut' e ruprana , 
Ci avite li bbellezze quant' 'a luna . 
Vuie ci avite doie fresche funtane . 
Viato chi ce vev' a lat' a buie , 
Viato chillo che ve dà la mana , 
Viato chi se 'nzor' e pigli' a buie . 
Dalmedico, Canti del pop. venez., pag. 2.5. canto 
N. 19 : 

L'aqua che ti te lavi el pòlo e '1 viso, 
Te prego, bela, via no la bufare; 



— 161 -^ 

La sarà bona a intemperar lo vino 
Quando saremo a tola per disnare. 

Ili 

Bella figliola, ca te chiarame Nina, 
I' sempe Nina te voglio chiaminare, 
Cliell'acqua ca te lave la inatina, 
Te preio, Nina mia, nu' lu ghittare. 
A do' lu gliiette ce nasce 'na spina, 
'Na rosa muscarella p' addurare; 
Li mièdeche ne fanno medicina, 
La dànn' a li malate pe' sanare. 

Lizio-Bruno, Canti scelti del pop. siciliauo, pag. 18 
canto 2: 

Bedda, ssu noniu to' si chiama ÌNina. 
E serapri Nina vurrissi chiamari; 
Cu l'acqua ca ti lavi la matina 
Ti metti li sciuriddi a bivirari; 
Spunta la rosa mmenzu di la spina, 
Spunta 'na bedda rosa pri odurari, 
Lu spiziali mi fa midicina, 
La duna a li malati pri sanari. 

ScHERiLLo, Alcune c.mzonette popolari di Seccavo, 
pubblicate sul Giovane scrittore, anno I, n. 10, (Napoli, 
30 aprile 1881, canto V: 

Bella figliola che te chiamme Nina, 
Io sempe, Nina, a te vurria chiamraare. 
L'acqua che ve lavate la matina, 
Ve prego, Nina, a uun me lajettare. 
Addò la jette nce nasco na spina; 
Li mierece ne tanno mmericine 
Pe li ferite de li car'amante 

FuouTES, Saggio di canti pop. di Giuliano (Terra d'O- 
tranto), pag. lo, canto 15: 

Quiddh "acqua ci te llavi la matina. 
Te preii. ninnolla mia, no la menare; 
Ca ddu la mini tie nasce una spina; 
E poi nasce una rosa pe 'ndurare. 
Me pnssa lu speziale e ne la tira, 
Pe faro medicine pe sanare. 

Marcoaldi, Canti popolari Umbri, Lignri,ecc:, pag. Ili, 
canto 54; 

E tu per nome che ti chiami Nina, 
Sempre per Nina te voglio chiamare. 
L'acqua che ti ci lavi la mattina, 
Ti prego Nina mia non la buttare: 
E se la butti, buttala ai giardino, 

21 



^ 162 - 

Ci'nascerà un bel giglio e un gelsomino: 

E se la butti, buttala al giardino, 

Che ci fa l'acqua rosa lo spezialo: 

Lo speziale ci fa l'acqua rosata 

Per guarì' Nina sua quand'è malata. 

112. 

Bella figliola ca te cliiamme Rosa, 
Che bello nomine màmmeta t' ha mise ! 
T' ha mis' 'o nomme bello de li rrose (1), 
Lo meglio sciore che sta 'mparaviso. 
Vlato chi vicino a tè arreposa, 
E chi pò dà' nu vaso a chistu viso ! 

(1) Variante: Lu nomme fave puosto de la rosa. 

ScHBRiLLu. Alcuni canti pop. in dialet. nap. Pubb. 
snW Jllnstrasione popolare Voi. XVI, n. 19, Milano, 9 
marzo 1679, pag. 298, canto 8: 

Bella figliola ca te chiamma Rosa, 
Che bello nomme mammeta t'ha mise; 
E t'ha miso lu nomme de li rrose, 
Lu meglio sciore de lu Paradiso ! 

113. 

Bella figliola ca te miette paura. 
Loco se vede ca te saie a guardare : 
Staie serrata dinto a quatto mura, 
Manco si fusse càscia de denare; 
E quanno iesce, iesce cu' paura, 
Manco si stisse a lu passo a rubare; 
E gliesce, nenna mia, senza paura, 
Ca i' cà fora te stongo a guardare. 

114 

Bella figliola che staie 'nfenesta, 
Mèneme nu caròfano russaste. 
Si l'haie da mena' mènelo priesto, 
Mènelo chianu chiano ca nun ze guasta. 
Me lu voglio purtare festa festa: 
Caròfeno d'ammor'e tanto basta 1 

FiNAMORK, Canti pop. abbruzz. (in append. al vocab., 
pag. 283, canto 71: 

O 'more, che stjie 'ffacciàt'a 'ssa fenèstre, 
Amiiiìnerae nu caròfene capabbàsce; 
Ammìnele piane piane ca nen ze huàste — 
Caròfene d'amore n'u ze huàste màjo. 



163 



115 

Bella figliola, cu 'sti ricce 'iii'roiite, 
Faie raurir'a me pòvero amante, 
Faie scura' lu sole qiiauno spenta, 
La luna quanno iesce a lu levante. 

PosUipo 

116 

Bella figliola, cu' sti crisc'e crisce, 
Oriscite 'n àuto poco ca si' bascia: 
A mare nun ce stanno tanta pisce 
Pe' quanta 'unammurat'ha 'sta bardasela. 

117 

Bella figliola, cu' 'stu busto stritto, 
Li braccia se ne pòzzano cadere; 
Te l'hanno fatto tanto 'mpietto astritto, 
Lassa ventuliare 'sti di' pere. 

Amalfi, Cento cauli del pop di Serrarci d^Ii;chia,^a.g. 22, 
canto XXIX: 

PÌ2;hiola, chi t'ha chisiito 'su curpietto, 

Li mane, che poi^z essere tagliate. 
Te 1' ha chisuto troppo stritto 'mpietto; 

Te mena anguscia, nu puoi su-jpirare. 
Te pregr'. Amore, spendete 'stu pietto. 

Lassale spambanà ste doie viole. 
Lu paraviso lascialo stare aperto 

Ca linto ha arrepusà 'sta afflitto core. 

118 

Bella figliola cu' 'stu puzzo futo. 
Da quantu tiempo nu' l' ite spuzzato ? 
Ca 'st'acqua che c'è dint'è de peruto 
E fa cadere la gente malata. 
Li micie cumpagne ca l'hanno vevuta 
Ancora ce stann'a lu lietto malate. 

Amalfi, Centi canti del pop. di Serrara d'Ischia, p il; 
11, canto IX: 

Cara fighiola, a chisso puzzo luto 

A quantu tiempo tu nu' nce aje cullato ': 
L'acqua che è dinto s'è 'nnacetuta, 

Chenche lo coglie nce casca ammalato 
Se vene nonna cu' seimila scuto, 

Manche nce cu Ilaria 'stu mio cato; 
Se caccheduno nce va.je a cullare, 

Se stronga la funa, nce perde lu cato. 



— 164 — 



119 



Bella figliola de lu paraviso, 
Tu pe' me fa' muri' ce si' rumraasa. 
Si' nata cu' la chiarito e cu' lu riso, 
Pare ca t'ha criato sau Bl'aso. 
Damme nu vaso, ca me The' prommiso, 
Nu' me fa' ire scunteufa la casa; 
Nu' me ne curo ca ce raor'acciso. 
Basta che so' cuntento de 'stu vaso. 
120 

Bella figliola, fatte remitella, 
Nun te pigliare a chisto squarciuncipllo; 
S'ha fatto nu cazone a musurella, 
Quanno cammino pare pasturiello. 
121 

Bella figliola, lu 'nfierno t'acquiste, 
Lu santo iiaraviso perdarraie: 
Te ist'a cunfessà' e nun ci "o ddiciste 
Li ppen'e li trummieute che me daie. 
Li ppen'e li trummiente stanno scritte, 
Yene lu iuorno che li liggiarraie; 
Lièggele, cor' 'e ca'. foglio pe' foglio: 
Quanti! male me vuò' bene te voglio. 
1-22 

Bella figliola, mmàneche e 'ncammisa, 
V'iato chi te dà lu primmo vaso; 
Si tu lu desse i' sarria 'mpiso, 
O pure a la galera cunnannato. 
123 

Bella figliola, "neopp'a 'sta fenesta, 
Famme 'na 'ràzia nun te ne trasire; 
Damme nu capillo de 'sti ttrezze, 
Càlel'abbascio, ca voglio saglire (1). 
Quanno ce simmo 'neopp'a la fenesta, 
Pìgliame 'mbracci' e puòrtam'a duriuire; 
Po' quanno simmo "neopp'a chillu lietto (2). 
Lu suonno allora cumme vo' venire (3). 

(1) Variante: 

Càlel'abbascio cìi'i veug'a saglire. 

(2) Variante; 

Po' quanno >imiuo dint'a chillu lietto. 

(3) Variante: 



— 165 — 

Variante 1*: 

Oje nenna, nenna f ararne 'na finezza, 
Da '.sta fenesta min te ne trasire. 
Càlanie nn capillo de 'sta trezza, 
E calammillo oa voglio saglire. 
E qiianno so' arrovato a 'st'antezza, 
Pìrjliame 'rat>raccio e puòrtaine a dormire: 
E mente io donno, tn cu' 'na ducezza 
La nunnarella mhaie da fa' sentire. 

Variante 2''^: 

Figliola che stale ncimtu'a 'sta fenesta, 
Fainiue la grazia de nun te ne trasire, 
Menarne nu capillo de 'sta trezza, 
Priiòielu abbasc'io ca veng'a saglire. 
Qiianno ce sirarao 'noopp'a 'sta fenesta, 
Pigliamo 'rabiacci' e puòrtem'a durraire! 
E t^uanno simtno 'ncopp'a Ciilhi liotto, 
Ah ! quanto suonno ca voglio durmire 1 
PuoRTES, Saggio di Canti pop. di Giuliano {'J^erra, d'O- 
tranto), pag. 33, canto b2: 

Donna ci stai nfacciata a finesscia, 
Famme nna crazia. no te ne trasire. 
Minarne nnu capiddhu de tua testa, 
Cala la razzu ca vogliu salire. 
Doppu rrivato susu alla finesscia. 
Razzu cu razzu ne scia'mu ddurmire. 
Doppu rrivatu a quiddhu viancu lettu, 
Mannaggia Tura ci vogliu durmire ! 

124 

Bella figliola, si te viiò' fa' rossa, 
Mangiate 'a farenella e batteun'à messa; 
Diuto a la chiésia te vene la tossa, 
Lu prèvete pe' tè uun dice messa. 

125 

Bella figliola, si vuò' fa' a cantare, 
Naie ìammuncenn'abbasci' 'a In Gavone, 
Tanta mazzate che te voglio dare, 
Te voglio fa' chiammà': Cunfessioue ! 

126 

Bella figliola, tanta piccerella, 
r fuie lu primm'aiuante che t'amale, 
Mo ca si' fatta grossa e tanta bella. 
Dona 'stu core a chi pruinmiso l'haie. 
Si The' prummiso a me dallo sicuro. 
Si The' prummiso a l'àute passe guaie. 



— 166 — 



127 



Bella figliola, te riiò' fa' la capa ? 
Piglia lu sango mio, fanne liscia. 
Si lu vacile vuò' pe' te lavare, 
'Sta funtanella de lu pietto mio. 
Si lu pèttene vuò' p' 'e spiccecare, 
Piglia li diente de la vocca mia. 
Si ziarelle vuò' pe' li 'ntrezzare, 
Piglia li bbene de li braccia mia 

128 

Bello figliulo, te puozza tagliare 
Lu dito 'ruoss'a la mana mancina. 
Vaie dicenno ca me vuò' vasare, 
Quanno sola me truove pe' la via. 
I' me lu faccio nu luongo pugnale, 
Nu curtellucci' a fronna d'auliva: 
Quanno ce viene ca me vuò' vasare, 
'Mpietto t' 'o dongo e te faccio murire. 

129 

Bell', i' me ne vegli' ir'e tu me tiene; 
Cu' di' catene 'ncatenato m'haie, 
M'he' 'ncatenato de man 'e de piede, 
Nisciuna ronn'asciògliere me potè. 
Viene m' asciuoglie, cana rennl'ata, 
Viènem' asciuoglie cu 'sti mmane toie. 

Posilipo 
130 

Beli', i' p'amar'a tè sto 'mmiez' à 'ggrisso, 
Ce stongo 'mmiez'a lòten'e fracasse. 
'E pariente miele fann'aggriss'aggrisse, 
Vonno furzosamente ca te lasso. 
Tu siente la risposta che le risse: 
Doppo ca m'accerit', i' mane' 'o lasso ! 

Posilipo 

131 

Bella, la chiaia mia nun zana maie, 
Tu me l'he' fatta e tu sana' la puoie. 
Va te cunfessa e ddi' cliello che faie: 
Chi vo' assalire (1) 'sti peccate tuoie ? 

Posilipo 
(1) Asìsalirc, assolvere. 



- 167 - 

132 

Bella, me 'nzor'e ine piglio a 'Ngiulella, 
Me la voglio purtare 'mPurtuallo: 
Ce la vogli' accatta' 'na siggiulella, 
Aggio 'Ngiulella nun z' assetta 'riterrà. 
Cara 'Ngiulella mia, cara 'Ngiulella, 
Tu te marit' e i' sulo rummano, 
Tu te marite troppo piceerella 
Vene la croc'e mi' la può' purtare. 

Bella, me parto cu' sta culumbina, 
E cu' 'sta culumbina vaco fore, 
Quanno simqi'a li pporte de Messina, 
Se spèzzeno li bbel'e ghiamm'a mare. 
Lu mare me pareva nu giardino, 
Li pisce me venèvan'a salutare; 
I' pe' bulere ben'a ninnu mio, 
Me trov' a li prefunne de lu mare. 

134 

Bella nenna, pruiteme la mana, 
Ca 'stu mìsero core a buie vo' bene: 
Vui' addurate cumm'a maiurana. 
De grazi' e de bellizze site chiena, 

185 

Bella, p'amar'a buie sto sfatto sfatto, 
L'ossa me so' rummase schitto schitto, 
Cammino pe' la via mattu matto, 
Me guardano li gente fitto fitto. 
Chest'è fattura certo che m'he' fatto, 
Chest'è fattur', ohi né', e statte zitto. 

Vomero 

136 

Bella, pecche cullèreca tu staie 
Cu' li llàcreme a l'uocchi' e cu' dulore ? 
Dimme che tiene tu, dimme che haie? 
Pecche suspire, bella de 'stu core ? 
Nun me scordo de tè né po' né maie, 
E tu cuffie 'stu sincero ammore. 
A tè, nennella mia, 'st'arma dunaie, 
A tè, nennella mia, dette 'stu core. 



— im — 

137 

Bella, si moro^ faniine nu favore: 
Fainm'atterrare sott'a li ttoie grade: 
Passe e ripasse, e me scarpise ancora, 
Chiàgneme zitto, ammore, e uu' strillare. 
De pròpia oiana te lasso qu scritto, 
Lu mettarraie 'nnaaze a chessa porta: 
« Cà sebelluto sta 'u amante affritto, 
« Che pe" lu troppo ama' pigliale la morte. 

138 

Bella, si moro, te lu llasso ditto: 
Nu' m'atterrate cu' l'àuti muorle, 
Facìteme nu fuosso luongh' e stritto: 
Quanto ce cape 'stu mìsero cuorpo, 
Appiede me mettite chistu scritto: 
« Pòvero ninno, pe' Tammor'è muorto ! » 

Imbrian;, XLY Ganti pop. dei dintorni di Marigliano) 
(Terra di Lavojo) pag. 6, cauto lY. 

Bella, se more, ve lu lasso ditto: 
!Nu' mm' atterrate cornine a l'antri muorte ! 
Fateme 'mi tavuto luougu e striUo, 
Mentre noe cape 'stu mi.sei'o cuorpu. 

139 

Bella si' nat'e bella te mantiene, 
'Sta toia bellezz'a li malate sana; 
Si' bella quanno vai' e quanno viene, 
Si' bella da vicin' e da luntano. 

140 

Bella, si voglio lu suonno te levo_, 
Si nun piace a me nu' può' durmire, 
'Ncopp'a lu lietto te facci' assettare, 
Te faccio cunzumà' da li suspire ! 
A àuta voce te facce chiammare : 
Suonn', a chist' nocchio quanno vuò' venire ? 
Allora suonno 'st'uocchie vedarranno, 
Quanno t'adduorme cà a lu sciancu mio (1) 

(Ij Variante: 

Quanno ruorm' e repuos' ò Iato mio. 

Variante: 

Quanno ruorme e repuose a fianco mio. 



— im — 

141 

Bella, che de bellizze si' 'na ffita, 
E tiene a 'st'iiocchie tuoie la calamita : 
Da 'sta Yucchella doce e aggraziata. 
Aspetto la sentenza o morte, o vita : 
De morte, o vita e Annella 
Me fa morì' de gioia 'sta faccia bella; 
Cu' 'sti pparole doce, e aggraziate. 
E cu' 'sti belli tratte sapurite 
Lu core me l'aie tutto spertusato ; 
Yienence Nenna, e sana *sti fferite : 
E 'sti fferite e aniello 
Me fa muri' 'stu musso a cerasiello (1) 

(1) Questo cauto popolare precede la conimudia di 
Gennaro Davino intitolata : Annella tavernara de Porta 
Capuana. Napoli, Sangiacomo , iSn9. In 24:.", pag. B8. 

142 

Bella figliola, che ti chiamme CTÌùlia, 
Lu nome n'è benuto da Sicilia, 
Quanno cammine, cammine de fùria, 
Tutte li "nnammurate n'hanno 'mmìdia, 
'Mmiezo a 'stu pietto ce tiene nu stùdio, 
'O vonuo veni' a legger' 'e perfidia, 
Si la furtuna a me me desse ùria, 
Yulimmo fa' schiatta' chi n'ave 'mmldia. 

143 

Bella, faggio purtat' 'a serenata, 
Viènece, bella mia, viene la siente. • 

S'è fatta nott'e cade la rusata : 
I' pe' lu frito (1) ce pergo (2) li riente. 
Saccio ca tiene lu ffuoc'allummato ; 
Ràpere (3), bella mia, ca me scagliento (4). 
Saccio ca stale cu' màmmeta cuccata, 
E i" da cà fore ne pato turmente. 

Posilipo 

(1) Frito, freddo. 

(2) Perfjo. perdo. 

(3) Ràpere. apri. 

v4) Scagliento, riscaldo 

Variante: 

Te .so' benuto a dà' la serenata, 
lesce cà fora, si ce vuò' sentire 
Songo cadute tre parm' 'e rusata: 



— ITO — 

Oo'ni parola me cade mi dente ! 
Saccio ca tiene hi ffnoc'allummato: 
Pàpere, nenna, (juanto me scagliento. 

Pos>ilìpG 
Imbkiani, Canti pop. Calahresi. (In: // Propugnatore • 
Voi. V. pag. 15, canto XXXVIIi: 

Sotto la tua finestra vegno a cantare, 
Se me piace, non ti fo dormire. 
Sopra lu letto te fazze assettare. 
De li sospire te fazze morire. 
A casa casa te fazze girare: 
liO segge attuorno. e non te puoi sedere. 
De la finestra te fazze affacciare: 
— « "Vattenne, amore mio, fammi dormire ». 
(^)uesto canto è riportato in una graziosa raccolta di 
cinqu» libretti che s' intitolano: Prima. Seconda . Terza, 
Quarta, Quinta raccolta - di varie cameni -di amore, di 
gelosia, di sdegno , — di pace, e di partema— Napoli Tipo- 
grafia Giuseppe Canone. S Biagio dei Librai 121. 

Alla pauina 3' i di questa raccolta troviamo il seguente 
canto: 

Il sonno, bella ti vorrei rubare 
E. quando piace a me, farti dormire 
Dentro un bel letto ti faro girare. 
Consumar ti farò dalli sospiri 
Sempre il mio nome ti farò chiamare: 
O sonno, agli occhi quando vuoi venire ? 
Ad alta voce ti faro gridare: 
Vieni, bell'idol mio, vieni a dormire. 

144 

Bella te può' chianimar' e bella site, 
De li bbellizze ne puorte banuera, 
Si' fatta cu' cuinpass' e cu' li rriclie 
Site chiù ghianca vuie che u' è la neve. 
Mamma rosta ve tene int'a lu brito, 
E i" ve tengo stampat' a lu core. 

145 

Bello, che me ne vaco 'mpasso "mpasso, 
"Xcopp' il In I-amo de la spicaddossa (lì. 
Lhist'è nennillo mio che se ne passa 
Me vo là' ire a me inf a 'na fossa. 
(l) Spicaddossa, spieanardo 
146 

Bello, si t'haie a 'nzurà', pigliala bella: 
Nun tanta bella che te fa paura. 
Pigliatella nu poco bt-unuttella. 



— 171 — 

Larga de pietto e stretta de centura. 
Che quanno te nce faie 'n' abbracciatella.. 
Cumni' abbracciasse nu mazzo de sciure. 

147 

Bemmenuto tu che ce veniste, 
Fuie lu inorno de la Cannelora, 
r chella cannelella che me diste 
La tengo ancor' allummat' a lu core. 

14S 

Benerico In mar' attnorn" attuorno, 
Benerico la terr'a parni" a panno, 
I' benerico lu liett' a do' duornie, 
Lenzola, matarazze, tàul' e scanne. 
r rent' (1) a buie me farria nu suonno : 
'Sta notte che ce fosse nuvaut' anne ! 

PosiUpo 
(1) Rente, vicino, 
Variante dei primi 4 versi: 

Lu beneric' 'u mare tuorno tuorno. 
Benerico la terra parmo parmo. 
Li benerico tutte 'sti cuntuorne, 
Tutte 'sti bbelle ronne ca gè stanno. 

149 

Bene mio che dulor" addellurato ! 
M' aggi' 'a sparte' 'a chi bene m'ha voluto. 
Ohi ni, corpa d' 'a mia nun é stata, 
E' stata mamma toia ca n' ha vuluto ! 
Teccatiir 'e cunfiette 'e 'nnammurato : 
Nun fa' e' 'o bene nuosto sia temuto. 
'A man' e 'a fede che ci avimmo data, 
'O muor' o moro, tann' 'o ben' è fernuto, 

150 

Brunetta, che ce tien' a lu Giardino '? 

— Sciore ce tengo de l'amatu bene. 

— Damme 'na frasca de 'stu giesummino. 
Brunetta, pavatenne quanto vene. 

151 

— Ch' addore de caruòfene che sento ! 

— 'Mmocc' a la porta mia ce n'è 'na pianta. 

— Nun zongo li caruòfene ch* addòreno : 



— 172 — 

È la viK-fliella toia ch'addora tanto ! 
Nu' boglio ca nisciun' 'o tene mente 
Peec-hé io sola songo la sua amante. 

MoLiNARO Del Chiaro, Canti del pop. di .Uefa, pag 11, 
canto 12: 

Ch'addoie de gariiòfene che sento ! 
'Mpiett'a nennelìa mia gè n'è 'na schianta. 
Chiste nnn zo' garuòfene né niente, 
E' 'li sciat' 'e nenna mia ch'addora tanto, 
Si quacc'heruno me la tene mente. 
Gre In faccio pigliare l'uoglio santa. 
E si raàmraota toia n'è cuntenta, 
Tu mnnacell'e i' mònaco santo, 

152 

•Calavresella mia. calavresella, 
'Na vèppeta de "sf acqua me farria. 
Essa se vot' agirraziata e bella : 
Nun zulo l'acqua, ma 'a perdona mia. 

— Attiento ea nuu rumpe la langella 

— Quanta mazzate mamma me darri a. 
Ma si se rompe 1' accatto ehiìi meglio 
Cu' la muueta de la sacca mia. 

— Nun boglio uè denare ne langella, 
Yogiio la 'rà/ia toia, ninno mio ! 

Variante: 

Sera la vidde la calavresella. 
Tntt' abbagnata d'acqua ce veneva : 
I' me vutaie, mia calavresella, 
'ìSTa vèppeta 'e chest' acqua me t'arria. 
Essa se vota cu' 'na resatella : 
Nun zulo r acqua, la perdona mia. 
— Attiento ca se rompe la langella 
(^> nauta mazzate mamma te darria. 
Un'altia variante su foglio volante, e con la relativa 
musica , è la seguente , che conservasi nel Collegio di 
Musica in S. Pietro a Maiella, in Napoli: 
La Calabbresella 
Sera la viddi la calavresella 
Chiane chianillo da l'acqua veneva 
Calavresella acconcia e bella. 

Ed io le dissi : addio calavresella : 
Na vèppeta de sf acqua mme farria 
Calavresella acconcia e bella. 

Ed essa mme respunne garbata e bella 
« Non sulo l'acqua, la pei zona mia. 
Calavresella acconcia e bella 



- 173 — 

Veggasi anche Luigi Briizzano, nella striMina: L' Avve- 
nire Vihone-'^e, pag. 82. 

158 

Calasfiuiu'iello mio, calasciimciello, 
Cu mine te voglio ròiupt!!'' e scassare ! 
Da staimnatina ca 'ncuollo te porto 
Nisciuna ueiina in' lie' fatt' affacciare. 
Calasciunciello mio se vota e dice : 
— Miètteteie 'ncorde ca voglio sunare : 
Tanto che boglio fa' nn suon' affritto. 
La nenua ca tu viiò' facci' affacciare ! 

Variante 1'*: 

Calasciuneiello mio, calasciunciello, 
Tutto te voglio rompere scassai-e ! 
Da quanto tiempo die t'accord'e sono, 
'Ka nenna bella nu' m'he' fatt' asciare. 
Liu calascione «e vcita e me dice: 
Accòrdeme buono ca voglio sunare; 
Voglio fare nu suono piatuso, 
Chi sta durmenno la faccio scetare ! 

Variante "i"': 

Calasciunciello mio. calasciunciello, 
Tutto te voglio i-òmpei-'e scassare ! 
Da quanto tiempo che te veng' appriesso 
'Na nenna bella nu' m'ne' fatt'asciaiv. 
Se Vut'e dice lu calasciunciello: 
Miètteme ncorde che boglio sunare: 
Tantu lu suono piatuso che faceva 
Pennella bella me fece scetare. 

Variante B'': 

Uh chitarella mia de nove corde. 
Tutte te voglio ròmper'e spezzare ! 
Tantu tiempo m'he" fatto cammenare; 
Manche 'na nenna mhe' fatt affacciare ! 
Se vot' 'a chitarella respettosa; 
Miètteme 'ncorde, ca voglio sunare. 
Voglio là' nu suono tanui piatuso, 
Si sta rurmenno, la faccio scetare, 
Uh chitarrella mia, si tu faie chesto, 
Li ccorde d'oro te voglio' accattare, 
Li ecorde d'oro e li taste d'argiento 
E 'na penn' 'e paone pe' te sunare ! 

Brizzano, Canti pop. di Monteleone. (In: Giamhatii' 
sta Basile, a. Vili, n. 1, e. 9. 



— 174 — 

Mamma, passava la Oalav risella 
E stanca e lassa di l'acciua venia, 
E jeu nei dissi:— Addio, Calavrisella, 
Dammi na guccia d'acqua e pagatilla. 
Ija si vota cu na grazzja bella 
Ca l'acqua non si duna pe la via; 

— lamunciddi a na parti scansatella, 
Ti dugnu l'acqua e la persiina mia. 
Fa adasGiu no mrau ruppi la lancella, 
Ca mammama mi mina, mara mia ! 

— A to mamma nei pagu la lancella. 
A te, bellizKa, ti voggiu cu mmia'. 

154 

Caiitaturiello mio. cantaturiello, 
Cu' mico te vuò' métter' a cantare ? 
Avite lu ccantare d' auciello. 
Ca doce doce te fa 'niiammurare : 
Quann' auciello pìzzeca la fica, 
Kummane chillu musso nzuccarato. 

Variante: 

Cantaturiello mio, cantaturiello, 
Cu' mico te vuie mètter'a cantare ? 
Vide ca te lu vencio lu cappiello; 
Craie è la festa e nun haie che purtare. 

155 

Cap' acalata mia, cap" acalata. 
Voglio sape' cu' chi v' 'a preteunite (1) *? 
Chisto nu' v'è parent' e manco frate. 
Manco lu può' azzettare pe' marito. 
r m'aggio dat' a fa' "na longa spata. 
Pe' ce veni' a cummàttere cu' ttico. 

(1) Variante : 

Voglio sapere vuie cu' chi l'avite ? 

15H 

Capille d'oro, capili' annellate. 
Ohi né', che bella trezza vuie eh' avite (1) 
Ve meretate d'esse' 'ncurunata 
De prete prezios' e de rubine {'?.). 
"A ]\lataleua ve dunaie li ttrezze (B). 
Santa Lucia li beli' nocchie suole, 
Lu jipepe v' ha dunato la Inrtezza, 
La luna v' ha dunato lu iancore, 



— 175 — 

Lu sole v' ha dujmto hi shrannore. 
La rosa v' ha duiiato lu colorp. 

(1) Variante : 

Cielo! che bella trezza vaie ch'avite ! 

(2) Variante : 

De prete prezios'e calamite. 
{'dì Variante : 

Ch"a Matalena ve diinaie li ttrezze. 
Avoi.io, Canti popolari di Noto, pag. 198, canto 247: 
Qiiannii nascisti tu. stremi billizzì. 

La Fata ti calàu li nfasciaturi. 

La Mantalena ti calàu li trizzi, 

Lu suli ti calàu li so' sbrinnuri. 

La nivi faddutau li 8o' janchizzi. 

La rosa russa lu bellu culuri 

Bella, quannu ti pettini e ti ntrizzi, 

Può" ncrunari la Luna cu lu Suli. 

Caputi , Cenno storico sull' origine , progresso e stato 
.attuale della città di Ferrandina, pag. 72: 

<^uanno nascisti tu. ninnella cara, 
]??^ascisti tra le rose, genio mio; 
La dolco vocca toa é tetta riso 
Beato ci taddadà lu primo vaso. 

(^>uanno nascisti, fonte di bellizza, 
Mammata partorì senza dolore 
Nascisti, chillo juorno d'allegrizza 
Che campanella a dì pi te sonava. 

La neve ti donò la sua bianchezza. 
La rosa ti lu dette lu colore, 
Lu pepe ti donò la sua furtezza, 
La cannella lu dolce suo sapore 

La Matalena ti donò le triccia 
Santa Lucia li bell'uocchi soi 
Pi mi guarda stu cor'appassionato. 
Da tanto tiempo strutto e nnguajato. 

157 

Capille d'oro, capili' aunnate, 
Cielo ! che ghiouna trezza che teuite ! 
Quann' a la feiiestella v" affacciate 
Li ragge de lu sole "utartenite ; 
E quanno 'sti capille petteuate. 
Pure la terra tremiìiare tacite ! 



— 17H — 
15S 

Carcerato so' stat' a chelU pparte. 
Carcere scur' e tribunal' apierto. 
L'amice mieie facevano carte 
Chi me tirava la càus' a morte (1) 
Mo che songo turnat' a chesti p parte 
A nuie la libertà, a buie la morte. 

(1) Variante: 

Chi mo tirava la ciinnanna a ruorte. 

159 

Carcere che me tiene carcerato. 
Privo d' 'a libertà, senza "n aiuto : 
Da 'sti cancielle nisciuna chiammata, 
Si mane' 'o nomme mio fosse perduto. 
Parieut' e amice m' henn' abbanuunato I 
Pròpet' 'o sano;o mio m' liave traduto 1 
Cielo ! si n' esco da dint' a 'sti guaie. 
Fuia da "sf nocchie mieie chi m' ha tradrto 1 

Posilipo. 
160 

Carcere fatf a làuiia senza trave, 
I" mischeniello da diuto me trovo (1) : 
Cheste so' latte pe' ruòmmene brave, 
Quanno so' dinto pèrdeno li pprove, 
Nenna, ce faciarria li pprove mele ; 
Scasse li pport' e beng' a truv' a buie. 

Posilipo. 
(1) Va'riante: 

1' inescheniello riiito me ce trovo. 
MoLiNARu Del Chiaro. Canti del pop. di Mf-ta, pa^r. 10, 
canto 11: 

Càrceie latt'a làmmi' e nun a trave, 
I' me.scheniello dialo me go trovo. 
Carcere fatta pe' l'iiòmmene brave, 
Gè vanno dint'e pèrdeno li pprove. 
Vene lu carceriere cu' li cchiave. 
E serr' 'a porta cu' lecchiett'e chiuove, 
Mìsero me, si carcerato vavo, 
Che mo' amic'e parient'e nu' ne trovo ! 

Nannarelli, Studio conipar. sui canti pop. di Arlena, 
pag. 47, canto 43: 



— 177 — 

Carcerato m'ha messo lo mi' amore 
Ne le carceri sue potenti e forti; 
E poi m'ha messo carcerato a parte, 
Manco se fossi condannato a morte. 
Carceri fatte a volte senza travi; 
Tu bellinello, dentro ti ritrovi: 
Queste soii fatte per gli uomini bravi: 
Quando son dentro, non fanno piìi prove. 

101 

Care cumpajuue, che imi" ammuucenne; 
Nui' a ehest' ore che irhianinio faceuno'? 
Songo setf or' e ghiuorno va facenno . 
Ogn" aucieir a hi suio nivo torna 
Uocchienereir a me stame 'spettanno 
A la fenesta cecata de suolino : 

— I', bella, te saluto pe' cient' anne, 

— Vattenne, ninnu mio. vattè. va duorme j 



162 



Posilipo. 



Care cumpagne, iiii' ve scuraggite, 
Oa de li ddonue nim è carestia; 
Mo 11" è benuto 'na nave da fore ; 
E" beiiut' a scarrecà' à casa mia. 
Yuna. per on' a li cumpagne mieie, 
Chella chili Isella me la piglio io. 

Posilipo 
163 

Caro cumpagno, àuza la voce. 
Ca lu palazz' è àut' e nuii zente : 
Into ce stanno tre ffigliole 'nchiuse. 
Yann' arriibbanno lu cor' a la gente. 
Una sesut' e n' àuta mo se sosa^ 
'N' àut' a lu barcone tene mente. 

164 
Caro cumpagno che biene cu' mico. 
Si vuò' vede' la toia 'nnammurata, 
Nun tenì' mente ca sta seuUurita, 
La puvurella c'è stata malata ! 

Voniero. 
165 

Caro nenillu mio, ne uni Un d" oro, 
Ca tu m'amav' i' niente ne sapevo : 
Ma mo eh' 'o ssaccio te dono- 'stu core, 
Tutta 'sta vita mia te dò 'mputere. 



23 



— 178 — 
I6(i 

Garòfano, che ghiette tant' addore, 
Ognuno te desìder' addiirare. 
De t' addurà' la nott' e tutte l'ore, 
Garòfano, me faie spasemare. 

Voiiievo. 
1«7 

Garòfano d'amor' appassiunato, 
Nu' me li fa' suffrire tanta pene ; 
Nun t' allicuorde quanto t' aggi' amato ? 
Nun t'allicuorde si te voglio bene ? 
Ah nenna mia, nenna mia carnale, 
Xun te scurdare chi soffre li ppene (1) ! 

V omero. 
(1; Variante : 

^N"!!" mardattare chi soffre pe' tene. 

168 

Garòfano d'aramore mo te chianto, 
Nun ci avimmo parlato 'a tantu tiempo ; 
Te voglio fa' 'na lèttera de chianto, 
E 'n'àutra de suspire e de turmiente ; 
Si trovo lu curriero te la manno, 
O pure te la manno pe' lu viento ; 
E si lu viento nun cammina tanto, 
Tu suspire da loco, e i' da cà sento. 
Capone, Canti pop. di Montella, pag;. ti, canto VII 

Carotano r'atnore amato tanto 
Ti chiamo non respunni o non mi sioiiti >. 
Mo te la lazzo nna lettre re chianto, 
JS^n' avota re .sospiri e de iamienti. 
Si trovo nno corrieri io to la manno. 
O puramente scrivo pe lì vienti. 
Quanno t'arrivarrai lo mio chianto, 
Tu sospira ra Uoco, ra qua ti senio. 

Mena lo viento e lassalo menare, 
Io ro saccio chi lo fa bonire. 
IS^ire lo fa beni pe si scusare 
L'amore mio, chi non pò benire. 
L'amore mio, chi non pò mannare 
Dinto a lo core mio lo fa tr.isire. 
Trasingi viento, portanj^H l'addoi-e, 
Chi manna lo mio carofano r'amore. 



— 17!> — 

im 

Ciistiello forte 'e Santa Catarina. 
Hanno fravecato à Vicaria nova: 
Sta fravecato a nu pizzo 'e marina, 
Ddo' nn" nei abbatte ne luna né sole. 

170 

Ce so' benuto cà pe' te cantare, 
A darte j>nsto e nun te fa' durmire. 
A la fenesta te facci' affacciare : 
— Tattenne, ninno, ca voolio durmire. 

171 

Che ba facenno 'a cà 'sta «atta morta '? 
Chella pure ce tira gelusia: 
Se vo' pigliare ninno mi' a foi'za, 
Grialluta, chisso, iuorno nun ci 'o vide. 
'Ncanna te voglio mettere 'na torta (1), 
Te voglio strascenare pe' la via. 
Si te lu dico a tè, siè' gatta morta. 
Làsseme ire lu masticiello mio. 

(l) Torta, vimine. 

172 

Che bella cosa è de murire acci so (1) 
'Nnanz' a la porta de la "nnammurata ! 
L'ànenia se ne saglia 'mparaviso, 
Lu cuorpo se lu chiagne la scasata. 

(1) Variante: 

Quanto eh'è bello lu murire acciso, 
'Mniocc'a la porta de la 'nnammurata ! 
Xi'ànema se ne saglie 'mparaviso, 
Lu cuorpo rest' a chiàgnere 'a 'nnammurata. 

Amalfi, Canti del pop, di Serrara d'Ischia, canto XVI, 
mei 4. del periodico : Giambattista Basile: 

— Quanto ch'è bello lu murire accise. 
Abbocca a porta de la 'nnamurata: 
L'ànema se ne vola 'mparaviso 
E "o cuorpo se lu chiàgneno a la casa. 
Viene, nennella, cu' 'sa vocca a riso, 
Viènete a chiagne' "o tujo nn'ammurato 

ScHERiLLO, Alcuni Canti pop. in dial. nap. Pubbl ^u\~ 
(V Illìistrazione pop., Voi. XVI X. 19 (Milano, 9 marzo 
1879), pag. '2!)8. canto V. 



— 180 — 

Che bella cosa é di murir'a acciso 
'Nnaiiz a la porta de la 'nnammiirata ! 
li'anema se ne saglia Nparaviso, 
Lu ciiorpo se lu chlagne la scasala ! 

Meuy, nel giornale: La luce, Voi. I, N. 2H : 

O quanto è bello lo morire accise 
Nnante a la porta de la nnamurata ! 
Ij'aneiua se ne saglie mparadiso, 
lio cuorpo se lo chiagne la scasata ! 
Chillo la guarda da lu paraviso, 
Chella, si se lo sonna, è conzolata, 
Ca s'allicorda chillo pizzo a riso, 
E da nisciuno cchiù vo esse amata; 
Oa s'allicorda de lo primmo amore, 
L'amante che morette tene ncore ! 

MlSASi, Lo stendardo di S. Rocco (nel giornale: // coì'- 
riere del mattino, anno XI. N. 91) : 

O come è bello di morire accisu 
Supra la porta di la nnamurata, 
L'anima si ni vola mparadisu, 
Lu cuorpu si lu clangla la scasata ! 

Mattia Del Piano, // freno della lingua. Napoli, Rai- 
mondi, 1788. Vedi pag. 3l(i : 

Ohje quanto è bello Io mmorire acciso 
A' Piede de Gresù Sacramentato. 
Tutte li gusto de lo Paraviso 
Te fa prova lo Ninno 'nsuccarato. 
Scommoglia 'a Faccia, e co lo pizzo a riso 
Te mesta la ferita d' 'o Gustato 
E pò t'abbracia, e te chiave no vase, 
Dicenno." ecco lo Core, viene, e trase. 

Mena a sso ciervo, Ninno, na frezzata, 
Nò mmide ca te zomba semp'attuorno \ 
iSs' auciello propeo vò na scoppettata. 
Nò mmi, ca cefoleja nott'e ghiuorno. 
De fa lo cacciatore, Gio.ja amata, 
Tu quanno maje the' pigliato scuorno ? 
Via prieste mo, non te fa cchiù stordire, 
Acciso 'nnanz'a Te fallo morire. 

Valkky M. Ciiriositès et anecdotes ital. Bruxelles, Hau- 
man et e. LH43, a pag. 17H si legge: 

Che bella cosa è de morire acciso 
Nnanze a la porta de la nnammorata, 
L'anema se ne saglie mparadiso, 
E lo cuorpo lo chiagne la scasata. 

Mastriani F. Bonella, la spigaiola del Pendino. Ro- 



— ISI — 

manzo pubblicato iti appendice al giornale « Roma » 
Anno XXVII, num. 280 (Xapoli, M ottobre 1H8H) : 

Ohe bella cosa è lu murire acciso 
j!^nanze alla porta de la nnamorata ? 
L'anema se ne sagiia mparadiso; 
E lu cuorpo se lo chiagneuo alla casa! 

Si vegga anche Griovanni Emraanuele Bideri. Passeg- 
giata per Napoli e contorni, pag. IKIS. 

173 

Che bella cainineuà' che fa. 'sta donna. 
Qiiauuo se mette li cianciuse panne. 
Va pe' la cas' e pare 'na culonna, 
Pare la figlia de lu re de Spagna. 

174 

Che bellu canto fanno l'aucielle, 
Qnanno oe schiara iuorno la matina I 
Che bellu canto fa la rennenella. 
Quanno se ved' accanto a la marina ! 
Che bellu canto fa la pecurella, 
Quanno se vede l'èv'er" abbicino ! 
Che bellu canto fa 'sta nenna bella, 
Quanno se vede l'amant' abbicino (1) ! 

(1) Variante : 

Quanno se vede 'u marito sagliro. 

175 

Che càudo che fa, che calandrella (1;, 
Che pena che me dà 'sta piccerella ! 
'Mmiezo a 'sta strata c'è nato nu tallo. 
E' piccerillo, e fa li cucuzzielle. 

(1) Calandrella, eccessivo caler di sole. 

17« 

Che chiàgnere che fanno li inv/Axiv. 
Mo eh' hanno da parti' da li ggalere ! 
Chi se chiagiie 'e palazze fravecate ; 
Chi dice : robbe mele ! chi se li ttene ? 
Chi se chiague la mamma e chi lu paté : 
Chi se la chiagne la soia mugliera : 
r me chiagne la mia 'nnammurata : 
Ca l'aggi amata e 'n ato se la tene. 



— 182 — 

Yririante : 

Che ehiàgnere che fanno 'e rinfurzate, 
Chille che stanno dint'a li ggalere ! 
Chi si chiagne la mamma e chi lu paté. 
Chi si chiagne li figli' e la mugliera. 
I' me chiagno la nenna. eh' aggi' amata. 
I' r aggi' amaf e 'n auto se la tene. 

177 

— Ched' baie, ninno mio, che stai* affritto '? 
Sempe te vece cu" li cliianf a l'uocchie. 
Forze caccosa màmmeta t' ha ditto ? 

— Xii" me vo" dare a tè chiìi pe' cuuzorte. 

— Su})porta. picceri. support' e zitto (1). 
(guanto chiù passe chili amore te porto (2). 
Pe' cunzulare chisto core affritto 

Ce vo' paciènzia e nu" guarda' lu stuorto. 

Posilipo 

(1) Variante: 

Support" ammore mio, siipport'e zitto, 

(2) Variante: 

Chiù tiempo passa, chili ammore te porto. 

178 

(^he festa che l'aciste chillu iuorno, 
Quaniio sapiste carcerato m" hanno I 
L' amice miele che stèvan" attuorno : 
'Ncateiiàtel* astrint" a 'stu tiranno. 
Si me faie vede', cielo, "stu iuorno. 
Chili" noccliie eh" hannu riso chiagnarranno. 

179 

Che fui" 'o primmo dono che me diste ? 
'Na ziarella de cinco culore. 
Lu ghianco tuie la pace che mettiste, 
Lu tturcheniello gelusia d'ammore, 
Lu V)erde fuie speranza che me diste, 
Lu nniro me trattaste da signora, 
Lu rrusso fuie lu fuoco che mettiste. 
Ch" a or' a ora m" abbruscia "stu core ! 

180 

Che fuss" a<:;ciso rommo e chi ci ha fede, 
"Mjìarticulare chillo eh' è "nzurato, 
La sera, 'n nocchio a "n antro nu" bede. 



— 183 — 

Torn' a la casa, e finge eh' è malato ; 
La pòvera mugliera se lu ccrede. 
Face lu lietto aggio stesse cuccato ; 
Lu 'mpiso dice : 'ngròlia me ne vaco : 
Muglièrejna diuna ed io 'mbriaco. 

181 

Chessa scuppetta toia nu' mena [)allp. 
Ma si te sparo i\ 'mpietto te coglio. 
So' bero cacciatore nun te sbaglio. 
'Isa palla d'oro te voglio menare, 
'Mmiez' a lu core te vogli(3 ferire, 
Doppo feruto te voglio sanare 
Mena, viento d'ammore, falla guarire. 
Doppo guaruta, te voglio abbracciare. 
Cumme a surella ce ne vulimm' ire, 
A do' la sciorta ce vole purtare. 

182 

Chesta è la strata de lu malo dir(^. 
Nisciuno cu' 'na nenna pò parlare ; 
Subetamente se méttono a dire : 
Lu tale fa l'ammore cu' la tale. 

Daljiedico, Canti del pop. di veneziano pagina 127, 
canto 48. C. 

(^>uesta é la corte de le malelengiie; 
]Von poi velerà un zovene a passare. 
Una con l'altra le se molte a dir»^: 
« Questo è lo favorito de la tale ». 

183 

Che faggio fatto pe' te cuntentar«^ ! 
Yurr'ia ca parlasse lu terreno, 
Mo che me vide 'mmiez' a tanta guaie. 
M' he' scanusciut' e un' me vuò' chiìi bene ! 
Pena ca nu' la pozzo suppurtare! 
lustìzia de lu cielo qn»nno vene (1) '/ 

(\i Variante: 

Instìzia de Dio quanuo viene ? 

181 

Che faggio fatto che nce l'iiaie tanto, 
Famme 'na bona cera quanno m'affruute : 
Tanto nu' nce l'ave", ca simnio amante. 
Si faggio fatto male me ne pento. 



— 184 - 
185 

Chiamino, mìsero ine ! so' dispernto ! 
Airgio perzo l'antica e dorgia (1) pace. 
Chiamino spisso la morte, essa me dice : 
Vivo te voglio sì. ma senza pace ! 
C-ruaie. pen'e trummieute so' miei' amice : 
Mièdech'e medicine me so' frate. 
_i.llora fernarranno li miele guaie 
Quanno me cantarrann' 'o misarere ! 

(1) Dorgia, (iolce. 

l.Sfi 

Chiagno. misero me ! aa so" surdato. 
La bella libertà l'aggio perduto. 
Si me ne spoglio, nenna. da surdato, 
Li panne mieie 1' appenno pe' buto (1) 

(1) Vedi opera citata: l'\ 2*. 8% 4*, 5*, ecc., alla pag.88: 

Piango, misero me, che son soldato. 
Piango la libertà che ho perduta: 
Pili anni a servire sono obbligato, 
Cerco pietà, ne trovo chi mi aiuta. 
Di notte e giorno sempre rado armato, 
In ogni luogo mi si dà la muta ; 
E mentre marcio co' compagni a lato, 
Piango l'amante mia che ho perdala 

187 

Clùammo li sante mieie p' avucate. 
E i" li chiamm' e fanno li "nzurdute ! 
A buie ricorr'. o àneme dannate, 
A bi-acci" aperte veng' a fa' 'stu vuto. 
Si vui' a ninnu mio chiù nu' me date. 
Cu' li llàcreme mele 1" inferno stuto. 

188 

Chiagne nennillo mio ca mo me lassa, 
Ph' la via se ne va sempe chiagnenno, 
Quanta pedatelle da me t'arrasse 
Tanta fonte de làcreme farrisse. 
La terra la scarpise cu' li passe, 
Ma tutta ([uanta la 'ntussecarrisse. 
A'òtet' arreto, ninno, e bi" chi lasse. 
Lasse la chiave de 'stu core tiiio. 



— 185 — 
189 

Chi cu' ppan' e chi cu' senza pane. 
Mamma mia e' 'o latte me erisceva. 
Me deve doie fauceelle 'mmane : 
Zitto ca vene pàteto stasera ; 
Veneva taf e nu' purtav' 'o jDpane : 
Santa nott' e stufammo 'sti ccaniiolo. 

190 

Olii dice ca la donna n' è stentata ? 
La fèmj.'ion* ("^ stentata de fatica. 
La fèmmena te lava la culata, 
Pe' te fa' ic a la festa pulito. 
La fèmai'Mia te mette la pignato, 
Pe' te fa' lu murzillo sapurito. 
Chi dice ca la donna n'è stentata '? 
La notte stent'e lu iuorno fatica ! 

191 

Chi dice ca lu sàpeto n'è festa ? 
Pe' li ffèmeu'è festa principale. 
A la matina se fauno la testa, 
Se ne va 'nzin'a ora de magnare; 
Doppo magnato vann'a la fenesta 
Cu' li 'nnammuratielle a festeggiare (1): 
Po' tutto chillu tiempo che ce resta. 
Se vanno la cammis'a repezzare. 
(1) Festeggiare^ amoreggiare. 

Chi vo sapere comme sia l'ammore, 
Una vaiassa nce lo po' mmeziare: 
Va la festeggia va, scliitto doje ore. 
Cortese, Vaiasseide, canto I. 
192 

Chi dice ca nun tengo 'nnammurato "? 
Ciuco ne teng'a lu cummanno mio. 
Un'è ehianchier'e 'n at' è speziale, 
'N at' è 'o guappetiello d' 'o Pennino (1) 
'N ato lu teng'a Porta Capuana. 
'N ato lu tengo 'ncor'e nu' lu dico. 
(1) Variante: 

'iST' àuto è guappetiello d"a marina. 
MoLiNARO Del Chiaro, Canti del popolo di Meta, pa- 
gina 11, canto 13: 

Chi t ha ditto ca n'aggio 'nnammurate ? 
Sette ne tengo a lu cumanno mio. 

24 



— 186 — 

Una la teng'a Massa o 'n' at' a Ci apo. 
'N'ata la tenor'a la chiana de Vico. 
'N'ata jio ttingo "ncopp'a Massaquana. 
'Is'ata ne ton<ro 'ncopp'a Santu Vito. 
'ì!^'atH me la tMi2:'a lii mio lato: 
A ciiella conto li ppattUo mie. 

193 

Chi è chili" omino eli' ave iaatardire 
De dirte : Bella mia, me vuò' amare '? 
Chili' oQiDio s' ha su a nato de murire, 
E 1" è bemito 'nfieto lu ccampare. 
Tanto che faccio lu faccio fuire, 
Lu majt-e i' ce lu faccio trapassare. 
Si casu inaie torna da 'sta via, 
Dille eh' è muort 'e nu' pò chiù turnare. 

194 . 

Chi mi porta la nova quanao vene, 
'Sta tuvagliella mia le voglio dare. 
— à fera de Salierno l'aggio visto. 
Venneva putrusin'e maiurana. 
S'è butato lu masto de la fera: 
Mettitela 'mpresoue 'sta quatraua (1). 
Essa se vota cu' 'na gran linguera (2): 
So' zetellucc'e nu' pavo duana. 



Posilipo 



(1) Qnafraua. iz;iovinetta. 

(2) Linguera, eloquenza. 



195 



Chi rice ca lu pòlice è curnuto, 
'O pòlice è lu primmo 'nnammurato: 
Se cocca iut'a lu lietto e u' è beruto^ 
Xu mnrzillo 'nfaccia à menna Tato e Tato. 

1^6 

Chi s'accatta nu schiavo a 'stu cuntuorno. 
Mo ca la bella mia m'iiave lassato ? 
Ca l'aggi* amata de notte e de iuorno. 
Chi m' 'o bole pavà' lu mio stentato "? 
Voglio fa' nuovo patto si ce tuoi-no, 
Nu' boglio fare comm'a lu passato: 
A^oglio la pava mia iuoruo pe' ghiuorno. 
C» lu ttroppo servì' m'ha casticato. 
Un canto di Vallo di Policastro o autic.t B isseato, 



— 187 - 

pubblicato ni'lla: Gassetta di Salerno, Anno V, N, 89^ 
(Salerno, Griovecìì 6 novembre 1878). Canto XC, dice : 
Chi s'ciceatta no schiavo a stu cunluoriio 

Mo ca la belhx mia m'ha lasciato ? 

Ca l'itjSjo'iu amata di noti*' e di inorne. 

Chimi lo vole pjigà lo mio stentato? 

Voglio fare nuovo pasto se ci tnorno; 

Non voglio laro crune lo passato, 

Vogl o la paua mia giorno per giorno; 

Che lo troppu servì m'ha caslegafo. 

197 

Chi se vo' 'nzurà' cu' la credenza, 
Che ben'a.'stu palazz' a festeggiare, 
Quanno snngo 'mmiez' ò vie' allora ce peiizo 
Ce so' hellizz 'e nun e' èimo cuntante. 
Se piglieli' 'o inantesino e' 'a credenza, 
Ce pàven' 'a cincii gran' ogne semiuana. 

Posilipo 
198 

Chist' nocchie vuoste, né', songo di' rose, 
So' di' finitane de In paraviso. 
Yiato chi cu' buie dorme riposa! 
Yiato chi se gode ehistu viso ! 
*Stu belili vis' e 'stu bellu culore, 
Caròfano, me faie smaniare. 
Si te veco 'mputer' a 'ii atu core. 
Tu certo me ce fai' arrenili are ! 

Posihpo 
199 

Chi te l'ha ditto ca 'nte (1) voglio bene? 
De core voglio bene sul' a buie. 
Li'uocchie 1' aealo rint' a lu turreno, 
Tanno l'aizo quanno vec' a buie. 
(1) ''nte, nun te : non ti. 

200 

Chi te 1' ha misa 'sta ziarella nera ? 
1' nun zapevo che signe f ecava, 
Ca mamma mia sempe m' 'o ddiceva : 

— Nu iuorno la spartènzi' avit' a fare ! 

— Spartènzi' amara, quanta si' crudele 
Quanno nennilln mio cu' me se sparte ! 

201 

Chi vo' vede' la vòcchela felare, 
Li pullicine pettenà' lu lino ; 



— 188 — 

Chi vo' vedere Ciccio taveruaro, 
Senza carrate 'mmesiirà' lu vino (1). 

(1) II primo verso di questo canto é ricordato dal 
Serio nel citato opuscolo: Lo vernacchio . paa;. 39 

Chi vo' vede' la zita quanno chiagne, 
Quanno se vede 'mmiezo e li pariente ; 
Po' se le mette 'o maretiello accanto : 
— Zitto, mugliera mia, ca nuu è niente ! 
Mo ce ne iammo a lu 1 ietto galante, 
A do' ce mena lu frisco punente ; 
Tu te cucch' a nu pizzo e i' a nu canto, 
Chianu chiamilo ce dauimo 'na strenta. 

Variante dei primi 4 versi : 

Cumra' è bella la zita quanno chiagne. 
Quanno se vede 'mmiezo a tanti gente, 
Va lu marito e se la mett'accanto : 
Zitto, inu^liora mia, ca nun è niente. 

203 

Chi vo' veder' a V uòmmene murire, 
Tiènele mente e nun li salutare : 
Ca chille se ne vanno 'ni pilo 'mpilo, 
Cumm' a 'na casclulella de denari (l) 

(1) Variante degli ultimi due versi: 

Ca chille so ne scòleno 'mpilo 'rapilo 
Cumm' a na cannelella -lo stutale. 

Chiurazzi Luici, Dai canti antichi del popolo napo- 
letano. Nella Napoli illnstrata, anno I, n." I : 

Si vuò' vedere U'uòmmene morire, 
Tienele mento e non li salutare. 
Ca 'rapilo 'rapilo ne li bidè irò, 
Corame a no sMcchetiello de denaro. 

204 

Ci aggio tutta 'sta notte cammenato. 
Nenna, semp' a lu scuro ce so' ghiuto. 
Mo che rent' a 'sti pporte so' arrivato. 
Pare che 'mparaviso so' trasuto. 
Rapitele 'sti pporte eh' ite 'nc-hiuse, 
Facit' asci' l'adddore de 'sti rrose. 
Sento 'na voce da rint' a lu suo] ino : 
Yattenne, ninnu.mio, ca t' accumpagno. 

Posi li pò 



— 189 — 

205 

Ciel' ! à S'^esa d' 'o Yòmmero vogl' ire. 
'A inanim' 'e Pascariello vogl' ì' a truvare, 
Sempe dicenno : gnora bella mia, 
A Pascariello quanuo me vuò' dare ? 
Essa se vot' e me dice accu.ssiiie : 
Si 'o ciel' ha destinato mi' pò mancare. 

206 

Cielo ! che beli' aocchie, che bellu riso 
Che tene 'sta magnìfeca zetella (1) ! 
Pare cli'è scesa da lu paraviso, 
Cielo ! chi l'ha crìat' aocussì bella, 
'Mpietto li pporta li dùdece mise, 
'Mmana ce porta priminavera bella ! 

(1) Variante : 

Che lene 'sta maguìfoca dunzella. 

207 

Cielo ! che brutta nova ch'aggi' avuto ! 
Tengo nennillu mi' a lietto malato. 
Chi me port' 'a nova ca s' è susuto, 
X/e dong' 'a vita mi' e ciento ducate, 
à Nunziata l'aggio fatt' 'o vuto: 
Qiiant' è luongo ninnu mio le facci' 'o qnatro. 

208 

Cielo ! mo che t'avess'a lu pparlare 
I' cumme faggi' a hi tenere mente. 
M'aggio cumm'a farcene da calare, 
Pe' te luvar' 'a miez'a tanta gente. 
V tanto 'n ària te voglio p urtare, 
Pe' me chiammare farcone valente. 
I' tanto 'nterra te vogli' avasciare 
Quanno m'he' fatto 'stu core cuntento. 

209 

Cielo, pe' 'sta brunett' i' quanto palo, 
A rìseco de pèrdere la vita ! 
luorn'e notte li pporte 'nzerrate 
1' vaco pe' platea e nun trov' aiuto. 



190 



•210 

Cielo ! quanto so' belle l'uocchie vuo^te, 
Quanto parite bella a l'noechie miele; 
Tiene 'na faccia me pare 'na i^iola, 
E faie 'mpazziro lu penziei'o mio: 
'Ncopp'a li i grazie voste me ci appoio 
Ve voglio bene. V core mi' ve neio: 
Tanno so' perze ii speranze mele, 
Quanno vene la mort'e me ne leva, 

2U 

Cielo, quanto so belle 'sti doie sore(l;! 
'Mmiezo Palermo ce st.iniio li ppare. 
Ce stanno cumm'a bardi 'ini' a lu JSJuolo 
Aspettann' 'o buon tiempo pe' navicare. 
Li mmercanzie so' de set' e oro 
E li mercante so' veneziane. 
r mescheniello stongo da cà fore, 
Si ce putesse ì' pe' guardiano ! 
(1) Questo verso è .simile al i" del canto se<;u ente 221 
212 

Cielo! si nu' m'aiute, i' so' perduto, 
Mannamille tremìlia ruquate : 
Cielo, si nu' buò' chiù che me derrupo, 
Mannamille tremìlia 'nnammurate. 

213 

.Cielo! vi quant' è bella 'sf arrivala! 
Cumme fosse trasuto 'mparaviso ! 
Primmo saluto la niamin'e lu paté, 
Parient', amic'e quante ce ne site; 
Po' saluto la cara soia cugnata, 
Chella che tene lu sole 'mpedi.o; 
Po' saluto lu mi' uggett'amato, 
Che pe' cient'ann'ha da gudè' 'sta vita. 

214 
Cielo ! vi' qaant'é duro l'aspettare, 
Partieular' a do' bene se volo ! 
Son' 'o lilorgio quatto vote l'ora; 
Ogn'or'a ninnu mio 'n anno le pare. 

215 

Cielo , vi' quant'è longa 'sta semmana ! 
Sàpeto l3ello nu' beco venire; 



— 191 — 

Ca quanno sento, a gròlia la campana, 

Pe' la pr'iezza me sento raurire. 

1' mi' lu dico pe' nun faticare. 

Ma pe' beder'a ninnu bello mio (I). 

(1) A^'ariante : 

dolo ri' quant'è lonira 'sta seminana ! 
Sàpc-to bello, quanno viiò' venire ! 
1' nu' lu fai!Cio pe' nu' fiticare; 
Ma })f' ghire a truvure a nenna mia. 

210 

Cielo ! xV quantu sol' 'i' quanta sole. 
Vi' quanto ce ne sta da chesta via ! 
Nun te pozzo trnvà' 'uà vota sola. 
Sempe cu' 'sta smardotta curapagnia ! 

217 

Cimma d'avuta, àrbero mio ritratto, 
Peccerè, a parla' cu' tè chiù nu' me metto, 
Penzanno scliitto a chello che m'he' fatto 
Te scepparria chest'arma da lu pietto: 
O schiatte o criepe, parie tu a lu viento, 
De nenne megli' 'e tè ne troro certo (1). 

(1) Variante : 

Cimma d'iruta, càeceme ritratto. 
A parla' cu' ninno mio nu' me metto, 
Tengo a ment lu tuorto che m'he' fatto" 
Le spepparria lu core da lu pi 'tto: 
Pass'e ripasso a raè poco me 'mporta, 
Spà•^sete cu' chi vuò', ch'i' me diverto ! 

218 

Cimma d'arata mia, cimala d'avuta, 
Int'a 'sta testa chi te ci ha chiantata '? 
'Stu core mio tu me l'he' fcrato ! 
A 'na frunneir à vota m'he' sanato ! 
T'adacqu'ogne mument'e si' crisciuta: 
E pe' 'n'avuta tanta 'nnaaimurate ! 

219 

Core mio aft'ritt' e scunzulato, 
Core, senza remmèrio e senz'aiuto, 
Core, che si' da tutt'abban minato, 
Core, ca nun tradisc' e si' tvaduto^ 



— 192 — 

Core, nvi' dubita' sarraie sanato : 
Core, te san arra chi t'ha fcruto 

220 

Cucchiero, cucchiei'iello^ che tacite ? 
Facit' 'o rucco rucc' (1) a la signora? 
'A signora ve men' "o se' narrine. 
'A signora t' 'o men" o tu t 'o 'ncapne. 

(1) Rncco meco, ruffiano 

221 

Cumni'abbàlleno belle 'sti di' sare ! 
Un' è teresca e 'n' at' è taliana. 
Una porta lu zùcchero 'inm.occa, 
E 'n" at' 'e pporta li bellezze 'mmane. 
Una leva lu 'mpiso da la forca, 
E 'n' ata la iustìzia fa tremmare (1). 

(1) Variante: 

Cielo quanto so' belle 'sti di' sore ! 
Nun zaccio qua' de chesse me pigliare. 
Una lu pporta lu zùcchero 'ramocca, 
'N'ata li porta li bbelizze 'uiraano. 
Una leva lu "mpiso da la l'orca, 
E 'u'ata la iuslìzia fa tremmare, 
'A piceerella m'ha ferut' 'o core, 
'A grossa me fa pròpio pazziare. 

Lo stesso canto è ricordato dal Serio nel cit. opuscolo: 
Lo Vevnacchio , pag. 41 , cambiato solamente il camme 
in quanto. 

Quant'abballano bello sti di sore 

Cfr. anche il primo verso del canto 211 di questa 
raccolta. 

222 

Cumm'aggio da canta, vocia uun aggio, 
Ci aggio durmuto 'acaiupagna stanotte, 
Sott'a nu pede d'àrbero de noce; 
Là un' ce steva fien'e manco paglia. 
Chianimaie la bella mi' a àuta A^oce, 
Che me purtasse nu poco de paglia. 
Lesto si n' ev' a fàreme la 'roce, 
Pe' cuollo mo passava chillo che squaglia (1). 

Voliterò 
(1) Chillo che squaglia, il diav^olo. 



— 193 — 

223 

Cuinme si' brutto, puozz'èssere acciso ! 
^Ncanna la puozz'avè' 'uà scuppettata ! 
Sett'anue puozze sta' 'ngalera 'mmita, 
Ott'anne puozze sta' 'a lietto pirciato. 
Ca puozze fa' 'iia morte de sbannito, 
Seuza cuscin' e cu' 'na larap' a capa. 

Variante: 

Ciimme si' brutto, puozz'èssere acciso ! 
Ncanna la puozz'avè' 'na scuppettata ! 
La morte puozza fa' de lu remito, 
Senza cannela e cu' 'na lamp'a capa! 

Amalfi, Canti del pop. di Serrara d'Ischia, canto XIV, 
vnel 4*^ N. del periodico Oiambattista Basile: 

— Quanto si' brutta, ca puozz'èssere accisa; 
'Scanna la puozza ave' 'na scuppettata; 
Po' te ne viene cu' 'sa vocca a riso 

— « 'Nammuratella mia, faccimmo pace ! 

— •« Che voglio fare la pace cu' tico; 

« Tu a 'na tarverna jesce e a 'n' ata trase ! » 

224 

Cumme si' brutto, scuònceco e sgarbato, 
Vedènnete me passa l'appetito. 
Tiene la faccia d' alice salata, 
Ca nun ze po' magna' senza Tacito. 
Si' ghianco e russo cumm'a lu cetrulo, 
Si' cullurito cumm'a la muriella ! 

225 

Cumme sona piatosa 'sta campana ! 
Mo A'ènese a pigliare a ninno mio; (1) 
'Ncopp'a la fossa me vaco a 'ssettare: (2) 
Scètete, ninno be', nu' chiù durmire (3), 
Fosse lu cielo veness' à casa mia. 
lustìzia d' 'o cielo quanno viene ! 

(1) Variante: 

Mo vènen'a pigliare' a ninno mio. 

(2) Variante: 

'Ncopp'a la vara me ne vogl'i' a ghittare. 

(3) Variante: 

Scètete, Viceuzìè, nu' chiù durmiro. 

25 



— 194 — 

226 

Cumme staie cullèreca^ Siè ciiinmara, 
Mo che la rezza toia nuii piglia tunne. 
Nu' n'haie pigliat" a lu mese de maggio. 
E manco n'he' pigliai' ò mese 'e giugno. 
Ce Tonno li valiente marenare, 
Che raèneno la rezza chiù a funno. 
Si ci arriv' a beni' 'ncopp' a 'sta nave, 
Ce j)iglie cièfere, calamar' e tunne ! 

227 

Cumme te lu ceredLve, nigro tene ! 
Ca la signora toia era io : 
Si te mustaie de yulerte bene, 
Lu ffece pe' spassa' la fantasia; 
E chilli quatto iaorne che t'amaie, 
T' amale pecche nu' c'era ninno mio : 
Mo che nennillo da fora è benuto, 
^uza li ponte, ca lu sole coce. 

AvoLiO. Ganti pop. di Noto, pag. 285, canto 557: 
O cori affrittu, cori sciurtunatu, 
Cori senza ripara e senza ajiitii! 
Cori ca sempri ami, e mai si' amutii: 
Cori ca I un trarisci, o si' trarutu ! 
Cori ca si' di tutti abbannunatu ! 
Cori, sorti eù mia nun ■ i n'ha' avutu. 
Siiffrisci, cori miu, mentri ca patu; 
'Ji gnornn ti sanirrà cu' t'ha firutu. 

228 

Cumme te vogli' ama', ca si' 'na pazza ? 
Nun tiene 'na parola de fermezza. (1) 
Yattenn' a Nincuràbele po' pazza, (2) 
Ca là sta mastu Giorgio che t'addirizza. (3) 

(1) Variante: 

A 'stu cerviello tiiio min c"è fermezza. 

(2) Variante: 

Me l'hanno ditto li ggent'a la chiazza 

(3) Variante: 

Ca min t'amass'e "min te dia grannezzc. 

229 

Cumme te voglio amare si nun pozzo, 
Ca màmmeta te tene 'ngiulusia ; 



— 195 — 

Si te ne tuo' veni' io te ne porto, 
Da chelli pparte de la Schiavunia : 
Là ce facimmo nu castiello forte 
Nisciuno de li tuoie ce pò venire. 

230 

Cumme te voglio aniù. rusiello schiuso*? 
Facci' ammore eh' 'e rrose spampanate. 
— Nun facci' ammore male cu' li muccuse ; 
Sempe eh' 'e giuvinielle ammartenate. 

Positivo 

231 

Cumme ve vogli' amore, tessetrice ! 
'Na semmanella sana 'nchiuse state, 
E quann' è la duramèneca ch'ascite, 
Parite nu cetràngulo spremmuto. 

232 

Cumme vulimmo fa' si ce spartimmo ! 
L' angele da lu cielo chiagnarranno (1) 
Tanto de lu dulore eh'avarrimmo, 
Nule manco la licenzia ce cercammo. 

CI) Variante: 

Li pprete de la via chiagnarrano. 

233 

Cumme vuò' fa' cu' 'st' nocchie, quanno muore, 
Ca 'mparaviso nu' li può' purtare ! 
Futtenne, guè, 'n amico mo che puoie, 
Ca quann' "e buò' tu cert' 'e ttruvarraie. 

234 

Cumme vuò' fare, puverella preta, 
Stale dint'a quatto mura frave(;ata. 
Lu pesce dint'a l'acqua pure fete ; 
Chi fa l'ammor' a luongo 'i' quanto paté ! 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, pag. 
28, canto XXXIX: 

Gomme te voglio ama, povera prete, 
State into a quatte mura fravecate. 
'O pesce è dinto all'acque e pure fete; 
Chi fa' l'amore a luongo, cchiù pene paté. 



— 196 — 

23) 

Cuntièntete cuntièntete, mamma 'ugrata, 
Chesta pasca de figlia ca vuie avite, 
Yurria sapere si la maretate, 
Si pure munacella la facite. 
Si ci avesse mannato coccuduno, 
1' ce la vegli' arma' 'na 'rossa lite. 
Esce cà fere chi vo' fa' a mazzate, 
Yedimmo chi se porta li tferite. 

286 

Cupindo ca si' ghiùdice d'ammore, 
Dichiàreme 'stu dubbio manifesto : 
Tu dimme chi patesce chiìi dulore 
Li'ommo che part' o la renna che resta. 
I' credo che ne paté chili la renna ; 
Ca l'omm' 'on zo a do' va fa sempe festa. 

Cfr. il canto a pag. 80 dell' opera citata Prima, secon- 
da , ecc. raccolta di canzoni : 

Cupido, come giudice d'amore 
Un dubbio mi dichiara e manifesta; 
Din)mi qual' è pivi aspro dolore. 
L'uomo che parte o la donna che resta ? 
Mi pare che la donna ha piìi dolore. 
Che l'uom dunque va a gioco, e festa; 
Povera donna seguace d'amore, 
Che sempre afflitta e sconsolata resta. 

Tarlante : 

Cupindo, cumm'a ghiùdece d'ammore. 
Tu lèveme 'stu diibbio da la testa; 
Voglio sape' chi resta chiìi 'ndelore, 
L'ommo che parte, o la renna che resta ? 

— 'A renna resta sempe 'rapassione, 

E l'ommo 'nzo a do' va c'è sempe festa. 

AvoLio, Canti pop. di Noto, pag. 249, canto 431; 

'Sentati, ghiìisti Jurici r'amuri, 
Sciugghìtirai stu dilbbitu ri 'ntesta. 
Ricitimi: cu' pati ciù duluri, 
L'omu chi parti, o la ronna ca resta ? 

— La ronna pali ciù pi so' duluri; 
L'omu unni va ba, fa ghiuoco e festa, 
^{uanno ru cora s àraunu pi amuri. 
Tantu pati cu' va, tantu cu' resta. 



- 197 — 
•237 

Cupindo, Cupencliello marenaro, 
Si me la vuò' presta' 'sta toia galera, 
Quanto ce vaco e bengo pe' lu mare, 
Vac' a truvare la mia serena. 
Vac' a truvare chi me serv" e m'ama, 
Vac'a truvare chi vo' ben'a mene. 

Tommaseo, Canti pop. toscanL ecc. Voi. T, pig. H^, 
canto 4: 

Cupindo, mio Cupindo. marenaro, 
Me la vuoi imprestar hi tua galfira ? 
A spasso ce n'andremo per lo mare, 
La brigantina tua e la mia oralera ? 
E se la sorte mi dice lo vero. 
Trovar la voglia la mia cara Dea. 
E se la sorte lo vero mi die ■, 
Trovar voglio la mia Dea felice. 

288 

Currite quante site 'unammurate, 
Venitela a b.jdè' sta bella zita, 
Stace cumm' a 'na rosa spampanata, 
lia vocca cianciusella e senipe ride. 

239 

Curtiell'e curtelluccio de 'stu core. , 
'N'ora che nun te veco V me dispero ! 
Zuussillo 'nzuccarat'arrobbacore, 
I' te vurrla èssere mugliera ! 

240 

Da do' è 'sciuto 'stu ciuccio clfarragli:i ? 
Chisto me pare 'na scigna 'ucaiola. 
Piglio 'na preta ce la mengo "mp ietto, 
Liì facc'ir' a la cort' a lamentare. 
— Si tu a la corte vaie, a la corte veng >. 
Cu' li denaro l'amici accurdamrtio. 

241 

Da longa via lu veco venire 
Cu' la curon' e cu' l'ufficio 'mmane. 
Mamma, chisto me ven'a cummertire, 
Pace cu' ninnu mio me vo' fa' fare. 



— 198 — 

Si ce vedesse la forca mettire 
E lu boia sagliesse pe' la scala (1), 
Chili priesto diciarria : voglio inuinre 
Pace cu' niiinu mio nu' boglio fare ! 

(1) Variante: 

Lu boia che saglinsse pe' la scala. 

Variante dei primi tre versi: 

Veco nu mònaco 'a biondo svenire 
'Incuoilo la cotta e l'ufficio 'mniane. 
Dice ch'a me me ven'a cummertire, 

Scherillo, Alcuni canti pop. in dialetto napoletano. 
Pubblicati tniìVJllns frazione popolare, Voi. XVI , ZS^, 19, 
pag. 295, canto III. Milano, 9 marzo 1879. 

Io da luntano lu veoo vwuire. 
Cu la curon'o cu l'ulficio mmano: 
— Mamma, chisse me v&n'acuiuraertiio, 
Pace cn nonna mia me vo fa fare. 
Ma s'io veresse la forca mettire, 
E pe la .scala lu boja saglire, 
Chiuttosto riciarria: Voglio muriro 
Pace cu nonna mia nuu boglio fare ! 

242 

Da quanto tiempo lu desiderava 
De venire a passa' da chisto loco! 
Mo, pe' grazia de Dio, ce so' arrivato, 
Saluto a quanta gente site loco. 
Saluto mamma vosta, e vosm paté, 
E li pariente vuoste a poco a poco. 
Po' te saluto a tè, ro.sa 'ncaniata; 
Mena acqua, leva legna, astuta fuoco. 

248 

Da tantu tiempo die te ne si' fatto ? 
A che pizz' 'e marina he' pigliato puorto ? 
I' te cercale 'na vèppeta d'acqua 
E tu pe' nu' m' 'a dà' i' ne so' rauorto. 
Pighiamni' 'e -libre e revutamm' 'e ccarte, 
Vedimmo da chi vene chistu tuorto. 
Si vo' lu cielo e si vutann'e ccarte, 
Vèrola me te piglio quann' iss' è muorto. 

244 

Dellicatella mia, cumm'a 'na rotta, 
Mussino fino chiù de 'na campana, 



— 199 — 

ITocchie nire, comm'a 'na recotta, 
Faccella ianca cumrn'a 'na eaudara. 

245 

Dellicatella mia, dellicat^lla, 
Chi te ci ha data 'sta dellicatura ? 

— L'aggio pigliata dint'a la cappella 
A do' ce stanno li sante 'nfinra. 

— Màmmeta te vo' fare munacella. 
De maretarte se pigli' appanra. 

Si ci arriv'a beni' dint'a 'sta cella, 
I' me ce piglio li ddevuziune. 

SCHERILLO, Saggio di canti popolari della prov. di Sa- 
lerno. Pubblicalo sul periodico: « // movimento letterario 
italiano », anno I, N. 14. Torino, 15 agosto 1880 , canto 6; 

— Dillicatèlla mia, dillicatèlla, 
Dove l'hai pigliata ssa dlUicitnra ? 

— L'aggiii pigliata inta a na cappella, 
Ddove nei stanno li santi 'n fijura. 

— Si nei arriva a trasì inta a ssa cella, 
ynjc santi nr'i faciniu tutti e dai. 

246 

Denaro, che a d'ogne inalo, 

Pe' tè se fa 'luicidio e se more. 
Pe" li denare 'na bell'he' cagnata, 
Pe' te pigliare 'sta faccia de ^ncroia 
Ce stongo 'mmiez'a se' frate carnale, 
Festa ne faccio de 'sti ccarne toie. 
Affàccet' a fnnost'e bi' chi t'ama: 
Te voglio de' oumme se more ! 

Variante: 

INiru 'nteresse quant'haie fatt'e faie ! 
Sp;\rtor'haie fatto duie felice core. 
Pe' li denaro tu lassata m baie 
Pe' te piglia' chi nun te porl'ammore. 
L"haie pussedute a 'sti bbellizze rare: 
Tu voglio fa' vede' cuinuio so more ! 

Imbriaki, Canti pop. calabresi (In : // Propiiqnntore , 
Yol V, pag. 9, canto XIX); 

Guarda, quanta ni fanne li denari: 
Fanno epartire due felici cuori 1 
Ssi cagnau 'na bella pi' denari, 
Per una pizzolata di valore. 
Vada a la fera e ne' la po' portare: 
Ne vede belle e pe' la pena more. 



— 200 — 

247 

Diàvulo, diàvulo ! stanotte 
jVIuglièrema è caduta da lu lietto. 
E' ghìuta 'nteiTa. o ha fatto 'na botta, 
Ha rotta l'ova che teneva 'mpietto. 

Amalfi, Cento canti del pop. di Sjrriir.i d'Ischia 
paii 47, canti LXXVIt: 

Lejavulo, lejavulo. stanotte 
Muglieremo è calma du lu lietto; 
Essa s'ha rotta l'alema e lu cuorpe: 
S'ha rotte l'ove che teneva 'mpietto ! 

Lu mare 'e Grnese ! 
'^a pippa e 'na cannuccia sta' 'nu turnes > 

248 

Diàvule. diàrule ! venite 
L'ànema de 'sti duie ve pigliate. 
Int'a lu caviidarone li buUite. 
E ne faeit'aguiento p' 'e malate. 
Dicèteme, nennè, si l'it'avute 
Tanta salute che v'aggio maunate 'ì 
Ca i' li vuoste l'aggio riggevute: 
Ancora 'mpietto li tengo stampate ! 

249 

Dint'a 'sta luoco nun ze ce pò stare: 
C"è lu remraore de li zz'iarelle. 
Ce sta 'na nenna ca li sape fare 
'i ciento culure che pàreno belle. 
Tene la mamma ch'è 'na ruffiana, 
Se va vantanno ca la figli' è bella. 
Ci aggio mannat'e nu' me la vo' dare, 
Tègnere se ne pozza la vunnella 

Am.\lfi, Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, canto 
% nel 4° N. del periodico: Giambattista Basile: 

Trito a 'su luogo nu' se nce po' stare: 
Cu' lu remmore de le ziarelle. 
!Nce sta 'na nenna che li sape fare, 
Tutto chelure ca parano belle. 
Tene la mamma ch'è 'na raffianara, 
Se va vantanno ca la figlia è bella, 
Ifce aggio manneto, si me la vo" rare, 
Ila itto ca la veste mucella, 
E i' jasteramo Ca nc'eggio manneto, 
E le so pozza tégnere 'a vunnella ! 



— 201 — 

250 

Dio te sarva de la santa friscura, 
Patrone re li male faticante: 
Papà mio ce stette nu minuto 
E i' ce voglio sta' 'ntramente campo ! 

251 

Dinto a 'stu vico nata c'è 'na fonte, 
L'acqua se tira cu' In triunfante, 
Ce sta 'na nenna cu' li ricce 'nfronte, 
A ogne capillo ce porta 'n amante. 

252 

Dinto a 'stu pietto mio c'è 'na capanna, 
Yiènece, ninno mio, a fa' la nonna; 
Si ce venesse chillo Ee de Spagna, 
Dicesse: nenna mia, i' a tè boglio; 
'I le rispunnaria: baie fatto sbaglio: 
Nun cagno ninno mio pe' 'n àutr'ommo. 

253 

Disse In viecchio: Che buò' che te faccio ! 
Lu cielo m'ha luvato lu putere ! 
Si vuò' 'na vunnuUuccia, te la faccio ! 
De chillu panno che piace a tè. 

— Nu' boglio nu' bunnell'e nu' guarnaccio, 
Voglio nu giuveniello cumm' a me. 

'Stu giuveniello m'astregn'e m'abbraccia: 
Che n'aggi 'a fa' 'stu viecchio ? marame (l) 

Posihpo 
(l) Variante: 

Lu viecchio che ne faccio ? mai-amé ! 

254 

Dummèneca. se parte lu mio amore. 
Manco la faccia me voglio lavare; 
Me ne vogl'ire 'mmiezo a nu vallone, 
Cu' l'uocchie faccio fare di' funtane 
Quanno ce passa chillo 'ngrat'ammore: 
Chi ce l'ha fatte 'sti fresche funtane 'ì 

— Ce l'hanno fatta l'uocchie traditore 
Chella ca nun buliste cuntentare, 

26 



— 202 — 

255 

É benuto Natale sant'e ghiusto. 
E' benuta la nàsceta de Cristo: 
Chi spanne li puUaste e chi l'arrnsto, 
r a])pis' a la ehianca l'aggio visto. 
E chi de vino s' ha chine li fuste, 
I' d'acqua ni'aggio fatta la pruvista. 
Megli' a paté' li ppene de la frusta. 
Ch'a fa' 'n atu Natale cumm'a chisto, 

256 

Eccome, ammore mio, songo venuto 
'Nnante a chisti bell'uocchie so' turnato; 
Pe' buie n' aggio magoato ne durmuto, 
Gruarda 'stu viso mio, cumm'è turnato ! 

Imbriasi, XLV canti pop. de' dintorni di Marigliano 
(Terra di Lavoro) pag. 7, canto IX: 

Eccome, ammore mmio, songhe venute, 
Avanti a 'sti belle nocchie so' turnate; 
Pe' vuje n'aggio mangiate né durmute, 
Guarda 'stu viso mmio, comm'è turnate ! 

257 

Ecco, nennella mia, ca so' benuto. 
Li suspire vuoste m'hanno chiammato. 
Vuleva venir' e n'aggiu jDiituto, 
A li ccatene so' state 'ncatenato. 
Si li ccatene fossero tridente, 
Pur'a nennella mia sarria turnate. 

258 

E' fatto notte e nu' luce la luna, 
Pascariè, a do' me mann'a rumare ? 

— 'Na notte famme star'accant'a buie, 
Dimane schiara iuorno e me ne vaco. 

— r, cor' 'e cane, te cuntentarria, 
Ma po' a do' me vac'a cunfessare ? 

— Te mann'a cunfessà' a patre remito, 
La penitènzia nun le facci' avere. 

Pe' stutare lu fuoco ce vo l'acqua, 

Pe' durmi' cu' 'sta nenna ce vo' 'mpegno. 

259 

È nata 'na scarola (1) 'mmiez' ò mare, 
Li Turche se la locano a tressette ; 



— 203 — 

Chi iDe* la cimma e chi pe' lu streppone, 
Yiato chi la A'ence 'sta figliola ! 
Chesta figliola è figlia de nutaro, 
E porta la vunnella tutte sciure, 
E quanno iesce 'nchiazza a passiare, 
Fa mui'ire l'amaute a duie a duie. 

(1) Scarola, ital. indivia. I^ei canti popolari siciliani è 
detta scavotfa , cho significa schiava , prigionie!' i dei 
Tur hi. Ed in questo significato si spiega facilmente il 
canto, perchè s'intende che i Corsari si giocano la pre- 
da che han fatto 

DELLA Campa, Canti popolari raccolti in Bellona. (In: 
Giambattista Basile^ a. Vili, n. 3, canto XI ; 

Nc'è na nata scarola 'mmiez' ò mare, 
'E Turche se la jòcano a pprimera. 
Chi pe la cimma e chi pe lu streppone, 
"Viato chi la vence 'sta figliola ! 
Chesta figliola è figlia re nutaro, 
Nce porta a la vunnella tutte fiore; 
'Mmiezo nce porta 'na stella reale, 
Nce fa care' l'amante a duje a duje. 

Altra variante, a versi spezzati, è posseduta dal R. Cv^l- 
legio di Musica di San Pietro a Majella in iS'apoli, ed 
è la seguente : 

MlCHELEMMÀ (Canzone di pescatore.) 

1. 

E' nata mmiezo mare... 
Michelemmà, Michelemmà. 
Oje na scarola. 



Li Turche se nce vanno. 
Michelemmà, Michelemmà. 
A reposare. 

8. 

Chi pe la cimma e chi .. 
Michelemmà, Michelemmà 
Pe lo stroppone 
4. 

Viato a chi la vence... 
Michelemmà, Michelemmà. 
Co sta figliola. 
5. 

Sta figliola ch'ò figlia... 
Michelemmà, Michelemmà. 
Oje de Notare. 



— 204 



6. 



E rapietto porta na... 
Michelemmà, Micheleinmà. 
Stella diana. 



Pe fa morì l'amante... 
Micbelemraà, Michelemmiì. 
A doje a doje. 

Ed il Serio, nell'opuscolo Lo Vernacchio, pag. 40, ci 
dà 1 soli primi versi: 

Miezo a lu mare è nata na scarola 
Li turche se la jocano a tresette. 
Amalfi, Canti del pop. di Serrara d'Ischia, canto IX 
nel 4** N. del Giambattista Basile : 

E' nata 'na scarola miezo ò mare. 
Li Tirchi se la jòoano a premere; 
Chi pi' la cimma e chi pi' lu streppone 
A chi la vence primma a 'sta figliola. 
'Sta figliola é 'na figlia di nutare; 
iS'ha fatta 'na vunnella tutte sciure, 
A 'mmiezo nce ha raisa 'na stella Liana, 
Pe' fa', pazzia' 1 amante a duie a duie 
Fa pazzia', lu sole quanno spenna; 
La luna quanno rompo a lu levante. 

Uh 1 mare e nella. 
Tu pe' me fa' muri' si' n'nata bella. 

ScHBRiLLO, I canti pop. nell'opera Buffa, canto LXXI, 
nel B° N del periodo Giambattista Basile : 

A miezo mare è nata na scarola, 
Li Turche se la jòcano a tresette. 
Chi pe la cimma e chi pe lo streppone: 
Yiato chi la vence sta figliola ! 

Cerlone, 

// ville ffff iure alla moda, nel voi. IX 
delle Commedie, edizione Vinaccia', pag. 806). 

Sabatini. Canti pop. romaneschi, pag. 7, canti 1: 
In mèzz' al m;lre 
Li turchi sé la ggiòchen'a pprimièra; 
Chi ssé pi j era cqésta fi j ola? 

Lozzi, Cecco d'Ascoli, pag. 202: 

In mezzo al mar c'è la mia bella sola, 
Li turchi se la gioca a la premiera; 
Chi resta vi.icitor d'està figliuola, 
L'alma mia si tormenta e si dispera ! 



— 205 — 

260 

E sempe tu me dice : aspett' aspetta ! 
Nenniir, i' nun te pozzo chiù aspettare. 
Tu nu' lu bire ca stongo suggetto ? 
'Stu core nun te potè cunzulare. 
Nu iuorno me ce levo da suggetto ; 
'Stu core mio te ven' a cuntentare ! 

261 

E tu faccella de 'n aspe de 'n aspe, 
Sciuscella me parit' a la cumposta, 
De ruffiane ne site la masta, 
Che ghiate facenn'a l'arta vosta ? 
Chesto ve die' a buie, chesto v'abbasta, 
Si site fèmmena turnàtem' 'a risposta. 

262 

Esce lu sol' a la matina rosa, 
Esce pe' te guarda' 'stu bellu viso. 
Cammina chianu chian' e po' s'aposa, 
'Ncopp' a 'sti gghionne trezze resta miso. 
'Int'a 'stu piatto vuosto e' è 'na rosa. 
Rosa rusella de lu paraviso. 
Nennella, te ce dico 'n'ata cosa : 
'St'uocchie nerille tuie m'hann' acciso ? 

Brandileone, Canti di Bao abitàcolo , canto 15 , noi 
3° N. del periodico Giambattista Basile : 

Sponta lo sole a colore de rosa, 
Pe' rimirare lo tuo bello viso 
Arriva 'mmienzo l'aria e se reposa 
Pe' troppo contempla' 'sso dolce viso 
Beato chi te piglia e chi te sposa 
Chi 8 'ha da gore' lo tuo bello viso ! 
Beato chi co' bui rorme e reposa. 
Chi se gore co' bui lo paraviso. 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrara d' Ischia, 
pag. 34 canto L.: 

Esce lu sole la matina priesto 
Ss9 vota 'ntunno e po' s'aposa 
Ncoppe a 'si bell'uocchie rumatane miso. 

263 

E tu pe' mare, e i' 'ncopp' a nu scuoglio, 
Si trovo lu buon tiempo me lu piglio ; 
Nun t'amo, nun t'apprezzo, e nun te voglio, 
Ce sta 'na mamma che me dà la figlia. 



— 206 - 
264 

E uocchie mieie cecate de suonno, 
Pecche nu' ghiate nu poc'a durmire ? 
Aggio paura ca nu' schiara iuorno. 
Chi sta a patrone bisogna servire ! 

265 

. Faccella de 'na fràula sciurita^ 

Sia beneditto chi t'ha pastenata, 

Yiata chella mamma che te fice, 

T' ha fatta tanta bell'e aggraziata. 

L'uocchie tu tiene de la calamita, 

Piccerè, cumme t' 'e tir' 'e 'nnammurate (1) ! 

(1) Variante; 

Faccella de 'na fràvula fiurita, 
Sia beneritto 'ncielo chi t' ha criata : 
Sia beneritto chi t' ha parturita. 
Gomme te fece bella e aggraziata. 
Cu' nule nun zo' state tanta lite, 
Chesti mmatasse chi nco l'ha sbiugllate? 
I' nun me sposo e tu nun te marite : 
Restammo tutt' e duie cumbinate. 

ScHERiLLO, Saggio di canti pop. della prov. di Sa- 
lerno. Anno I, ^N". 14. Torino, 15 agosto 1880, canto 13: 

E faccia de na fràula culunta, 
Viatu chillu Ddiu ca t'ha criata; 
Viata chella mamma ca t'ha parturita, 
E ca t'ha fatta tanta aggraziata ! 
De fa' l'amor cu bbui nne so' 'mperitu. 
Dalla corte ne so' perseguitatu. 
Ma in vogliu arrisica la vita mia; 
Ppe far l'amor ccu bbui iu pàta pàto. 

266 

Faccella de 'na penta palummella, 
Sango riale de 'stu core mio, 
Damme nu vaso cu' 'sta vocca bella, 
Ca si nun me lu daie pena sarria ! 
Nun sarria certo pena de denaro, 
E manco de muri' pena sarria ; 
Pena sarria de nun me te spusare, 
Ca loco tengo lu penziero mio ! 
Capone, Canti pop. di Montella, pag. 9, canto XIII: 

Facci re na nna fina granatella, 
Rosa chi non pierdi mai calore, 
Vorria nno vaso ra ssa vocca bella. 



- 207 — 

Roppo vasata, che pena forria * 
Non forria pena re renari, 
Mango forria pena re ngalera ire; 
Forria pena re la sposare ? 
Quisso è lo gusto re lo genio mio ! 

Altro canto Montellese collo stesso principio ! 

Tu facci re mia fina granatelia. 
Rosa chi non pierdi mai colore, 
Non nge fussi nata accessi bella, 
Non nge pigliava tanta passione; 
Non nge pigliava tanta ngelosia, 
Nini meno tant'affetto e tant'araore. 
Mo te nne vaie 'ncielo a do l'avote bello 
Ntorra lassi sola la mia persona; 
Lo cielo non pò sta senza re stelle 
Nimmeno io pozzo sta senza re vui. 
€ Quesso ro dico a f renna re savuco, 
« Lo juorno pari cane, lanette lupo ». 

267 

Faccella de 'na rosa 'nargentata 
Viso de nu velluto oarmiisino. 
Diente d'avòlio e naso prufilato, 
Uocchie ch'arrasumèglien' a nu rubino, 
Cielo cumme t'addore chistu sciato ! 
Addor' 'e muscariello quant' è fino (1), 
Yurria durmì' 'na nott'a 'stu tuio lato, 
Muorto me ne susess' a la matina ! 

(1) Variante: 

Cumm'a In vero musco quann'è fino, 

268 

Faccia de 'na cecòria sagliuta, 
Piezzo de mala terra cuvernata, 
Me vien' appriesso cumm' a nu speruto, 
Dice che me vuò' fa' 'n' ata parlata. 
O schiatt' o criep' o muore, faccia gialluta, 
Da me nun avarraie chiù 'na guardata. 

269 

Faccia de 'na cestùnia 'ncaiola, 
Si' chella che butava l'ariatella ? 
r te teneva pe' bona figliola ; 
Tu si' la capa de li rruffianelle. 



— 208 — 

270 

Faccia de 'na iummenta calavresa 
Che da 'na porta iesce e 'n'àutra trase, 
Ca fatta t' haie 'sta capa a la francese 
Sempe la stessa faccia t' è rammasa : 
La dota toia che baie nu turnese, 
N'abbasta p' accatta' 'na rattacasa ! 

FiNAMORE, Canti pop. abruzzesi (in appendice al vo- 
cabolario), pag. 285, Ciinto 82 : 

Facce de 'na jumènda calabbrése; 
Dònne che sue nne esce, une tràse: 
Mo' che la dóbba tua' è nu turnéso, 
Mo' ce pùo jì' a cumbrà' 'na 'rattacàsce. 
Donna, la tua bbelta nun bàie njìende, 
Pecche cundènde faje tutt'amànde. 

Se ffusse unèste, coma séie prudènde: 
Farrìsce 'nnammurà' pur'a le sànde. 
Lu fióre quànde è 'dduràte da chiù ggende, 
Pèrde l'udòr' é ne' vva cchiù avilnde. 
Gusci ssuccèss' a mmò, pòver' amande: 
Credevo de èsse' sóle, e mmo' séme lande. 

271 

Faccio l'ammore cu' nu buttigliero, 
M'ha rialata 'na butteglia d'oro, 
De spusà' anipressa tene lu penziero. 
Ma nu' lu sa ca so' guaglion' ancora. 
O vo' o nun bole m'have da 'spettare 
'Nfino ca la mugliera saccio fare (1). 

(1) Variante dei primi 4 versi: 

Faccio l'ammore cu' nu tammurraro. 
M'ha rialato nu tammurro d'oro; 
Ci aggiu mannat'a dìcer' ò tammurraro: 
So' piccerella e nun è cosa ancora. 

272 

Faccio l'ammore e nun ce pozz'andare, 
Cumprare me lu voglio nu ciardino ; 
Attuorn' attuorno lu voglio murare 
De prete preziose e de rubine. 
'Mmiezo ce voglio 'n àrbero chiantare, 
Pe' fare 'na friscura a ninno mio ; 
Tutt' àucielle ce vann'u cantare, 
Chillu canto che fanno fa addurmire : 
'Mmiezo ce voglio 'n Arbero chiantare, 
Arbero bello, quanno vuò' sciurire ! 



— 209 — 

273 

Faccio l'ammor' e min zaccio la casa, 
'Na vota che ce vaco me ce auso ; 
Trovo nennella che coglie cerase, 
I' voglio li ccerase e 'n àutra cosa ; 
Aràpeme 'ssi pporte eh' haie 'nchiuse, 
Fann' ascire l'addore de li rrose : 
Si faggio 'ncumraudata, cerco scusa, 
Ca lu bulere bene è 'na gran cosa. 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, pac. 
38, canto LIX. 

Saccio la via e nu' saccio la casa; 

'Na vota, che nce vavo, moie nce auso; 
Trovo a nennillo, che coglie cerase: 

«■ Dunamenne 'na schiocca, n' è gran cosa. • 
— « Io te dò na schiocca e tu mme dai 'nu vaso » 

— « I' nu' so donna da fare 'sti cose ». 
Che brutto uso che sta' a chisto paese, 

Si nu' te 'nzuie, nun haje maje 'nu vaso ! 

274 

Fatte lu fatto tuie si t' 'o vuò' fare. 
Li miele penziere n'appartènen' a buie, 
i' nun zo' torze che me venn'a mazzo, 
Manco so' nonna che me pigli' a buie. 
Si mamma toia m'ha chiammata pazza ; 
' Pazza sarria si vuless' a buie. 

275 

Fàuzo d'uocchie, e fàuzo de coro, 
Fàuza fuie la fede che me diste. 
Nun te ricuorde a do' diste parola, 
Tu dint'a l'uorto e i' fora a la via ? 
Ya^ va, vattenne, fàuzo 'nnammurato 
Chesso è lu bene ca c'immo vuluto ? 
C immo tenuto cumm' a sora e frate, 
E mo' he' cagnat' a me pe' 'na gialluta, 

276 

Fenesta ca luciv' e mo' nu' luce (1), 
Segno ca nenna mia starrà malata. 
S' affaccia la surella e me lu dice : 

(i) Questi cinque brani qui pubblicati, videro, per la 
prima volta, la luce, in un opuscolo impresso nel 1881 
col titolo: Un canto del popolo napoletano con varianti e 

27 



— 210 — 

Neil nella toi' è morta e s' è atterrata. 
Ce l'hanno fatto 'nu bello tavnto 
Tutto centrelle d'oro martellato. 
Si nu' me eride va a Santa Maria. 
A mana manc'a la primma rivata. 

conlronti. Il nostro popolo appella questa jjoesia: Fene- 
sta ca lìiciV e mo nu' luce dal primo verso, ed è cantato 
con tono assai jualiiieonico e commovente. Essa forma 
una piccola parte della famosa leggenda popolare sici- 
liana: La Baronessa di Carini. Pubblicata parzialmente 
dal Pitrè nei due volumi dei Canti popolari siciliani, \ \ 
parte anche dal compianto Imbriani aaW Organismo poe- 
tico con parecchie considerazioni sull' argomento, trovò 
il suo completo illustratore nel professore Salvatore Sa- 
lomone-Marino, in un dotto volume omonimi', stampato 
nel 1870 e ristampato nel 1873, con gi-an copia di docu- 
menti e dotte discussioni in proposito. 

Ora ha cominciato a ripubblicarlo con nuova e più 
precisa documentazione, e già ha stampato il primo vo- 
lume (Palermo, Trimarchi. 1!:'14), e speriamo che non si 
lasci molto aspettare il secondo. Opera esauriente e 
monumentale; ed a questo rimando il curioso lettore. 

Per mio conto rilevo solo, che alla mia riproduzione 
ho aggiunto nuovi confronti e moltissimi altri brani. Li 
copiai da una miscellanea manoscritta posseduta dal 
mio indimenticabile amico, avvocato Michele Capaldo. 
Mancando ai vivi, egli lasciò una bella e copiosa rac- 
colta di opere in dialetto napoletano di manoscritti pre- 
ziosissimi, ohimè! venduti dalla nipote, sua erede, ed a 
quanto pare, capitate in mano di persone poco o punto 
esperte di libri e massime di questi studii ! 

Yac' a la ehièsia e la truvaie 'ntavuto Ci) ; 
Nennella, ca pe' me te si' atterrata (2). 
ive dicenuo ca durmive sola (3), 
Mo' duorme cu' li muort' accumpagnata. 
() vierme che ce state 'nchistu sito, 
Carne de Rosa mia nn' ne taccate. 
Parruechianiello mio, tiènece cura. 
Mantienancella 'na lamjD' allummata. 
Chella vucchella che ghittava sciare 
Mo' ietta tanta vierme ! 'i' che jDiatate ! 

Varianti: 

(1) Voc' a chièsia e beco lu tavuto: 

(2) Me mett'a chiagne' eumm'a disperato, 

(3) De durmì' sol' aveva gran paura, 



— -ili — 

lett' a 111 'ufieriio ca ce tuie maniiato (1) 
Tanf era chino ca min ce capevo (2) ; 
"Mmocc' a la porta ce steva Pilato (3), 
Liioco me fece, ca me canusceva (4), 
Chiù dinto steva la mia 'unammurata (5) 
Int' a 'na caudara che bulleva (0) . 
r me Tutai' e dicett'a Pilato : 
Si iieiina mi' avesse fatto male. 
Lièveci a ess' e mettìteci a mene. 
Se ce viitai' e me disse fallato : 
Chi ha fatt' 'e peccate, scorpa la pena ! 
Nenna s'avota e disse : Xun parlare, 
'Mmeee de m'aiuta', me dàie chiù pene I (7) 

Me ne vogl" ire pe" lu muniio spierto. 
Erva inagnanno cumm' a 'n' animale, 
Po' me ne vaco dinfa li desierte, 
Chiagnenno seinpe chesta vita caiia. 

Tom' a lu 'nfierno pe' bedè' lu "ncante (N) 
r me 'ncantaie pe' tenere mente (9) 
C;'era 'na nenna eh" èva bella tanto (10) 



(1) 
(2) 



(4) 



^It'tt'ii hi 'nfierno, e là ne tuie maiinato 
'letl'a lu 'nfierno, e là ne fu e cacciato 
^Pe' grazia ile Dio nuu ce capevo; 
CE pe' (li-sgràzia mia nun ce c.ipevo; 
/'Mmocc 'a la porta ce truvaie Pilato, 
\Pe" guanlaporta ce truvaie Pibito, 
l'Nfacci' a la porta ce truvaie Piuito, 
fArret'a porta ce truvaie Pilato, 



vLuoco faceva pe' me fa' capere, 
/Me fece làrio, ca me canusceva. 
.Dinto ce steva nenna ch'era amata 
(5) yDinto ce steva nenna bella mia 

Poco chiù 'nnanfe la mia 'nnammurata 

.<. iDint'a ini caudarou^j ca vulleva; 
^ ' cSteva dint'a 'un càccavo e bulleva: 

(7) Variante dei due versi: 

Essa me disse, cane disparato, 
Stongo a lu 'nfierno e pure me dàie pene, 
(lett'a lu 'nfierno e me dissero: canta. 

(8) uett'a lu 'nfierno e dicèttero: canta, 
flett'a lu 'nfierno e me fuie ditto: c:inta, 

,^> ^P nun cantale pe' tener-? monte; 
^' ^ 1' pe' cantare ce tenette mente: 

1 Steva 'na nenna ch'era bella tanto. 
(!••; JDinto steva 'na nenna bella tanto, 

(Vidde 'na nenna ch'eva bella tanto, 



— 212 - 

Che cu min atte va cu' la fuoc' ardente (1) 

1' me ce voto cu' l'uocchi' a lu chiauto (2) 

Ch' he' fatto, nenna, che stai" a 'su 'nfierno (3) 

Essa vota cu' 'nu mar' 'e chinuto (4): 

— Nun t'allicuorde l'ammora 'unucente ? (5) 

(1) Essa patev" int'a lu l'uoc'ai-deiite. 

(2) I' me vutaie curiiiso tanto: 

{3) Cumme li siioffre, nenna. 'sti triunmente ^ 

.Essa se vota piatosa tanto: 
<4) -.Essa se vota cu' rnocchi' ii In ehianto: 
Essa so vota lacrimanno tanto: 
-v (ÌSui amuio fatto raaiiinra 'n-uioente. 
' ( Nu' l'aiBiuo fatto raiuinora euntonte. 

BRANI AaaiUNTI 

kSciurillo che uasciste 'ntra li se iure. 
'Ntra.li rrose crisciste a poc' a poco : 
La primmavera te dunaie l'addure. 
La stata bella te detta lu fuoco 
O fuoco, che cunzume a tanta core. 
Cunzum' a tanta core e dàie la vita: 
O fuoco, che cunzume senza ardore. 
Me tire appriesso cumm' a calamita. 

P/frr: 

. Sta ciuriddu n;iscin cu l'antri ciufi. 
Spaiupinava di mav/Ai a poi-u a poca; 
Aprili e maju mi gudiu Toduri, 
Cu lu Sali di t,'iugnu pigghiau foca: 
E di tutt'nri sta gran t'ocn adduuia, 
Adduma di tutt'nri e nun cunsniua: 
Stn gran foca a dui cori duna vita, 
Li tira appressa comu calamita. 



Me sento stanco, voglio arrepusarc. 
■Mmocc'a la porta toia, Rusella mia. 
"Stn bardasciello te vole parlare. 
Vo' sta' cu' tè 'nu poco 'ucumpagnia. 
'Na strentulella a piatto te vo' dare. 
'!Nu vaso 'mniocca de malincunia. 
8o' certo, nun te vuoi arricusare, 
8i t'ari'icuse me vire muri re. 



— 213 — 

Pifrè: 

— ]Mi sentii stracca, vosjghiii arripusari, 
<^iiannii a la porta si cci ha prisiiitatu 
Un mimaehoddii, e cci voli parrari. 
Tutta la notti nsèmraula hannu stata; 
La caiifìilenza. longa l'hannu a fari... 
Gesù-Maria! chi ària turbata ! 
Chistii di In timpesta è hi sisjnali... 

La munacheddu nisceva e ridia, 
E lu Barimi snsu sdillinii. 

Di lu'ivuli la liiria s'ammuirghiaii. 
La jacobu cuculia e sviilazzau 



Russulella spuntava l'arba bella, 
E 'nnaroeiitava la terra e lu mare ; 
Li sierpe fore de li ttanulelle 
Ascèvano a lu sole a se scartare. 
L" au'-elluzze cu' li ppalummelle. 
Pe' Fària accumminciàveiie a bulare. 
A la fenesta da 'n'ora nenuella, 
L'amante suio già steva aspettare. 

Pifrè: 

*!Nearnatedda calava la chiana 
Saprà la schina d'Ustrica a lu mari; 
La rinninedda vola e ciucialia, 
E s'ausa pri lu Sali salutari; 
Ma lu spriveri cci rumpi la via, 
L'iisnidiia si li voli pilliccari ! 
Timida a In so nidu s'agnunia 
A mala pena ca si pò sai- vari. 



— Uh ! papà mio che bien' a 'stu loco ? 

— O fio'lia 'ngrata te vengo a scannare. 

— T'h I papà mio aspettate 'nu poco, 
Aspettate, me voglio cunfessare. 

— 8ougo tant'anne ca nun te cunfiesse 
E mo', birbante, te vuò' cunfessare? 

— Fh ! papà mio che serve 'stu stesso ? 
1' so' 'nnucente e m'avit' a sarvare ! 

Ma lu jDatre siccomme 'n' ossesso, 
Xun 'a sentètte la figlia scramare. 
Pihè: 

— Signuri patri, chi vinistu a fari ? 
Signura fìgghia, vi vegnu a 'mmazzari. 

— Signuri patri, aspittatimi un poca 



— 214 — 

(.^tiiantu mi chiaiuu hi luè confissuri. 

— Avi tant'anni eh' "un t'ha' ciinfissatii, 

E ora vai circamiu cuufissuti ?! 

Chisto 'un è ara di ciinfis.sioni 

E mancii «li riciviri Signuri — 

E, conili dici st'araari palori, 

Tiia la spata e cassaci hi cori: 



Priesto, eumpagno mio, falla murire. 
Dàlie 'na botta e nu' la fa' sciatare 
Dàlie 'ila botta 'ntra la capa e riiie, 
Lii core 'ndoie parte l'haie da fare. 

Pitrè: 

— Tira, cunipagnii miu la garrari 
Xi'appressu corpu chi cci hai di tirari ! 
Lii primu corpu la donna cadui, 
L'appressa corpu la donna murìa 
Lii prirau corpu l'appi "ntra. li rini, 
L'appressi! ci spaccali curii /zìi o rini ! 



Pena, ca chiù iiviu ijozzo suppurtare 1 
Aiutàtem', amice, quante site. 
'Nu "ufauie patre me role scannare, 
Ca inaie 'ncuollo m'ha miso 'nu dito. 
Fuieva pe' la casa la scasata 
Strillanno : — Grente, currite currite. 
— Pòvera bella mia, sbenturata, 
Muriste sbenturuta e nu' trarita ! 

Pitré: 

Oh ! dogghia amara di dd'arraa 'nfilici 
t^uauii' un si vitti di niiddu ajutari I 
Abbauttuta circava l'amici, 
Di sala in sala si vulia salvari: 
Gridava forti: ~ AJufii Cari/iisil - 
Dissi arraggiata: — CaHÌ Carin/si .' — 
L'iiltiiiia viici chi pulissi fari. 



Tutto ili reiiiu) s'^ miso a remmore, 
"Sta cosa pe' In minino s'è .spar<iiuta : 
'Nu 'nfanie, scellarato e traditore 
Cu' la spata la figlia liav'ac.eriita. 



— 215 — 

Pitrè: 

Tutta Sicilia s'ha raisu a rumuri. 
iStii Casii j)fi la Rejiuii batti Tali; 
Ma vota quamiii vidi a Don Astuii: 
IStu c'or]ni 'mpietto (;u' cci l'avi daii ? 

*"* 

Fenesta ca luciv' e ino' mi' luce, 
Segno ca nenna mia stami malata. 

Pitrè. 

— Su' chiusi li finostri, amai'u mia 
Dunni affacciava, la me Dia atluiata; 



S'affaccia la surella e me hi dice : 
Nennella toi' è morta e s'è atterrata. 
Ce rhaniio fatto 'nu bello tavuto 
Tntte centrelle d'oro martellate. 

Pitrè: . 

'Ffaccia so mamma e dici: « Amaru a tia ! 
La bella chi tu cei-chi e suttitrata ! • 
Uh sipultùra chi all'omini atlassi, 
Comu attassasti a la pirsuna mia ! 



Cammin' 'e notte cumme fa la luna, 
Vaco cercanno chi tanto m' amava. 
Pe' la strata scuntraie la Morta scura. 
Senza nocchie e bocca, vedeva e parlava. 

Pitrè: 

Vaju di notti comu va la luna, 
Vaju ciicannu la galanti mia; 
Pri strada mi scuntrau la Morti scura. 
Senz'occhi e vucca parrava e vidia; 
E mi dissi: — Unni vai, bella figura V 
— Cercu a cu' tanto beni mi vulìa, 
Vaju circannu la raè 'nnamurata. 

* 
* * 

Si mi' me cride va santa Maria 
A mana mane' a la primma rivata. 



216 



Pitrè: 



— IS^un la circari colviù, ch'ò su Iti irata 
E si min critli a mia, bolla fij^ura ? 
Valtinni a San Pianciscu a la Biata. 



Yac' a la chièsia e la truvaic 'iilaviito 
Ncnnella, ca pe' me te si' att(nTata, 
Ive dicenno ca durmive sola, 
Mo' dtiorme cu' li miiort' accumpagnata. 
O vierme ca ce state 'nchistu sito, 
Carne de Rosa mia mi' ne tuccatc. 

Pitrè: 

Spinci la cciappa di la sopultura, 
Ddà la trovi di vermi arrusicata; 
Lu siirci fci raanci u la bulla ^iila, 
Dunni luceva la bella cinnaca.... 



Parrucchianiello mio, tiènece ciira,^ 
Mantienancella 'na lamp'alluramata. 
Chella viicchella che ghittava sciure 
Mo' ietta tanta vierme ! 'i' che piatato 

Pitrè. 

— Sagristanu, ti preju un quarto d'ura 
Quantu coi calu 'na torcia addumata: 
SagrÌ8tanuddu, tenimilla a cura, 
Nun cci lassari la lampa attutata 



Diavolo, t<* prece 'ncurtesia, 
Famme 'na ràKiri ca te l'addimuianno : 
Famme parlare cu' nennella mia 
Doppo a lu 'nfierno ce vaco cantanno. 

Pitrè: 

Diàvulo, ti preju in curtisia. 
Fammi "na grazia ca ti la duniannu ; 
Fammi parrari cu' l'amanti mia. 
Doppu a lu 'nfernu mi restu cantannn 



— 217 



lett'.-i hi ■iifioiMio ca ce fiiie man nato 
Tant'era chino ca min ce capevo ; 
'Mmocc' a la porta ce steva Pilato. 
Luoco me fece, ca me canusceva. 
Chiù clinto steva la mia 'nnammui-ata 
Iuta 'na caudara che bulleva ; 
1" me vutai' e dicett 'a Pilato : 
Si nenna mi' avesse fatto male, 
Lièveci a ess'-e mettìteci a mene. 

Pifrè: 

Ivi il lu 'fermi, o mai cci avissi andatu ! 
Quantera chimi, raaiicu cci capia ! 
E ti'ovu a Griiida a 'na seggia assittatu. 
E un librieeddu "iniuanu clii Uggia: 
Era d intra uu quadaiu assai 'nfiicatu, 
E li earnuzzi fini s'ariustia ! 
Quannu mi vitti In marni ha allungata, 
E cu" la facci cui mi facia... 



Se ce vutai' e me disse Pilato : 
Chi ha fatt' 'e peccate, scoi-pa 'a pena ! 
Xeuna s'avota e disse ; Nun parlare, 
'Mmece de m'aiuta', me dàie chiù pene. 

Pifrè: 

Ma attornu attornu lu foca addumatu 
E 'mraenzu la me amanti chi s'ardia: 
E min cci abbasta ca mina lu ciatu, 
E di cuntinu mazzamariddia. 
Idda mi dissi: — Cori sciliratu, 
Chisti su' peni cui patu pri tia. 

* 

Me ne vogl'ire pe' lu uiuuno spierto, 
Erva magnanno cumni' a 'n' animale. 
Po' me ne vaco dint'a li desierte, 
Chiagnenne serape chesta vita cana. 

Pitri'-. 

— Mi nni voghi jiri addabbanna un disertu, 
Erva maneiari comu l'animali, 
Spini puncenti farimi lu lettu, 
Li potri di la via pri capizzali. 

28 



218 — 



Palazziello cVammore ben guarnito, 
Mo', chi te guarda, resta spaventato : 
Me pare 'na spelonca de sbannite, 
De splrete casale sacchiato. 
O gente, ca 'sti mmiira viiie vedite. 
A làcreine de sango picciate : 
Cà steva chella nenna che sapite. 
Accisa da "nn patre scellarato. 

Pitrè: 

Casteddu. ca lu noraii l'ha" pirdiita. 
Ti Tiju d'arrassu e fujii spavintaiu; 
Si' misu a lista di capu-sbantiutu, 
Ca cci vennu li spirdi e si' miiratii ! 
Chiancinu li to' mura e fanmi votu. 
Chiauci e fa vutu ddu Turcii spiatatu ! 

Sebastiani, Canti popolari umbri con prosette varie . 

In La Rondinella . strenna umbra, anno MDCCCXLIYr 

serie II, Anno IV. Spoleto. Tipi G. Aurelj. Pag. 99-lCO, 

Un'amante sventurata morì, aspettando invano il suo 
caro, credo, ito in Russia con T^apoleone. Quegli tornò 
poco dopo la disgrazia, e cercando del suo amore pas- 
seggiava sotto l'umile casetta a lui ben nota. Ma nes- 
suno aveva cuore di dire al giovane che la sua bella 
era morta 

La madre sola. cui. nel vedersi sempre vicino quel- 
l'inriamorato, tornavano le memorie dolorose ed i pianti, 
fu prima a disingannarlo, ed affacciatasi alla finestra 
disse: disgraziato la tìgliuola mia — è morta. Ma non 
era creduta, ed allora essa. Va a Santa Maria (la par- 
rocchia) e là troverai chi.... oli ! poveretta era tanta 
buona. 

Un bardo campestre raccogliendo queste poche parole 
e commentandole coU'affètto. scrisse questo canto, uno 
de' pochi che si sappia dove nato. 

Passo passo e la finestra è chiusa, 
La dama mia non la vedo affacciare 
S'affaccia la sua madre in cortesia, 
Ma quel che cerchi tu l'ho data via: 
S'affaccia la sua madre addolorata: 
Ma quel che cerchi tu l'ho sotterrata: 
Se tu 'n ci credi va a Santa Maria 
Da quella porta alla prima rivata, 
Alza una pietra di quel marmo fino 
La troverai di vermini murata. 
Poneti a mente ch'era tanto bella. 



X 



— 219 — 

Era di carne è diventata terra; 
Poneti a mente ch'ella era sfigurata, 
Era di carne e terra è diventata. 

Fatto accaduto alla Bagnaia, sei miglia da Perugia. 

Una vecchietta rubizza, dopo avermi detto il canto, © 
raccontato il fatto, pianse: che quella povera r/7/ca(come 
dissella) era la santolina della mia comare, ed io le 
volevo bene come ad una figlia. Nelle campagne l'amore 
è come l'elettrico. 

Makcoaldi, Canti pop ined. umbri, liguri, ecc. pag. 85, 
•canto 51, (Umbro): 

Passo, passo e la finestra è chiusa. 
La dama mia non la vedo affacciare: 
S'affac!cia la sua madre in cortesia: 
Ma quel che cprchi tu l'ho data via: 
S affaccia la sua madre addolorata: 
Ma quel che cerchi tu l'ho sotterrata: 
Se ui 'n ci credi va a Santa Maria 
Da quella porta alla jjriva rivata. 
Alza una pietra di quel marmo fino. 
La troverai di vermini murata: 
Poneti a monte ch'era tanto bella, 
Era di carne, è diventata terra: 
Poneti a mente ch'ella sRijurata, 
Era di carne e terra è diventata. 

A pag. 114, canto 62, (Piceno): 

Passo, e ripasso e la finestra è chiusa ! 
Veder non posso la mia 'nnamorata: 
Dimando allo vie in se l'ha veduta. 
Credo che sia nello letto ammalata. 
S'affaccia In sua matre lacrimosa : 
« Quella che cerchi tu è sotterrata ! » 
Vado in chiesa e dimando al sacristano, 
Dov'è la fossa della bella mia, 
Che ci voglio buttare l'acqua santa, 
Per quanti passi ho fatto per lia : 
Per quanti passi e per quante parole, 
Lia., è morta e io sto senza core : 
Per quanti passi e per quanti sospiro 
Lia è morta e io sto per morire. 

A pag. 122, canto 12, (Piemontese) : 

Misericordia, quanta geni eh' u j" era ! 
Al me' amur biljiva ant 'na caudera : 
Spettava eh' a j' andeisa a dej la raanu: 
Com' pii '1 biljiva. e mi stava Umtanu. 

Imbriasi. Canti popolai-i (rispetti, ninne-nanne, can- 
zonette) di Gressopalena (Abruzzo Citeriore). Pag. 20 , 



— 22U — 

canto XIX: (Pei- le fauste nozze Waguer-Heyi'oth col 
nob. Ajassa eli Ronibello) : 

Finestr' che lucev' o ino' nne luce, 
È segn' ca la mia beli' sta 'niraalat'. 
S'affacce la surell' e me la dice : 

— « L'amant' tu' so' mori' e seppoUit' ! > — 
S' affacce la su' mamm' tutl' iier* : 

— t Che va facenn' ss' auiant' sveiiturat' ? » — 
S" affacce lu su' patr' sconsolai' : 

— « L'amant' tu' so' mort' sutterrat' ! » — 
A te, munic' e priejd, chi t' ha chiaiuat' ? 
A te, fun' (li carapun', chi t' ha tirat' ? 
Pietr' di sipplitui', chi t'ha apert' ? 

Cor di can', chi t" ha ris ji-rat' ! '"^ 

Chissà buccuccia tu' cacciav' un fior' : 

Mo' caccia virmicieli' pe* piaiat' ! 

Se i' mi mor', e vad' 'inparadis', 

Se nin ci trov'a tej, nemmen' ci ti-as' ! 

Tigri, Canti pop. tose. , (Firenze , Barbèra , 1«G9) , p. 
lòO. e. 566 : 

Finestra che risplendi ed or se' oscura, 
Lo vedi, l'amor mio diace malato. 
Si affaccia la sorella e mi assicura 
Che il mio bene è già zuorto e sotterrato. 
Sempre piangeva che sola dormiva, 
Or se ne sta co' i morti i^ comitiva. 
Senti, Pasqualin mio abbici cura, 
Accendi il lume a quella sepoltura (L). 

FlNAMORE, Canti pop. abruzzesi (Vedi Vocab. dell'uso 
abruz.) pag. 278-74:, canto Vi: 

Fenèstre che llucév" e mmo" ne' lluce. 
È sségne che la mìa bbèlle sta 'mraalàte. 
S'affacce la surèil' e mine la dice : 
L'amànde té' so' mmòit' e sseppeliìte ! 
S'affacce la sua m;lmme tutta nére ; 
Che vva facèniie 'ss' amando sbendurtàte ? 
S'affacce lu su' pàtre scuiizulàte : 
L'amànde té' so' mmòri' e ssutterrate ! 

A tté, mùonec' e pprjìedde, chi f a chiamiite? 
A tté, fune de cambine, chi t' a teràte ? 
Prete de suppeletùre, chi t' a 'pèrle ? 
Core de cane chi t' <l reserràte ! 
Quéssa bbuccùccia tue cacciavo nu fióre , 
Mo' cacce vermicjielle pe" ppiatàte ! — 
Se jji' m(3r' e vvajje 'm baradise. 
Se nen gè trov' a tté, nemméno ce trase ! 

(1) La medesima lezione è riportata dall' Ani>i;Ki)li a 
pag* 280, canto 827. 



— 221 — 

Ed a pagina o8l, cauto tvJ : 

Fenèste che Ilucév' e mino" ne' lliitXJ, 
Ségne la bbèlla mìje ca s' é mmalàfce. 
Feaèstre che ttiitLe In ggiòrne sta renzerràte, 
La nòti' apèrte pe' ffài-nie mnrì'. 
Se ss' é 'mmulàte, se pò//// aresanà" : 
Sèmbre In nóme me' pózza chiama'. 

Imbriani, XV Canzoni popolari in dialetto titano. (Vedi 
Propugnatore, Voi. VI, part. I., pag. 838, canto I); 

Funestra, ca luchi, e nio' no' luoe, 
Dove è la stella ca mni' alhiraenava ? 
Diciteme, vicine, dove è ginla ? 
Chi alla morte seva sse ne" è travato ? 
Va 'intn la Chiesa, la trova 'ntabijutu, 
Esaa noe durmìa tutta parata. 
Beccuzza d' oro, chi te l'ha 'nserrata ? 
Uoechi d' aramore, chi te l' ave 'nchiusi ? 
'Ssa boccuzza tova gettava fiori, 
Mo' te la vedi de vermi mangiata. 
T' appauravi de durmire sola, 
Mo' dormi cu' li marti accnmpagnata ! 
Genti che la mirati quantu è bella, 
Punitencella 'na 'ntnrcelta at(ornn, 
Acciò non sse venesse assemurenmi ; 
Punitencella 'na bianca tu vaglia, 
Acciò In visn suo non sse seuresso. 
Vermi ! i' ve ne cerco 'acortesia. 
Le carne de nenna no' li toccate : 
Se avite lame, mangiateve a mine, 
Fra poco tempo vi vengo a truvare. 

Sabatini. Saggio di canti pop. romani, pag. 13, canto 

10. (Estratto dalvol. I. della Rivista di Letteiatura po- 
polare. Roma, Tip. Tiberina, 1S7.S : 

a {Framineìiti) 

I. Finèstra rilucènte ma mmó' un' linci ppiu 
È sségn che la nénna s'è ammalata. 
S'affaccia la sorèlla e mmé lo dice : 
< 'Mmaliita néiin' è mmòrt' e ssotterrata, 
Ma ssi la vò' vede" la tu" infelice 
Viitten' a Ssan Francése' a la calata. 
Arsa la piètia.dé la sepportùra, 
Chó la ved ai da' véimini magnata. » 
Oh vvèrmini, che ilVite un dórce pasto, 
2fun ve magnate quér ggentile petto. 
Quell'occhi ve li séte magniiti afflìtto. 

11. Finèstra chó llucóvi e niraii' nu' Uiiei 

Sógno che la mi i nénnn s' è ammalata, 
S'affaccia la sorèll' e mmó lo dice, 



- 222 — 

Che la mia iiéun' è mmòrt' e saotterràta : 
« E , ssi la vói veilé' quél' infelice, 
Vatten' a Ssaii Vvincènz' a la calata. 
Opri la piètra de la sepportùi-a, 
La troverai da' vèrmini raaiinata. » 
Oh ssae;restano, damme la tiia chiave, 
lia vó.j'. anni'i' a vvedé' la nénna mia : 
Élla eh' è equi mmórta e equi jace 
Coir antri mòrt' insìèm' in compagnia! 

III. Finèstra che Uucévi e mmó' nu' lliioi (1) 
Séirno che la mia nènna s'è ammalata; 
S'affaccia la sorèlla e mmó lo dice: 
« La nénna tua è mmòrta e ssotterrata. 
E, ssi la voi vede la sua figura, 
V;itten' a Ssan Francése' a la calata, 
Opri la jjiètra de la sepportiira, 
La troverai da' vèrmini magnata. • 
Oh. vvèrmini che vvé fate 'n dórce pasto 
IS'u" jé toccate quér ggentile petto. 
Che II òcchi jé l'avete magnfiti affatto. 
Yoiria sapóne chi eco sé tròvone 
Quiinno la bbèlla mia me sé morine, 
<^uéla bboceuccia chi jó la serrava 
E cquéll'occhiucci chi jé li chiudeva, 
Quelle manine chi jé le piegava, 
La grillandola chi jé la metteva ! 
D<)v'è la bbèlla mia ch'amavo tanto. 
Che pèrsa me la so' 'n d'un quarto d'ora i 
Dov'è la bbèlla mia ch'amavo fòrte 
Che ppèrsa me la so' n fin' a la mòrte '. 
Dóv e la bbèlla mia ch'amilvo tanto. 
Dov'è, cchó nu' là véd'e nu' la sento ? 



IV 

Decidimi, Decidimi 

Io quél che ddévo fare, 
La mòrt'e lo silènzio 
Sé messere a ggridare. 

(1) Var. napoletana inedita: 
Fenesta cheUucive e mmo' no' linee, 
iSeg-no ca nanna mia stace malata: 
S'affacc-ia la sorella e mine lo dice: 
« Neunella tqja <■ mmorta e ssotterrata, 
Vaje a la cchiesa e truove lo tavuto, (feretro) 
Vide nennella tqja comm'r ttornata; 
Tu mine dicive ca dormeva .sola, 
Mo' dorme co" li muoite accompagnata ! » 
Chella vucchella rossa comme rrosa 
Mo" vvenc© la vammacia che la "uzerra, 
Vorria mori ptir'io p'essere almeno, 
Si nno vviv', al>l>racciati sotto terra I 



— 223 — 

O bbeccamòrto ajùtarni, 

Oprile sepporlùra; 

'Na tòrci' allnminr'ita 

(^>Uiinto la pi.ign" un" óra ! 
Sópra la siia lómba 

C' è nnat' un bèi fiorétto, (1' 

Ch'è de l'amor dilètto 

Che lièi voleva a mmé. 
Ve prèiro regazzétti 

De nun fa' ppiiì l'amóre, 

Ch'è mmòrta la mia bbèlla, 

Lo soffro 'n gran dolóre. 

Y. Io me né vòj' anna' déntr'a 'n deserto 
A ppasce' l'èrba corame ll'animale, 
Tutto de spine me vòjo fa' '1 lètto, 
"Na piètra servirà ppé' ccapezzale; 
Co* il' antra me ce vòjo bb tt' ór petto 
Fino che Hocchi mii fanno fnntane ! 

YI. 'Nnélti a l'inferno, che ccé fui mannato. 
Da la gran ggènte nun ce sé capeva. 
Su' !a pòrta ce trovai Pilato, 
Me féc' entra" pperché mmé conosceva. 
Yéddi r infèrno tntl' illuminato, 
"N mèzz' a le fiamme la mia bbèlT ardeva. (2). 
Me disse: « 'N dóve vai tuti' rublauMàto ? 
Pur' a 1" infèrno m»'- viènghi a diiii' ppéna V » 

b. (Derivasioni.) 

I. So' rrisolùto monicèllo a ffarme, 

'Mmannìteme la iònica e 'l cordóne, 
Déntr' a n desèrto me né vòj' annane 
Pé' nun conósce ppiiì 'n del raónn' amóre. 
Pé' ppan' io magnerò cqnéll' èrb' amare, 
Pé' vvino bbeverò li mi' sudóri. 
Yarda eh"' ppenitènza me tócc' a fi";! ne 
Pé' nun con(')sce ppiii 'n del mónn' amóre ! 

II. Agnéd' a 1' infèrno e ccé trovili 'n vècchio, 

Jé lo dissi: . Bbòn vècchio, cómme campi ? » 

Lu' m' arispó-^e cor un cor alègro : 

« E ccàrapo mèjo de quann' èro amante ; 

Le póne de 1' infèrno nun so' gnènte, 

Le péne che patì '1 pòver' amante. 

È ramèj' a sta' a l'infèrn' e èss' addannato, 

eh' a sta' nel mónn' e èss' innammorato ! » 

(1) Var C é nnauf un bèi sonétto. 

(2) Var: Védde la bbèlla mia eh' al t'òc' ardeva 

E mmù diceva : « Vàtten' addannato y 

Sto 'n de r infèrno e mmé vièaghi a ddà ppèna 



— 2'24 - 

III. So" stato co' lo di;ivol' a 1" infèrno 

E mm' ha pportato 'n d' la ciìmmera stia: 

M'ha ffiitto le finézze da fratèllo, 

E ppé' mmao;na" min' ha ddiilo pan' e iiva: 

Pò" m' ha ddétto si eeé \ olévo sta' 'n etèrno. 

Che ppè" mnió.je me dava 'na fia sua. 

Io pé' nu' llassii a vvói, viso mio adórno, 

Liiisso r infèrn' e ho abbraccicàt' él mónno; 

Io pè' nn' ll'assii' a vvói, vie" adornato. 

Ij'asso l'infèrn' e 'l mónn' ho abiiraeciciito 

IV. Vitdo de nòtte cómme 'n disperato, 

Vado godénno la dólce frescura: 

Si nnennèlla m' avéss' abbandonalo ? 

Altro nun tengo in core che 'sta paura! 

V. Curro de nòtte cómme 'n disperato, 

Che mm' e rvenùto 'n gran dubbio nel core; 
Me pareno li lampi torci' appicciate 
E li toni me par' baci d' amóre. 

VI. Vado de nótt" e nun pòrto len tèrna 

E vvtido pé' scropi' cquarche mraag.igna : 
Si ttròvo quarchidùno co' la mìa bbèlla. 
Vòjo vede' si '1 mi' cortèllo t.lja ! 

e, {Parodie). 

I. 'Grnéd a l" infèrno e ce' èra 1' Anticristo, 

Pé" la bbarba teneva "n molinaro 

E ppé' li piedi teneva "n tedésco. 

De equa de liane 'n' òste e 'n macellaro. 

Io jé disse quctl' èr' él più ttristo. 

Lu m" arispóse eh' èr él maccellaro : 

Jé domaunai la caggi(')ne qu.il" èra. 

Perché ddava li ti atti a la stadèra! 

II. Fióre de ormo I 

Me coniraannate gnénte da 1' infèrno ? 
Che mmó vvado 'n giù e ppò" aritórno ! 

BEitxÓNi. Canti pop. vene/... punt. VI. pag 7, canto B6 

Vago cercando la porta e la mura , 
Vago cercando la mia inamorata : 
La morte me risponde orenda — scura : 
!Xo la cercar che la xè soterata. 

Che te potesse dare "na manina ! 
Fora de arca te voria cavare ; 
Quele manine cussi belle e bianche , 
Tute da tera e da vermi mangiate ! 



— 225 - 

Lizio-Bruxo, Canti scelti dèi pop. sieil. pag. 110. 
canto 7 : 

Su" chiusi li finestri^ araarii mia ! 
Dunni s'affaccia la mia dia adurnata ; 
Cchiù non s' affaccia no. comii sulla: 
Voi diri chi 'ntra hi lotta è malata — 
Ffaccia so' mamma, e dici: amai-ii a Ha! 
La bella chi tu cerchi è suttirrata; 
Si tu non cridi a la paloia mia, 
Vatinni a san Franciscu a la bilata — 
Oh sipurtura chi all' omini attas^i. 
Corau attassasti la pirsuna mia ! 

ScHiFONE, Mazzetto di canti pop sivesi, pacj. 17 , 
canto 10 : 

Passa e ripassa, o la finestra è chiust, 
Non ci la esciu la mia nr amoiata ; 
Kon ci la G8CÌU coma la idia, 
Crea ca sta alla liettu, e sta malata. 

Quannu scii do la mamma, sta ghifug'a, 
Figliu quedda. ci uei, sta «atterrala 
E ci non la cridi a Santa Ma-ia, 
Idi ca a mano manca sta pricata 

Ci non canusci la su.i sibirtura, 
Idi ca cauci fresca sta menata : 
Ci non canusci la sua gnittura, 
Idi ca a spina pesci sta g. iettata. 

•Ci non cauusci la sua nfigUatara 
Idi ca laz'.u erdi sta nfìgliata. 
Nu fazzuletto n' fcicei li minara, 
Cu non s'imbratta la bella Hjjar.i. 

Tredici torci appiiessu li lamara , 
Cu non si sombra c^ .>-' edi sola 
E alli muerti la raccamanuara. 
Ardatila sta donna, ca sta sola. 

Li muerti risponnera a oci chiara, 
Cennen a diiità la sua figura 
Quannu la chianca n' facci li minara. 
Di lagrimi s' anchiu la sibirtura. 

IVEi, Canti pop. istriani, pag. 218, cauto 6 : 

— « O pescatur che pisca a la mareìna , 
'Varissi veìsto la meìi inamurati? » — 

— « E mei liè voìsta in fondo de marein a, 
Doùta de nigro e dai viermi mauiiata! 

Si tu nu' cridi, va a la sepoùltura, 

A San Francisco la xl xiitorata : 

E là ti truverìl la tu' siguura. 

Doùta do nigro e dai viermi mingiata. » — (1) 

(1) Var: v -^ Vissivo veìsto la me' inamarata. 
f), E se ti voi truvà' la tu' si^nura. 

29 



— 226 — 

GriANANDREA, Canti pop. marchia:! a Ili, pag. 158-59, 
canto 11 : 

A casa del diaolo so' stato , 
Misericordia la gente che e' era ! 
E e' era lo mio Amoie incatenato. 
Per compassione me volea fa' loco: 
Io je lo dissi : ]Non ve scomodate , 
Ce so' Tennto per vedevve un poco : 
Ce so' venuto , che ce so' mannato . 
Da un giovane che v'ama, e ve vno" bene ; 
Si lo vedete , quanto è rovinato ! 
Maravijo la terra che lo tiene 

Ed a pag-. 165-66, canto 28: 

Passo e ripasso , e la finestra è chiusa , 
"Vedere non so può 1' innamorata : 
]!fe domando al vicin. si 1' ha veduta; 
Dice che sia nello letto ammalata: 
Risponde la sua mamma dalle scale: 
Quella che cerchi tu sta tanto male: 
Risponde la sua mamma dal cortile : 
Quella che cerchi tu sta per morire. 
Bisponde la sua mamma dalla porta : 
Quella che cerchi tu sta giù la fossa. 
Risponde la sua mamma addolorata; 
Quella che cerchi tu sta sotterrata: 
Va giti la chiesa de Santji Maria , 
Laggiù la troverai la sfortunata, — 
"Vo dallo sacrestan , busso alla porta... 
Qual' è la fossa dell' amante mia '? 
Tante goccio d' acqua ce vo' versare , 
Quanti passi ha fatto per amor mio. 

Casetti e Imeriant, Canti delle prov. nierid., voi. II, 
pag. 253, can io X di Pomigliano d'Arco (Provincia di 
Napoli) : 

Tutto lo munno de Napoli vene, 
Sulo ninno mmio un' è benuto ancora: 
Voglio ;iddiniannà' a li correre', 
Fuorze mme la dessero a bona nova. 
Fenesta che lucive e mo' no' luce, 
Signo che ninno mmio sta 'mmalato; 
Ss' affaccia la sorella e a mme mme dice 
Ca ninno mmio è muorto e ss* è atterrato; 
Voglio addimannà' a qua" chiesa è giunto 
Nce li voglio ì' a ddà' duje vaso. 
Vavo alla chiesa e trovo hi tanto, 
Mazzo de sciure, comme si' tornato! 
Chella vocchella che cacciava sciuri, 
Mg' cacce viermi, che pietate ! 



— 227 — 

Scmpe dicivi ca dorrnive sulo, 
Mo' duormi co' li mnoi-ti accompagnati. 
Non te potietti ave' quanno sive vivo, 
Mo' muorto mrae ne voglio saziare. 

Variante di Arpino (Terra di Lavoro) : 

Passo e ripasso e non trovo risposta , 
Segno è che la mmia bella 'sta 'raraalata : 
Ss' affaccia la sua madre a la finestra : 

« So' sette giorno che sta sotterrata ! 

« Si tu non cride a mrae, va a Sar.ta Maria . 

« A mani manca la trovai 'llocata. 

« Apre la pietra della sepoltura 

« Che chella bucca ci bnttava fiori , 

« Ci butta vermicelli per piotate ». — 

Varianti Napolitanesche : 

«) 

Fenesta eh' allucive e mo non luce. 
Segno che nenna mmia sta 'mmalata. 
Ss''^affaccia la sorella e mme lo dice: 
— € ]S'ennella toja è morta e ss' è atterrata! 
. Se non lo credi a mme, bella figura, 
« Vedi a Santo Domenico sta atterrata : 
« Chella faccella che jiettava seiuri, 
« Mo' jiettamo li viermi in quantità ». — 

Questa variante (scrive I'ImbrianU l'ho raccolta da 
una cucitrice attempata che la sapova così sin dall'in- 
fanzia. Cna lezione Salernitana, oltre qualche differen- 
ziuola di pronunzia, cambia il terzo lUstico così : 
Vado alla chiesa e trovo lo tanto, 
Trovo la bella mmia tutta p:»rata. 
La donna che m.' la dettata soggiungna iugenu iment e: 
— « Questo è accaduto davvero >. — 



Fenesta eh':- lueive e rao' non luco, 
Segno è che nenna mmia stace 'mmalata; 
Ss' affaccia la sorella e che mme dice! 

— « Ifennella toja è morta e ss' è atterrata ! 
« Chiagneva sempe che doriueva snla 

« Mo' dorme cu' li muorti accompagnata >. — 

Cara sorella mmia, che mme dicite, 
Cara sorella mmia, che me contate? 

— « Guardato 'ncielo, si non mme credito, 

— € Purzì li stelle stanno appassionate: 

— « È moria nenna vesta, ah! si chiagnite, 
« Ca quanto v'aggio ditto è berciate ». — 



- 228 -- 

— « 'Jate a la Chiesia e la vedile pure; 
« Aprite hi faviito e che trovate ! 
« Da chella vocca che n" asceano sciure, 
« Mo n' esceno li vieiiue, o che pietate ! » — 
Zi' ))arrocchiano minio, tienece cure, 
Le lampe sempe tienence allumate: 

Ah nenna mmia si' morta, poverella ! 
Chili' uocchie tiene chiuse e non mrae oruarda ! 
Ma ancora all' uocchie mmieie tu pare bella, 
Ca sempe t' aggio ammato e mo" cchiù assale I 
Potesse a lo macaro morì' priesto, 
E mni' atterrasse a lato a te, nennella ! 

Penesta cara, addio; rieste 'nzerrata, 
Ca nenna mmja mo' non sse po' affacciare I 
Jo cchiù non passaraggio da 'sta strata, 
Vaco a hi Camposanto a passfare. 
'Nzino a lo juino che la morta ingrata 
Mme face nenna mmia ire a trovare .... 

Questa lezione, che si vende per un soldo da tutti i 
muriceiolai di !Napoli, é firmata Mariano Paolella e cor- 
redata del yota bene che trascriviamo : 

— N. B. « Poche parole canticchiate dal popolo, 
« massime dalle donnicciuole , han dato argomento al- 
« l'autore di scrivere la presento piccola elegia lirica; 
« le succennate paiole popolari sono tanto antiche, che 
« moltissimi pretendono risalir esse all'epoca di Masa- 
« niello, niente meno che due secoli or sono !! » — Stu 

€ pendo quel niente meno. 

e) 

Penesta che lucive e mo' no' luce. 
Segno che Nenna mmia sta 'mmalata. 
Ss' affaccia la sorella e rome lo dice : 

— « Nenna toja è morta e ss' è a t^ «errata ». — 

— • Gè ssrmraaria ! buje che mme dicite? 
« Mme bulite fa' morì' de 'a pa? sione! » — 
Vache a la Chiesa e trove hi tante, 

Co' Nerna mmia dinl'accoramogliata. 

— • Si' parroicbiano mmio. si' parrocchiano, 

« Ter-tence sempe 'm ante 'iia lampa allummata. 

Variante di Lanciano: 

Finestra che lucive e rao' nin luce. 
Sogn' che In mio ben' sta annnalat" 
S' affacce la surell'e mi lu dice: 

— « La scioscia tua è morta e sta atterrat' » — 

Variante di Spoleto (Unibiia): 

P.isso e ripasso e la finestra è chiusa, 
Veder non posso la mia iuuamorata; 



- 229 - 

Credo che stia ne la camera chiusa, 
O puramente a Io ietto ammalata. 
S'affaccia la sua mamma disgraziata: 

— « Quella che ceichi, lei Tè sotterrata ! 
« Va sulla chiesa di Santa Maria. 

. Che la vedrai da li vermi mangiata » — 

— « O vermi, o veirai, lasciato 'sto fusto, 
« E andatene a mangia' dell'altro pasto >. 

AHra di Spoleto (Umbria): 

Passo e ripasso: la finestra è chiusa; 
Vederla non poss'io l'innamorata. 
S'affaccia la sua mamma addolorata: 

— « Quella che ceichi tu, l'è sotterrata. 
« Se non lo credi va a Santa Maria. 

« Che lì la troverai, la sventurata; 

« Apri la lapide della sepoltura, 

« Tutta dai vermi la vedrai mangiata ». — 

— « O sagrestano mio, famme 'na cura, 
« 3Iettemece una lampana appicciata, 

€ Per rivedere la ragazza mia. 

« Diavolo, diavolo, in cortesia 

♦ Fimmi vedere la galante mia. 

« Che giù l'inferno ci verrò cantaniio. 

« E se ramante mia mi fai vedere, 

« L'anima mia li voglio donare, 

« Diavolo, diavolo, non ti rallegrare, 

« Come che venni me ne voglio andare ». — 

Variante di Grottaminarda (Principato Ultra); 

Fenesta che luceva e mo' non luce. 
Segno che Ninno mmio stace malato; 
Ss' affac( la 'na sorella e mme lo dice: 

— « Ninnillo tujo. è muorto e sotterrato ».— 
Vavo a la Chiesa e trovo 'no tanto, 

Co' 'na controlla d'oro martellato. 
La vocca che menava rose e sciuri. 
Pezzecata de polve è deventata 

Variante d'Otranto; 

Sanili Franciscu mmiu, santu Franciscu, 
Fammela "echiare la mmia 'nnamurata. 

Fammela "cchian- 'ssottata allu friscu 
Oppuramente allu liettu curcata. 

Tenia 'nu fenestrieddhu. 'mara mmio ! 
'Ddhù" sso 'nfacciava la mmia 'nnamnrata. 

Senza la visciu mai stiesi tio die 
Cri scili ca stae allu liettu pe' malata. 

Medecu mm' aggiu bestere 'na dia 
Cu bau la sanu ieu, la sbinlurata. 

Quandi! 'scii la sua mamma sta chiangia. 



— 230 — 

— « Quiddha ca cerchi te. stae sutterrata ! 
« Ci nu' rumo cridi, va a Santa Maria 

« Vidi ca a maini manca stae pricata ! 

« Se nu' canusci la soa seburtura 
t Vidi ca terra frisca ne' è minata. 

« Se nu' canusci la soa 'nfigliatura 
« Vidi ca a lazzu verde vae 'nfigliata. 

« Se nu' canusci la soa gnettatura 
e Vidi ca a spina pesce vae gnettata 

« Se nu' canusci la soa vestitura 
« Vidi ca a drappu verde vae parata. 

« Se nu' canusci la soa 'nfibbiatura 
« Vidi ca a fibbie d' oru vae 'nfibbiata ». — 

'Nu facciulettu 'nfacce li menai 
Cu nu' sse 'mbratta la beddha figura. 

Tridici lampe d' oru li ddhiimai 
Cu nu' se viscia scura sutterrata. 

'Nu finestrieddhu 'nfacce li lassai 
Cu trasa e bessa lu sule o la Urna. 

A quiddhi moiti la raccumandai : 

— « Quardatime 'sta donna ca stae sula ». — 
Quandu la chianca 'mpiettu li minai 

De lacrime sse 'nchìu la seburtura (1). 

Variante di Arnesano (Terra d'Otranto): 

Santu Frangiscu mmin, Santu Frangiscu. 
Fammi videi-e la mmia 'namurata ; 
Cu la 'isciu 'ssittata aliu friscu, 
O veramente allu liettu curcata. 
Quandu 'scii la soa mamma sta cliiaugia : 

— « Figghiu ci 'nei tie ss' ha suttirrata ; 
« Ci 'nei la 'idi va a Santi M iria, 

« Vidi ca a manu manca sta prioala -. — 

Il rimanente della lezione Arnesanese , come nella 
seguente di Caballino e Lecce : 

La viddi, viddi la fenescia chiusa. 

Nun ci la 'iddi la mmia 'nnamurata; 

Nun ci la 'iddi comu hi 'edla, 

Crisciu ca stae a liettu pe' inalata. 

Mme nde 'au da la soa mamma e sta chiaugia : 

— « Figghiu ci 'nei tie stae sutterrata ! 

(l) Gli ultimi versi cambiano cosi ili Salice Terra d'Otranto) 

'Nu fazzulettu a 'ufacce ni minai 
Cu nu' .sse guasta 'ddlia beddlia figura : 

Tridici eannilotti ni 'ddhuiiiai, 
Cu nu' .sse 'ssombra ca sse 'ide sula. 

Oa iou alli mu rti ni la luinaz'ai : 
— « Cieddhi cu ni la tazza 'na paura » — 

Ca iou alli sauti la raccumandai : 
-- « 'IJardatime 'sta donna ca stae sula 1 > — 



— 231 — 

« Ci min ci cridi, va a Santa Maria. 
« "Idi ca a nianii manca stae precata. 
« Ci min canusci la soa sobetura, 
« 'Idi ca terra frisca ne' è menata; 
« Ci nnn canusci la soa vestitura, 
« 'Idi ca a cela verde stae parata ; 
« Ci nun canusci la soa cjnettatura. 
« 'Idi ca a spine-pisce stae gnettata ; 
€ Ci nun caniif'ci la soa 'ttaccatura, 
« 'Idi ca a lazzu verde stae attaccata : 
« Ci nun canusci la soa qiiasatura, 
« 'Idi ca a scarpa bianca stae quasata ». — 
Diidici torce d oru nni 'ddburaai, 
Cu nu' sse snmbria ci sse 'ide sula : 
'Lli santi mnerti la raccumandai : 
— € "Uardatinie 'sia donna ca stae sula ! » — 
'I^ii fazzulettu 'u facce nni calai, 
Cu nu' sse 'uasta la beddha fiiiiira. 
']Vu fenesceddhn 'piertu nni lassai, 
Cu traea e bessa In sule e la luna. 
Quandu la chianca 'rapiettu nni calai. 
De lagrime ss' cnchiu la sebetura ! (1) 

Variante Umbra : 

So' stato co' lo diavolo stanotte 
Che giù l' inferno min ci si capeva : 
C ora Pilato cho sta su le porte. 
Mi fece loco che mi conosceva : 
E poi mi diede due torco appicciate: 
Veddil' amante mia che allora ardeva. 
Io me gli accostai là secretamente 
Gli dissi: — * Moschinella, come campi? — 
E lei rispose: — « Campo allegramente, 
« Meglio all' inferno che quand'era amante ». — 

Varianti Leccesi: 

«) 

Su' calati! allu 'nfìernu e su' turnatu. 
Trasire polla gente nu' putia ! 
Quandu nasi' lu fuecu era 'ddhumatu, 
E ne" era l'arma de ninella mmia; 
Iddha mnie 'iiarda e 'rita: — « Ahi core ingrata, 

(1) Yar. V. 4, Mme crisi stia allu liettii ; 

e. 5, leu 'scii de la ; 

V. 7, Ci 'nei la 'idi ; 

e. 11, La soa ben figura; 

V. 12, 'Idi ca è 'janca e russa e te 'nnamura ; 

v. In, la soa 'nfigghiatura : 

V. 16, ca a lazzu verde 'ae 'nfigghiata , 

V. 19, Tridici lampe d'oin; 

l: 21, All'antri uiuerti. 



— 232 — 

€ Quiste su' pene ci patii pe' tia ! » — 

— « Gii tie sta pati eoe 'nei po/szu fai-e ? 
€ Essa r anima toa, ti-.isa la umia I » — 
Qaanclu me 'ntisi In faeen brussiare : 

— « Torna, torna, ninella, tocca a tia ! » — 
E respunde Carunts de la barca : 

— « ]!^ii' sse ripassa echini do qnist.i via (l) ». 

*) 

Jeu 'seii all'infìernn pe' trnare foen. 
Trasire polla gente nu' pntia; 
Jeu 'scii chiù intra e hi trnai 'ddhumatn, 
Ne' era l'anima toa. ninella mraia ! 
Male nun t' aggiu fatta 'mbita mmia 
Ma mo' nde voglia fare qualche poeu. .. 

Varianti Xapolitane : 

«) 

Jette a lu 'nfierno e nce fuje mannato. 
Tanto eh' era chino nu' nce capea. 
Giuda nce steva a 'na seggia assettato. 
Fece festino quanno vidde a mmea. 
'l^tuorno 'ntuorno 'nu fuoco allummato 
Mraiezo nce steva la galante mmia. 
Essa sse vota: — « Cane disperato, 
« Cheste so' pene che soffro pe' te ! ». 

— « Cara diletta, io t'ho bene ammala. 
'Sto core non po' sta' sen/a di te. 

A 'nu desertu mme ne voglio ire. 
Erba mancianno comm'a 'n animale... 



b) 



Ch' leva all' inferno mme sonco snnnato: 
Tanto era chieno ca no' nce capea. 
E mme voleva già ai reto torna'. 
Ma nc-i vedette ehella ch'aggio aramato 
Che dint'a 'no caudarone voUeva 
E mme nce accosto pe ' la consola ". 
Essa sse vota: -« Lo lierapo è passato. 
« Pe' non sentirte nce so' capitato 
« E tra le sgrate cca songo a pena' ! ». - 



(1) Vai-. V. 2, Pe' la gante trasire. 
r. I, de la beddha mmia. 
V. ó-C), Iddhasse 'ota e 'rita: — » Ah! core 'ngratu »- 

E mine moscia le pene ci patia. 
y. Il, E respuse. 
12, — 5: Cliiii nn' ritorn.-v ci ficp sta via ». — 



— 233 -, 

e) 

Jette a l'inferno e rame dissero: - . canta r » — 
lo mm incantale a In tenere mente 
Jc'era 'na nenna ch'era bella tanto 
Che commetteva co' li fiamme ardente 
io mme vofaje: - , Nenna. corame e quanto? 
. Perche patisci sti gruossi tormenti ? . 
Ji-ssa S8e vota cu' gli nocchi e hi pianto- 

— « JNon aggio fatto l'ammore contento ..— 
Variante di Airola: 

Puozzi ave' la sciorfa de Caorararo 
incierto palle 'n fronte e no' moreva ' 
Jetti allo 'nfierno e mrae dissero:—. Canta ' . — 
i non cantaje per tenere mente. 
C era 'na donna ea era bella tanto 
Che commetteva co' lo fuoco ardente 
io 1 addimannaje lo corame e quanto- 

— « Donna, pecche li pati 'sti toiraenti ? . — 
fissa sse vota co ' 'no mar di pianto: 

— « Aggio fatto l'ammoree mo' rame pento ..— 

Variante di Spinoso (Basilicata): 

Ivi a lu Mpierno. e rami fo ditto: - . canta » — 
Ma nu buzi canta' pi teni mente 
Ne' era ' na ronna tanta bella tanto, 
Ca ssi biusciava 'nta lu fuoco ardente 
Lia vuzi adduran-annari cu' lu pianto: • — 

— « Eonna, curami ti truovi 'nta 'ssu ' 'Mperno »- 
■Ki jessa rorai rispose cu' lu canto: 

— « Mrai l'aggio fatto l'araraori cuntenta .. — 

Variante di Lanciano aulieizzata dal raccoglitore. 

Corucce rai', e pieno d'intelletto 

fce m abbandoni come posso fare « 

Tirato rae ne vado a ' no deserto, 

Pascenno l'erba come un animale- 
ì^pra le spine formerò il raio letto. 

iNa pietra metterò per capezzale- 
li altra mi sbatto tante volte al petto. 
In fin che 1' occhi raii so ' do ' fontane. 

Variante di Lentiscosa nel Cilento (Principato Citeriore); 

^ tutto chino di pece 'mpeciaio; 
Dento nge stara 'nu sbirro cornuto. 
Pigliava nu demonio carceratu 
U demonio sse votava: - . Ajnto ! aiuto ' 
Lo .b.rio mo' rame piglia carcerato ' 

30 



— 2U — 

« Quante ne fa 'sto sbino cornuto, 

€ Pure a l'intìerno nge ha l'otoretate ! » 

Variante di Agnone (Molise): 

lett' all' iinfierh' e ce truviett" nu tavute, 
Steve tutte rie pece bene 'mpeciate. 
Loche daventr ce steve nu ebii-re cui-iiiite, 
Steve cu ' lu diaviil' abbracciate 
Lu diavul' deceve : « Ajuta! Aiute ! 
-< Ca mo' mme porte lu sbirr' curnute ! » -- 

Imbriani, XLY canti pop, de' dintorni di MarigUaao 
(Terra di Lavoro Por nozze Nissim -D'Ancona, pag. B , 
canto V; 

Jette a lu 'nfierno : mme dissene:— « canta ! » — 
I' nun cantaje pe ' teneie mente. 
Steva ' na nenna, jera bella tanta, 
Jfce cumbatteva cu' lu fuoco ardente. 
L'addimannaje comme, quindi, e quanto, 
Gomme sonne le pene de lo 'nfierno. 
Jessa sse vota cu ' l'uoechio a lu chianto: 

— « jS'u' l'aggio fatto l'ammore cuntento ! 
« Amraaje 'un ninno cu" sudore e stiento, 

« L'aggio vodè ' 'inpudere a 'u' anta ammante ! 
« Si avesse accise nun vnrrie niente, 
€ Chiane chianillo pa-isairie lu chianto: 

Ed alla stessa pag , canto VI: 

Jette a lu 'nfierno: ne fungo mannato. 
Tant'era chino ca nu' nce capova ; 
' A 'reta 'a [)orta nce steva Pilato. 
Mme fece 'o lai-go ca mme canuscreva. 
Poco chiù "nuance steva ' a 'naramuraUì 
Dinto a 'na caurara che vuUova. 
Mme fece fa' 'na caruta a 'stu core: 
« Levate 'a nenna e mfttitorae a ui:uene ! » 

SciiERiLLO, Saggio di canti pop della provincia di 
Salerno, pubblicati nel giornale // Moviinenfo Letterario 
Italiano, anno I. N. 16-16, canto 23: 

Jètti a lu 'nfernu o mi fu dittu: Cinta ! 
T^u vuliéttu canta pe tenl mente. 
Xcera na rènna e era be la tantu, 
Ch' ardéa e bruciava int'a lu fuocu ardènte, 
lu ri rissi: — Renna, e comu e ([uantu, 
Perchè Hi pati tanta turrnienti ? — 
léssa si vota cu nu rólciu chiantii: 

— rfun l'aggiu fattu l'amore cuntenta ! 



— 235 — 

Ed a confronto di questo canto lo ScH&RiLLO riporta 
al seguente lezione di Soccavo: 

Jette a lu 'Jffierno pe sentì lu canto: 
I' nun cantai pe tenire mente. 
Nce stéa na nenna eh' era bella tanto, 
Che commattéva cu llu fuoco ardente. 
I' me lice vóto curiuso tanto: 

— Ch' e' fatto, nenna. che staie a lu 'jV^fìerno V — 
Essa se vota cu l'uòcchi re chianto: 

— !Nn' aggio fatto l'aniniore 'n' ora cuntenta ! 

Lo STESSO, Alcuni canti pop. in dialett. napolitano. 
(Pubblicati iieir^/c/z^o , anno li. Fase 7 e 8, 1878), canto 
TIII: (1). 

« lett'a lu ]!^fìerno, ca nce fuje mannate, 
Ma, pe disgrazia mia, nun ce capeva. 
Pe guardaporte nce trovo Pilato; 
Mme fece l'aria ca me canusceva. 
Trase cchiù dint' e trov'a nnammurata, 
Rint" a na caurara ca vuUeva. 
Nce lu l'ercaje "ngrazia a Pilato : 

— Lieve sta nenna, e miettancenn'a mmene. 
Rice Pilato:— T^un lu pozzo fare: 

Chi lu peccat' ha fatto scout' a pena. 
Essa se vota: - Resjieratiello caro, 
Mniece de m' aiuta tu mme daje jjena ». 

ZiNCONE, Fiori di campo di Casalvieri. Inseriti [nel 
Preludio, anno IV, JN". 11. Ancona-Bologna, (1880), pag. 
127, canto II: 

I^e juorne ive all'infèrne casualemènte 
Trevaje no vècchie eh" èra stat' amante: 
I' disse: Povre vècchie comme ce eampe ? 
E chiglie me respose: Allégramente. 
Campe mèglio mo eh' quann' èra amante: 
Le pène degglie nfèrne nen so tante 
Quanta so chélle degglie povr' amante 

Canti d" amore e canti di dispetto di Siano, Sarno, 
Eracigliano, S. Severino, S. Giorgio e dell'Agro T^oce- 
rino: pubblicati in appendice alla Gazzetta di Salerno 
anno lY (1872), IV. 24, pag. 93, canto XVI: ' 

Jette all'inferno, ca nce fui mannato. 
Tanto era chino ca non nce capeva. 
Mmocca a la porta ce trovai Pilato, 
Luoco faceva pe me fa capere. 

(1) Ciue.-^ti canti furono riportati pure uel giornale L'Illustra- 
zione pojìolare, Milano voi. XVI, N. li), pag-. 29Sj. 



— 236 — 

Dinto ce ete^a IQ'mno ck' era amato 
Dinto a no caurarone ca boi leva : 
Ilio me disse; amore nnammurato ; 
Stongo allò nfìerno e pure me daie pena ! 

Ed a pag. 94, canto XVII : 

Jette all' inferno, e me dissero canta ! 
Io pe cantare nce tenette ment*. 
Dinto nce eteva na donna bella tanto 
Ca combatteva co lo fuoco ardente. 
Ci addumannai come e quanto 
Quanno facera l'aruraore contento. 

Ed in appendice alla stessa Gaz3etla di Salerno,- 
anno V, (1873), N. 86 pagina 364 . troviamo questo 
canto del Vallo di Policastro o antica Bussento. canto, 
LXVIII: 

Jette a l'inferno ca ci fui mandato; 
Con lacrime d'amore battìi le porte. 
Da una donna fui addimandato: 
Dimmi, che fai che piangi e strilli forte ? 
Io Ili rispose che sonj innammorato. 
Vengo a l'inferno a piangere la mia sorte. 
Giuda mi disse : guarda, non intrare, 
Sentir pianto d'amor l'inferno è morto 

Chiurazzi Luigi, Li caute auliche; de lo popolo na- 
poletano. Vedi Lo Spassatieinpo, anno che IV. (1H78), 
W. 13, canto 76: 

Che ghieva into a lo nfìerno aggio sonnttto, 

Tanto era chino che no nce capeva, 

E n'autra vota mo volea torna. 
Lia ch'aggio visto ! A chella ch'aggio amato, 

Dinto a na cavodara che boi leva, 

Ed io so curzo pe la conzoi» 
Ma essa ha ditto: Ah, neh tiempe passato ! 

Pe no sentire a tte, chi lo credeva. 

Le ppene de lo nfìerno sto assaggia. 

E il medesimo Chiurazzi nella Napoli illaslrala, anno 
I, n. 2, sotto il titolo Dai canti popolari del popolo na- 
poletano, si legge; 

Che ghieva into a lo nfìerno agg o sonnato, 

Tanto era chino che no nco capeva. 

E n'autra vota me volea torna 
Lia eh' aggio visto ! A chella eh' aggio amato, 

Dinto a na cavodara che bolleva, 

Hd io so curzo pe la conzolà 
Ma essa ha ditto: Ah, neh tiempe passato ! 

Pe no sentire a tte, chi lo credeva, 

Le pene do lo nfìerno sto assaggia. 



- 237 — 

Dalmedico, Canti del pop venez. p. 87, canfo45. — C, 

Me so' risolta de andar al deserto, 
A magnar l'erba come un animalo. 
A magnar l'erba, e be/er l'acqu;i pina: 
Cussi fa l'omo quando '1 se inaoiora. 

ToMMASBO, Canti pop. tose, cors., ec. Voi. I, pag. 21; 

Sono stato all'inferno, e son tornato: 
Misericordia quanta gente e' ene ! 
E v'era Giuda tutto incatenato: 
Quando mi vedde. scosse le catene, 
E mi rispose: Vatteniie co' santi : 
A quel che ci son io, ce ne son tanti 

Sono stato all' inferno e son tornato, 
Misericordia la gente che c'era ! 
E e' era Lucibello incatenato: 
Quando mi vedde gran ft-sta faceva. 

O Lucibello, non t' arrallegrire: 
Sono venuto e me ne voi^lio gire. 

Ed a pagina 26-27: 

Sono stato all'inferno, e sou tornato : 
Misericordia, ta gentj che c'era ! 
Vera una stanza tutta illuminata, 
E denti-o \ 'era la speranza mia. 
Quando mi vedde, gran festa mi fece, 
E poi mi disse; dolce anima mia. 
Non ti arricordi del tempo passato, 
Quando tu mi dicevi: anima mia? 
Ora, mio caro ben, baciami in bocca. 
Baciami tanto ch'io contenta sìa. 
JÈ tanto sa^^orita la tua bocca ! 
Di grazia saporisce anco la mia 
Ora, mio caro ben, che m'hai baciato, 
Di qui non isperar d'andarne via (1). 

Amdrboli, Canti pop, tose, pag. 22.23, canto 17: 

Sono stata all'inferno, e son tornata; 
Misericordia! la gente che c'ora! 
E c'era lo mio dama incatenato; 
Quando mi vide, strappò la catena. 
E io la presi, e la gettai al fond.; 
È questo il primo amor che amai nel mondo : 
Ed io la presi, e al fondo la gettai; 
È questo il primo amor che al mondo amai. 

(1) Lo stesso canto è ripoitato dall' Andkeoli, Canti pop 
tose, pag. 60-61. (-0016 pure il medesimo canto ha molta analogia 
con la ballata del Goethe nel Fausto. L'illustre aleiuauno la 
tolse di peso dai eampagnuoli di non sappiamo qual parte 
dellar Germania. 



— 238 — 

GiAKKiNl.Canti dei caiupagiiiioli toscani.pag.b02, canto 
46. (Tedi La Viola del Pensiero, ricordo pel MDCCCXL, 
An no II, LiTorno, dalla Tipografia di P. Vannini, 1839, 
pag. 310). 

Sono stato all'Inferno, e son tornato, 
Misericordia la gente che c'era ! 
E e' era l'Amor mio incatenato, 
Quando mi vide strappò la catena; 
E io la presi, e la gettai al fondo. 
Queste il mio primo Amor che amai al mondo: 
E io la presi e al fondo la gettai, 
Quest'è il mio primo Amor che al mondo amai. 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, pa- 
gina 55, cant. XCI : 

•Ietto all'inferno e mi fu ditto: Canta! 

Che buò canta ? so' pene e tramiente, 
Mme vota arrote e beve 'nu ninnu galante, 

Ch' ardeva linto a lu fuoco ardente. 
I" l'addumannaje: Come e quantu ? 

Gomme ti truove a 'sti luoghi presente ? 
Isso se vota cu' lu core a pianto: 

I' pe' fare l'ammore contento ! 

C. A. Poesie Popolari Leccesi. Pubblicate nel perio- 
dico: // Ginsfi, anno I, ]S"um. 2. (Lécce, Febbraio, 1884); 

Passandu iddi ia fenescia chiusa 
nu nce la iddi la mia nuamurata 
nun nce la iddi comii la edia, 
crisciu ca stia a lu liettu pe malata. 
A mammaea scii t' ndu ci chiangia ! 
Figghiu ci cerchi tie stae seppeluta, 
se nu me cridi ane a Santa Lucia, 
idi e' a manu manca è sutterrata, 
se nu canusci la soa seburtura, 
idi ca terra frisca ne' è menata; 
se nu canusci la sua cauzatura 
idi e' a scarpa bianca vae cauzata; 
se nii canusci la soa ngniettatura, 
idi c'a spina-pesce hae ngniettata 
se nu canusci la soa istitura, 
idi e' ha cielu erde hae estufa 
Duduci torce doru ni ddumai 
cu nu sse ssumbra se se ide sula, 
all'arme Sante la raccumandai: 
uardatirae sta beddhft criatura; 
nu fazzulettu n' facce ni calai 
cu nu ne uasta ddha bianca fegura; 
nu fenescieddhu pieitu ni lassai 



— 239 — 

cu trasa e bessa In siilo o la liuia. 
Quandii la cliianca 'inpiettii ni biscia i 
De laci-emo .s'eriohiu la s'jbm-tiiiM. 

Canti dei Cfunpagaiioli toscani, pao;. 3JH, canto 7: 
(Vedi: Raccolta di prose p. poesie inedite di autori Diventi, 
illustrate con incisioni in acciaio e litorirafì". Pii-fitizp 
1844. In 8-° p:ìg. 343 . 

Vado di notte corno fa la luna, 
Vado corcando lo mio innamorato.- 
E ritrovai la morte acerba e dura. 
Mi disse: non cercar, l'ho sotterato. 

AvOLto, Canti popolari di Xoto, pi^ -iiti <• ii^ >, OS ; : 

Ci sunu ru' biUiz/i sparigi^hìati: 
Jja vavaredda cu la so pupidda. 
Lu Cielu ca n'ha' ntisu cumpietati, 
Si la pigghiàu e ni furniàu na stidda. 
Cintativi dunca u nu 'bbramati; 
Su sapiri vuliti qual'^ idda. 
Quanuu a la -sira !u Ciolu virlari, 
Chidda ca luci ciùi, chi.ssa ò Titidda ^*) 

Lozzi. Cecco d'Ascoli, pag. 210 : 

Passa e repassa e la fenestra è chiusa,. 
Nun se revedn più la 'iiamnrata, 
S'affaccia la suii raanmia, — in cortesia 
Dov'è Gnesa ?— La povera delusa. 
Quella che cerchi tu sta sotterrata. 
Vanne a la Chie.sa li Santa Maria, 
Che là la troverai la sventurata: 
Apri la sepoltura e vedi il morto 
Che là la troverai tutta disfatta. 
Per le gran pene che gli è dato a torto. 

Dalmedico. Cauti del pop. di Chioggia. canto IV: 

— Bel pescator, che pesca a la Marina 
'Varèssio visto la mia inamorata ? — 

— L' ó vista, si, nel porto de .Marina^ 
Vestìa de bianco, dal pesse magnata — 

— E chi seria quel cuor che no piangesse, 
Veder la vita mia magna da uu pesse ? 

(•) Questo è, con tutta probabilità, uu frammento della 
« Leggenda storica popolare Li Baronessa di Carini, 
« raccolta e illustrata con tanta cura ed erudizione 
« dall'egregio Salvatore Salomone-Marino ». (Xota del- 
lAvolio). 



— 240 — 

Vl6o, Canti oopolari siciliani. 1* edizione. Oatania. Tip. 
dell'Acoad. Gioenia, 1857. Pag. 24: 

Ln Vorniipfallu beddu cavaleri 
Di Carini a la figghia fa l'amiiri, 
Ma cchiù chi cci usa modi 'nnamuren. 

— Pri mia fora, idda dici, Don Asturi. 
Iddu la voli in tutti !i maneri, 

Cci va d'appre.ssii e l'invita a l'amuri^ 
E, currennii a la fini da livreri, 
La junci, e tutti dui dieinu: Amuri. 

Lu patri poi, baruni di Carini, 
A Vernagallu cerca d'ammaz/.ari; 
Ma chistu einni fui a Lattarini, 
S' anirauccia forti, e non si fa pigghìari^- 
Unni la fìgghia subitu a Carini : 
Scanna arraggiatu. e lu sangu ora pari 
Di l'aucisa a la lurri di Carini. 
Seinpri, mini fannu onuri e amari. 

Altro brano inedito della stessa Storia: 

Viju veniri una cavallarìa, 
Chistu è me patri ca veni pri mia.- 
Signuri patri, chi vinistu a fari ? 

— In vegnu, figghia, pri ammazzari a tia. — 

— Signuri patri 'un mi ammazzati ora, 
Quantu va' chiamu a lu me connssuri — 

— Chistu un è tempu di cunfìssioni, 
E mancu di riceviri hi signuri — 

A prima corpu ca cci appi a dari 
La fici stari di milli culuri. 
Appressa corpu la vosi ammazzari I 
Turriti lutti menici e parrini 
E va chiamati a lu .so cunfissuii. 
Mori lu gigghiu ca sciuriu a Carini, 
Wavi curpanza un cani tradituri... 
So patri stessu cci spaccau li vini. 

Altro brano : 

Vaju di notti comu va la luna, 
"Vaju circannu la galanti mia; 
Ppi strata mi scuntrau la Morti scura. 
Senz'occhi e bucca parrava e vidia. 
B mi dissi.- Unni vai. bella figura? — 

— Vaju circannu la me 'nnaraurata. 
Chidda ca tanta beni mi vulia. 



— 241 — 

— I^on la circari, no, eh' è suttirrata; 
E si non cridi a mia, bella figura, 
Vattinni a s. Franciscu a la Biata, 
Spinci la cciappa di la sepultura, 

E dda la trovi di vermi manciata.— 

— Sagristanu, ti preju un quarta d'ura^ 
Quantu coi calu 'na torcia addumata: 
Ahi, si spagnava di dormiri sala, 

Ed ora ccu li morti aocumpagnati ! 
Lu vermi cci manciau sutta la gala 
Unni luceva la bella sciannaca. 

Diavulu. ti preju in curtisia 
Fammi 'na grazia, ca ti l'addimannu, 
Fammi parrari ccu l'amanti mia, 
Doppu m'arrestu a lu 'nfernu cantannu. 

Ivi a lu 'nfernu e mai cci avissi andatu, 

Quant'era china e mancu ci capia ! 

E vitti a Giuda a la seggia assittatu, 

Quannu mi vitti cera mi facia. 

Di 'ntornu 'ntornu lu focu addumata, 

E 'ntra lu menzu la galanti mia. 

Idda mi dissi:— Cani scilirati, 

Chisti su peni ca patu pri tia; 

Tanno la porta t'avissi firmata, 

Quannu ti dissi: trasi, anima mia ! 

— Ed in cci dissi— non m'avvissi amata, 
Ca 'ntra lu 'nfernu non ci vinirìa 

Minni voggh'iri ddabbanna un diserta, 
Erva mangiari comu l'animali, 
Spini pungenti t'arimi lu letto, 
Li petri di la via ppi capizzali; 
Pigghiu 'na petra e mi battu lu pettu, 
Fina ca l'occhi mia fanu funtani. 

Bolognese Domenico, Finestra che lucevi !... Canzone 
imitata dal popolo. 

PARTE PRIMA 

La serenata 

Finestra che lucevi, e or muta e sola 

La mia vita, il mio ben più non m'adduci, 

O finestra crudel, ehi a me l'invola '? 

O finestra crudel, perchè non luci ? 
Tu le mie grida, i pianti miei non senti, 

Più sorda d'uno scoglio in mezzo al mare... 

O finestra crudel, quanti lamenti 

Quanti sospiri m'hai fatto gittare ! 

31 



— 242 — 

Consumato lio le selci della via, 

E tu sei chiusa, né colei m'ascolta !.. 
Dove si cela mai la donna mia ? 
O finestra crudel, t'apri una volta ! 

Di lei domando, e regpjio che al mio detto 
Altri si tace, ed altri il viso imbianca: 
La chiamo a nome, e il suo nome diletto 
L'hanno imparato i venti e l'eco è stanca ! 

Poi nelle notti placide e serene 
Ripeto i versi che le piaccion tanto: 
È assai triste quel tema, ella non viene. 
Ed OD'ni accento mio si volge in pianto ! 

Passan così le notti e i giorni mesti, 
Passa cosi la vita mia dolente... 
O finestra crudel, che chiusa resti, 
Io qui saprò aspettarla eternamente ! 

Ma si schiudon le imposte!., ecco una donna 
A me si mostra scolorata in viso. 
E mi dice piangendo, in bruna gonna: — 
La n/ì'n suora che aspetti è in Paradiso ! 

PARTE SECONDA 

Il lamento 

Tu che sola dormivi, e or dormi in seno 
Alla terra, dei morti in compagnia; 
Vorrei morir, se nella tomba almeno 
Stesse accanto alla tua la spoglia mia ! 

Ahi quelle luci vivide amorose 

Alle tenebre orrende or son dannate; 
Ahi quelle labbra di coralli e rose 
Or saran dalla polve divo:-ate ! 

Ahi quelle membra tutte avario e latte 
Dove Onestade avea posto il suo nido ! 
Ahi quelle membra ti saraii disfatte. 
Ed ha perduto Amor suo maggior grido ! 

Spesso al custode dei sepolcri ho detto: 
Farmi la notte a te vegliare accanto; 
Ma quei sostien che il tiio fral benedetto 
Dee guardarsi dagli angeli soltanto 

Aprir vorrei la fossa, ed ei non vuole. 
Per riparar così del tempo all' onte, 
Per coprirti di gigli e <li viole, 
Per darli il primo unico bacio in fronte ! 

E traggo sconsolato a quella fossa, 

Quando a pianger ne invita il sol che muore, 
Vorrei vedere inanimir quell'ossa, 
E rabbracciarti per virtù d'amore. 

Ed all'Eterno innalzo una preghiera. 
Al suol prostrato, in umile tavella: 
Che la terra su U renda leggiera 
E non disfiori la tua forma bella. 



- 243 - 

Buio era l'aere e gli elementi in guerra, 
Quando dall alto una voce ascoltai : 
Le sue virtudi se tu imiti in terra, 
Un (lì più beltà in del la ìivedrai ! 

PAETE TERZA 

Il sogno 

Era vestita d'una bianca gonna, 

Era tutta di luce irradiata, 

Era un angiol del eiel la bella donna 

Che allo sguardo ui appu-ve inaspettata. 
Un giglio aveva nelle uicini, ed una 

Rosa le oliva tra le bionde chiome; 

liO sorrideva la pupilla bruna, 

E i serafini ripetean suo nome. 
D'arpe e di cetre disposate insieme 

Erale intorno un suvruman concento, 

Era una gara il'arnionie f*upreme 

Che univansi al seren del firmamento. 
Ed ella in mezzo a quel beato coro 

Su me fisso gl'innamoraii rai — 

E calma, disse, // tuo cradel martora ,. 

S) bella in teira mi vedesti mai ì 
L amor che affanna un' anima tei'rena 

S'è cangiato in umor senza disio. 

In nna gioia placida e serena, 

Che s' avvalora e si perpetua in Dio. 
L'arpe temprale, o cherubini, alsate, 

Sa l'anr e cetre cantici condegni, 

E un istante il mio fido inebhr'iate, 

Perchè a me presso di salir s'ingegni. 
Sì disse e sparve, e in me sparvi'r repente 

D'ogni profano amor le vane fole; 

E solo mi restar dentro alla mente 

Quella luce, quel suon, quelle parole. 
E se tornarmi al cor le angosce io sento, 

Rammentando i suoi detti ed il suo stato, 

Vengo tra questi salci e son contento, 

Po.>o su questa tomba e son beato ! 

In: Le Rose, augurio pel Capo d'anno per cura di Gu- 
glielmo Villarosa. Anno quarto. .Napoli, stabilimento ti- 
pografico, 1858. pagine: 1U8-11L. 

I MORTI GIUDICI de" VIVI, anno r, numero XI. i!>[apoli; 
1789. A pagina 88 si legge la seguente ottava : 

Terra pietusa, antica Madre mia, 

Guarda Tu, serba Tu le Menil)ra amati, 



— 244 - 

Che ben conviene all'ossi d'una Dia 
L'essere intatti benché sutterrati; 
Termi, nun la tiiccati in ciirtisia, 
Che, se tanto di noi siti affamati ! 
Pazienza un pò ! Vi mangierete a' mia; 
Che presto venirò, se mi aspettati ! 

PlTRÈ, Canti pop. sicil., voi. II, p. 143-55, canto 918: (1) 

Chianci Palermu, chianci Siracusa, 
Carini ce' è lu luttu ad ogni casa; 
Cu' la purtau sta nova dulurusa 
Mai paci pozz 'aviri a la so casa. 
Aju la menti mia tantu ciinfusa, 
Lu cori abbunna, lu sangu stravasa; 
Vurria 'na canzunedda rispittusa, 
Chiancissi la culonna a la me casa: 

La megghiu stidda chi rideva 'n celu. 
Arma senza cappottu e senza velu: 
La megghiu stidda di li saraBni, 
Povira Barunissa di Carini ! 

Ucchiuzzi fini di vermi mandati, 
Ca sutta terra vurvicati siti, 
D'amici e di parenti abbannunati, 
Di lu me Amuri parrati e diciti. 
Pinsati ad idda. e cchiù non la turbati, 
< a un jornu comu è idda cci sariti; 
Facitinni limosina e caritati. 
Ca un jornu avanti vi la truviriti. 

Ciumi, muntagni, arvuli chianciti; 
Suli cu luna, cchiù nun affacciati; 
La Bella Barunissa chi pirditi 
Ti li dava li nij 'nnamurati: 
Ocidduzzi di l'aria, chi vuliti ? 
La vostra gioja 'm'itili circati: 
Tarcuzzi chi a sti praj lenti vinili, 
Li viliddi spiticitili alluttati ! 
Ed alluttati cu' li lutti scuri, 
Cà morsi la Signura di l' amuri. 

Amuri, Amuri, chianciti la sditta, 
Ddu gran curuzzu cchiù nun t'arrisetta; 
Dd' ucchiuzzi, dda vuccuzza biniditta. 
Oh Diu ! ca mancu i'ùmmira nui resta! 
Ma ce' è lu sangu chi grida vinnitta 
Russu a lu rauru, e vinnitta nn' aspetti : 

E ce' è cu' veni cu pedi di chiummu. 
Chiddu chi sulu cuverna lu munnu ; 
E ce' é cu ' veni cu' lentu caminu, 

(1) Dopo di aver riportati oltre una quarantina di 
confronti ed infinite varianti in \er8i, ci piace qui tra- 
scrivere per intero la leggenda pubblicata dal Pitrè. 



- 245 - 

Ti junci serapri, iinna di Cainu ! 

Lu Vernaerallu, beddii cavaleri, 
Di Carini a la fieghia fa l'àmuri. 
Ma cchiù chi cei usa modi 'nnaraiireri, 

— Pri mia fora, idda dici, Don Asturi.— 
Iddu la voli in tutti li maneri. 

Gei va dappressu e la 'nvita a Tarauri, 
E, currennu a la fini da livreri. 
La junci, e tuttidui dicinu: Amuri ! 

Stu ciuriddu nasciu cu' l'iiutri ciuri, 
Spampinava di marzu a pocu a pocu; 
Aprili e maju nni gudi'u 1' oduri, 
Cu' lu Suli di giugnu piirghiau focu: 

E di tutf uri stu gran focu addutua, 
Adduma di tutf uri e nuu consuma; 

Stu gran focu a dui cori duna vita. 
Li tii-a appressu corau calamita. 

Chi vita duci, ca nuddu la vinci, 
Gudirila a lu culmu di la rota ! 
Lu Suli di lu celu passa e "mpinci, 
Li riij a li du" amanti fannu rota: 
']Va catinedda li curuzzi strinci. 
Bitttinu tuttidui supra 'na mota; 
E la Filieità chi li dipinci 
Attornu attornu ili orii e di rosa. 

Ma l'oru fa la 'nvidia di centu. 
La rosa è bella e frisca pr' uu raumentu: 

L'oru a stu munno è 'na scuraa di mari, 
Sicca la rosa e spampinata cari. 

Lu Baruni di caccia aviaturnatu: 

— Mi sentu straccu, vogghiu arripusari. — 
Qiiannu a la porta si cci ha prisintatu 
Un manacheddu, e cci voli parrari. 

Tutta la notti "nsóratnula hannu stata; 
La cunfidenza, longa l'hannu a fari.... 
Gesù-Maria! chi ariu turbata! 
CliislLi di Ja timpesta è lu signali.... 

Lu munacheddu nisceva e ridia, 
E lu Baruni susu sdillinia : 

Di nin-uli la luna s' ammugghiau, 
Lu jacobu cuculia e svulazzau. 

Afferra lu Baruni spata ed ermu : 

— Vola, cavaddu. foia di Palermu ! 
Prf-slu. fidili, binchì notti sia, 

Viniti a la me spadda "n compagnia. - 

'^^earnatedd.i calava la chiaria 
Supra la schina d'Ustrica a lu mari; 
La rinninedda vola e ciuciulia, 
E e' ausa pri lu Suli salutari; 
Ma lu spriveri cci rumpi la via. 
L'ugnidda si li voli pilliccari ! 



— 2-16 — 

Timida a hi so uidii e' atrtiuiiia, 
A mala pena ca si pò sai-vari, 

Simili scantu e simili tirruri 
Appi la Barunissa di Caiini : 
Era affacciata nni hi so barcuni, 
Chi si pigghiava li spassi e piaciri; 
L' occhi a hi celu e la menti a 1' Amuri 
Termini 'strema di li so " disji. 
•— Viju viniri "na cavallaria: 
Chistu è me patri chi veni pri mia! 

Viju viniri 'na cavallarizza ; 
Forsi è me patri chi mi veni ammazza!... 

— Signliri patri, chi venistu a fari ? 

— Signiira figghia, vi vegnu a 'ramazzar!. 

— Signuri patri, aspittatimi 'mi pocu 
Quantii mi chiamii ìu me cunfissiiri. 

— Avi tant' anni eh' 'un t' ha' cunfissatu, 
Ed ora vai oireannu cunfissnri P. 
Chista 'un è lira di cunfissioni 

E mancu di riciviri Signuri. — 
E, comu dici st'amari palori, 
Tira la spala e c.lssaci hi cori. 

— Tira, cumpagnu miu, nun la garrari 
Lappressu corpu chi cci hai di tirari ! — 

Lu primu corpu la donna cadiu, 
L'appressa corpu la ilonna murìu: 

Lu primu corpu l' appi 'ntrti li rini, 
L' appressu ci spaecau curuzzu e vini! 

Curriti tutti, genti di Carini, 
Ora eh* è morta la vosti;i Signura, 
Mortii hi gigghiu chi ciuriu a Carini, 
Nn' avi curpanza un cani tradituri. 
Curriti tutti, mijnaci e parrini, 
Purtativilla 'nsemi in sepultura : 

Curriti tutti, pirsuneddi boni, 
Purtativilla in gran prucissioni : 

Curriti tutti cu na tuvagghiedda 
E cci stujati la facciuzza bedda, 

Curriti tutti cu' 'na tuvagghiola 
E cci stujati la facciuzza a/iZola ! 

La nova allura a lu Paluzzu jiu: 
La nunna cadili 'n terra e strangusciau, 
Li so' suruzzi capiddi ' un avianu. 
La so matruzza di l' occhi annurvau : 
Siccaru li galófari a li grasti. 
Sùlitu eh' arristaru li fìnestri; 
Lu gaddu, chi cantava, 'un canta echini, 
Va sbattennu l'aluzzi e si nni fu.j. 

In nun ti potti ili eiuri parari. 
lu nun la vitti cchiìi la tò fazzumi; 
Mi nesci l' arma, min pozzu ciatari 
Supra la tò balata addinucchiuni. 



— 247 — 

Povirii 'ncognu min, méttiti 1' ali, 
Dipincimi stu nimu dulmi; 
Pri li me ' larrai scrivili e nutari 
Varria la menti di re Sa'lamiini, 

E corali Salarauni la viirria 
Ca a funnu mi purtaii la sorti mia; 

La me varcuziia fora portii resta 
Senza pilota nimenzu la tirapesta; 

La mò varcuzza resta fora porta. 
La vila rutta e In pilotu morta. 

Oh dogghia amara di dd'arma 'nfilici 
Quann' un si vitti di nuddu a,j atari ! 
Abbauttuta circava l'amici, 
Di sala in sala si viiiii sai vari : 
Gridava forti : — Ajntii, Carinisi .' 
A/Hln, ajnfn ! mi voli scannari ! — 
Dissi arraggiata : -- Cani Carinisi \ — 
L'ultima vuci chi putissi fari. 

Tatta Sicilia s' ha raisu a ramuri, 
Stu Casa pri lu Regnu batti Tali ; 
Ma vota quannu vidi a Don Astiiri : 
Sta corpii mpettu cu' cci 1' avi a dari ? 
Filia di notti, e 1" oochi a lu barcuiii, 
Cci vinai lu silenziu al abitari ! 

— Su' chiusi li finestra, amarti mia ! 
Dunni affacciava la mò Dia adarata ; 
Cchiù min s' affaccia no comii suli^, 
Voi diri chi ' tra 'u letta idda è malata. 
'Ffaccia so mamma e dici : < Amaru a tia ! 
La bella chi tu cerchi è suttirrata ! » 
Oh sipultura chi all' omini attassi, 
Comu attassasti a la pirsuna mia ! 

Vaju di notti comu va la luna. 
Vaju circannu la galanti mia; 
Pri strata mi scantrau la Morti scura, 
Senz' occhi e vucca parrava e vidii ; 
E mi dissi: — Unni vai, b«lla figura? 

— Cercu a cu ' tantu beni mi vulia, 
Vaju circannu la me 'nnamiirata 

— Niin la circari cchiù, eh' è suttirrata ! 
E si nun cridi a mia, bella figura, 
Vattinni a Saa Franciscu a la Biata, 
Spinci la cciappa di la sepultura, 

Ddà la ti'ovi di vermi arrusicata ; 
Lu surci cci manciau la bella gula, 
Dunni luceva a bolla cinnaea... — 

— Sagristanu. ti prcja un quarto d' ura 
<)>aantu cci calu 'na torcia addumata; 
Sagristaneddu, lenirailla a cura, 

Nun cci lassar! la lampa astatata. 
Cà si spagnava di dormiri sala, 



— 248 — 

Ed ora H di li morti accumpagnata ! 

Dicivuhi, ti prejii in curtisia, 
Fammi 'na grazia ca ti la dumanmi : 
Fammi pairari cu' l'amanti mia, 
Doppu a hi 'nfernu mi restii canlannu. 
Lu Serpi chi passava e mi eintia : 
— Cavalcami ca sugnu a tò ciimannu.— 
Amu spirutu pri 'na scura via. 
Nun sacciu diri la unni e lu quannu. 

Jivi a lu 'nfernu, o mal coi avissi aadatu ! 
Quant' era chinu, mancu q^ì capia ! 
E trovu a Giuda a 'na segala assittatu, 
C un libriceddu 'mmanu chi liggia ; 
Era dintra un quadaru assai 'nfucatu 
E li carnuzzi fini s' ariustia ! 
Quannu mi vitti la manu ha allungata, 
E cu la facci cera mi facia... 

Ma attornu attornu lu focu addumatu 
E 'mmenzu la me nmanti chi s' ardia ; 
E nun cci abbasta ca mina lu ciatu, 
E di cuntinu mazzamariddia. 
Idda mi dissi:--Cori sciliratu, 
Chisti su' peni chi patu pri tia ; 
Tannu la porta t' avissi firmata 
Quannu ti dissi : frasi, armussa mia !— 
Ed iu rispusi:— Si un f avissi amatu, 
Mortu nun fora lu raunnu pri mia! 
Apri stu pettu e cci trovi stampatu 
Lu bellu nomu di Titidda mia. 

lii guaj sunnu assai, lu tiempu è curtu ; 
Chi cci dimuri ? Votati cu Cristu: 
El sónnura, ca scoprinu lu tutta, 
Lu zoccu avi a succédiri hannu ditta. 
Lu beddu Vernagallu, cora' è struttu ! 
A 'n' agnuni di eresia 1' aju vistu ; 

Sentiri si lu vói la so lamenta, 
Afflitta cori, ca nun avi abbenta ! 

Lu so lamentu si la vò' sintiri, 
Afflitta cori, cu' lu pò suffriri ? 

— Mi uni vogghi'jiri addabbauna un diserta. 
Erva manciari coma l'animali, 
Spini pancenti fi'irimi lu letfu, 
Li petri di la via pri capizzali : 
Pigghiu 'na cuti e mi battu lu pettu 
Fina chi l'occhi mia fannu funtani. — 

Casteddu, ca lu nomu 1' ha' pirdutu. — 
Ti viju d' arrassu e figa spavintatu ; 
Si' misu a lista di capu-sbannutu, 
Ca cci vennu li spirdi e si' murata ! 



- 249 - 

Chiancinu li to' mura e fannu viitii, 
Chianci e fa vufu ddu Turca spiatatu ! 
Ddu Turcu spiatatu 'un dormi 'un ura, 
E gastima lu celu e Ja natura: 
— Apriti, celu. ed agghiuttirai, terra, 
Fulmini ehi m'avvampa e chi m'atterra ! 
Strazzdtimi stu cori di lu pettu, 
Cutiddata di notti 'ntra lu lettu ! 

L' ira fa scava la nostra ragiuni, 
Nni metti all' occhi 'na manta di sangu; 
Lu suspicu strascina a valancuni, 
L' onuri e la virtù cci damu bannu. 
Lu sarilégiu di 1' impiu Baruni, 
Tutti li rami soi hi chianclrannu : 

Lu ehiancirannu, pinsati, pinsati. 
Cu' fa lu mali cu' l'occhi cicati. 

E 'ntra la cai-a sua onuri ' un senti, 
E la manu di Diu nun calcula neiiti ; 

Cala, manu di Diu ca tantu pisi, 
Cala, manu Diu, f;ìtti palisi! 

277 

Fenesta che me si' tu 'ramasciatrioe, 
Ora min aggio de chi me firare, 
Portarne 'na 'mmasciaf a la felice, 
Dimme si me vuò' muort', o cuntentare, 
Stance a cura, feuest', è bi' che dice, 
Sàcceme la risposta ben turnare. 
Si te dicesse : sì, statte felice ; 
Si no, fenesta. fatte truà' serrata. 

278 

Fenesta, che me staie faccefronte, 
Dinto ce sta la mia car' amante ; 
Me metto da lu vico che nu' spouta. 
Me la metto a sentire quanno canta ; 
E chi ha tanta donare sempe conta, 
E chi ha bella mugliera sempe canta. 

279 

Fenesta cu' 'sta nova gelusia. 
E martellata cu' centrelle d'oro, 
Dinto ce sta neaniJlo bello mio (1), 

(1) Variante: 

Comme to tiene a ninno mio 'nchiuso : 



32 



— 250 — • 

I' lu voglio vede' prìinina che moro (1). 
Vaco a la chièsta, e nu' pozzo trasire, 
Me piglio l'acqua santa, e ghieseo fora; 
A'^aco a lu lietto, e nu' pozzo durmire, 
M' haie fatto la fattura, e buò' eh' i" moro I 

(li Variante : 

Faramillo tu vede ' primma che moro. 

Variante 1*: 

Fenesta cu' 'sta nova gelusia, 
Si' martellata de centrelle d' oro ! 
Dinto nce tene 'u malatiello mio, 
'Assàtemelo vede" primma che moro ! 
Vaco a la chiesa e non pozzo trasire, 
Me piglio l'acqua santa e jesco fora. 
Vaco a lu lietto e non pozzo durmire, 
Fattura che m' haie fatto 'nt' a 'sta core ! 

Variante 2*: 

Fenesta cu' 'sta nova gelusia, 
Tutta lucente de centrelle d'oro, 
Tu m'annascunne a nonna bella mia, 
Lassammella vede', si no, uio' moro. 
Cumm' a 'nciarmato nu' pozzo partire, 
Da chisto loco a do ' squagliano l'oro, 
Sempe speranno de vederte aprire 
Fenesta cana. che nun zieat' ammore. 

Capone, Sii canti pop. di Montella, pag. 13, canto XX 

Fenestra pe una nova ngelosia. 
Si martellata pe centrelle r'oro. 
Rimo nge sarrai nennella mia; 
Assammela vere nnanzi che moro. 
Vavo a la Ghiesia e non pozzo preare, 
Mi piglio l'acqua santa e esco foro: 
Vavo a lo lieito e !ion pozzo rormire, 
M' ài fatta la fattura e buoi che moro. 

Amalfi. Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, pa- 
gina 33, canto XLIII: 

Into a' su vico nce sta 'na 'mpepata 
Quanno cammina fa' trema' le prete. 
Fenesta cu' 'sa nova gelusia 
E martellata cu' centrelle r'oro 
Dinto nce sta chi vo bene a mi: 
Lassamela vedo primma che moro. 



251 



280 

Ferma lilorgio mio, mi' chili suiiare, 
Pe' carità te preio ferma pe' 'n' ora (l), 
Quanto me mecco cu' nenn' a parlare, 
Quanto le conto li mmeie passione 
E pe' traniente ne' 'e steva cuntanno 
Passale 'o sdegno e me v'enette ammore. 

(1) Variante : 

Pe" carità pe' 'n' ora ferma tuono. 

281 

Fenesta vascia e patrona crudele. 
Quanta suspii'e ui'haie fatto iettare ! (1) 
M' arde 'stu core ciimme a 'na cannela. 
Bella, quanno te sento annummenare. 
Ghie piglia la speriènzia de la neve, 
La neve è fredda e se fa maniare. 
E tu cu' mico si tanta crudele, 
Muorto me vide e nu' me vuò' aiutare. 

(1| Questo verso è simile al 2° del canto 92, pag. 150, 
dei Canti pop. di Noto di Corrado Avello. 

282 

Figiola, cà In vìrulo me manna, 
'Ntosta li pier' e di' ca nun 'o vuole. 
'A primula sera si' chiammata mamma 
Da chilli figlie ca nun zo' li tuoie. 
— 1' nun ce vogli' esse' chiammata mamma ; 
I' figlie nu' ne tengo e nu' ne voglio. 

283 

Figliola ca te mìizzeche 'stu dito, 
Sta attienta ca nu' rieste signalata. 
Quanno facive l'ammore cu' mico, 
Ieri chiù rossa tu ca 'nu scarlato ; 
Mo' ca t'haie truvato 'ss' àut' amico, 
Si' fatta secculell' e stale malata. 
Si vuò' turnar' a l'amicìzia antica, 
Tu lèvete 'stu vieccliio da lu lato. 

FiNAMORE, Canti pop. abruzzesi (in appen 1. al vocab.), 
pag. 288, canto 97: 

Quanne facjìeve l'amóre nghe mmé, 
Tenjieve le cheliire de la róse. 
Qucinde de me te ne sci scurdàte, 
Sci pèrze le cheliire, te sci 'mraalate. 



252 — 



284 



Figliola, cu' li pi'ièvete V 'a faie ? 
Vi' ca sarraie chiammata prevetessa ! 
Mo' t' he' 'mparato l'ufficio a cantare^ 
Chiano chianillo te 'mpare la messa. 

285 

Figliola, cumm' a serpe m' arra voglio. 
Cumm' a lazzo de seta m' assuttiglio, 
Cu' dota o senza dota i' te voglio, 
Cumme t' ha fatta mànimeta te piglio. 
E tanto eh" è lu bene eh' i' te voglio, 
Scurdà' m' he' fatto pure a chi so' figlio. 

286 

Figliola, cu' 'st' abbate, cu' 'st' abbate 
T quanta eunferènzia ci avite ! 
Chillo nu' v' è amico e manco frate, 
Manco lu può' azzettare pe' marito ; 
Figliola, che ne spiej-e da 'st' abbate '? 
'Nu requiamaterna quanno murite. 

287 

Figliola, cu' 'sta prèol' a 'sta fenesta, 
Cumme la tiene fresca 'sta friscura. 
1' ce fatico de iuorne' e de festa, 
De nott' e ghiuorne cumme vuie sapite. 
Chi se lu mangi' acèver' e chi aresta ; 
r me lu magno quann' é ammaturo. 

288 

Figliola, cu' 'sta capa a canestiello, 
Dinto ce puorte còccel' e patelle. 
Fatto me l'aggio 'nu guappo curtiello 
Yogl' ire a la marin' a fa' patelle. 
Si ce venesse chillu guappetiello, 
'Ncanna le faccio doie funtanelle, 
Cu' tutto ca so' tanta piccerella, 
La messa m'aggio "ntiso a 'sta cappella. 

289 

Figliola, si vuò' èssere vasata, 
Pigliate la paletta, e ba pe' fuoco : 



— 253 - 

Si màmmeta canosce lu basare, 
Dille che è stata faiella de fuoco (1) ! 

(1) Nannarelli, Stnd. oompai'. sui cauti pop. di Arlena, 
pag. 49, canto: 

Vói che t'impari a fa ' l'amor segreto ? 
Pigliala la paletta e va pel foco: 
Se Tiene la tu' mamma: — Do' se' st*ta ? — 
— So ' ita a la vicina a catta 'l foco. — 
Se ti si conosee-sse qualche bacio. 
Digli:- So' state le fiamme del foco. 
Se ti si conescesse 'che rossore, 
Digli ch'è fatato del foco 'I calore: 
Co la scusa del foco e la paletta 
Farai l'amore e non sarai scoperta. 

290 

Figliola, faggio a fa' 'na 'miiiasciatella, 
Scuorno me piglio ca so' guagllunciello. 
Damme 'nu jjoco "e chesta z'iarella 
Ca puorto 'niaccia a 'stu bello cappiello. 
— Nun te la pozzo dà' ch'è troppo be)la ; 
Chiste songo 'e denare, accattatella. 

291 

Figliiile, che v' avite da "ii/iurare (l), 
Flirtatele deritte li talluue : 
Ca li ffigliole so' tutte baggiane {2), 
Tèneuo mente la cammenatnra. 

(1) Variante: 

Uòmmene che v'avite da "nzurare, 

(2) Variante: 

Ili zzetellucce so' tutte baggiane. 

Amalfi. Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, pa- 
gina 40, canto LXII: 

Guagliune, che v'avite da 'nzurare. 
Furiatele deritte li tallune; 
Le fegghiole songe tutte baggiane. 
Tenene mente a la camminatura. 

292 

Figliulo, fatte arreto fatte arreto, 
Cà ci ha mannato 'o prinimo 'nnammurato. 
Me l'ha purtato zùcchero e cupeta, 
'N auiello d'oro e 'na nocca 'ncarnata. 



- 254 — 

•298 

Figlialo, faggio amato faggio amato ; 
Ci"' li suspire faggio mantenuto : 
Cumm' 'o ggrano a 1' ària faggio guardato. 
Mo' ca si' tatto bello faggio perduto. 
1" faggio amato de vierno e de state. 
De notte e ghiuox*no già eumme sapite : 
Mo' che c'è asciuto 'n àuto 'nnaramurato, 
Spara scuppetta mia, vince 'sta lite. 

294 

Figlinlo, te ne iste e te ringrazio, 
Piacere m' he' fatto e buon servizio : 
'X àuto nennillo ni' è trasuto 'ngràzia. 
-^4_ssaie meglio de tè senza malìzia. 
Si vuole trasirrae 'n' àuta vota 'ngràzia, 
Haie da fa' la nuvera a santa Prìzeta ; 
Si santa Prìzeta te cuncede 'a grazia, 
Te leve primm' "o cuòrio e po' li vìzie. 

295 

Frascuccia bella carrecate d'oro^ 
Sempe d'argiento carrecata stale. 
Quànno te vedette, me trasiste 'ncore ; 
Mo' si te ne vuò' asci', cumme farraie ? 
Tanno te n' iesce 'a dinto a chisto core, 
Qnauno « sine » m' he' ditto, te ne vaie. 

296 

Fravecature pezzienf arraggiate, 
Ca sempe fatecaf e maie lucite ; 
Lu sapete la pava ve pigliate, 
'Nu callo la dummèneca n' avite. 
Lu lunnedì li fierre ve 'mpignate, 
Lu martedì vuie po' ve li bennite, 
Pirciò san Pieto v' ha scummunecate. 
Pur' a la festa fatecà' vulite. 

297 ' 

Fravecature uòmmen' annurate. 
Chine de iurlcio e de 'ntel letto, 
Tutto lu iuorno staf a mesurare 
Cu' mezacanna, cu' linz' e passetto. 



— 255 - 

Lii sàpeto, la pavé ve cantate 
D' or' e d'argiento 'ncopp' a 'nu buffetto. 
Chi vo' cu' fravecatur' apparentare, 
S' ha da primula stirare la cazetta. 

298 

Fresca funtana, f anime "nu favore, 
Fresca funtana, ca me lu può' fai'e ; 
Damme 'nu poco d' acqu' a 'sti ffigliole, 
Nu' li fa' ir' a lu sciunim' a lavare. 
Si ce venesse iiocchiabella mia, 
'Nfùnnela tutt' e fall' ir' a mutare ! 

Posilipo. 

299 

Furtuna, che buò' bene a li 'gnurante, 
E a li sapute nun ce ne vuò' niente, 
Me voglio fare i' pure nu' 'gnurante, 
Ora che lu sape' nun giov' a niente ! 

300 

Funtana, che min' acqu' a di' cannuole, 
Pecche nun faie nu 'sciumme currente ? 
Cussi è 'nu ninno quanno n'have doie, 
Nu' li pò far' a tutt' e doie cuntente. 
Te prego, ninno mio. amene una, 
E 1' ata levatella da la mente ; 
Pecche si li buò' amar' a tutt' e doie. 
Te stuone, te cunfunn' e nun faie niente. 

801 

Fuss' acciso l'uòmmen "e chi li crede, 
Ca si è pe' me nun li credo male. 
Vanno 'ngannann' a li ffiglie de mamma, 
Ma i' nenna nun ce songo e songo maie. 

802 

Fuss' accisa màmmet' e tu pure, 
Che t'ha 'mparat' accussì baggianella. 
Ca tutte li denare che t' abbusche 
Nun t' avast' accatta' nocch' e ziarelle. 

803 

Fuss' arrestuto chi si fide d' ommo ! 
L' ommo tene lu core de tiranno ; 
Cumm' a basciello le porta pe' l'onna, 



— 256 — 

'Nfin' a eh' arriv' a li suoie cumaiine. 
O ciel' e che malìzia tene 'st' onirao, 
Te iura, te prumett' e po' te 'nganiia ! 
Gruai' 'a la ronna che se fide d' ommo 
E nun ze fa' chiava' 'na funa 'ncanua ! 

Fii^^AMORE, Canti popolari abruzzesi (in appendice al 
vocab.) pag. 276, canto 27: 

E Wide che ffertùne tè' la dònno ! 
Te ggiùr' e tte prumétt' e ppo' te 'nganne. 

304 

Grarrafiiiella mia garrafinella (1), 
Chiena d'ament' e de galantaria, 
Me lu mmannast' a dìcer' a lu viento, 
Ca tu ra' amav' e i' nu' lu sapevo. 
Mo' ca lu ssaccio, ne', stongo cuntento, 
Tu fanne che ne vuò' d' 'a vita mia. 
Piglia la cart' e fance lu strumiento : 
Fin' a che campo tu sarraie la mia. 

(1) Garrafinella, caraffina . 

305 

Grialusia d'ammore, fallu murire, 
Nu' me lu fa' a 'stu munno chiìi campare ; 
lu stato trai-itore e m' ha traruto, 
Cu' li dorce parole m'ha 'ngannato. 
A chistu male cà ci aggio oorp' i' ; 
Chest' è r ammOre che faggio purtato ? 
Agge paciènzia, si parl'aecussì : 
Chest' è fuoco d' ammor' e coce assale ! 

306 

(TÌoia de la rezzola e ben capille, 
Assàmmete vede' 'sti zz'iarelle. 
Quanno se strozza li luonghe capille 
Pe' l'aria 'e fa vulà' li cciancianelle. 
Faie r ammore cu' chist' e cu' chillo 
Po' te ne vien'a me ca si' zetella ! 

307 

(ruaglione, che t'applenne a tanta frasche. 
Che frisco vuò' piglia' int' a 'stu bosco ? 
A^ene 'nu iuorno che se schiànteno 'e f frasche 
Rummane voce' aperta a 'ncappà' mosche. 



— 257 — 



308 



(jriiarda cuinme se spezza chisto zito, 
Manco si avesse campe semmenate. 
Si fosse d'oro cliillo suio vestito, 
Nun ze starria cu' tanta dignitate. 
L' aniello eh' ave fàuzo a lu dito 
Manco è lu suio, è de lu parentato : 
Se va vautanno che m'ha ve trarita, 
Pecche a nu' di" ca i' l'aggio lassato ? 

809 

làmmoce, ninno mio, iamm'a Koma, 
laram' a basa' li piede de lu Papa: 
E boglio dire: santu Papa mio, 
Perdòneme si songo 'nnammurata ! 
— Haie ragione, sine^ figlia mia, 
Susète, ca già faggio pei-dunata; 
E si nun fosse santu Papa io. 
Sarria de li primme 'nnammnrate I 
Mandalari, Canti del popolo reggino, p. 152. canto 196- 
E vvaju a Roma mu saluta a Ddiu, 

Perché lu Papa vogghiu a confessuri; 

Per mu nei dica lu peccatu mia, 

Ca nu' 'na donna jeu facia Tamuri. 
— € Vajiti figghiu, vi perduna Ddiu, 

« Ca pe' mmia 'ntantu siti perduuatu ! 

« E se non era santu Papa ,jeii, 

« Cchiù mmegghiu lu facia rannamuratu ». 

310 

I' ci aggio ditto tanta vot'a mamma (1) 
Che nu' me manna sol'a la taverna. 
Ce sta 'nu tavernaro zengariello. 
Me dà lu vino e nu' bo' li renare; 
P ce li poso 'ncojDp'a lu scanniello, 
E iss' a forza nun z' 'e bo' pigliare. 
(1) Variante: 

r quanta vota 1' aggio ditto a mamma. 
FiNAMORE, Canti pop. abruzzesi (in append. al vocab)^ 
pag. 304, canto 157: 

O mamma, mamme, ne' mme manta cchiià ssole 
A la tavèrne ne' mme ce manna'. 
Ce sta 'nu tavernar' accennarjìelle; 
M' ò d;l ' la rróbb' e nne' vvo' le denilre — 
Vàcce, la fìjja mó ', vàcce secare, 
Dlu tavernàre nenn ave ' paure. 

33 



— 258 - 

"Vìicce, la fìjja tné ', e vacce spésse; 
Dìjj' lu tavernare. che ffaccia esse. 
Vàcce. la fìjja me ', vacce cundènde: 
Li; taverna r' a tte n'n de fanijende. 

311 

lere vedette la Furtuna a mare, 
"Ncopp' a 'nu scuoglio che tanto chiagiieya: 
E tanto de lu chianto che steà a fare, 
'Nfin' a li pisce 'na piata faceva. 
'Nn libro 'minano lu stev' a sfagliare. 
E dinto 'sti pparole ce liggeva: 
Chi tene amante, se lu tenga caro. 
Si no, le tocc' a chiagne' cumm" a mene ! 

812 

lesce la luna pe" me fa' dispietto, 
Po'* se ne trase quann' è mezanotte: 
Neh. piccerè, che faie dint' a 'stu lietto ? 
Me faie canià' "ntra ciento botte ! 
Mo' chesta porta ch'io tanto rispetto, 
La faccio ciento piezz'e bona notte (1) ! 

(1) Chiurazzi Luigi, Dai canti popolari del popolo na- 
poletano (Nella Napoli illustrata, anno I, n. 2): 

lesce la luna pe me fa dispietto 
Po se ne trase qiianno è mezanotte; 
ZS^eli, piccerè, che faie dinto a sto lietto ? 
Me faie canià 'ntra ciento botte, 
Mo' chesta porta eh' io tanto rispetto 
La faccio ciento parte e bona notte. 

313 

lesce la luna e min fa luce tanto, 
Quanta la faccia vesta, bella mia; 
lesce lu sole e nun fa tanto 'ncanto. 
Quanto ne fa la vosta signuria. 
"Mmiez' a 'stu pietto vuosto, eh' è 'nu spanto (1) 
Ce so' doie lampe eh' è 'na simpatia. 
Chi se nce mira adde venta 'nu santo, 
Chi se nce corca nce resta cuntento. 
(1) Spanto, dallo .spagnuolo espanto, meraviglia grande. 

314 

lett' a la Puglia, me vene la nova 
Che la nennella mia s' è maretata. 
Corro a la casa, zetella la trovo: 
Xenna, le dico, tu pe' me si' nata. 



— 259 — 

Imbriani, XLV canti pop. de' dintorni di Mari<rliano> 
(Terra di Lavoro) pag. 6, canto VII: 

Jette a la Puglia, mtne vene la nova 
Che la nennella mmia si ' ha 'mmaretata 
Corre a la casa, zetella la trovo: 
« Nenna, > — le dico, — « tu pe' mine si' nata ».. 

315 

lette 'n Palermo pe' ce sta' tre ghiuorne, 
E a li quatto ce cado inalato, 
A li cinco me sunnaie nu suonno. 
Che nenna bella s' èva maretata. 
Me parto cu' 'na varca de retuorno, 
Pe' ghì' a 'ppurà' la pròpria veritate. 
Mièttete, tramuntan', a mieziuorno, 
Puòrteme ciento migli' 'a fore Crape. 

316 

r facci' ammore cu' 'nu masto d' ascia, 
M' ha lavurat' 'o core comm' a pesce, 
Viènece, masto, e biènetece pasce 
Cumm' a 'nu nicchinonno (1) i' me te cresce (2)^ 

(1) Nicchinonno, geranio notturno, pelargònio. 

(2) Cresce, cresco. 

317 

r iett*a Roma pe' me cimfessare, 
Truvaie a 'nu valente cunfessore, 
La primma cosa che m' addimmaie ! 
Dimme, nennella, cu' chi faie l'ammore (1) l 
Cunfiesse, patre, si hi' 'a cuufessare (2), 
Ca ce lu baco a, dìcere ò priore (3) 
— E lu priore a me che m' ha da fare ? 
Me leve la suttana e i' me 'nzoro ! 

(1) Variante: 

Dirame, nennella, si faie i'ammi>re ! 

ovvero : 
Me disse, nenna, cu" chi faie l'ammore ? 

(2) Variante: 

Cunfiesse, patre, si vuò' cunfessare. 

(3) Variante: 

jV" addimannare 'sti ccose d'ammore. 

ovvero : 
Nu' ghi' tru vanno li ccose d'ammore. 



— 260 — 

Xjozzi. Cecco d'Ascoli, pag. 182 : 

So' stata a Roma, e me so' confessata 
Da un padre cappucci predicatore. 
La prima cosa che m' à dimandala, 
E' stata questa, si faceo l'amore; 
Io gli ò risposto; Padre mio non poco, 
So' 'nnamorata, che non trovo loco; 
E lui mi disse: Fija disgraziata, 
Lassa l'amore che sarai dannata; 
E po' me disse: Va in nome di Dio, 
Va a far l'amore che lo faccio ancor io: 
E po' mi disse: Va in nome dei santi, 
Va a far l'amor, che lo fa tutti quanti, 
E lui mi disse: Va in nome de Dio, 
Va a far l'amor, che lo faccio ancor io. 

318 

I' ietf a Roma pe' sentì' la messa, 
Truvaie V avangèlia vutata. 
Xu' me ne curo si aggio perzo chessa, 
Eummèneca me sente chess' e n' ata (1). 

(1) Variante: 

Màmmeta m'ha chiammato pierdemessa, 
I' ce li pperde pe' li 'nnammurate. 
2fu' me ne curo si ce pergo chessa, 
Dummèneca m' a sento la cantata. 

319 

r murarraggio. si, nu' dubitare, 
^^un zeutarraje chiù 'st'aft'ritta voce. 
Doie campanelle sentarraie sunare 
Cu' 'nu lamiento e 'na piatosa voce. 
Mennillo mio da copp'affacciato, 
Mo' passa nenna toia cu' "na "roce ! 

ScHERiLLO, Saggio di canti pop. della prov. di Salerno. 
Pubblicato nel Mopì'inenfo letterario italiano. (Torino, 1-15 
settembre 1880. anno I. X 15). Canto 31: 

lu moru e morirò, nun dubbitare, 
^u' cchiù la siénii st'affritta mia voce. 
A meza notte sientarai sunare 
LU campane scurdate cu" la mia voce. 



Passa prima la vara e po' la croce, 

E tu 'ngràta ti vieni a affacciare: 

— E' mortu ninnillu miu pe' la mia croce! 



— -it;! — 

Imbriam , Canti pop. calabresi. In: // Propugnatore . 
-voi. Y, pag- ". canto XII : 

Affacciati se vò sèntere cantare, 
Ccà avante vedarai come sse more ! . 
A menzannotte sentirai sonare, 
Un tocco di campane ad alta voce; 
A matutino vedarai pa&sare, 
Una vara coverta senza croce: 
Allora, bella, te lo può vantare 
iluorto son io per te siià senza croce. 

Livi, Canti popolari della campagna pratese, pag. 16 

Morirò, morirò, non dubitare, 

Per me s'è messa in ordine la croce: 
E le (campane sentirai suonare, 
Le sentirai suonar con mesta voce. 
Dagli altri amanti sentirai tu dire: 
Ecco la dama tua, ecco la croce ! 

Canale, Canti pop. calabresi. Canto XVII: 

Bu moru. morirò non dubitar i, 

Tu no la senti cchiù st'affritta vuoi. 
A menzauotti sentirai sunari 
Di tutti li campani ad arta vuci, 
Dumani poi mi vidirai passari 
ATta la varetta cu li mani ncruci, 
Ccussì, tiranna, ti lu po' vantari 
Mortu l'amanti toi misu a la cruci. 

TiGKl, Canti pop. tose, pag. 315, canto 1144: 

Morirò, morirò: — che n averai ? — 
Per me sia messa in ordine la croce. 
E le campane suonar sentirai, 
Can'are il Miserere a bassa voce 
'N mezzo di chiesa portar mi vedrai, 
Cogli occhi chiusi e colle mani in croce: 
E arriverai a dire : Or me ne pento. — 
]S"on occorr 'altro quando il fuoco è spento (t) ,. 

(1) Senza alcuna variante è riposta dal GriAXXiNl nella 
Viola del Pensiero. Livorno, 1839, pag, 329, canto 24. 

E anche in volumetto a parte, edito dal Giampietro 
di Catania, si legge le stesso canto. 

Lo STESSO alla medesima pagina, canto 1145: 

Morirò, morirò; earai contento, 

Per me si metta in ordine la croce. 
Tu nella bara mi vedrai passare, 
Cinta di drappi neri e senza luce. 



- 262 — 

Allora, bello, contento sarai, 

Quando nel mondo più non mi vedrai 

Marcoaldi, Canti popolari ined. Un canto latino, pa- 
llina 135. canto 2'ò: 

Morirò, morirò, non dubitare, 
Più non la sentirai 'st' afflitta voce: 
A raeaza notte sentirai suonare 
■jS^a piccola campana a mezza voce: 
All'alba già lo vederai passare 
Un morto accompagnato dalla croce. 

Vigo, nota al n. 3225. 

Mnrirò. murirò, non dubitari. 
Fazzu cuntentu a tia, coruzzu duci: 
A menzanotti sintirai suuari 
Una lenta campana a brevi vuoi; 
A ghiornu chiaru vidirai passari, 
Lu parrineddu, la stola e la cruci; 
A tia sula cummeni d' affacciari : 
Morsi l'amanti to. jetta li viici 

La Ricreazione per tutti., volume primo 1858, pag* 
120, canto 104: 

Morirò, morirò; -che n'averai ? — 
Per me sia messa in ordine la croce. 
B le campane suonar sentirai. 
Cantare il Miserere a bassa voce. 

Cantu" Ignazio. Letture di famiglie. Piccola Biblio- 
teca morale, religiosa e letteraria compilata a cura di 
Luigi Vicoli. 

jS^apoli, Boutteax. 1354. Veggasi a pagina 80 : 

Morirò, morirò — che n'averai? 
Per me sia messo in ordine la croce; 
E le campane suonar sentirai. 
Cantare il miserare a bassa voce: 
"N mezzo di chiesa portarmi vedrai. 
Cogli occhi chiusi, e con le mani in croce, 
E arriverai a dire: Or me ne pento. 
'Non occorr'altro quando il fuoco è spento. 

Finalmente l' illustre musicista Luigi Denza rivestì 
questo canto di malinconiche note, facendone fare una 
imitazione italiana dall'egregio professore Rocco Eduar- 
do Pagliara, il quale ne poteva fare di meno, perchè 
già ci erano le versioni toscane. Eccola : 

Io morirò... ah... sì... non dubitare; 
non sentirai più l'afflitta voce. 
Due campane sentirai sonare, 



— 263 — 

eoli un lamento, e con pietosa voce !... 
Dolce amor mio- t'affaccia a '1 balcone: 
or passa la tua bella, con la croce ! 
L'Editore Ricordi di Milano , intitolandolo Nenia, lo 
pubblicò dedicandolo alla siirnorina Anna Acton. 

320 

Int' a "stu ì3Ìetto un" amante tengo, 
Nun zo' fatt' a buie che n' amate tante. 
"Na s.C'vittur'agirio fatt' e 'un strumento. 
Vogii' ama" a ninno mio 'nf a che campo. 

321 

Int' a "stu vico e' è nato 'nu chiuppo, 
Ognuno va e se ne fa "uà tacca. 
Ce sta 'na nenna ca In don' a tutte, 
Sulo cu' mico ce vo fa' lu patto. 

322 

Io me ne voglio ire e tu me tiene, 
Cu' 'na catena 'ncatenato m' haie: 
Leva la gelusia e miette lu bene, 
Dona 'stu core a chi prummiso T haie. 

323 

V quauno me 'nzuraie nun la Tuleva, 
A forza m' 'a facèttero pigliare : 
Me la risserò lanca com' 'a neva 
E la truvaie chiù nera de 'uà schiava. 

324 

T quant' è bella 1' ària de lu mare ! 
Xu' me ne dice core de partire (1) 
Ce sta 'na figlia de 'nu marenaro, 
Tanto eh' è bella che me fa murire: 
Nu iuoruo me ce vogli' arresecare, 
"Ncopp'a la casa soia voglio saglire; 
Tanto la vogli' astrègnere e basare 
A 'uzì' che dice: Amore, làssem' ire ! 

il) Variante: 

Core nu' me ne dice de partire. 



- 2H4 — 

Lozzi, Cecco d'Ascoli, pas|. 193: 

L'ho ditto, bella, « te lo voglio fare. 
Ne la camera tua voglio veniie. 
Ti voglio tanto stringere e abbracciare. 
E nelle braccia tue voglio morire: 
Ti vo tanto stringe" e abbraccia forte 
Che nelle braccia tue vojo la morte. 

FuoRTRS, Saggio di canti pop. di Giuliano (Terra d'O-' 
franto), pag. 21, canto 35: 

Nc'ede una figlia de nnu capurale, 
Chiusa la tene, e no' la fa bidire. 
•leu scarca giurnu m'aggiu risecare 
De la porta de l'ortu aggiu ttrasire. 
Tandu l'aggiu de stringere e bagiare 
Da le labbruzze soi sangu n'à 3.sire. 

ScHERiLLO, Alcuni canti popolari in dialetto napolitano. 
Pubblio. neW Ilìa<ttra2Ìone popolare. Voi. XVI, X. 1'.», Mi- 
lano, 9 marzo 1879, pag, 295, canto II: 

Vih ! qiiant'è bella. l'aria de hi mare, 
Core nun mme ne dice de partire: 
Ca ne' è una figlia de 'nu marenaro, 
Ch' è tanta bella, ca me fa muriré. 
'Nu juorn' i me nce voglio arresecare: 
'Ncopp'a la casa soja voglio saglire, 
Tanto la voglio stregnèr' e bbasare. 
Ch'essa me rice: Amore, lascera'ire ! 

825 

T quant' è bello lu sape' sanare, 
Quant' è bello chi sape cantra' buono. 
Si cocche (1) nonna nun 'a può' parlare. 
C 'o canto le può' dì' chello che buoie. 

(1) Cocche, qualche. 

326 

'I' quante me ne faie e te supporto I 
'N' ata che me ne faie i' le lasso. 
Nun ce 'mpignare pagliett' o nutare: 
T'aggio pigliato a òdio e te la.sso. 

327 

'I' quanto me piace l'uva croca 
I' senza veve' vino me 'mbriaco. 



— 265 - 

Méneme nu vasillo da 'sta sepa, 
P<Miza ca siniino state 'niiammurate ! 

328 

I' saccio t|uanto pis' e quanto vaie, 
Cu' tutto ea nun tengo la statela. 
Saccio quanta pedate ca tu daie, 
Cu' tutto ca mi' bengo appriesso a te. 
I' ce lu dico e essa me l'anneia, 
I' saccio cu' chi pràtteche e fai' à 'nimore. 

329 

I' so' caduto da copp' a nu monte, 
So' ghiut' a mare cu' tutte li panne : 
Pigliate carte, ealamar' e penna, 
Dicit* a nenna mia ca nu' me chiagne. 
Nenmella mia chiagne e bo' lu ninno, 
Lu ninno nun ce sta, mort' è la mamma ! 

330 

I' so' cadut' 'a copp' a nu vallone (1) 
'Ncopp' a nu rammo che me manteneva. 
Perz' aggio a ninno mio che tant'amavo, 
Chillo che tanto bene me vuleva. 
Chella vucchella soia sempe parlava. 
Che dorge parulelle me djceva ! 
Chi s' 'o buie va créder e penzare (2) 
C 'o ben' 'e nirino mio priesto temeva! 

(1) Variante: 

I' so' cadut' 'a 'n àcbero de tìoi-e. 
Oicero: I' so' caduto da nu ped" e sciore. 

(2) Variante 

Chi s' 'o cciedeva e chi s' o miuacenava. 

331 

• I' so' caduto dint' a nu vallone, 
Pè cògliere nu milo tramuntanò ; 
Amale tantu tiempo a \\\\ guaglione. 
Mamma tiranna nu' me lu vo' dare. 
Aggio raannato a Ferdinando (1) 'mperzona. 
Ch'essa a me lu figlio m' ha da dare. 

(1) Ferdinando ^\\ re. 

34 



— 266 — 
332 

I' t' aggio auiato "n 'anno t; ba pe" clui<», 
Si aA-ess^ auiat' a Dio sarria 'na santa, 
Sarria pittata "nfacci' a tiitt' "o mni-a. 
Sarria adurata cumnr a 1' àuti sante. 
Amalfi Cento canti del pop. di Serrava d'Iscliia 
pag. 37. canto L"V. 

T'aggio amato nu' manne e rao' so' diiie 
Si Jivria amato Dio sarria 'na santa: 
Sarria 'na santa pittata a li mnre, 
Sarria arnrata comrae 'e l'ante santf-. 

333 

I' te tentavo cumm' a rosa 'lupictt^^ 
Tu tutto lu ccuntràrio ni' he' fatto. 
Te lu boglio luvave tant' affetto. 
Te lu boglio turnà' lu tu io ritratto. 
Si nu' me cride, spàcclieine 'stu pietto. 
Dinto ce truTarraie pampuglie e taccll^' 

334 

I' voglio ittare un ruosso suspiro, 
A santa Lue' 'o voglio fa' 'rrivare. 
Sempe dicenno : Santu Luca mio. 
Li donne l)elle che 1' he' fatt' a fare t 
O tu r he" fatte pe' me fa' murire ! 
Ó puramente pe' me fa" dannare ! 

• 
Variante 1*: 

Vnrria saglì' 'ncielo. si potesse; 

Cn' santu Luca mio vnrria parlare: 

Vaco dicenno, Santu Luca mio. 

'Sta nenna bella che I' he" criat'a fare '■ 

L'haie criata pe' me là' raui-ire. 

O puramente pe' me fa' dannare ? 

Va pigliatella cu' In Masto mio 

Isso dleette pitta; e i' piltaie. 

Nu' la pittaie né bianca e né bruna. 

'N culore de la rosa naturale 

Variante 2.*: 

Nu iuorn'a Santu Luca vulett' ire; 
'Na razzia le vnlett'addimniannare 
E Ile ricette: Santu Luca mio, 
'Stn bellu ninno che The' fatt'a ffare t' 
O tu ll'he' fatte pd' me fa' murire 



- 2(;7 - 

O puramente po' rame ffi' dannare! 
L/u santo se viitaie cu' jiraud 'ardire: 
Seuip' addù me te Tien'a lamentare! 
Va te lamiente cu' In raastu mio: 
Isso me risse: Pitt' e i'pittaie. 

Imbriani. -XLV canti pop. de' dintorni di Marigliano 
(Terra di Lavoro), pag. 5, canto I; 

Voglio saijlire 'ncielo senza scala, 
Cu' Santo Luca voglio ì' a parlare: 
Sempre dieenne: — « Santo Luca mmio. 
« Si donne belle che li crie a fare? 
« E tu li crie pe' nce fa' raurire. 
« Sì puramente pe' nee fa' dannare... » 
Tu pigliatello c''o pittore mmio, 
Isso dicette:— « pitte, » - e i' pittaje; 
Jfu' pittaie ne "janco n^ turchino, 
Culore de la perla naturale. 

385 

La notte è lu repuoso de la gente, 
E i' uiescheniello nu' reposo male: 
Eeposa racqna e reposa lu viento, 
Ln viento abenta, (1) e i' n'abento male. 

Posilipo 

fi) Abeìitare, riposare, allentare 

E lo mio core abenta. Bonaggh'NTA Ubbiciani. 
Tfon ago;io abento tanto il cor mi lanza 
Con li riguardi degli occhi ridenti, G-UIDO DELLE CoLONNK 
Porse mi darà abento. Puccian Martelli 

336 

La priuima sera che ce -iett'a Agnano 
Truvaie la mamma de la bella mia. 
Tòrnete, tòraete, nun ce i" a Agnano, 
Ca se piglia 'na longa malatia. 

337 

La primma vota che me 'nnammuraie, 
Me 'nnammuraie de 'na ealavresa ; 
La primma cosa che m' addimmaunaie: 
I' voglio 'na scupella a la francesa. 
1' me vutaìe nun t' 'a pozzo fare, 
Ca 'ncnollo nn' me trovo nu turnese. 
Essa se vota : Nu' ve pozzo amare, 
I' l'aggio 'n atanmnte a lu paese. 



-- 268 — 

38S 

La l'osa e lu caròfeno sta 'nguerra. 
Nun zanno qua' de duie megli' addora. 
La rosa se niantene fresca e bella ; 
Lu caròfeno fa la megli' addore. 
Angelo da In cielo, scinne 'ntei^ra, 
Dichiàreme 'sta càusa d'amraore ! 
— Fernìtela^ temitela 'sta guerra ; 
Dico ca site belle tutt' e doie. 

339 

La rosa è bella, ma tene la spina. 
La spina nu' pò sta' senza la rosa 
Cugliett^ 'a rosa e me ferett' 'a spina, 
Sàneme, Rosa mìa. sàneme. Rosa ! 

Un canto a pag. 34 della Raccolta di varie cantoni di 
Amore, di Gelosia, ecc. dice : 

La rosa è bella, ed ha la cruda spina 
La spina non pnò star senza la rosa, 
Vidi la rosa, e non curai la spina. 
La spina ascosa, sta sotto la rosa 
Colsi la rosa, e mi ferì la spina, 
La spina sta per ^juardia della rosa 
Rosa, morir mi fai colla tua spina. 
La spina mi ferisce, ognora, o rosa ! 

Mandalari, Canti del pop. reggino, pag 199, canto 10: 
'A rrosa è bedda ed avi 'a cruda spina, 
'A spina sta ramucciata nta la rtosa 
Eh vitti a rrosa e non curai la spina, 
'A spina mi firiu: sanami, o Rosa 

340 

La tortora eh' ha perza la cumpagna 
Tutte li iuorne sta malancunosa ; 
Trova nu pantanìello e se ci abbaglia. 
Vi' cumme se la veva 'ntruvulosa ; 
Po' se ne va a nu pizzo de muntagna, 
Vj là se chiagne li malanne suoie. 

341 

Jia vecchia quanno stace a lu puntone, 
Cu' la curona 'mmana e murmuleta: 
Tu te crìde ca fa l'urazione, 
Chella piglia li sant' e li struppeia. 



— 209 — 

Li donne la dummèneca so' belle, 
Nun /accio che diàvulo se fanno. 
Tento li bidè ciimm' a 'na tiella, 
E po' spicchièieno cunim' a nu cristallo- 

843 

Lu bello mio si chiamma Griuseppe, 
Lii capo iucatore de li ccarte. 
Se l'ha iucato 'stu cor' a tressette, 
Mo se ne vene cn' 'stn core 'e carte. 
Io nun In voglio lu core de carta, 
Voglio lu core che isso tene 'nimpiettp. 

FiNAMORK. Canti pop. abriizz. (in appendice a "Voca — 
bolario). png. 279, canto 52: 

L'Amore mìje se chiame 'Cubicce: 
Lu cape ggiucatóre de le cartùcce. 

Lezzi, Cecco d'Ascoli, pag. 171. 

E lo mio amore si chiama Griuseppe; 
Lu primo giacatore de le carte; 
S'ha giocato il cappello de le feste. 
Se giocarla la moglie, se l'avesse. 

Dalmedk'o, Canti del popolo veneziano, pag. 51,canta 
N, 43. 

Il mio moroso se chiama Griusepe; 
L'è '1 mògio zogador che zoga a carte, 
Chiapa sto cuor e zoghilo a tressete: 
Il mio moroso se chiama Giusepe. 

344 

Lu bello mio se chiamma 'Ngiulillo, 
E berameute 'n àngiiilo me pare; 
Scinne, àngiulo d' 'o cielo, e pigliatillo. 
Nu' me lu fa' A^edè' 'mputere a 'n'ata. 

Imbriani, XLV canto pop. do' dintorni di Marigliano- 
(Terra di Lavoro) pag. 7, canto X: 

Lu bello mmio s.se cchiamme 'I^giulillo, 
E veramente 'n angelo mme pare; 
Scinne, angelo d' 'o cielo e pigliatillo, 
x^u' mme lo fa vede' 'mprndere a n'ata. 

345 

Luce la luna e nu' la veco tonila. 
Bella, li stelle cuprita me l'hanno. 



— -270 — 

Stelle meie, ve prei" a un' a una 

A cliisto punto nu' m'abbandunate. 

^-Lscite tutt' e scuprite la luna, 

<^)uanno parlo cu' neuna e buie schiarate. 

Luce la luna hi terzo de Tanno. 
Fa luce a ninno mio de nott' e gbiuorno, 
Cielo, chi m' 'o jiava tautu danno ? 
Quant' anu' i' pe' tè aggio perz' 'o suonno ! 
Tanno 'st" uoceìiie miei" arrepu-arranuo 
Quanno cu' ninno mio me cocco e dormo. 

347 

]juce la luna pe' la saittera, 
Pennella mia n' è partut' ancora. 
-Quanno se strezza chella capellera, 
Ogne capille ietta nu sbrannore. 
Yiato chi li 'ntrezzà e chi li strezza, 
Agiato vosta ràzia chi la tene. 

34.S 

Luce la luna be' me fa' dispietto; 
Po' se ne trase quann' è mezanotte. 
A'erulella, che ce faie sola a 'sta lietto ? 
Pe' tè ce scassarria fenest' e porte. 
Si ci arriv' a saglì" 'ncopp' a 'stu lietto, 
Pe' me sparte" cu buie, ce vo' la moi-trs. 

Variante: 

Esce la Imiti pe" me fa' dispietto, 
Canta In gall'e sona mezanotte. 
Tn. bella, e ti e ce faie ini'a 'stu lietto 
Me faie dispera" fora 'sta porla 

849 

JjU ccbiàgnere che fanno li surdate 
Mo eh' hanno da partì' pe' li galere ! 
Chi ce chiagne palazz' e chi donare, 
Chi dice r()i)ba mia chi lu pussede ! 
Chi ce chiagne la mamiìia e chi lu paté, 
p] chi se chiagne la soia mugliera. 
Assemt^ chiagne' a me che so' sfurtuuato ; 
Stongo da 'rasso "a chi me vole ì)eue. 



— 271 — 
850 

Lu cielo hi diluirne sceno li stelle, 
La terra la guarnèsceno li sciare, 
La mare hi guarnèsceno 'e vascielle. 
Vascielle, vascellott' e galiune, 
Nàpule lu guarnèsceno "e oastielle, 
Mo li palazze e li belle signure ; 
Gruarnèsceuo 'sta nenna ruoccliie belle. 
Lii bellu vis' e la cammenatura. 

351 

Lu inorilo chiù nu" pozz' arrepusare. 
Manco lanotta pozzo chiìi durmire, 
Sta' luiitan' a 'na nenna è nu crepare. 
E stami' a cor' a cor' è nu uiurire 

352 

Lu sàpeto se cliiamni' allecracore, 
Fa pe' chi tene 'na bella mugliera ; 
Chi tene bella mugliera sempe canta. 
Ohi tene li clenare sempe conta. 
r mescheniello nu' conto e nu' canto. 
M' àggio pigliata brutta e senza niente. 

Posilipn 
353 

Madonna de li Tagne, ino m'affoco, 
Mo me ce mengo dinto a 'stu trabucco. 
Si trovo lu eceniero me ce cocco, 
Si trovo a ninno mio me l'abbraccio. 

354 

Malatiello so' stato pe' murire. 
Li mièdece m'avevano abbannunato (1) 
L'ùrdema niedecina che me dettano : 
La notte che m'avessero guardato. 
A mezanotte la 'roce apparava, 
Li prièvete, lu lietto e li cunfiate (2) 

(1) Yariante: 

Li mièdece m'avevano spedato. 

(2) Variante; 

La casa steva chiena do cunfrate 



— 272 — 

"Nzuoiiiio veiiette uoechiabella mia (3) 
A la inatiua me truvaie sanato. 

(3; Variante: 

Xa notte me sunnaie nennella m'a. 

30.-) 

Mamma, mamma, n' accatta" chiù legna, 
M' agtrio 'nznrato dint 'a la campaiina (1) 
M'aggio i)igliato 'na nenna benegna, 
Oone capillo costa mi diamante. 

(1) Variante 

Me so' nzui-ato 'ticnpp'a 'na ranntagna. 

Amalfi, canti del popolo di Serrara d'Ischia, canto XIII 
N. del periodico &. B. Basile. 

Mamma, mamma, n'accatta' chiù legna; 
Me so" 'nznrato 'mmiezo a 'uà campagna; 
M'aggio pigliato 'na donna benegna; 
Ogne capillo costa nn diamante. 

356 

Mamma, mamma, tre palumme d' oro, 
Cliillo de miezo è In signore mio, 
Chillo de penta le vasa li mmaue. 
Cnmm' a 'na fronna de vasenicola. 
Yasenicola e rosa de Tumasco, 
Ce sta mi capitan' a l'aria Francesca (1) 
Che m'ha mannate tanta bone pascile 
E m' ha mannat' a dìcere accussi : 
Ch' a l'aria l'Vancesca e' è nu trave, 
r)gnuno che ce passa pava 'a pena ; 
Appena ce passale nennillo mio, 
"X àuto poco 'u pena ce cadeva. 

(1) Aria Francesca, Riia Francesca, via in Sezione di 
Pendino. 

357 

Mamma mia me fice tanta bella, 
Po' me mannai' a còcere a In sole; 
Me fice 'na tuvaglia a cetranella, 
Ln viento mó la tòchela p' a in more. 

Fosi/ipo 



— 273 — 

858 

— Mamma, si tu vedisse la vallèa ! 
— Figlia, ce diciarrisse muore craie. 
Da poppa a prora è ehiena de bannere, 
'Mmiezo ce sta lu 'nfierno naturale. 
Iju mastu che ce va pe' la curzeia 
Dace mazzat' a chi nu' bo' vucare. 
Se vota arreto e tene mente a mene : 
Voca 'stu rimmo, disperatu cane. 

Vomero 

Variante: 

Mamma, si tu sapisso la galera, 
Me diciarrisse: Figlio, muore craie. 
Da poppa 'mprora ehiena de bannere, 
Dinto ce sta lu 'nfierno naturale. 
liu capitano va pe' la curzea 
Da poppa 'mpróra cu' lu chirchio 'mmaao. 
Po" se ne vene e dice 'nfacci' a mene 
Voca 'ssu rimmo, o ànema de cane ! 

359 

Màmmeta m' ha chiammata fattucchiara, 
A do' te l'aggio fatto la fattura ? 
Nun t' àggio fatta e mo t' 'a voglio fare ; 
Yogl' ì' facenno èvera de mura. 
Ossa de muorte e corde de campane, 
Piccerè', te l'attacco a la centara. 
Sempe lu nomme mio puozza ponzare 
A 'nfi' a lu iuorno che baie 'nzepurdura (1), 

(1) Variante: 

Màmmeta m'ha chiammitta fattucchiara: 
^a 'itto faggio l'atta 'na fattura. 
Fosse lu cielo e la sapesse fare, 
'A faciarri' a tè e a màmmeta pure ! 
Imbriani, Canti popolari delle prov. raerid, voi. 2°, 
pag. 107 : 

Màmmeta mm' ha chiamata fattucchiara, 
Mm'ha detto che faggio fatto la fattura; 
Fosse lu cielo e la sapesse fa' 
La farla a te e a màmmeta pure. 

360 

Manno dento salut' a 'sta fenesta, 
Cientecinquant' a chi ce sta affacciata. 
Tanta ne mann' a 'stu bellu curpetto, 

35 



— 274 — 

Fé' quanta ])unte lu masto ci ha dato. 
Tanto ne mann' a chist' nocchie eelest»^, 
Pe' quanta vote m'avite guardato ; 
Tanta ne mann' a 'sta vucchella vosta, 
Pe' qxianta rase màmmeta t' ha dato. 

361 

Maria, nun te chiamnio chiù Maria, 
Ma te voglio chiammà' culonna d' oro : 
Li }3piete che scarpise pe' la via 
Li ffaie addeventà' pretelle d' oro ; 
Tanto si' bella tu, Maria mia, 
Ca te Tace a guardare e me ne moro. 

362 

M' aggio da fa' 'na càramera e cucina, 
Nu fenestiello a l'onna de lu mare. 
Quanno m' affacc' q beco nenna mia 
Tutt' addorosa de scoglie de mare. 
Ca l'acqua de lu mare tanta salata 
Into ce sta lu pesce sapurito ; 
La fronna d' aulÌTa è tant' amara, 
L'uocchio de nenna mia è tanto piatuso (1). 

(1) Variante degli ultimi quattro versi: 

L'acqua de lu mare tanta salata, 
lii pisce che so' dinto soniso dece. 
La fronna d'auliva è tanta amara 
Lu cor' 'e nenna mia è tanto dece. 

FiNAMORff, Canti popolari abruzz. (in app. al vocal»), 
pag. 289, canto 104: 

Me vùoje fa' 'na cambi' e 'nna cuc-iue; 
'Na fenestrelle pe' ffàrece l'amóre. 

363 

Mamma, nove^ mise me purtaste 
Int' a la panza toia, me parturiste. 
Quanno a la siggiulella t' assettaste, 
A perìculo de morte te raettisto. 

364 

Me iette a cunfessà' : ohie Pa', le disse, 
(Je sta nu ninno che passa e ripassa. 
Lu cunfussore se vota e me disse : 
I' nun t' assorvo, Ne', si nun lu lasse. 



— 275 — 

'Ntramente chesso lu padre me disse, 
Passale lu ninno e io: ohie, Pa', ino passa. 
Lu cunfessore se vota o me disse : 
É troppo bello, ohie Ne', va te ce spasse. 

ScHERiLLO, Alcuni Canti popolari in dialetto napoli- 
tano. Pubblicati suir Illnslr azione popolare. Voi. XVI, 
n. 19, Milano, 9 marzo 1879, pag 295, canto I: 

« Mene jett'a confessare e nce lu disse : 

— Oje pà, nce sta nu ninno ca me passe. 
liu cunfessare se vot'e rame disse: 

— I nun te pozz'assorve si nn' "u lassi. 
'Ntrament' isso riceva, passaje ninno: 

— Oje pà, chist'è lu ninno ca mo passe. 
'Lu cunfessore se vot'e rame disse: 

— È troppo bello, aje né, va te nce spasse I » 

I 

365 

Mena, vieuto de terra, mena mena, 
Asciutta la cammisa a lu mio amore ; 
Vene stasera e se vole mutare, 
Dice eh' ha camm.enato pe' lu sole. 
Chi dice ca lu sole nun cammina '? 
P dico ca cammina de buon passo. 
Chi dice ca 'sta nenna nun è mia ? 
P. dico eh' è la mia e nun la lassa. 

Pomlipo 
FiNAMORE, Canti pop. abriizz. (in appendice al vocab). 
pag. 284, canto 75: 

Chi te r a ditte lu sóle ca nen gamìfto ? 
Lu sole de bboiu basse fa la ggiurnate. 
Ccusct sarrèbbije la donne quando nasce: 
Quando cchiù ccrésce, chiù 'll'am()re pònze. 

366 

Me ne partette 'e duinmènec' a matina. 
P me ne iett' a la cita d'Averza. 
Là ce truvaie a uocchiabella mia. 
Cuglieva li caruòfene a la testa. 
Uno ce ne cercale 'ncurtesia, 
Essa me ne dunaie nu rammaglietto: 
Me lu mettette a lu pietto p' addore, 
Pe' gentilezza nun zeccasse male. 

367 

Me ne vogl' ire 'na notte cantanno, 
'A voglio fare 'na nuttata tonna. 



— 27G — 

Ce sta uà ueiina che me sta 'spettanno 
A la fenesta cacata de suonno. 
Ci 'o boglio dice' a chella cara mamma 
Ca nu' m' 'a fa muri' perdenu' 'o suonno. 

Posilipo 

368 

Me parto cunun' a barca 'ucopp' a l'ouna, 
Faccio la mia partenza lacrimanno ; 
E quanno so' arrivat' a chillu 'ntuorno 
Faccio 'na lettricella e te la manne. 
Cu' chillu gnòstio che ce sto screvenno 
So' li llàcreme meie che buie penzanno. 
Nun zo' quanno sarrà lu mio retuorno, 
Ce spuntarranno iuorne, mis' e anne ! 

Posilipo 
369 

Me prummutiste quatto muccatore, 
I' so' benuto, si me li buò' dare. 
Si nun zo' quatto e tu dammenne doie, 
Quanto m'annetto 'sti llàcreme amare! 

370 

Me si' benuto 'n òdio murtale, 
Manco lu nomme tuio pozzo sentire. 
Malato te vurria a lu spitale, 
Cu' 'na freva malegna e ghiettecia. 
E t' avarria lu mièdeco urdinare, 
'O sputo mio pe' te fa' guarire. 
Cient' anne me starria senza sputare, 
'Xfi' che de pena te farria murire. 

371 

Me so' arreddutto de me fa' remito, 
Già che tu, bella, m' baie abbandunato. 
Quanno vediste lu core ferito 
Li spalle me vutaste e m' he' 'ngannato. 
Chello che die' a buie già 1 ' ite 'ntiso : 
Chi vace pe' 'ngannà', resta 'ngannato ! 

372 

Mettìmmeee la mana 'nfra la petto, 
Yedimmo chi de nule ragione porta. 
Mannaggia ([uaunno male te canuseette 
Ca me staie danno addavero la morta. 



— 277 — 

Mannaggia quanno maie te mis' adetto 
E chillu iuorno ca t' apretto 'a porta. 
Si trovo nu puzzo futo i' rae ce ietto, 
Allora chiagnarraie quann' i' so' morta. 

373 

Me voglio fa' 'na capa cu' 'na trezza, 
'Mmiezo ce voglio mettere nu lazzo ; 
Mosta farraggio de 'sti mmeie bellezze, 
'Ncarrozza me ne vaco into palazzo. 
Into palazzo ce stanno li sciure, 
Te faccio 'o rammaglietto, n'avè' paura. 

374 

Me voglio fa' 'na risa quanno moro. 
Voglio chiava' nu càucio a la vara : 
'N ato lu chiavo 'mpiett' a don Nicola, 
Si nu' me dice la messa cantata. 

375 

Me voglio fa' 'na scarpa cu' 'na pont», 
E tutt' attumiata de diamante ; 
'Mmiezo ce voglio fa' nu bellu fonte, 
Do' vann' a bere 1' assetai' amante. 
Ci ha da veni' lu figlio de lu conte, 
M' ha da mette' curona mente campo; 
E chi vo' vèvere acqu' a la mia fonte, 
Ce vonno li zecchine trabuccante. 

Vomero 

Amalfi, Cento canto del pop. di Serrara d'Ischia, 
pag. 39, canto LX. 

— Mene voglio fa' 'na scarpa cu' nu ponte 
Chiena de rubine e diamante; 
Miezo noe voglio fa' 'na bolla fonte 
Addò vanno a bero l'assetate amante. 

376 

Me voglio fare nu curpetto a core 
Mo' che ne' è 'a carestia r' 'e buttune. 
Jate ricenno ca faccio la cola 
'A cola che face' io facite vuie. 
Jate ricenno ca nu' me vulite, 
I' manco voglio a buie, si m' addutate. 



— 278 — 

377 

Me vogli fa' nu manto de fenucchie, 
E de fenucchie In voglio 'nfarrare (1), 
Lu voglio fare a 'nfino a li ddenocchie. 
E de fenucchie lu cappuccio fare. 
E mente stann' apierte li miele uoechie, 
Sempe fenucchie voglio semmenare ; 
Semmenanno accussì sempe fenucchie 
Quacche nenna putesse 'nfenucchiare. 

(1) ^Nfnrrare, foJerare. 

378 

Me voglio fare mònaco remito. 
Si chillu cielo mi ci ha destinato : 
Me voglio fare 'n àbeto guarnito, 
L'àbeto 'ucuoUo e la curona allato. 
Po' me ne vaco dinto a chillu vico : 
Nennella bella, famme 'a caritate. 
Essa s'affaccia e dice: Ghie, i-emito, 
Da quantu tiempo t' haie ammunacato ? 
— Aggio amato 'na nenna e m' ha tradito, 
Pirciò me trovo a 'stu mìsero stato ! 

379 

Me vogl' ire a 'nzurà' dinto Zulofra (1), 
Me la voglio piglia' 'na zulufrana, 
Nu' me ne curo si nun tene rote 
Basta che tene la cunocchia mmano. 
Nu" me ne curo si nun tene rote. 
Basta che tene la ... . 
Riccia Riccia 'Ntonià; 
Basta che tene la ... . 
Riccielella Ricciolà. 

(1) Solofra^ prov. di Avellino. 

380 

Me voglio maretà', mamma che bo' ? 
Dice ca n' aggi' ancora quìnnici anue. 
Me voglio maretà', essa che bo' ? 
Che ci ha che fare l'ammore cu' Panne? (1) 
Viènece, ninnu be', senza paura ; 
Ca mamma la vulimmo cuntentare ! 
(1) Si confronta' questo verso col penultimo del S*" 
«anto di Montella di Giulio CaPONE, 



— 279 — 

381 

Me voglio maretà' a santu Grliuòminero, 
Se face la culata senza cènuere. 
Beneritto Dio ch'ha criato a 1' uòmmene, 
Che hanno a cor' a core cu' li ffèmmene. 

382 

Mìserrr me ! so' pòvero furastiere, 
Vaco truvanno de stare a patrone. 
Saccio fa' lu vulante e lu cuc^hiere, 
Saccio tira' li ccàuze a la signora. 
Saccio fare la chianca e lu chianchiere, 
La meglia carne porto a la patrona. 
Si la patrona se fide de mene, 
Me niann' a fa' lu lietto a li ffigliole. 

383 

'Mmiezo a 'sta chiazza e' è nato nu lupo, 
Tutte li nenne belle s' lia pigliate. 
Una ce n' ha rumraasa chiìi lenguta, 
Ca pe' la lengua nun ze l'ha pigliata. 

Posihpo 

Amalfi, Cauti del popolo di Serraia d" Isckia , In 
Giambattista Basile, anno I, num. 4 : 

Int'a 'su luogo ne' è nato nu lupo. 
Tutte le zetelle s' ha mancete; 
W ha rummesa 'n' ata la chiù lenguta 
Pe' chedda lengua nu' s' è maretete. 

384 

'Mmiezo Ruvito ne' è nata 'na noce, 
Sta tutta 'nturniata de vammace, 
Nce sta 'na nenna che m' ha miso 'neroce 
E bo' Ciccillo suio che le piace. 

385 

M' 'o prummetiste 'o milo muzzecato : 
E i' pe' lu sdegno te dunaie lu core {1) 
Te lu dunaie tutto 'nnargentato, 

(!) Variante: 

Int'a lu sdegno te dumaie '.stu core. 



— 280 — 

'Mmiezo stèvano scritte di' parole. 
Una diceva: Ninno, faggi' amato (1) 
'N'ata diceva: Si nun t' amo, moro (2) ! 

Posilipo 

(1) "Variante: 

Una diceva: quanto faggi' ;nnato ! 

(2) Variante: 

Me dunaste nu milo muzzecato, 
Ed io pe' scagno te dunaie 'stu core, 
I' te ili dette tutto 'niiarge-itato, 
E 'mmiezo cu' doie stròppolo d'ammore 
Una diceva: bella faggi' amato. 
'Wata diceva: 'e gelusia se more. 
!Su' 'mporta ca 'stu core 1' haie lassato, 
Si' la chiave p'aprirlo 'ntutte 1' ore. 

La seguente variante è fra le canzoni possedute dalla 
Biblioteca musicale in S. Pietro a Maiella in Napoli. 

Me donaste nu milo muzzecato 
Io pe scagno te donaje stu core. 
Io te lo dette tutto 'nnargentato 
Mmiezo 'nce steano scritte doje parole; 
Una diceva « Bella faggio amato» 
N'ata diceva « De gelosia mme moro. 
Non 'mporta Nonna mia ca mm'aje lassato; 
Tu si la chiavetella de stu core. 

Tommaseo, Canti pop. tose. ecc. Voi. I, pag. 152, 
canto 6. 

M'è stato dato un pomo lavorato, 
Ed io per pegno gli ho dato il mio core. 
Intorno intorno gli era inargentato. 
In mezzo ci era scritte due parole. 
Una diceva: core tanto amato. 
L'altra diceva: gelosia d'amore. 
Una diceva: spicolo e viole. 
Siete la catenella del mio core. 
Una diceva: spicolo e mortella. 
E del mio cor siete la catenella. 

Dalmbdico, Canti del popolo venez. pag. 129, canto 
55.~C. 

M'è stato regalato tre naranze, 
Drento ghe gèra scrite tre paiole. 
Una diseva: ohimè quanto ini ami ! 
L'altra disea: da gelosia mi moro. 
L'altra diseva, anima terena. 
Ma no tegnir amanti a la catena. 



— 281 — . 

386 

Mo se cocca hi sol' o se fa Jiotte, 
L'ora mo vene de li miele tnrmieDte, 
Ogn' auciello torii' a la soa fonte, 
I' mescheniello sto a l'acqua e a lu viento. 
Ce sta 'na vicchiarella de Pitonto (1), 
Lavora li rubine e li diamante. 
Chi vo' passa' 'stu sciumme senza ponte, 
Se po' chiamuià' culonna de l'amante. 

Posihpo 
(1) Pitonto, Bitonto, provincia di Bari. 

387 

Mo se marita la penta palomma, 
Mo se ne va 'nipntere a lu marito, 
Vene la mamma e le conta li panne. 
Vene lu paté e ce li benedice. 
Figlia, puozza cuntà' cincucient'anne, 
Cineucient'anne cuntent' e felice. 
'Ncapo de l'otto iuorne ce va 'a mamma : 
Figlia, cumme te porta lu marito ? 
— Me porta cumm' a donna maretata, 
Nu muorzo amaro e 'n àuto sapurito. 

Posilipe 

388 

Mo se ne vene 'a vorpa lenta lenta, 
Oh' 'e mmane sotto me pare 'na santa. 
S' ha magnata la mi' 'allenuccia penta, 
Pe' chest' 'o valliiccio la notte nun canta. 

389 

Mo se parte lu sole e ba 'mbiaggio, 
Pe' cumpagnia se porta la spera (1). 
Lu vasciello se part' e ce va 'n Francia. 
Pe' dare lu succurzo a li ggalere. 
Abbrile se parte e ba a trnvar' a maggio. 
Pe' fa' veni' cumprita primmavera. 
1' m' aggio da partì' voglia nun aggio, 
Chist' è lu segno /che te voglio bene ! 

(1) Spera , raggio. Come lo solo ispande le sue spere, 
Barb. stor. 

U 



— 282 — 

390 

Mulino 'ngrato e chino de 'nteresse, 
S' apprica sul' a li guste e li spasse. 
Ohi pece' assale e poco se cnnfessa, 
É signo eh' a la chièsia sta d' arasse. 
Si vide la peccato quanno 'ntesse, 
Ne sgarrupa li ccase e fa fracasso. 
Quanno vedite chiòvere e nu' cessa, 
Signo ca lu peccato nun ze lassa. 

391 

Muntagna 'e Somma se vo' maretare, 
Se vo' piglia' Salierno pe' marito. 
Nàpule bello le porta 'a 'mmasciata, 
Castiellammare accetta lu partito. 

392 

Musso d'aniello mio, musso d'aniello, 
Sera e matina te vurria vasare ! 
I' nun te cagnarria pe' nu castiello. 
Manco pe' 'na gran zomma de denare. 

393 

'Na frezza d'oro te vurria menare, 
'Mmiezo a 'sso pietto te vurria ferire, 
Doppo feruto te vurria sanare, 
Core de cane ! tu me faie murire. 

394 

'Na ronna Setteciento se chiammava, 
E setteciento 'nnammurat' aveva. 
Quann' ess' a la fenesta s' affacciava, 
Tutte li setteciento se teneva. 
Chi nu vasillo e chi nu vasamano 
Tutte li setteciento manteneva. 
Quanno lette a la chièsia pe' spusare, 
Nisciuno 'e setteciento la vuleva (1). 

(1) Variante: 

De setteciento nullo la vuleva. 
FiNAMORE, Canti pop. abruzz. (in append. al vocab.), 
pag. 'à'ià, canto '2ò'd: 

Appoc'appoco la carta s'affina; 
Ogni fidól'amande s'abbandona, 
aramene uno, e nnon n'amane céndo, 



— 283 — 

Che non zò' ffatte pèrzeche jj' amandi. 
Bbèlla, che ceingiiecéndo ne chiamate, 
E ccinguecéndo 'nnamorati avete. 
Quando è ll'óra de lo maritare. 
De cingueeéndo niseiùno n'avete. 

eanto^^^^^^^' Canti del popolo reggino, pagina 195, 

'A bedda setticentu si chiamava, 
E setticentu nnamurati aviva, 
A ecu chiamava, a ccu n'occhiata dava, 
E ttutti i setticentu si tiniva, 
E qquandu a la finestra s'affacciava. 
Tutti comu li sturni si cugghiva, 
Vinni lu jornu di lu raaritari, 
^uddu di setticentu la vuliva 

Tigri, Canti pop. tose, pag. 247 canto 909. 

Bella, che censessanta ne chiamate, 
E centottanta innamorati avete; 
E quando alla finestra v'affacciate. 
Come un brano di storni li vedete; 
Amane uno, agli altri dagli bando: 
Se toccherà a me, sarà mio danno. 
Aroane uno, e agli altri dai licenza: 
Se toccherà a me, avrò pazienza, 

GiANANDREA, Canti pop. marchigiani, pag. 130 canto 45: 

Bella, che cinquecento ve chiamate, 
E cinquecento innamorati avete, 
Quanno dalla finestra v'affacciate 
Come un branco de storni li vedete; 
Quanno dalla finestra t'affaccerai, 
Come un branco de storni li vedrai. 
Imbriani, Canti delle prov. merid., Yol. II, pag. 235, 
canto di San Donato (Terra d 'Otranto I canto lY.* 

'I^a donna cinquecentu sse chiamava, 
Ca cinquecentu 'nnamurati avia; 
Quandu de la fenescia sse 'nfacciava, 
Comu 'nu sciannu d'api li vidia; 
A ci 'nu risu, a ci 'na basamanu, 
Tutti cori cuntenti li facìa; 
'Rriau Tura de lu 'mmaretare, 
ÌN'uddhu de cinquecentu la 'ulia 

Yariante di Nardo: 

'Na donna Settecentu ssi chiamava, 
Ca settecentu 'nnamurati abìa. 
Quandu di la fineseia ssi 'nfacciava, 
'Na truppa cu' surdati ndi 'idia, 
A ci 'nu baciu, a ci 'nu baciamanu, 



— 284 — 

Tutti cori cuntenti li tinia; 
Ma qiiandu 'enne l'ora ci spittara, 
Nuddtiu di settecientu la 'iiliu. 
Variante d'Airola. 

Donna de setteeiento un chiammate, 
E setteeiento 'nnamorate avite. 
Quanno fustivo a chiesa a sposare: 
Di setteeiento nisciuno ve vulivo ! 
Maucoaldi, Canti pop. inediti ecc. pa» 0-^, canto DK 
Umbro: 

Bella che cinquecento vi chiamate^ 
E cinquecento innamorati avete, 
Quanno che a la finestra v'affacciate 
Come un branco de storni li vedete: 
Chi con uno sguardo e chi co' un baciamano 
Tutti, bellina, ve li mantenete. 

395 

'Na nenua lue cliiaiumaio senza sale: 
Chesta è la yerità, iiun è buseia. 
Lii paiTucchiano che me vattiava. 
Se scnrdaie lu sale pe' la via. 
Sabetamente lu mannai' a pigliare, 
Nu' lu ttruvaie^ 'ncusciènzia mia, 
8i me date nu poco de "stu sale, 
Cumme a buie me faccio sapurito. 

396 

Nenna, dimmello, che fuio "sta fuoco '? 
• I' 'sta spartènzia nun credeva male.. 
Steva de notte e ghiuorno rente a buio, 
Mg me trovo da vuie tanto luntano ! 
Tutte li ppene mele cuntav' a buie: 
Nenna, uio, dinime, a chi conto 'sti guaie? 

Posilipo 
397 

Nenna, si feci arrore, me rimecco. 
So' resoluto, penitènzia faccio. 
Dinto me ne vogl' ir' a nu diserto. 
Tutte 'sta vita me vegli' abbrusciare. 
Doppo abbrusciat' a li piere me lecco : 
Nun Greggio (1) ca nu' m'haio a porduiiarc. 
Doppo perdunatiello ve pniramecco: 
Ve so' fedele de nu' ve lassare. 

PosilipO' 

(ì\ Creytfio, credo. 



— 285 — 



398 



Nennella che nu' baie manco "na colia (l) 
Tiene la faccia tutta pezzecata ; 
A la quatrana puorta la vunnella, 
Nun te n' accuorge ca si' cuffiata 'ì 

(1) Cella o ancella, piccola moneta, forse coniata la 
f)rima volta in Aquila, donde il nome di Ancella f uccello). 
Fu in liso nel secolo XV e nei principii del XYL Xel 
1537, valeva in Abruzzo sbrana 1 e 2[3. 

Nennillo ch'è fernuta la cuccagna : 
Priinma tenive lu niiu core 'mpegno. 
Si traov' a gaai-agnà', ninno, guaragna 
Cu' mìco nun ce fare chiù disegno. 

MoLiNARO Del Chiaro, Canti del pop. teraii -v s>.ij,. 
14, canto XXII (2'^ edizione) : 

Amore che tt'ha scorte Ila coccagna 
Quando teneva lu mio core 'rapegne. 
Se ttrov'a «rguadagnà' bellu. guadarne: 
Co' mmò nn' nce lo fare chiù ddesegne. 

400 

Nennillo cu' 'stu fisco cu' 'stu fisco '' 1 
Pare che dai' a bàvere a li vuole. 
Stive di ut' a 'stu pietto e te n'asciste, 
Mg che ce vuò' trasì', ninni', nun puoit 
Nun zèvere che manne li mmasciate ; 
Cumm' a lu catenaccio staie da fore ! 

(l) Variante: 

JS^inno che .stai' a stu penton'e fìsche. 

401 

Nennillo mio, a bèvere me diste, 
Int' a 'stu bicchieriello me ricalaste. 
Chcsta nun fuie vèppeta che me diste. 
Chesta fuie fattura e tanto basta. 
Si me 1' he* fatta tu, i' me la piglia ( 1) 
Si me l'he' fatta fa', va me la guaste. 

(1) Variante- 
Si me l'he' fatta tu. i' nu" me 'raporCa. 



- 286 — 

402 

Nennillo mio è bello da lu pedo, 
Tene lu perzun aggio ballarino, 
L'uocehi' e li cciglia de Santu Michele, 
La Tocca cianciusella quanno ride. 
Li riente so' pignuole 'nzuccarate, 
Chella facci' è "na rosa tixmaschina. 

403 

Nennillo mio, è ghiuto a fa' guaragno, (1) 
S' è ghiut' a 'nnammurà' de 'na carogna ! 
Tene la faccia de milo terragno, 
Li diente so' de rapa catalogna. (2) 
Chesto t' 'o dico a te, nennillo mio (3) 
Nun t' 'a purtar' apprisso, eh' è briogna ! 

(1) Tarlante: 

Nennillo mio ha fatto nu giiaragao. 

(2) Yariante: 

Calore de la rapa catalogna. 

(3) Variante: 

Chesto t' 'o die' a te, ninnò galante. 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia 
pag. 4«), canto LXXEV. 

Ninnillu mio o ghiuto a lu valagno, 
Se ghiuto a iiammurà' de 'jia carogna; 
S'è ghiuto a nnamiirare de li panni, 
O puramente che la lete longa 
Tene la faccia come la terragna. 
Chesso te prego, ninno, vattela cagna, 
I^u' la purtà' cchiù appriosso eh' è brevogna. 

404 

Nennillo mio, che ce pass' a fare ? 
Li scarpe strui" e lu tiempo ce pierde, 
Ca mamma mia nu' me te vo' dare ; 
Dice ca si' nu cuorpo 'e maletiempo. 

405 

Nennillo mio da foro veneva 
'Ncopp'a nu cavalluccio che bulav*». 
'Mmocc' a la port' a chiàgnere veneva : 
Dimme, nennella, si t'he' marciata. 



— 287 — 

F e' 'a inanella le dicette viene : 

Lu primin' amore nun ze scorda maie ! 

406 

Nennillo mio m'ha chlammata schiava, 
I' schiava nun ce songo de natura ; 
Si me ce mengo dint' a l'acqua chiara. 
Me faccio ianculella cumm' a buie. 

Variante: 

Mùrnmeta m'ha ehiatnmata schiavuttella, 
I' schiavuttella sono;o d« natura; 
Si me ce lavo dinto a l'acqtia chiara 
Me faccio lanca e rossa cumm' a buie. 

407 

Nennillo mio m'ha raannato a di' 
Ca songo brunettella e nu' me vole. 
L'aggio mannat' a dìcere accussì : 
A buon cavallo nu' le manca sella. 
La neva è ghianca e ba pe' li puntuue. 
Lu ppepe è niro e s'accatta a denare (1) 
Pigliate li caruòfene schiavune (2) 
La meglia signuria li pporta 'mmano (3) 
A tè. nennì' che m'he' chiammata bruna. 
r brunettella songo e geniale. 

(1) Variante: 

Lu mele è bruno e s'accatt 'a denare. 

(2) Variante: 

Che bede lu caròfeno schiavone. 

(3) Variante: 

Pe' gentile/zza va 'mpietto a 'na dama. 
Livi, Canti pop. della campagna pratese, pag. 12: 

Tu va' dicendo, amor, son nera nera: 
La terra nera no mena il buon grano; 
O guarda lo garofan, com'è nero, 
Da quanta signoria si tiene in mano. 
La neve è bianca e sta su por li monti, 
Il pepe è nero e va dinanzi a' coati. 
La neve è bianca e si ripone in buca, 
Il pepe è nero, e va dinanzi al duca. 
TiGRi, Canti pop. tose. pag. 39, e. 144. 

Tutti mi dicon che son nera nera; 
La terra nera ne mena il buon grano, 
E guarda il fior garofan com'è nero, 
Con quanta signoria si tiene in mano. 



- - 288 — 

408 

Nennillo mio, mi' chiù lacrimare, 
T' 'o voglio rialà' nu m^uccaturo. 
Quanno vac' a maest' a ricamare (1) 
'3Tmiezo ce voglio mettere 'o nomme tuie ; 
A la funtana lu vac' a lavare 
Cu' acqua de rosa e sapone d'ammore. 
Sole lione, fammillo asciuttare; 
Chist' è 'o muccàturo d' "o primm' amore I 

(1) Variante: 

Altuorn' attuort" 'o voglio 'nargentarw. 

409 

Nennillo m.io s' è fatto sacristano, 
Tene li cchiave de la sacrestia : 
Quanno li ba a sunà' chelli ccampane. 
Li sson' a m.orte pe' m^e fa' murire ! 

410 

Nennillo mio. te si' ritirato 
Cumm' a nu munaciello de cummeuto. 
Cheste so' state 'mmasciate purtate, 
De chelli male lengue de la gente. 
Dicìtene de me quanto putite^ 
Ha da veni' nu iuorno che crepate. 
O lengue, o lengue, parlate parlate : 
Sott' *o vracc' 'i ninnu mio me vedite. 

Vomero 
411 

Nennillo, nu' chiù tossa nu' chiù tossa, 
Piglia ziicchero e mele ca te passa. 
Vnrria durmi' 'na notte a muss' a musso, 
Pe' hedere la tossa si te passa (1). 

(1) Nella Nferta pe lo Capo d'Anno, 1837, edita dal 
-barone Michele Ze/za, vi è una poesia dal titolo: N» 
Consiglio de core a Rosella. Incomincia cosi; 
Aggio saputo ca tiene la tossa: 
Piglia ziiccaro e ramele ca te passa. 

412 

Nennillo, nun te pozzo chiù bedere ; 
Sentore nun te poz2o annummenare. 
TjU sanilo se risturba da "sti bene : 



— 289 — 

A do' te sconto (1) me vurria turnare. 
Quanno ce penzo ch'aggi' amat' a tene, 
Cu' 'sti me' mane me vurria scannare ! 

(1) Sconto, incontro. 

413 

Nennillo, va te 'nzora, va te 'nzora, 
'O nomme mio nu' chiìi l'aunammeaare. 
Va te la pigli' a Rafilela toia, 
Chella che t' ha prummise li denare. 

414 

'Nnammuratiello mio sango gentile. 
De me chi ve n'ha fatt' annammurare ? 
Yuie site ricco e i' so' puverina, 
Vuie stimat' 'o sango e i' la mana. 

415 

'Nnante a 'stu puosto mio quanno tu passe. 
Pecche tu scappe '? che e' è chi te smesta ? 
Vaie pe' lu sole e a do' e' è frisco lasse. 
Me vaie scan zanno cumm* i fosse pesta. 
Oh eh' ascesse lu viento e te sciusciasse, 
Pe' te menare dint' a 'sta canesta ; 
O ehistu muccaturo te sceppasse, 
Che puorto 'ncapo lu iuorno de festa ! 

416 

Notte se face pe' li miele lamieute, 
Li mieie lamiente de la gelusia. 
Me passa nu penziere pe' la mente ; 
Chi sa chi se lu god' 'o ninnu mio? 
Me vot' arreto e beco li mieie stieute ; 
É ghiut' ò viento la fatica mia ! 
Chiammo la morte e la morte nuu zente ; 
Levammella d' 'a cap' 'a gelusia ! 

Posilipo. 

417 

Nu iuorno cammenava pe' Palermo, 
Truvaie nenna mia chiacchiarianno. 
Meeco la mano "nfacci' a la vunuella; 
Chella dicette: Ni', che baie truvanno ? 
— Vaco truvjinno l'acqua fresca e biella, 

37 



— 290 — 

Chella ca vuie purtate int' a 'sti ggiarre. 

Chella se vot' e dice: Puvurella, 

Si pruove l'act^ua mia pruove la manna. 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrava d'Ischia, 
pag. 8 canto II: 

'Nu juorno i' mme mettietto 'mbenziero 

De i' a truvare la mi' 'nnammurata; 
I' jette e le tiiccaje laviinnella. 

Jesea mme deciette: « Che vaje triivanno ? 
— « Vaco truvanno l'acqua suriente, 

€ Chella che surge sotto a 'sta muntagna. » 

— « Nu' surge cchiù la fonte, che surgea ! 

418 

Nu iuorno tuie chiammato giurecatore (1) 
Pe' giurecà' 'na chioppa de zetelle, 
Pe' giurecà' la iauca e la bruna, 
Pe' bere' chi d' 'e doi' ev' 'a chiii bella. 
La bruna me parea nu mazz' 'e sciure, 
La ianca 'na lattuca tennerella. 
I' pe' nun fare rammaggi' a nisciuno, 
Bisse ca tutte doi' èveno belle. 
Mo, si venesso lu Papa 'mperzona, 
Sempe la bruna dico eh' è chili bella. 

(1) Variante: 

Sera passale pe' giurecatore 

FiNAMORE, Canti pop, abruzz. (in append. al vocab.), 
pag. 296, canto 136: 

Tutta la nòtte me métt'a studia'; 
Le studijóve ddu' ggióvene bbèlle; 
E studijéve la bbiangh'e la vrune. 
Ma la vrunétte ere la cchiù bbèlle. 
E cquande la vrunétt' ;i sàidde 'n gjìele, 
Vìdde lu cjìele quando fu stellate. 
Chi dice male de la vrunétta sije, 
Jastéme Ddìj' e ffa nu gram beccate. 

419 

Nu iuorno tuie 'mraitat' a cacciare, 
A caccia', pe' 'mmiezo a nu Giardino. 
Me vene 'na palomma pe' li mmane, 
Sparo e nun piglia fuoco lu fucile. 
Subetamente torno a carrecare, 
E la palomma m' avanzaie cammino. 



— 21)1 — 

— Si veramente la caccia vuò' fare, 
D' or' e d'argiento iniette li palline. 

ScHERiLLO. Saggio di canti pop. della prov. di Sa- 
lerno, pag. 21, canto 39: 

No juorno fui chiamato cacciatore 
Pe gghire a caccia a la toa raassaria, 
Venne na palommedda pe Ile mani, 
Ma la sparai e n.o me venne a tiro. 
Mente che la scuppetta carrecava. 
La palommedda avanza de cammino. 
O palommedda, quanto viioje vu are, 
Pure 'nt' a ssL mani hai ra morire ! 

Capone, Canti popolari di Montella, pagina 8, canto I: 

Nno juorno fui mmitato e cacciai 
Ngimma a lo Ponte re Santa Lncia\ 
Viddi nna palommeddra e li sparai, 
Re fuoco mi mancavo lo fucile 
Nnanzi che a carrecare lo tornai 
La palommeddra une la viddi ire. 
Nn'avota vota non m'avanza re camino, 
Ca r'argiento nge lo meno uno pallino. 

Nu iuorno ietf a spasso pe' hi mare (1) 
Lii core me cadette int' a 1' arena, 
lette spiaun' a chìlli marenare (2) 
Dice ca l'anno visto 'mpietto a tene. 
I' so' benuto pe' te lu cercare : 
I' senza core e tu duie ne tiene. 
Già che lu core mio te The' pigliato, 
Piglia lu tuio e donammill' a mene (3). 

(1) "Variante: 

Nu iuorno ienn' a spasso pe' lu mare. 

(2) Variante: 

Addimmannai' a cierti marenare. 

(3) Variante degli ultimi due versi: 

E quanno è chesto, ]Se', sa che buò' fare, 
Lu tuio me daie e lu mio te tiene. 

Lezzi, Cecco d'Ascoli, pag 23> e 3S(3: 

'Nu giorno andando a spasso a la marina 
r me perse lu core e con gran pena, 
E presi a domandar lu marinaro: 
Hai visto lu mio core tra la rena ? 
Quilli mi disse: Non pensare a male, 



._ 992 — 

Che '1 vostro amore in petto -se lo tiene, 
State tranquilla non c'è stato errore. 
Su petto se lo tiene il vostro amore. 

420 

Xu iiioruo tu m' amast' e i* t'amaie, 
Èremo fatte di' core euntieiite. 
Tu me lassasi' e i' t'abbaudunaie. 
Tu m'ame poco e i' nuii t'amo niente (1) 

(1) Variante del 2.° e 4." verso: 

Èvemo fatte duie felice core. 

Tu m'amme poco, io nun te port'ammore. 
MoLiNARO Del Chiaro, Canti pojDolari teramani, pag. 
15. canto 24: 

jN^a volte tu mme gamav' e i' te gamave; 
Eravam fatte du' core cuntente. 
Tu mme lasciasct' e i' t'abbandunaie: 
Tu mme gaine poch' e i' nu nte game niente. 

421 

Xu' me cliiammate chiù donna SabeHa, 
Chiammàteme Sabella sbenturatu ; 
Patrona i' era 'e trentasè' castella. 
La Puglia bella e la Basilicata. 

ScHERiLLO. I canti pop. nell'Opera buffa. In Giambat- 
tista Basile, anno I, num. 3, canto LXIX: 

Non songo Aurora chiù, non so' chiù chella. 

Songo na pellegrina sfortunata: 
Non me chiammate chiù Donna '.Sabella... 
Ah menico' menico' menico' 
Chiammàteme 'Sabella sbenturata. 
Canta Cecilia mia, ca la zampogna 
Aggio accordato co lo Itero Uè. 
Chiagne lo pecoraro quanuo sciocca, 
E llero Uero Treccia, 
E llero llero vreccia dàlie 'n chiocca. 
Chiagne Cecilia quanno li guaio conta: 
E llero lleio varrà. 
E llero llero varrà dàlie 'n fronte. 
(LoRicNZi, Gelosia per gelosia, 1770, a. Ili, se. 9*). 

Vi sono accozzate insieme parecchi frammenti di 
canti popolari. 

Dal.medico, Canti del pop. venez., pag. 85-86, canto 
40-C. ' ^ 

O quanti impazzi ò fato a la Fortuna ! 
I albori, per mi, no voi frutare. 



— 293 — 

Zogo a le carte, o no me vien figura. 
Se zogo ai dai, uo 1 se me voi voltare. 



E adesso che de vita me renavo, 
Maridar me voiìa, mugièr no trovo. 

Tommaseo, Canti pop. ecc., pag. 235, canto 9: 

Non mi chiamate più biondina bella: 
Chiamatemi biondina isventurata. 
Se delle sfortunate n'ò nel mondo, 
Una di quelle mi posso chiamare. 
Getto una palla al mare e mi va al fondo, 
Agli altri vedo il piombo navigare. 
Che domine ho fatt'io a questo mondo ? 
Ho l'oro in mano, e mi diventa piombo. 

Che domine ho fatt'io a la fortuna? 
Ho l'oro in mano, e mi diventa spuma. 

Che domine ho fatt'io a questa gente ? 
Ho l'oro in mano, e mi diventa niente. 

Nei canti illirici; 

Ahi misera ! mala sorte la mia ! 

Se, misera, a un verde pino m'apprendo, 

Anch'esso, verde com'è seccherebbe. 

La ricreazione per tutti, voi. primo, 1858, pag. 118, 
canto 59: 

Non mi chiamate pivi biondina bella: 
Chiamatemi biondina isventurata 
Se delle sfortunate n'è nel mondo, 
Una di quelle mi posso chiamare. 

422 

Nun aggio cumme fa' pe' nu' niurire, 
De zùcchero me voglio 'nzuccarare: 
Yurria fare cumme fa la luna, 
La notte lue' e lu iuorno scumpare. 
L'àrbero eh' è de bona 'nzertatura 
Pe' certo nun pò fa' lu frutt' amaro. 
'Na nenna quann' è bella de natura 
Quanto chiìi sciorda va chiù bella pare. 

423 

'Nu 'nnammurato mio se chiamma Tuppo 
N'àutro se chiamma Tirituppettappo. 
lette a parlare nu iuorno cu' Tuppo, 
M' appiccecaie cu' Tirituppettappo. 



— 294 — 
424 

Nun aggio cuinme fa' pe' te parlare, 
Vestire me ce voglio cappuccino : 
Vengo a la porta toi" a tuzzuliare : 
Famme la carità, devota mia. 

— Nun tengo nu' muneta e nu' denare, 
Vattenne. benedi' te pozza Dio 

— Nu' boglio nu' muneta e nu' denare, 
Voglio la 'ràzia de nennella mia (1). 

(1) Variante : 

Ifun aggio camme fa' pe' te parlare, 
Vèstere me ce voglio cappuccino; 
'Mmocc'a la porta toia veng' a cercare: 
Famme 'na carità, nennella mia; 
Famme 'na carità, si m' 'a vuò' fare: 
Vuòglieme bene e nu' me fa' raurire. 
Fra le canzoni popolari che conservansi nella Biblio- 
teca musicale di S. Pietro a ^laiella in Napoli, vi è la 
seguente, intitolata Canzone popolare : 
Ah ! nun saccio comme fa... 

Ah nun saccio comme fa pe te parlare 
Vestere mme 'nce voglio da pellegrino, 

'Mmocca a la parta vengo a tozzoliare: 
Famme na carata, devota mia. 

Ah ! nun aggio frate mio oje pe te dare 
L'hanno 'nzerrato lu pane e lu vino. 

Allumanco, nenna, famme arrepesare 
De chesta caretà mme content'io. 

42) 

Nun tengo né tabacco e ne turiiise, 
E me ce vene "n' arraggia a lu naso, 
E chi lu benne pozz' èssere acciso, 
E se pozza chiammà' ruvinacase. 
Tene la valanzella cu' li pise, 
Me fa la tabaccherà rasa rasa: 
Me ne dà tanto pe' duie turnise, 
Quanto ne mecco 'na vot' a lu naso. 

426 

Nu' prattecà' cu' chi tira malanne, 
Nu' sputa' 'ncielo ca 'nfaccia te torna, 
N' asci' a rubare ca lu re te 'mpenne : 
►Si nun te 'mpenne 'ngalera te manna. 
Nun ce mette' lu ped' a la cardogna. 



— 295 — 

i^i nun ci avite nu 'ruosso stivale : 
Nu' ghì' a scetare a lu cane che dorme, 
Ca certamente te pò muzzecare. 
L'ommo che nun ze fa hi fatto suio. 
Cu' 'na len terna va 'scianno li guaie. 

427 

'Nzòrete, ca nun aggio gelusia, 
Manco 'sta vocca mia ne dice male. 
Te puozza tu pigliare 'na rigina, 
'Na nenna ca te pozza 'ncurenare. 

428 

O Dio da lu cielo e che m'avvenne, 
Vecchia me fece senza avere l'anne. 
La pan za crese e se 'ngròssano 'e mmenne, 
Si manco fosse 'na semmenta 'e manna. 

429 

Oh quanta vote la sera a lu tardo 
lèvemo a spasso cu' tanta zetelle. 
'Ncopp' a li scuoglie de messe Lunardo 
E là facèamo spuònnele e patelle (1). 

(1) I due primi versi son citati dal serio nell'opuscolo 
Lo Vernacchio a pag. 39. Vedi anche Martorana pag. 66. 

4B0 

Ole malatiello, si te vuò' sanare (1) 
Tu vienetenne a lu mio ciardino. 
Tengo 'na testa d 'amenta rumana^ 
Ogne frunnella vale nu rubino : 
Te pree', amore, nu' me la tuccare, 
Si primma n'haie la licenzia mia. 
Aviss' a fare cumme feci' Aramo, 
Ca pe' nu pumo perde nu ciardino. 
(1) Variante: 

Si vuò' sapere, ninno, quanto t'amo. 

431 

O mamma mamma conta 'sti galline 
Vi' ca nce manca lu meglio capone. 



— 296 ~ 

Chillo, elle porta li ppenne turchine, 
Pare surdato de lii battaglione (1|. 

(1) Il sopradetto canto trovasi a pag. 143 del libro 
intitolato: Educazione al figlio t dell' avvocato, | e &. C. 
Napoletano | Basilio Giannelli | seniore I Arricchita di 
Note Isterico | Critiche | dall'avvocato | Basilio Giannel- 
li I luniore i . In iS^apoli MDCCLXXXI. | Presso Gen- 
naro Giaccio I . Pag. 239, oltre le prime 14 non numerate. 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrara d'Ischia, pag. 
56, canto XCIII: 

Mamma, mamma conta 'si galline, 
Vih che nce manca lu meglio capone 
Chillo che tene le penne turchine, 
Iju capitesta de lu battaglione. 

432 

Palazzo ca si' àuto dento miglia, 
Avàscete nu poco niente saglio, 
Rinto nce sta 'na mamma cu' 'na figlia. 
Cu' l'uoccliie me trafigge e nu' me parla ;. 
Si cala 'a mamma e nu' me dà la figlia, 
I' cu' la spala lu core le taglio .' 

433 

Palazzo d'oro, barcune d'argiento, 
Nennella, che t' avess' a lu mio canto ! 
Ce perdarria lu suonno e lu tiempo, 
Sempe p'amar' a 'sti bbellizze tanto. 
Te dico 'na canzon' a tiemp' a tiempo, 
Mg che 'stu core tuio se mov' a chianto; 
Te dico 'na parola, siente siente : 
Si me si' destinata, nu' me manche. 

434 

Palazzo fravecato de bellezza, 
Dinto ce stanno doie culonne d'oro. 
Una si chiamma fonte de bellezza, 
'N'ata si chiamma funtana d'ammore (1) 
Quanno caramine cu' 'sta gentilezza, 
Li pprete de la via divèntan' oro. 
Tanto va nu capillo de 'sta tnv.za 
Quanto va Nàj)ule, Spagna in lìnia d"oro. 

(1) Variante : 'N' ata si chiamma cunculella d'oro. 



— 297 -^ 

435 

Palazzo, fraveeato da li maste, 
Li ppi-ete a filo a filo stanno poste, 
Songhe 'mpastate de ziiccaro e latte, 
De mustacciuole so' porte e feneste. 
Quanno la nenna mia se nei affaccia, 
Hchiara la luna de la mezanotte. 

436 

Palazzo fraveeato de bellezza, 
'Ntorno pe' 'ntorno corre la sciumara, 
Nenna. me fido cu' la mia restrezza, 
Passo lu sciumm' e te veng' a parlare. 
Me 'nnammuraie de 'sta bbella trozza, 
Màmmeta toia nu' me te vo' dare. 
Si nun ze fa cn' me 'sta parentezza, 
Nennella, nun te faccio maretare. 

437 

Pare che bene a chiòvere e po' passa, 
Cuss' è 'na nenna quanno fa l'ammore : 
Ama nu giuveniello e po' lu lassa ; 
Che core nhe ! pò fa' la traritora ? 

438 

Passo e ripasso, e male nun trovo loco, 
Eefrigèrio nun trovo a li miele guaio ; 
Faccio lu canto de lu riscignuolo, 
Che quanno canta conta li suole guaio. 
E fosse morta quanno era figliola, 
E canusciuto nun t'avesse maie ! 
Mo che m' haie miso lu chiuov' a lu core, 
Te benedico l'ora 'nche t'amale. 

439 

Pe' buie nun ce mang' e nun ce dormo, 
Pe' buie sto cuntìnuo a l'inferno: 
Vaco pe' me ne ì', gir' e ritorno; 
Vaco pe' ve lassare e po' me pento. 

440 

Pe' la f onesta toia ce so' trasuto, 
Ce so' trasuto e ci aggio pazzTato ; 
E tu durmive e nun te si' accurgiuto, 



38 



— 298 — 

Quanno vicino a té me so' acciistato. 
Oh! eh' a la Paraviso so' sagliuto, 
Quanno la faccia toia aggio guardato. 

441 

Pe' fèminena, pe' fèmmena so' nato; 
Pe' fèmmena pe' fèmmena i' ce moro; 
Pe' fèmmena abbannono mamm' e tata: 
Pe' fèramen" abbannono frat' e sore: 
Pe' fèmmen' abbannono 'na citate; 
Pe' fèmmen' abbannono nn tresoro; 
Pe' fèmmena se squaglia la ielata; 
'Nzoce' a do' vaco, sempe fèmmene trovo, 

442 

Pe' 1' ària pe' l'aria li curte ! 
L'ammore cu' li luonghe i' voglio fare. 
Tengo nennillu mio eh' appass' a tutte, 
Appassa lu Grialante de Palazzo. 

Variante; 

Auh che fossero accise tutte li carte ! 
L'ammora cu' li luonghe vogliu fare. 
Tengo ninno mio eh 'appass 'a tutte, 
Ce to' 'na canna (1) pe' lu musurare. 

(1) Canna , misura lineare dell'ex Regno delle Due 
Sicilie. 

443 

Pe' r ària pe' l'aria 'na faenza, 
Chest' è faenza che bene da Pranza. 
L' acqua ce corre a do' sta la penne nza, 
Ce vo' lu bene a do' sta fj'abbunnanza. 
So' ghiuto a Roma pe' fa' penitenza, 
Lu Papa me l'ha data 'a perdunauza. 

444 

Pe' l'aria pe" l'aria 'na pagliuca, 
Turria sapere chi me l'ha menata : 
Me l'ha menata lu faccegialluta, 
E ghiut' a festa e nu' me ci ha purtata. 
P pe' dispietto a la festa so' ghiuta, 
M'aggio truvato 'n ato 'nnammurato. 



— 299 - 

Si TUO' sajiè' "o l'ialo ch'aggi' avuto. 
Dìideci aneli' e 'na nocca scarlata. 

Amalfi. Cento canti del pop. Serrara d'Ischia, pagi- 
na 27, canto XXXVII: 

Pe' l'aria pe' l'aria 'na painbuglia 

Vurria sapere che nce l'ha menata. 
E' stato chillo faccia de 'ngalluto; 

E' ghinto a la festa e nu' mme ne ha purtato 
I' pe' despietto a la festa so ghiuto, 

]N''auto nammurato in'aggio truvato. 
Si viiò sape hi buono ch'aggio avuto: 

Da dece anella e 'na nocca 'ncarnata. 

445 

Pe' l'aria pe' l'aria 'na palomma, 
Ched haie, nennella mia_, ca sempe chiagne ? 
Stongo d'arasso e pure te rispongo, 
Nun credere ca faggi' abbannunata, 
Nun credere la gente e li pparole. 
Li 'mniasciatelle ca v'hanno purtate : 
•Mpietto te tengo cunim' a chiava d'oro, 
Dinto a 'stu core mio stampata stale. 

446 

Pe' l'aria t' 'o manno nu vasillo. 
Pigliatine d'amrnore, faccia bella, 
I' vuno te lu manno a pezzechillc 
Cumm' a tabacco into a 'na cai-tuscella; (l) 
'N ato t' 'o dongo 'nfacci' a 'stu mussillo, 
E l'auto riesto ca vuie site bella. 

(1) Variante. 

Cumm'a mi grappo d'uva muscarella 

447 

Pe' Nàpule pe' Nàpule 'na galessa, 
Cu' duie cavalle lanche e a buon passo. 
Bellu figliulo. si te pigile a chessa, 
S'è 'mpiccecata bona la matassa. 
Po' la mantenite cumm' a duchessa, 
Cu' duie cucchiere e cu' nu sottattasso. 
Quanno ce la purtata po' a la messa, 
Da nanto nu' v' 'a levano 'sta vaia^sa. 

448 

Piccula piantulella te piantale 
Po' t'aracquaie cu' li miele surore : 



^ 300 — 

Venne In vieTito e te teculiaie 
La raeglia fronna se cagnaie culore. 
Lu frutto roce acldeventaie amaro ; 
A do' é ghiuto chillu gran zapore ? 
Aggio capito che cosa è l'affare : 
Chisto è nennillo eh' ha cagnato amore. 

449 

Pigliàteve 'sta lettra ca ve manno, 
Ca io l'aggio scritt' a li prefunne; 
L'aggio scritta cu' 'st' nocchie lacrimanno, 
E dice ca pe' me nun e' è chiù munno. 
Amie* e pariente abbannunato m'hanno, 
Nu' bonno ca ce parlo chiù cu' buie. 
irih che li fforZe meie vann' ammancanno, 
Nennella, a rivederci a 1' àuto munno ! 
AvoLio, Canti pop. di Noto, pag 308, canto 634: 

Va legghili sta littra ca ti manna; 
lu l'hagghiu fattu nta 'n forti pirfunnu 
L'hagghiu i'atlu cu st'uocci lacrimannu, 
Ca iu stissu, a ligghilla, mi confunnu 
L'agghìenii ca ri mia vanii pariannu, 
Vannii ricenu ca pi mia 'un c'è munnu. 
Ma su pi sorti a libirtati tornu, 
L'uocci ch'anu arrirutu, ciancirrannu. 

MoLiNAKO Del Chiaro, Canti pop. di Terra d'Otrantc 
pag. 283, canto 40: (Vedi Archivio per lo studio delle 
tradizioni popolari, voi. Ili): 

Pigghiatela, sta lettera te ruandu 

Ca r aggiu fatta alli mari biifondi. 

L' aggiu fatta coli' nocchi lacremandii 

Intra carcere scure e senza fondi. 

Li dutturi pe nui hannu studiandu, 

Decendu ca pe nui nu ne' è cchiù mondi; 

E ci la sorte nu ni porta a scornu, 

T^ui doi nnimo gudire nautru giurnu. 

450 . 

Pòvero zappatore zappa zappa, 
E maie nu callo a lu vurzillo tene. 
La sera se ne vene stracquo stracquo, 
Dice: mugliera (1) mia, stongo 'na zuppa. 
1' malerico chi ce fa li zzappe; 
lesse 'mmita 'ngalera o pur' à forca. 

(1) Miif/liera, moglie. Dunque mi volete dare medie» 
per mogiiei-a ? Boccaccio, Giletto, 



— 301 — 

451 

Priinm'' arrivata saluto 'sta chiazza, 
Po' saluto la vosta gentilezza, 
Po' saluto 'st' avuto palazzo, 
Li maste ch'hanno fatto cu' 'st' ardezza. 
Po' saluto cuscino e matarazze 
A do' riposa la vosta bellezza. 

ImbriAjSTi, Canti pop. di Gessopolena, pag. 10, cauto V: 

Apprim' ti saliit' li du' scal'; 
E può' ti salut' tutt' la scalari'. 
Può' ti salut' tutt' la stanza rial , 
Dov' spassigge tu, lYinnella rai'. 
Può' ti salut', cuscin'e matarazz', 
Dov' aripos' la vostr' gentil ezz' 
Può' ti salut' hi bianc' palazz': 
Lu mastr' eh' l'ha fatt' nghi tant'altezz'. 
'Mman' l'avet' un gijj, 'mpett'un fior': 
Ti dò felicia nott', o sant'Amor' ! 
Similmente in Pietracastagnara (Principato TJlteriore) 
si canta, amalgamando due rispetti diversi: 

Primo arrivato saluto sta piazza; 
Poi saluto la vostra bellezza; 
Poi saluto cuscine e materazze; 
Poi chella mmane che mantene 'e trezze. 
Cara signora, quanto siete bella ! 
Nce siete nata accanto a la marina: 
Wce assumigliate a 'nu fiore bello 
Chillo che porta 'mpetto la recina. 

Variante di Bagnoli-Irpino (Principato TJlteriore): 

Dormici, bella mia, dormici allazzo, 
Nce vingo a salata sta tua bellezza ! 
Voglio pigliare 'no capo di lazzo 
Ppe te lo tesse' immiezzo a ste trozze. 
Io saluto lu vùccolo de la chiazza 
Ppe ddo' ha da passa' la tua bellezza ; 
Io saluto ste gentile brazza, 
Lo mastro che nce ha miste tanta bellezza; 
Poi saluto cuscino e matarazza 
Ddo' ha da riposa' la tua bellezza. 

Variante di Paraeorio (Calabria Ulteriore Prima). 

O strata d'oru, coperta di ghiuri. 
Tu sii l'amanti mia se mi vo' beni! 
Prima saluta finestri e li mura, 
E dopu a chidha chi dintra nei teni. 
Di poi saluta a tutti di la rruga, 



— 3(>2 — 

Cu cui v'amali e vi voliti beni. 
Puru salutu a vui, cara siguura, 
Se ora mi cacciati di stipeni. 

SCHERILLO, Saggio di canti pop. della prov. di Salerno, 
vpag. 20, canto 36: 

Piim ' arrivato saluto la chiazza, 
Po' ve saluto la vostra bellezza; 
Poi saluto lo vostro palazzo, 
Lo m astro che nce ha dato tant'altezza. 
Po' ve saluto le lòje janche braccia, 
Le m mane che s'assòglieno le trozze. 
Saluto le cuscino e matarazze. 
Dove reposa la vostra bellezza. 

Tjssi, Bresciani, Mazzatinti, Canti umbri, i^ag. 9, 
canto 1: 

Io so' arrivatu e saluto li spiazzi, 
saluto la finestra e l'abbidante; 
e po' saluto vo', cara fìjola, 
che nata sete infra le rose vianche, 
che sete nata tra le rose rosee, 
lo sole accanto a vui non s'arconosce 

452 

Putecarella va vinne 'stu ccaso, 
r te ne preio, damme lu buon piso; 
M' lie' data la ricotta pe' lu ccaso, 
Lu "nfieruo te pozz'esse' paraviso. 

453 

Quanno a lu bello mio voglio parlare, 
Ca spisso me ne vene lu gulio, 
A la fenesta me mett' a filare : 
Quann' isso passa po' rompo lu filo. 
E cu' *na grazia me mett' a parlare. 
Bello, pe' caretà prultemmillo, 
Isso lu piglia e io lu sto a guardare, 
E aceussì me ne vaco 'mpilo 'mpilo. 

Mkli JoAl-Nis. Carmina sicula latine reddita a Vin- 
centis Raymundio. Panormi, ex tjpographia militari , 
1815. A pagina 214 vi si legge una strofa intitolata 
L idda canta, e principia così : 

Quannu a Culicchia jeu vogghiu parrari, 
Ca spissu spissu mi veni lu sfilu : 
A la finestra mi mettu a filari : 
Quann' iddu passa poi rompu lu fìlu; 
Cadi lu fusu : ed eu mettu a gridari : 



— 303 — 

Gnuri pri carità pniitirailu; 

Iddìi hi pigghia; e mi metti a giiardari; 

leu mi nni vaju sappi In siippilu. 

454 

Quanno l'affi-itta mamma me crisceva. 
Cu' bocia dxilui'osa me cantava; 
Deva 'ila viicatella e po' diceva: 
Figlia mia sbentiirata, e me vasara. 
— Quanto meglio pe' tè, nenna, sarria, 
Si a 'sta munno min fusse maio nata: 
Si' nata pe' dà' pen' a 'st'arma mia, 
Pe' darme pene e fa' muri' dannata. 

455 

Quanno la mamma fece 'sta furtuna, 
Fece 'na nenna bella e geniale: 
Nu' la facette lanca e manco bruna, 
Culore de 'na perna naturale. 
Mannàteme a chiammà' chilli pitture, 
Li meglio che ce so' pe' ritrattare; 
Facitencelle fa' dento fiure. 
Vedite si po' meglio sanno fare. 

456 

Quanno mamma me fece munacella, 
N' avea fernuto ancora quìnnici anne, 
La primma sera che ghiett' a la cella, 
Passale nennillo mio, passale cantanno. 
Se vota la batessa da la cella: 
Chi è 'stu ninno che bace cantanno? 
Ah ca pe' dare a Dio chest'arma bella. 
Chillu scasato pe' me se va dannanno ! 

457 

Quanno me fece chella cara mamma. 
Me disse, figlio, nun amar' a donne. 
Una n'amale, e fuie 'na tiranna, 
'N' ata n'amale e m'arrubbaie lu sonno. 
Avesse 'ntiso a chella cara mamma, 
Starri' a lietto e faciarria la nonna. 
Variante 1.^ : 

Quanno me fece la mia cara mamma, 
Me disse: figlio mio, n'amare a donna; 
r la 'ntese a 'nzi' a li quìnneci anne, 



- 304 — 

E mo pe' li donne la notte mi' dormo. 
Wamaie una, e me fuie tiranna, 
'!N'àutra n'amale, e m'arrubbaie lu sonno. 
Avesse 'ntesa la mia cara mamma ! 
Starria a lu lietto, e farria la nonna. 

"Variante 2.^ : 

Qnanno me iece cliella cara mamma, 
Me disse, figlio mio, n' amare a donne. 
'!Nfì' a qiiìnnece anne stette a sentì' a mamma, 
Po' nun duimevo chili p' ama' la donna, 
Amaie la primma e de tiare era mamma, 
Mo 'n' tintra n' amo ed è 'na 'ngrata donna. 
Ah ! avesse 'ntiso a chella cara mamma, 
Mo durmarria senza ponzare a donna ! 

458 

Quanno me siente 'sta notte cantare, 
Siisele, nenn', allumma la cannela. 
Si màmmeta te spia: Tu ched baie ? 

— Nn potici' a la coscia me da pena. 

— Quanta mazzate te voglio chiavare, 
Si nun te cuoche e stute la cannela ! 

— - r. mamma mamma, nu' lu pozzo fare (1) 
'Stu ninno da cà fore chiamm' a mene. (2) 

(1) Variante: 

Mammella mia, nu' la pozzo fare, 

(2) Variante: 

Ca sta nennillo abbascio, e me dà pena. 

459 

Quanno nasciste tu, ros' amarauta. 
fasciste 'ntra 'na lampa, e luce sempe ; 
Lu mantesino che ce puorte 'unante, 
Luco chili de nu sole risbrennente ; 
'Mmiezo a lu inietto puorte nu diamante, 
li; pe' cullana 'na stella lucente. 
Tu faie murire a chi te guarda tanto, 
Tu faie murire a chi te tene mente : 
Faie murir' a ine, pòvero amante, 
Quanno cu' 'st' uocchie tu me tiene mente. 

460 

Quanno nasciste tu, rosa de maggio, 
Facèano guerra la luna e lu sole ; 



— 305 — 

E tu Sripiste dare tantu raggio, 
Da l'are scullurire li ])iole. 

461 

Quauuo nascistf tu. stella galante, 
Lu sole nun ascelte pe' dulore. 
Chierra nascette 'iil'ra tutte Tamante, 
Chi s' aveva piglia' 'sta figlia d'oro. 
Sta figlia d'oro e figlia de brillante. 
A chi prummise l'haie dona 'stu core. 
Si me lu duoue a me, sia Gustante^ 
Ca distante songo io "nzin' a che moro. 

462 

Quauuo passe da eà, pass' annesta, 
Nun fa' a bedè' a li ggente che ci amammo. 
Tu cale l'uocchi' e i' calo la testa, 
Dint' a lu core luiie ce salutammo. 
Po' ce ne iammo a 'na parte annesta 
Là e' 'e cuntammo li ppatute noste. 
Cielo, quanno vo' èssere la festa 
Ca i' veng'a magna', à tàula vosta. 

Mandalari, Canti del pop. reo^gino, pao;iua 123, cau- 
to 138: 

Quandu passa di cca, fazzu l'onesta, 
Pe' no' capiri ca nd'amamii, 
Tu vasci l'occhi e jen vasciu la testa, 
Chistu è hi signu ca ndi sahitamu ! 
Ca Tocchi di li genti su balestra, 
Canuscinu hi signu ca nd'amamu, 
Ad ogni santa veni la so' festa, 
La nostra veni appressa e ndi scialamu. 

Lo STESSO, pag. 228, canto 68: 

Quandu passati 'i ccà passati onesta, 
]?fon mi dici la genti chi nd'amamu, 
Vai mbasciati l'occhi ed eu la testa 
, Chistu è la signu chi ndi sahitamu, 
Yui mi faciti signu ca mauu dritta, 
Ed eu rispundu cu la manca manu, 
A ogni santa nei veni a so' festa, 
Quandu veni la nostra ndiscialamu. 

Lozzi, Cecco d'Ascoli, pag. 188: 

Quando passi qui «iii, passaci onesto, 
Che non dica la gente che ci amiamo ! 
Quando mi vedrai nella finestra 

39 



— ;;()6 - 

Finsuerai «li «riiardai-ti noi la mano, 
Quando mi veilrai fhlnai- la testa, 
AUor caro mio ben ci saliitiarao; 
nammolo bene un sguardo da vicino, 
Dopo bellina mia, ci allontaniamo: 
Quando che per la strada c'incontriamo, 
Fanno l'amore, e la trenti? burliamo. 

4(i;J 

(^(uuiino [tasse (la t-à peccliè .siisjtire ? 
— Suspire. ea ee porto passione ! 
La vosta mani ma ci ha mise li spie, 
Xir ho' ea cliiìi cu" buie laccio l'aMìmore. 

461 

(,)uaiino sapette ca stive nialato, 
"Stu core -lii man n ai a fa' vemito: 
Stette quarantotfoi-' addunucchiata (1), 
Pi'ianno 'o cielo che te desse vita 
Mo ebe si' stato buono, ninno 'ngrato, 
Xn' bnò' dà' 'o core a chi t'ha dat' 'a vita (2). 

(1) Variante: 

Se' anne souiro stata addenuechiata, 

(■2) Variante : 

Quanno seutette che stive malata, 
I' mescheriieUo me lice remita: 
<^»uaranta iuorne steit'addnnuccdiiato, 
Sempe dicenno: Cielo, ilh\ì<i vita I 
Mo pe' strazia de Dio ti si" sanala. 
Dona 'stu coi e a chi t'ha dato vita I 

4():) 

<^)uanno sponta lu sole spoiita vascio. 
<^>uanto chiù alza chiù tihiette sbrannore: 
( nssi è la piccerella quanno nasce, 
<^)nanto chili cresce, idiiii penz' a l'animore. 

Kit) 

't^uanla pui-tust'lb' slann" a "sin ci'ivo 
Li (lozz'avert^ sòcreuia a lu core; 
Anzi' e juo m'ha "itto sine sino. 
-Me i-lii' stanun"a lu meglio dice none. 



— 807 — 

-167 

(^)ii;iiita si" bella ! Dio te pozza daiv 
La forza crAurlaiìno o de Sanzone. 
Po' li bbellizze de Cario Rumano, 
La sapienza cli'aveva Salamone. 

4()S 

(^)uanta si' bella, nocehie de regina, 
Lii re te vo' duna" la soia curoua, 
Te vo' dnnare l'alermo e Messina. 
Te vo' dnnare la cita de T?onia. 

W.) 

Quanta suspire c-ln- «iliiette 'sta voie. 
Quanno se ved'a la ehianea purtare. 
E po' se vota 'ufacei' a Sant'Aloia. 
Che morta cana che me laie fare. 

470 

Quante bella la sera de Natale, 
Quanno nennillo mio venne trnone; 
I' me ne vaco cu' di' i>rana 'mmano. 
Dammenne ti-icchi-tracche e truone buom 
Lsso se vota: Neuna. 'un dubitare, 
Ca chesta putecliella è tutta toia. 

471 

Quanto si' brutto ! te ven,iro la pesta. 
Pare ca In diàvulo t'ha visto: 
Quanno t'affacci a 'sta toia fenesta. 
Me pare fura che tradotte a Cristo. 

472 

Quanno te suse.la niatiua a Tarlìa. 
Me pare la friscura 'ncopp' a Ferva. 
Quanno cammine cu' 'stu bellu uarbo. 
Tu faie ammaturà' li ffrntte aoerve. 
Quanno parlate cu" 'sti belli labbre, 
A li malate le In vate "a frove. 

47:J 

Bicette buono lu puv^eta Xasso 
Xun te n" annanimurà' r' 'o uhianco <- riis; 



— 3()8 — 

.Xiiamniòrate chiù priesto 'e 'na vaiassa 
Va là nce truove 'a cutenella e V uosso. 

Tari ante : 

Ricette buono "nu puveta "e Massa, 
IS^un te n' annammurà' r' 'o ^hianco e russo. 
Quanno vire 'na fèmmena rossa e grassa. 
Acale l" uoeohie nterra e di' : Giesusso ! 

474 

"Rif'^i'date la fede ca me (liste, 
<,iuauuo la Jiiia amicìzia te pigliaste; 
Xun parlo cu" uiseiuno, me d'ciste, 
Sulamente cu' l)uie, e m* 'o ghiuraste. 
Faste tantu credei' e me tradiste, 
Tii pprummesse d'ammore te scardaste; 
T*^ pare buono cliello che faciste '? 
Schitto la morte pò aceuneià' 'sti sriiaste. 

A'ariante: 

Sola la morta li pprumesse gruasta. 

47.-) 

Rosaniai-ina de la i^uiiitasseuza^ 

< hcsfè la strada de la mia speranza; 
Tu cride de fenì" e i' acccummenzo, 
Semp'a chist'uocchie miete me stale 'nnaiize (l 
>^i mairno, vev'o dormo i" a tè peuzo. 

< >ra pe' ora l'ammore s'avanza: 
<j)uauno te eride che c'è la «partenza, 
Sfmpe che simmo vivo e' è speranza. 

(1) Variante del 2. 3. e 4 verso: 

Vuie sit' 'a chiazza de la mia speranza: 
Ce sta na nenna che semp'a mò ponza, 
"?fzuonno mt' viene cumm'a "na \ alanza. 

476 

lvus>(i iiiflillo mio. russo melillo, 
Sujiliste "jicielo j)e" pifilià" culore: 
Te ne pi<iliast;<' tantu [)ucurillu (1). 
Nun t'al)bastaie manca fa' l'ammore '2) 
(l) Variante: 

Tu ne pigliaste taiitiilo tantillo 
(2j Variante: 

Ca nuu l'abba&la pi.*' fare l'ammore. 



— 3O0 — 

L'aiumor' è fatta ciimiu' a la nucella. 
Si min la i-uiiipe imii la pwò' ma<i,uar''. 
('".issi è la rollila (|iiaiiii'è piceerella. 
Si 111111 t'avasce imii la può' vasare. 

SruKKiLLd, Sa£f;io di cauti pop. della prov. di Salerno. 
Pubblicati nel Moi iinenlo letterario italiano (Torino, 1-1'» 
.settembre 1880, anno I, N. 15-lG) canto UG: 

Russa uiilillu min, rus.sa railillii. 
"X eiélu saglisti pe piglia culoru: 
E uni pigliasti tantu pucuriilu, 
Nun è bastata mancu a far l'amoru, 

Amalia, Cento canti del pop. di Serra la d'I-schia, pa- 
gina 6i>, canto LIV): 

Riissu melillo mio, russa melillo, 
Saglisle 'ncielo pe" piglia' calore. 

Te ne pigliaste tantillu tantillu, 
Tornace a ghì' si tu vuò fa' l'aminore. 

Saglìe In lupo 'neoppa a lu ceraso. 
Pe' se magna' li ITicIih sapurite: 
'Nferra cadette e se ruiiipette 'o naso, 
Li mmosche se scliiattàvano d' 'a risa. 

478 

Salut' a la fenesta e la patrona, 
Saluto chi ce ven" a festigiiiare. 
Da ciento miglia ce sengo (1) l'addore, 
' Chi ce 1' ha i)Osta tanta inainrana ? 
Tui-ria che s'affacciasse la patrona. 
E ce vurria nii poco parlare. 
— Vienetenne (pianno so' doi' ore. 
Chello die buò" da luè te voglio dare (2). 

(1) Sengo, sento. 
(•J) Variante: 

Saluto lu palazzo e lii patrone, 
Lu niasticiello che la frarecaie. 
Nun ce se pò passare pe' l'addore; 
Chi ce l'ha misa tanta mainrana 'ì 
V la voglio priare a 'sta figliola, 
'^i\ schianta me ne desse p'addurare: 
M<-' la mett'a lu lato de lu core 
Azzò de gelusia uu' me ne moro. 



^ 31() — 

471» 

Santa -Maria mia, majiti(Mi«' Tacqua, 
E mui la fare da cielo venire: 
JVIo elle nennillo mio niiiì tene cappa (l) 
Nir me lu fare de friddo miirii-e. 

(1) Variante: 

Mo che nennillo mio sta senza cappa. 

480 

Sàpet' a, sera te porto li siione, 
Dimme, iiennella, si ce l'hai" a caro (l)v 
Si riiaiino a caro li pariente tuoie 
E si nu' la bxiò" dì" mo me jie vaco. 
'Mmocc' a la porta toia faccio nu puoio. 
Ser' e matina. là ine trtivarraie (2); 
Si cacche ghiuorno muorto me ce truovo> 
Nu pateriiosto nu' me mannarraie"? 
Mo che me vide dint" a chistu fuoco. 
Càrreca legna, ca ragione n' haie. 

(1) Variante: 

Famnie sapere tu si a caro l'haie. 

(2) Variante: 

Là nott'e ghiiioino nu' nvì parto inaie. 

4^1 

S' è aperta 'iia cantina 'mmiez" ò mare 
E ghiusto de rimpiett' a Murviglino. 
Li pisce là se vanno a decriare 
E fanno notte e ghiuorno beverino. 
I' me cnntentarria d'addeventare 
Pure nu ceceniello o guarracino: 
Dinto a 'na votta me vurria schiaffare 
Pe" snmmuzzà" nu poco int' a lu vino (1). 

(1) La seguente variante trovasi nella solita raccolta 
di canzoni in logli volanti, posseduti dalla Biblioteca 
musicalo di San Pietro a ]\[aiellu iu Xapuli. E intito- 
lata: Aria di cantina: 

S'è aperta na cantina mie/.o mare 
E ghiusto di rimpetto a Morveulino 
Li pisce là se vanno a deoreare 
E fanno notte e ghiuorno l)Gvoiino. 

Io mme contentarria d'addeventare 



— :-!il - 

Porzì no ceceniello o ixiiarracino, 
Dinfji na votta me vui-riu schiaffare 
Pe somraozzà no poco infa hi vino. 

482 

Senza pietà "stu core se martella! 
Senza pietà In veco martellare! 
Da dot' ore che cliianiiu'a uocehiahclla: 
A la fenesta nmi ze a'o' affacciare. 
'8tu calascione voiilio mena' 'nterra, 
'Stu taminarriello lu voiilio scassare. 
Demmònie. che state sottaterra, 
Lassàteme ave' 'mman" a nocchiahella. * 

4.S3 

Sera mantiiaie pane e piscetiello, 
Calamariello m' annuzzaié 'ncanna 
I* dette la parola a (iiuvanniello, 
Oliai diman' -à la chièsia iamnio. 
Oiimnie parimmo belle tulle duie, 
Parimmo frat" e sore, filili' a 'na mamma. 

4S4 

Sera magnale zuco de cardillo 
Sott' a 'na capannella de viole. 
Amale tantu tiempo a nu nennillo 
1' m' 'o criscette cu' li llazzarole. 
Si elicila mamma un" me dà "stu figlio 
Cu" nn curtieljo le spacco lu core. 

48.-) 

Sera passale pe' nu strittu vico, 
Ce stèvano cuiiUenno nu 'ranato. 
"Xcoppa ce stèvano doie fialiole zite. 
Ce stèvano aspettano "o 'nnammurato. 
Una teneva 'o pletto ben guarnito, 
L' atra (1) teneva 'o sole 'ncatenato. 
l)iccello a inainma toia ea te marita. 
Xun fa' canià" sti 'nnammurate ! 
(1) Afra, altra. 

480 

^ Sera passai' e tu. Ixdla, abliallave 
Cu' nn rucchetto (l) palonima [larive: 
<1) lince lieffo, i^onneila. 



— 312 — 

Cliiù d*' 'iia \'ota me volea accustare, 
Pe' darle mi vasillo sapurito. 
Riss' 'o cnmpaguo mio: Tu cho buò fai-e : 
Chi Tas" a Teresella è pen' 'e vita ! 

— Nii' me ne euro, la voglio vasare 
Essa perde in iiomm'e i' perd' a vita. 

487 

Sora passai" e tu, bella chiaguive. 
(.'biaiio ohianillo te risse: ched baie ? 
—7 Me ehiagiio 'a sciort' e la fortuna mia: 
Ohell'ora e ehillu tiempo cìie t' amale I (li 

(1) Variante: 

Sera passai' e tu, bella, ehia«;nive, 
E màmmeta diceva: Neh tu eh" baie ? 
Chiagno la sciorta mia. le rispuunive. 
L'ora e lu. punto che me "nnamiumaie. 
Pe' 'n àutro me vuliste abbannunare: 

— La corpa è toia e mo min te lagnate ! 

488 

Sera iJassai, e tu, bella, durmive, 
Tutto "stu eiardeuiello cauimenaie; 
Diuto ci asciale 'na fica ieutile, 
I' pe' erianza mia nu" la tuecaie. 
Po' te ce fice 'n'ata curtesia. 
8tive scuperta e 1' te cummiglialH. 
Pe' vuua cosa ce restale currivo 
Asciale lu fuoco e nu' me ce scarfaie. 

Posihpa 

489 

Sera [lassai" e mammeta te vatteva. 
Nuli te jiutette nu poc" aiutare; 
Si t" aiutavo, màmmeta cbe diceva ? 
DieeTa ca 1' t'era 'nnammurato. 

490 

Sera passale pe' la strettu Iella 
Verette la cestìmia abballare. 
Lu lupo che suiiav" 'a setulella (1) 
I^a vorpe se 'mparava d"abballare. 

(1) Setulella e ceinlella. cetera, cetra. 



— 313 — 
491 

Sera passale po' Nùpule bella, 
Steva 'na nenna 'neimm'a iiu castello 
Essa me salutale cu' la vuunella. 
E i' ce lu turnaie cu' lu cappiello. 
Essa me rialale 'na nocca bella, 
I' cu' la fede le dette 'n aniello. 

Variante 1*: 

Sera passale pe' ]Sàpiile bella, 
Vidde 'na donna 'nciium' a mi castiello. 
Tanta eh' era aggraziata e bella, 
Le fece 'na lavata de cappiello. 
Essa me mesta chella mano bella, 
E i' le rialaie mi beli' aniello, 
Essa se iett'a faro miinacella, 
E i' me iett' a fare raunaciello; 
Essa iev' a sunà' la campanella, 
E i' iev' a sunà' hi campaniello. 

Variante 2.^ : 

Passale 'na sera pe' ]N^;ipiile bella, 
Vidde 'na nenna 'neimma a hi castiello^ 
Essa me salutale cu' la m.inella, 
Ed io me nce levaie lu cappiello, 
Po' io le rialaie 'na vunuella, 
Essa me rialaie mi bello ìiniello. 
Essa se iett' a fare munacella, 
Ed io me iett' a fare prevetariello. 

Variante 3.'^ : 

Sera turnanno ra ]?fapiile bella, 
Vi(ìde 'na nenna dinto a nu castiello 
Essa me salutale cu' la vunuella, 
E i' la salutale cu' lu cappiello; 
Essa me rialaie li' ziarelle, 
I' ce li rialaie dum perelle; 
Essa me rummariett' a santauotte, 
1' ce la dette la felice sera. 

492 

Seva prtssanno pe" Porta Petruccia (1), 
Truvaie 'na rosa *nteri"a spampanata. 
A lu streppone steva "na fettuccia, 

(1) Porfa Petrtìccia, era poco lungi dalla chiesa di 
San Giuseppe Maggiore. Essendosi rialzata la strada, 
questa porfa fu demolita. Vedi Celano giornata quinta, 
pag. 14, edizione del 1792. 

40 



— ;u4 — 

Rra a IcttiK-cia loia. ii<Miiiella 'iini-ata. 
Aràsfsatf^. i-a iiiè. faccia 'o cappuccia. 
\iiì catena r" ammore aggio s})ezzata. 
Tu tf crerivt^ avere asciato "o ciuccio 
Nitri i' sfato npniF;>i. tT7 Vh<^' sbagliata ! 

41»:; 

Sera vedette la Furtuiia a mare 
"ÌS'coppa a nu bella scuoglio ca chiagueva. 
1' le tlieette: Furtuua; chcd" haic ? 
<> puramente chiagnisse pe' mene? 
Na lèttera t^jieva a chilli minane, 
chella lèttera accussì diceva: 
Ohi fi^ne 'nnammurate, tengi-i caro. 
Si no l'attocca a chiàgnere ciimiu"a meue ! 

494 

S' è strùtto Tuogli- e s' è strutto la lampa, 
r lum te penzo chiù, nennillo mio, 
Pas.saie chellu timco e chella lampa, 
Pasfiaie chella strana gelusia. 
C è *n ato ninno eh' "o core m'abbampa ; 
Me t'ha Invat' a tè d' "a menta jnla. 

495 

Sia l)eneritto chi fece lu niunno, 
Cumm" 'o sapette accunciulillo fare. 
Fece la notte e po' fece lu ìnorno. 
Cumm' ^o sapett' agghiògnere e amniaucare. 
Fece lu luare che nun tene funno, 
La varchetella jie' ce navecare: 
Criaie l'ommo 'nfelice a 'stu munno. 
'Na bella nenna ])e' lu cuntentare. 
Variante: 

Vurria .-^apè' chi fa'.elte lu raunuo. 
Ma chi lu fece la sapetto fare. 
Foce hi sole cu' lu ctiirchio tuuno. 
Fcoi; la luna accréscere e mancare, 
Ft'CG lu mare che nun ave fanno, 
Fece la varca po' In navecaie. 
Foce la renna de (piatto banneie 
Carcere, maiatia, forca e iralere 
MoLiXAUo Del CuiAito, Cauli del pop. di Meta, pag. 
25, i-anto 56: 

Sia beneriUo chi fece Ju inunno, 
Chi ce hi fìce lu sapetto fare. 



— B15 — 

Fice prima la nott'e pò" 111 iuorno, 
E lu capette crèscer'e mancare. 
Po' rre {ice lu mare tuotno tiiorno, 
Gè fico li vasoielle pe' navai^^are: 
E po' te lìce a tè, penta palomraa, 
E te gè fice pe' me 'nciiitaro. 

Fi URTE.s. Saggio ili canti pop. di Giuliano (Terra d'^^- 
tranto), pag. lo, canto 21: 

Sia benedittii ci stampò lu muiinii, 
Ca hi lìce e lu >4Ìppe situare, 
Fice la notte e poi fice hi giurnu, 
E poi hi fice crescere e mancato; 
Fico la luna cu lu circbiu tuimii, 
Fice lu sole e no se pò guardare; 
Fice lu mare cu lu pisce nfunau, 
Fice lu ngegnii Ilu poz/>i pigliare. 
E lice punì tie capiddhu biuniui, 
De forza me ne fice nnamurare. 

Salomone-Ma i;iNO, Canti popolari siciliani, pa. 25. 
eaiito IG: 

Vurria sapiri cu' fiei lu' munnu; 
E cu' lu liei lu sappi ben fari; 
Fici lu suli cu lu circu tunuu, 
Fici la luna 'nta lu fari e sfari; 
Fici lu mari poi ch'ò sen/>a funou; 
Fiei la navi pri lu naricari: 
Aju fi r riatti tri voti lu miintui 
E bedda come tia "un nni potli acciari. 

Imbriani, Canti delle prov, merid., voi. II, pag. 177, 
canto XII di Carpignano S.ileutino (^Terra d'Otranto,.: 

Sia benedittu ci fice lu mundui 
Comii lu sappe bene fabrieare ! 
Fice la notte e poi fice lu giurnu; 
E poi fice crlscere e mancare. 
Fice lu mare tantu cupu e fundii, 
Ogni vascellu pozza navigare: 
Fice pure le stelle e poi la luu.i: 
Poi fice l'occhi toi, cara padruna. 

Variante di Avola: 

Sia binidittu cui liei lu munnu; 
E binidittu, cui lu fici fari ! 
Fici la luna cu" lu ciicu tunuu, 
Fici li stiddi pri maravigghiari: 
Fici lu mari unni 'un si trova funnu. 
Fici la carta di lu navicar!: 
Ma si fìrriu tre boti lu munnu. 
Cercii la para e min la pozza asciari 



— olG — 

Tariante di Sambatello: 

Sia bpnGtlittu cu fici hi raundu, 
E cu lu liei lu seppi ben fari; 
Fici lu celu cu' lu gini tiinrlu, 
Fici li stiddhi ppe' maravig^hiari; 
Fici lu mari cu' 'nu bellu fundu, 
E pi" li tirapi li chhiuri cchiù rari; 
"Nta quanti cosi belli su' a lu mundu 
La cchiii bella, tu donna, a mmia mi pari. 

"Variante di Airola: 

Sia beneditto chi creavo lu munno: 
Gomme lo seppe bello 'nordenare ! 
Creavo primra'a lo cielo, e po' la terra, 
Seppe l'ore giungere e mancare: 
Pò te creavo a te, Nennella mraia, 
Appunto, appunto ppe' mrae leva' 'sto core, 
GlAXANOREA, Canti pop. marchigiani, p. 193, conto 30: 

Sia benedetto chi principiò '1 raonno. 
Lo seppe tanto bene principiare ! 
Che lo fece lo mare largo e longo, 
Le navi per potecce navigare. 
Fece le barche e po' lo barcarolo, 
La donna bella fa contento l'omo. 
Fece le barche e po' lo bastimento, 
La donna bella fa l'omo contento. 

Tigri, Canti pop. toscani, pag. 27, canto 100: 

Sia benedetto chi fece lo mondo: 
Lo seppe tanto bene accomodare. 
Fece lo mare, e non vi fece fondj, 
Fece le navi per poter passare. 
Fece le navi, e fece il paradiso: 
E fece le bellezze al rostro viso. 
Ed a pag. 751, canto 279: 

E benedetto chi fece lo mondo. 
Lo seppe tanto bene accomodare. 
Fece lo mar che non aveva fondo, 
Fece la nave per poter passare: 
Fece la barca, e fece il barcaiuolo. 
Fece la donna che consuma l'uomo. 
Ed a pag. 127, canto 480: 

Vo' benedir chi lo lece lo mondo, 
E chi lo fece lo seppe ben fare; 
Fece lo mar che 'n ha line uè fondo, 
Fece la barca per poter passare. 
Fece la l)arca per andare al porto: 
Bello, ti lascerò quando se' morto. 
Fece la l^rca per andare ài maro: 
Fino alla morte non ti vo lasciare. 



— 317 — 

Caxale, Canti pop. calabresi, canto XIII: 

Sia benedittu cu' fici hi raundu 
E cu' hi fici hi seppi ben fari, 
Fici hi ceiu cu lu giru tunchi, 
Fici li stiddhi pe maraviggfhiari, 
Fici hi mari cu nu belhi fundii 
E pi li tirnpi li sciuri cchiù rari; 
Xta quanti cosi belh su" a lu niundii 
Lu ccliiii bella, tu donna, a mia mi pari. 

Tommaseo, Canti popolari toscani, pag. 18: 

E benedetto chi fece lo moado; 
LiO sejjpe tanto bene accomodare. 
Fece lo mar che non avea fondo, 
Fece la nave per poter passare: 

Fece la barca, e fece il barcaiuolo. 
Fece la donna che consuma l'uomo. 

Ed a pagina 61, canto 10 : 

Sia benedetto chi fece lo mondo: 
Lo seppe tanto bene accomodare. 
Fece lo mare, e non vi fece fondo, 
Fece le navi per poter passare. 
Fece le navi, e fece il paradiso: 
E fece le bellezze al vostro viso. 

496 

Siente, cunimara, elio iii' è sui'te (1) sera, 
Steva 'neurpetto pe' me V a cuccare. 
Vene mi cavalier' a la mia porta : 

— Ràpeme (2), bella, ca porto denaro. 

— Bello, de notte min apre li pporte, 
Tenga de iuorno chi me vo' parlare. 
So' zetelluccia e Tannora me 'mporta. 
'Stu cavaliere me lu vo" lavare. 

PosiHpo 

(1) Siirte. accadde, accaduto, succeduto. 

(2) Ràpeme, apri. 

Variante : 

Siente, ma, ch'è succiesse da tre sere, 
Steva lìcaramisa pe' me ì' a ciircare. 
Aronne a la porta mia nu cavaliere, 
Dicenno arapro ca porto donare 
— Aprì' a cliest' ora nu nce sta piacere; 
Venga do iuorno chi me vo' parlare; 
So' zetelluccia e l'aramore me 'mporta; 
Da notte min s' arapre maio la porta. 



— 318 — 

AvoJ.io, Canti pop. di j^oto, pag. 802, canto <)14 

Quannn a.s8iia astutai lu cannileri, 
Era 'ncamiuisa, ca m'avia a curcari. 
Bariori la ino porta, un Cavaleri: 

— Rapimi, IteUa, ca t'agghiu a parrari. 

— Ri notti miu si ràpiinu li porti: 
Veui li' ,torim cu' voli parrari. 
Tu. (Idoeu.oi po' stari tutta notti: 
Li fiora ri la jiorta puoi cuntari. 

497 

Sieute, neniiillo mio, fatte capace, 
Nu' li sentire tanta porta e adduce. 
Si la partita mia mi' te piace, 
!/,:i li ]ionte, ca hi sole coce. 

40S 

Si -ess" (ly amata "na preta de via. 
Cn' tantu carumenji' sarria terra. 
Si "ess' amato 'n àrb«;ro de fiche, 
Ora sarria cu' la cimala 'nterra. 
Si -ess' amato 'ii angelo devino. 
Starria 'mparaviso pe' 'n aterno. 
Bella, p' amar' a tè, nennella mia, 
Me trov' a li prefuune de rinferuo. 

(1) 'Ess' 'esse, avessi. 

499 

Si lu suspiro avesse la paroUVr 
Clie bellu 'muiasciatore che sarria. 
Sarria 'runmsciatore de lu core, 
l'nrtarria 'mmasciat' a ninno mio ! 

Iajbiuani, Canti pop. delle prov. morid., voi. '2°, jiag. o2i 

Si hi suspiro avesse la parola 

Che bello 'mbasciatoro che sarria ! 
Sarria rarabasc latore do 'sto core, 
Purtarria l'ambasciata a ninno mniio. 

SciiEKiLLo, Saggio di canti pop. delia prov. di Salerno 
Pubblicati sid Movimento lelterario ìfaUuiio {JV ovino. 1-ió 
Bettembre IS80, anno I, JS' 15-16), Canto itì; 

Jàti, suspiri miei, jàti e bbeniti. 
Jàti alla via de vasci e po' turnati. 
Si la BUspiru avesse la parola 
Che bellu "mniasciatoio ca sarria ! 



— ?,VJ — 

Forerà 'mmasciatore ri sta coru. 
Purtara l'atnraasciata a taiitu liintaiiu ? 
Lu snspiru porta na gran pena. 
Tu suspiru da Uocu e in da cefi, 
StAme tutte dui ad abbruscià. 

Fazuu p'allontanà chi s'avviciua, 
.Fazzu pe scatena chi m'incatena, 

Canale, Canti popolari calabresi, canto XV[I: 

i?i In snspiru arossi la parola. 
Chi bellu mbasciaturi chi saria. 
Parti, suspiru, cu lu ventu vola 
Va pi truvari tu la beila mia, 
E si l'arrivi pinserusa e sula 
Dinci chi chistu cori la disia, 
Dinci ch'a mia o;ià desi la palura, 
La ferma fidi mi mi teni a mia. 

Jj0/5zi, Cecco, d'Ascoli, patc. 120; 

Se li respiro l'usci le jiarole, 
Che l)io<rli aniba.sciature a me saria. 
Saria li secretari de sta core. 
Li difensuri do lu vita mia. 



500 



Si iiiàmmetii U^ ehiamnia, curro forte 
Fa 'ininece de 'uTierrare e lass' apiorto. 
Ca quaniio venoo e aperte so' li pporte. 
3Ie pozzo arrepiisar' a hi ccupievto. 

501 

Si t" Ilo' a iij^uraro. pio;liaiella l)ella, 
Xu' tanta bella elio te fa paura. 
Pìgliatella iiu poco schiavnttella, 
Larga de spalle e stretta do centura. 
Ca quanno Tlie' a fare 'na \ uiiiiella. 
Spararne seta, fil' e cusotiira: 
E quaniio The^ a fa' n'ahbracciatella. 
Pare eli; al»bracco mi mazzo de seiiwe (1). 
(1) Tarlante 1': 

Si t'haie da 'nzurà' pigliela bella. 
]Nrnn tanta beila che te fa paura. 
J^u poco pigliatella curtulella, 
Ma che sia dellicata de centura. 
Ca si Tavraie da fare 'na vunnollR, 



— 320 — 

Sparagne robba 'nforra e cusetura; 
E si le Tai' a fa' 'n'abbraeciatella, 
Cumm' abbracciasse mi mazzo <le sciare 

Variante 2'^ : 

Ninno si t'hi' a 'nzurà'. pigliala bella: 
iS^un tanta bella che te fa paura; 
Pigliatella nu poco brunuttella, 
Ijarga de pietto e stretta de centura; 
Che quanno te ce fate 'n'abbraeciatella, 
Curam' abbracciasse mi mazzo de sciare. 

502 

Site chiù .o:hiauca vuie ca n' è la carta. 
Pecche iiun pienze ca me faie murire? 
Te miett' a navecà' cumm' a 'na varca, 
Porta pe' porta nu' me faie trasire. 
Tanta vurria legge' libre e carte 
Fin' a che tu, figliola, si' la mia. 
Ca me ne voglio ire 'n chelli pparte^ 
A do' l'ammora iiun ha gelusia. 

503 

Site chili ghianca vuie ca n"è lii riso, 
E de russezza chiù de 'na cerasa; 
Chesta vucchella toia è tutta riso, 
Yiato chi noe dà lu primmo vaso. 
Si moro e me uè vaco 'mparaviso. 
Si nu' nce trovo a tè, manco lice traso. 

504 

Si vuò' vede' lu trèbbeto d'amniore, 
Rummèiiec' a matina a lu casale. 
Ce sta 'na mamma, tene tre ffigliole, 
Ca tutt' e tre li bole maretare. 
Ce sta la primula eh' appass' a la luna, 
L' àuta appriess' a la stella diana, 
Ce sta la reta eh' appass' a lu sole: 
Ci aggio maiinat' e nu' m" 'a vouno dare'. 
Si nu" me danno chella che dich" io, 
Turco me face" e boglio renili a re. 

505 

So' doie figliole dint" a nu ciardino, 
Nun zaccio chi la primnia me jiigliaro. 
Dicette inanima: pigliate la prininia. 



- 321 — 

Ca la siconna làssela restare. 
La priiiima sape fare li ceatene. 
E la siconna 'ncatenato m' have ; 
Si ei arriv' a trasire int' a 'sta cassi. 
Te faccio spampanai' ciiinni' a 'na rosa. 
Canale, Canti pop. calabresi, canto X[II: 

"Vitti ddu rosi a na rama ptni liri. 

Non sacciu di li ddiii qual'aju amari. 
La randi è bilia e no la pozzu aviri. 
La pipoirlddha noti mi po' mancali: 
Di luna e l'atra porta li catelli, 
E di nuddha mi sacciu scatinari: 
Ma una, oh Din ! chi mi mi dassa iri, 
!Ncatinatu cu' ddui non pozza stari. 

506 

So' fatto vorpe pe* scava' l'arena, 
'Mmocc' a la porta toia veìig' a scavare ; 
Li cacciature ce fanno la mena, 
Dice ca vonn' ave' 'sta pella 'oiniauo. 
I' nce voglio passa' matin' e sera, 
Nn' me ce faccio còglier' a la. tana, 
E pe' dispietto de chi fa la mena, 
'Sta pullauchella n\ aggio d:t mangiare. 

507 

So' fernute li gghiut' e li bbeiiute, 
So' fernute li siseh' e li csiiiamrnate. 
Li sacche de farini so' ferimte. 
So' fernute li ppizzo 'mpnttuaate. 

508 

So' ghiuto tanta tiemp' a la scaru'^a. 
Cu' 'ntenzione d« te dà' mi vaso: 
Te lu vurria dar' a l'aunascusa, 
Quanno nuii ce st;». màmrnet' a la casa. 
So' giuveniello. so' tanto scurniiso. 
Si nu' me dice: Trase, i' manco traso. 
Nun zongo tante li punte che case. 
Quanta noi te me sonno cu te vaso. 

509 

So' marenaro o la pala:iga (t) stra(;juo, 
So' piscator' e la rezza strascino, 
So' 'nzagnator' e la vena te 'nzagno. 

(1) Pti/afif/a, palandra. 

41 



— 322 — 

So' mièdeco e te dò la medicina. 

('hi vo' castagne che ba a la muntagna, 

Ohi vo' eunfiette ra, a speziarla, 

(;hi vo' denare va a lu re de Spagna, 

Chi vo' bellezze va da nenna mia. 

510 

►Songo venuto da Nàpule apposta 
Pe' dì' quatto canzon' a 'sta fenesta. 
I' de canzone ne porto 'na lista. 
Tutte canzone de li 'nnammurate. 
r cà ce cantarla 'n ann' e nu mese, 
Pe' ce dà' gust' a 'sti nnenn' aggarbate. 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrara il' Ischia, pa- 
gina 68, canto XCVI: 

Me so partuto da Napole apposta, 
Pe' dici 'na canzone a 'sa f.jnesta; 
i^ce ho travato 'nu ninno apposta. 
Muserà avimrao a fa' chi rosta resta. 

511 

So' resoluto, accussì voglio fare, 
Nu' boglio dà' guadagu' a li barbiere. 
Tanta 'na barba longa voglio fare. 
Anzi' che la scarpeso cu' li piede. 
Po' me uè vac' a truvà' la cummara, 
Chella me dice: Che barba che tiene! 
F le dico: Tanno m' 'a voglio fare, 
Quann' a la casa mia tu te ne viene. 

FUORTES , Saggio di canti pop. di Giuliano, pag. 11, 
canto 10: 

Su risulitu de nnu geniu faio. 
Pe no dare guadagnu a Ili b.irb "ri. 
I^na barba longa longa m'agj;ÌLi eci isciro, 
leu cu me rria e vantaggia li pedi 
De nauti Ha tuia bella aggiu ppassare. 
La gente dieerà: Cce barba ti^n' ! 
E ieu rispunnu cu mia lintni.. sciorta: 
Ci primu amore perde sta brb' porta. 

512 

So' stata minacciata da nu guappo, 
Mìser' a raè, si ce vaco sotto. 
iS' ha fatto nu vestito tutto ci ippe, 
'Mmiezo ci ha miso curtielf e rasole, 



— 323 — 

I' ci aggio niannat' a dìcer' a 'stu guap[)o 
Si aesse (1) da veni', venesse sulo; 
Nu curtelluccio m'aggio dat' a fare. 
La manicell' a frouna d'auliva. 
Quanno s'accosta sotto cliistii guai)po. 
'Ncuorpo ci 'o chiavo, hi faccio miirire. 

(1) Aesse, avesse. 

5Ì3 

So^ stato carcerat' à Vicaria, (1) 
Teneva niente Porta Capuana. 
Forze passasse cocch' amico mio, 
Me lu menasse nu vintisè' rana. 
A tiempo passai' 'a 'unammurata mia. 
Me disse: A lu turnà' vengo da loco. 
A la turnata lice 'n'ata via: 
Chi camp' *e sj^eranza disperato more. 

(1) Vicaria, Palazzo di Giusòizia, ora Castol CapitaiKt 

511 

Spax'tenz' amara, addulleros" e trista. 
Me faie stare 'ndisperazione. 
Nisciuno n' ev' (1) amato cumm' a cliLsto, 
l'c' èva puost' avero 'a passione. 

(1) Ev\ evo, avevo. 

515 

'Sta lèttera Uggite eh' i' ve manno 
Cu' duie capille de 'sta trezza ionna. 
Chiagnenno l'aggio scritta e lacremaniio. 
Cumm' a lu mare quanno vatte l'onna, 
Parient' e amici abbannunato m'hanno. 
Pecche la sciorta me V ha fatta tonna. 

516 

Stanno fra veglia e suonno te sunnaie, 
Pare eh' ò lato tuio i', bella, stevo. 
E si lu suonno chiìi fosse durato, 
Sarria muort' e nu" me ne sentevo ! 

517 

Stàtev' alleramente. ani ilice cai'e, 
Quatto parte lu faccio lu mio core. 
Una la mann' a Nàpule a scialare; 



— 324 — 

"N' ata la mann' a li pparte de fore: 
Una la manno sporta pe' lu mare. 
Oa me purtasse cunzì^li e parole ; 
'N' ata 'a tengo cu' mico cara cara. 
Po' n' èssere chiammato senza core. 

518 

Htàteve alleramente, carcerate, 
(■a si nnn site asciiUe, manco ascite; 
Oa la càusa A'osta s'è tirata: 
Ohi va 'ngalera e chi 'ngalera a 'mmita (1). 

(1) ^Mmifa, in vita. 

519 

Stella lucente mia, stella lucente, 
Si' piccerella e tiene dui' amante: 
TJn' è d'oro e 'n àuto è d'argiento. 
Dimrae, nennella, qua' è lu tui' amante ? 

— r chillu d'oro lu teng'a la mente. 
Ohillo d'argiento m' è fé ìeramante. 

— 'Mmano si faggio, stella mia lucente, 
Tp voglio fa' chiammare lu tui' amante. 

Variante : 

Stella lucente mia. stella lucente. 
Pe' buie vanno spierte duie amante: 
Uno è d'oro e n'àuto è d'argiento, 
Dirame, nenna mia. chi vuò" p'amante ? 
Chillo d'argento lu tenite mente, 
Chillo d'oro ve in mettite a fianco. 

520 

Stella riale mia, stella riale, 
Pure cu" l'acqua ci aggio gelusia. 
Dimme, nennella, si te vuò' lavare. 
r te lu dongo chista sango mio. 
Dimme, nennella, si te vuò' annettare, 
Te dong' 'o muccaturo d' 'o cuollo mìo. 
Dimme, nennella, si te a'uò' fa' 'a capa, 
Tèechet' 'e diente de 'sta vocca mia. 
Dimme, nennella, si te vuò' mirare, 
Tècchete l'iiocchie de 'stu fronte mio. 

521 

Stella rial*' quanno cumpariste, 
'A luna cu' lu sole ciuiimannasto: 



— 325 — 

Cu' uu ourtiello a me hi cor'apriste, 
Chello che dinto stev.i te pigliaste. 
Faciste cumrae fice Iwra a Ci"isto 
Diciste « sine » e po' tu me 'ngannaste (1). 

(1) Variante: 

Stella riale, quanno cumpariste, 
A nu munionto l'aria schiirrtstn. 
Nu nurtelluci' a la corn mo iliste, 
Ghello che o'era dinto t<* pigliaste. 
Int'a nu casettino lit me tinte, 
Cu' 'na chiave d'atmnor » la 'nzorraste, 
Stella riale mia, pecche '<» fficist ì ? 
Affrìtt'e senza core ra'he' rumuiaste ! 

FiNAMORE, Carni pop. abruzzesi— (Vedi Vocab. abruz.) 
pag. 273, canto 12: 

Stélla lucènda che ppe' mmé spariste. 
Cóme 'na Cìilatiiìtre vojo me leràste. 4 

Che nu p»trnàle lu pòue m'apiì-stn, 
Lu core ch« tiene dim li-o mo t'arrubàste: 
A nu bbaccile d'ore le raettiste; 
Che nu mandile d'amóre voj.i e empiste. 

522 

'Sti lleuzulella che sotta tenite 
Songhe de lino e buie fresca ce state. 
Songhe de fuoco, se me ce vulite, 
Me merco 'mmiez'a buie e ve scarfate. 

523 

Sto appiccecato cu' nennella mia, 
E n'aggio cumme fa' pe' ce fa' pace. 
Mo me ne vaco 'ncoppa a 'n auliva. 
E 'na frasca de parma vaco a fare. 
E la voglio purtare 'nnant'a Dio, 
A farla benedire da lu Papa. 
Po' me ne vaco da n3niiella mia: 
Chest'è la parma si vuò' fa' la pace. 

524 

Stougo cantanno sott' a 'sta muraglia, 
Stongo cantanno cu' nu ruosso sdegno. 
Nu' me ne curo ca chiov' e m'abbagno, 
Basta che traso 'ngràzia a 'sta nenna. 

. Variante: 

Veng'a cantare so' fa 'sta muraglia, 
Veng'a canta' p'araor'e nu' po' sdegno. 



— 326 — 

Nu' me no curo ca chiov'e m'abbagno 
Basta che stongo 'ngrazia cu' 'sta nenna. 

525 

Stuorto de gamme e stuorto rie per/ona. 
Stuorto so' li servàzie che tu faie, 
Storta te l'haie truvato 'na figliola, 
Stuorto. che n'ive fare 'e te 'nzurare. 

526 

Suspiro, suspirarmo pato e peuo, 
Suspiro chiù la notte ca lu iuorno, 
Suspiro quanno magno e quanno vevo, 
Suspiro quanno a lietto vaco e dormo, 
late, suspire miele, a do' ve manuo, 
E mi' ve 'ntrattenite pe' la via. 
lat' a pusarve 'ncopp' a ehilli panne. 
A do' se spogli' e beste ninno mio (1). 

(1) Variante: 

Suspiro, va vattena' a do' te manm. 
Wun t'ire 'atartenneano oe' la via. 
Va vattenne 'ncopp'a chiili panne, 
A do' se spoglia e beste neiina mia. 
Si ce la truov'a tàvola che magna, 
Assèttete e magna eumme ce loss'io. 
Si la truov'a lu lietto clie dorme. 
Còcchet' e nun tuccà' eh 'è cosa mia. 

527 

T'ali untauaste da me, t'alluntanaste, 
Vurria vede' che core che faciste. " 
Cumme de tantu bene te scurdaste ? 
Privo de tant'ammore me faciste ? 
Si nu' me tuorn' àmmà' cumme m" amast»-. 
Tòrnem' 'o core mio cumme l'aviste. 
Ma si me tuorn' àmmà' cumme m'amaste, 
Ponza ca chistu core tu l'aviste. 

528 

'lecchete chesta lettra, ninuu mio, 
T' 'o dico, pe' piata, stìpola cara. 
Te l'aggio scritta cu' la mana mia. 
Cu' chistu core l'aggio sigillata. 
àprel'e e bi' che dice, ninnu mio, 
liiegge li ppene ca i' pe" tè pato. 



— 327 — 

La notte chiagu" e lu iuoriio suspiro: 
Cielo ! vi quant'è bello ninno mio ! 

529 

Te l'aggio ditt'e te l'aggi' avisato, 
Nu' gliii'e a messa quanno ce vach'io; 
Me faie fa' 'na saxma de peccate; 
Nun ziente messa tu e uè manch'io. 

530 

Te manne hi bonni e lu buon'anno, 
Culonna de la chièsia maggiore. 
Quanno nasciste tu c'era sant'Anna, 
Lu cielo te dunava 'stu sbrannore. 
Santu Nicola te deva la Parma, 
E s'ant' Antonio lu benigno sciore. 
I' te dunaie 'stu core cu' l'arma, 
Chist' è lu segno, si vuò' fa' l'ammore. 

531 

Te mauno nu caròfeu' a cercare: 
Chist' è lu segno, si vuò' fa' l'amuiore. 
Me lu manuast' a dì' ch'era seccato, 
Màmmeta l'adacquuie cu' lu sudore. 
A mezanotte lu fust' arrubbato, 
IN un zaccio si a li cquatt' o a li coinc'ore. 
'Mmocc'a la porta te l'hanno spennato, 
Nun zaccio cumm' 'un zi' mort' 'e dolore. 

532 

Tengo 'na mamma e 'n'ata ne vurria^ 
Cu' una mamma nun ce pozzo stare. 
Vurria 'a mamma de nennella mia, 
E me vurria cu' essa cunfessare. 
Pecche, vurria dirle, mamma mia, 
La figlia loia nu' me la vuò' dare ? 
— Cheste so' cose, senza dì' buscia, 
Si 'nciel' è scritto nu' putrà mancare. 

SciiERiLLO, Alcuni catiti pop. in dialetto nap. Pubbl. 
BUÌVIstrns. pop., Voi. XVI, n. 19. Milano, 9 marzo Iy79, 
pag. 298, canto VI: . 

^ Tengo 'na mamma, e n'ata ne vurria, 
Ca c'una mamma nun ce saecio stare: 
Vurria la mamma de nennillo mio, 



— 328 — 

Chella ca rae vulova tinto b^no! 

1' mme ne j«va «la niamrat^la mia: 

— Tiene stii fiiilio e mi' me lu vuò' dare ? 

KJ f'Msa nini'* ncova: — IN'ora ma, 

Si Dio accusai boò nuri jiò mancare. 

533 

Tengo 'na te^ta, e la vo2;lLo chiautare 
De rose, de viole e giesutnmine, 
A ninao mio la voglio inaiiiiare, 
Che 88 la tene p' allicuordo mio. 

534 

Tengo nennillo mio eh' è nu "mpiso 
'A 'napateca iesc' e 'n' ata trase: 
Po' se ne vene cu' lu pizz'a riso, 
'Nnammuratella mia, faciuiino pace ! 
Tu si' li bbalanzell' e i' so' li pise: 
Tu faic li rricuttell'e i' la ccaso. 
E si po' moro e baco 'mparaviso, 
Si nun co trov' a tè manco ce traso (1). 

(l) Variante: 

Tengo mi 'nnammura<o fafc' 'e 'mpiso, 
Da 'na oautna iet^c'e 'n'aia trase, 
Po' so ne \ oni) cu' la f.icci' a riso: 
'^Nnamnuiratella mia, dan me nu vaso 
Ed lo me volo e dico: Ah! fuss'acciso ! 
Primma Iradisc'e po' me faie li squase ? 

Nella solila raccolta di fogli volanti che è alla Bi- 
hlioieca nmsicale di JSan Pietro a Maiella in Napoli, 
«i leg<;e la seguente can/one, inliloiata: 

La Proci dana 
Tengo no 'nnammorato faccia d'empiso 
Da no portone jesce e n' auto frase. 
Po' se n<' vtMie cu a faccia a riso 
N; animoiatella mia. fa< immo pasf; 

Io mnie voto e le dico t Ah ! fu^se accise ! 
Pati'a mezz'ora viene e buò fa pace. 

535 

Tengo nn lazzo russo de lu tuio. 
Da ehillo bello pietto lu tirale. 
Qaanno veco lu lazzo, veeo a buie. 
Credo ca me vuliste ben'assaie. 
So' mariuolo e ce curpate vuie, 



— 329 — 

Tu me diste lu canzo (1) e i* t'arrubbaie. 
L'aggi' arrubbate li bbellezza buie. 
'jNcuoUo li pporto e uu' li lasso mio. 

( I) Causo, agio, opportunità. 

Variante: 

Tengo nu la/.zo verde Je lu tiiio. 
Da miezo a lu tuio piatto hi tiraie 
Quanno veco lu lazzo, veco a l)iii' 
Chist'è lu segno che m'amate assale. 
De chisto lazzo ce ciirpate vaie, 
Me riste 'o canzo e i' te rarrubbaie. 
Si v'arrubbaie li bellizze a buie 
"Mpietto li pporto e nun li lasso raaie. 

r>3(> 

Tengo nu uiuccaturo de velluto. 
Tre bete l'aggio miso a la culata; 
Tengo nennillo mio ch'è puntigliuso. 
E ghiuto à festa e uu' me nei ha parlata. 

537 

Tengo uu volo e si chi anima Rusiello, 
L'ore canosce de lu ffaticare, 
Quanno sponta lu sol'a lu castiello, 
'Mponta Busieir e uu' bo' camminare. 

538 

Tengo 'stu core feruto feruto. 
Pizzo pe' pizzo de sang'abbagnato, 
He' fatto 'n'azioue e m' he' traduto, (l) 
Senza l'occasione m' he' lassato ! 
Loco se vede ca site vavaso: 
'A 'mmore u' 'a saie fa', va te la 'mpare. 

(1) Tradiifo, tradito. Trovandomi Iradiilo. BindO Boni- 
CHI, raccolta dell'Allacci, e. 110. 

539 

Te voglio bene, sango mio riale, 
Basta che faie chello che dico io. 
Nu' boglio ca cu' donne pratticate. 
Ma sulamente e' 'a perz ma mia. 
Manco cu' V acqua voglio ca te lave : 

42 



— aao — 

Pure cu' r acqua ci aggio gelusia, 
Si r acqua fresca vuò' pe' te lavare, 
Piglia lu sango de 'sti bbene mie; 
8i la tuvaglia a-uò' pe' t' auuettare, 
Piglia la rezza de lu core mio. 

Variante l.'* : 

Te voglio bene, ni, e t'agtrio d'amare, 
^fa tn m'aje da pracà' 'sta fantasia; 
Jfisciuno voglio che staie a guardare, 
Ala sehittamente a la perzona mia. 
Cn' l'acqua nu' te voglio fa' lavare, 
Ca l'acqua pure me dà gelusia: 
Ma se cu' l'acqua addefrescà' te vuoje, 
Mmece lu sango mio piglia' te puoje. 

Variante 2.*: 

Te voglio bene sango mio rìale, 

Basta che faie chello che dico io: 

Ifu bosiio ca cu' doane pratticate, 

Ma sulamente e' 'a perzona mia. 

Manco cu' Taequa voglio che te lave, 

Pure cu' l'acqua 6i aggio giulusia. 

Si l'acqua fresca vuò' pe' te lavare, 

Piglia 'stu sango de lu cuoUo mio. 

Si la tuvaglia tuo' pe' t'annottare, 

Piglia la rezza de lu core mio. 
Canale, Canti popolari calabresi, canto X : 
Eu t'amu quantu poti n'omu amari, 

Ti vogghiu beni cch ù chi ti vulia; 

Cchiù di li petri preziu.se e rari 

Priziusa la facci hai tu per mia, 

Cu l'acqua, senti a mia. no la sciacquari, 

Di l'acqua puru sentu gilusia, 

Quandu la facci ti la vo' lavari, 

Sagna na vina di lu cori a mmia. 

540 

Tre cose stanno scritt' a lu mio petto: 
Spartènzia, luntananza, e gelusia. 
A nisciuno purtaie tanfatfotto 
Quanto ne port' a tè, nennillo mio; 
Si nu' me cride, spàccheme 'stu petto, 
Dinto ce truvarraie lu tuio ritratto. 

541 

Trenta carrine m'accattale nu vatto (i). 
Credènuome purtarlo Forerotta, 
•(1) Vatto, asino. 



- 331 — 

P' "a via me purtava quatto quatto. 
Me votta "nterra e me fa fa' 'na botta. 

542 

Tu faccia de n ammèjinola nuvella, 
I' pe' l'ammore la notte nu' donno. 
Farria lu canto che fa lauciello 
Pe' nun esse' 'ngannato da lu suonno. 
Lu suonno se ne va attuorno a li bbelle 
Pe" s'arrubbà' lu viso quanno dòi-mouo. 

548 

Tu malatella clie malata stale, . 
Vurria sape' ched'è 'sta nialatla, 
Ca chesta nun è frev' e uè terzana, 
Nu rametiello è de gelusia, 
Cuvèrnete, cuvèrnete. malata. 
Nu' boglio ca pe' raè aiss' (1) a murire. 

(1) .4/.<>.'«*, disse, avessi. 

544 

Tu palunimella che biene da Francia, 
Dimme: l'amiaore cumme s'accumeneia ? 
— S'accume.ncia cu' suon' e cu' caute (1), 
Po' fernesce cu' pen'e e trummente. 

(1) Variante: 

Primola se 'ncei^na cix" suon" e cu" caute. 

PascìUALIGO, Canti pop vicentini, pag. 20, canto XXV: 

Descàlzete. ben mio, passa quelT acqua 
Te trovare una chiesa fabricata: 
Dentro vi stanzia d'un prodicatore 
Che predica dei salmi de l'amore. 

- Predicatore che predichi in Fioroiiza 
Insegneme l'amore come 'Icoraenza. — 

L'amor comenza con soni e con canti 
E ia finisce con sospiri e pianti, 

L'amor comenza con canti e con soni 
E la finisce con sospiri e toni. 

Similmente i Bergamaschi : 

O Piasenti, che vien de la Piagenza. 

Disirae un po', l'amor dov'el comenzi. — 



— 332 — 

L'amor eomeiiza a ridar o a scherza 
E pò ol finiss a pianz e sospira 

Dal:meui(.o, Canti del pop. vonez., pag. 165, ninna- 
nanna 1: 

Fame la nana, e ni na na, ni nana. 
Glie a mezanoto i sona una campana. 

E sta campana no l'è minga mia: 
La xe d' i preti de Santa Lucìa 

Santa Lucìa la t'à dona i so ochi, 
La Madalena lo so bionde drezze. 

I anzoli del cielo i so colori, 

• E santa Marta "I so bochin de amore. 
Bocliin de amore a bicUin da Fiorenza, 

Dime l'amor come ch'el so scomenza. 
El se scomenza con soni e vi «lini: 

El se fonisse co d'i fan*^^olini. 
El se scemenza con soni e con canti: 

El se fenisse con lagrerae e pianti. 

545 

Tu si' de (jrènuH Pìccula ed i' d' 'o Muoio. 
Ma sto de casa a la Porta Rumana (1) : 
Tu A'inue cetrulelle e puparuole. 
I' petrusino. amenta e maiurana. 
Chesto lu ddic' a tè, seior 'e cardoeiia, 
A parlare cu' tè, me fa \ riogna ! 

(1) Porla Riunana, presso il largo del Castello, dove 
eravi un'antica chiesa di San (TÌacorao, od il detto luogo 
chiamavasi Genova Piccola. 

Tommaseo, Carni toscani, pag. 5tj, canto 2. 

Quando nasceste voi, nacque bellezza; 

II sol, la luna vi venne a adorare. 
La neve vi donò la sua bianoh^zzi, 
La rosa vi donò "1 suo bel calore. 
La Maddalena le sue bionde ireccie. 
Cupido v'iusegnò tirare icori: 
Cupido v'insegnò tirar le frei-cie. 
M'innamo:-aron le vostre bellezze. 

Ed a pag. 168: 

O uccellin che vieni di Fiorenza, 
Insegnami l'amor come comincia. — 

L'amor comincia con suoni e con canti, 
E poi Unisce con dolori e pianti.' 

Nei canti greci : 

L'amor (maledeggio !) sul primo ò dolce; 
^el. mezzo sa di pepe, e nella fine gli è amaro. 



— 333 — 

»ANdON[ Pompeo : La fis;\ìn di Iorio. Dramma lirico, 
musicato da Giiojlielmcj Braaca , in 2 atti, fu dato, nel 
1897, al Teatro Poucìiielli iu Ureraona, con insuccesso. 

« Bidè la terra e il sol mindi sorrisi; 
yua io sento risvegliarsi doiitro al core, 
un gran dolore..., un gran dolore ! 
« Amor comincia con canti e con suoni 
e poi finisce con lagrime al core ». 

AMALFI, Cento canti del pop. di Sjrrara d'Ischia, pa- 
gina 32, canto XLVIII: 

Chi vo veni', che tene alla sua morte 

Tene a fare l'ammore a cheste p irte; 
L/'ammore s'accumenza cu' tenone e «-ante, 

E po' se fenesce cu' pene etrumionte. 

546 

Cu t'iillicuorde quanno se meteva ? 
Yeiiiv'aijpress'a me a 'una' lii ggrano: 
Faciv' 'e mazzetiell' e me li dive, 
Pe' me chiava' mi pìzzeco a la maiia. 
Po' te votav'e dicive: Mara mene ! 
Ni>; li t'aelmmo li gent'addunare (1). 

(1) MoLiNARo Del Chiaro, Canti del popolo di Meta, 
pag. 27, canto 60: 

Te gi allicuorde quanno nuie raetèveno V 
Appier" appiero t'appruiev' 'u ggrano; 
Facev" i mazzetiell' e te li devo, 
Pe' te gè dà' nu pìzzeco a 'sta raana. 
Essa se vota e dice: oh mara ra^^ne ! 
2S'un ne iacimmo li ggent' addunare. 
I" le dieette: Amore 'un ha' paura; 
>'aocio Tammore corame s'ha da fare. 

547 

Tu te chiamma Francisco, e i' Francesca: 
Tu sr In giesummino. e i' la frasca; 
Tu si' lu zurfaniello, e i' so' losca; 
Tu si' sàpeto santo, e i* so' Pasca. 
Buseeariello si' cumm' a la 'ntrita 
Spiritusella so' chiù do 'nzalata. 

FiNAMORE, Canti pop. abruzz. (in append. al Vocab.) 
pai.'. 279, canto 53: ^ ^ ^^ ' 

Tu ti chjième Frangìsch'e jji' Frangèsche: 

rn la rr'còtf e jji lu càsce frésche. 



— 1534 — 

548 

Tu te partiste e i' cuutav' 'e iuorae. 
Nu' li putette pròpete ciintare. 
I' li cuntaie 'iizì' li trenta iuorne. 
Po' me ruettette nu poc' a dunnire; 
Tu tantu bella me veniste nzuonno. 
Cumm' 'na palummella che bulava. 
Manco t'abbasta li ppene d" 'o iuorno, 
Pure la notte me vuò' turmentare. 

549 

Tutta de verde me viirria vestire, 
Mo' che de verde me so' 'utiaiumurata: 
Verde aggio fatto càmiuera e cucina. 
E 'na fenesta a l'onna de In mare; 
Verde s'è fatto ninno bello mio, 
Si nini lu ve<;() me sento rannare. 

550 

Tutta 'sta notte ci aggio cani me nato; 
La via de 'stu vico èva perduto. 
Pe' gròlia de Dio l'aggi' asciato: 
'Nterra m' asset' e di' canzune diio, 
Tina hi die' a lamia 'uuamniurata, 
'N'at' a la soa surella uocchiardita. 
Tu, uocchiardita, e tu, mia 'nnammurata, 
Vuie site do 'stu vico li ccai'ite. 

Poiiilipo. 

551 

Tutte li miezeiuorne so" su nate. 
E a 'stu paese n' è sunat'ancora: 
Curre, nennillo mio, vallo a sunare^ 
Lassa' magna' chi n'ha inagnat'ancora. 

552 

Tutte In ssanno che so' scnitato. 
Ognuno che se guarda la mngllera, 
E si quaccuno se sente aggravato, 
less'a la Vicaria a dà' quarera (l). 

(1) Nell'opuscolo (li Luifii Serio, intitolato: Lo Vir 
nacchio, sono riportati i juinii duo versi. 



553 

Tntto l'aDiinoi-e mio l'aveva 'nfasce, 
I' èva picceriir e nu' capoA'o, 
</hi me deva nu vaso e chi 'n abbraccio. 
Chi me diceva: ninno, vieti' a mene. 
Mo (ìho Ko' fatto crruosso me discacce. 
Pare elio tengo In fuoco cu' mene. 
Varria murire e burria turnà' 'nfasce, 
i*e' dà' nu vas' a chi vasav'a mene (1) ! 

(1) Variante : 

Tatto In bene io l"areva 'nfasce, 
Qiianno era piccerella e nnu zapeva: 
Chi me purtava 'mbraccia eiimmenanno, 
Chi me diceva: nenna, viene, a mene; 
Mo' ohe so' grossa ognuno me ne caccia, 
E nu' me potè pròpio vedere: 
Vurria turnare "n'àutra vota 'nfasce. 
Azze putesse chilli squase avere. 

554 

Tutto lu munno me n'ha ditto male, 
Che t'abbaiinon' e che te lassù ire. 
1' pe' li fare li ggeute schiattare. 
I' Hemp'apprìesso te voglio venire. 

555 

lìocchio d'agrillo mio, core de sasso, 
E martellalo cu' l'argiento fino. 
Salùteme 'iia vota quanno passe. 
Penza ca simmo stat'amaute primma. 
Li ggente m'hanno ditto ca me lasse, 
Persequità' te voglio 'nzi' a la fine. 
8i venesse la morte e ce pigliasse. 
Pura chill'àutro munno amante simmo. 

556 

Uh, car'amante, ràpeme 'stu pietto, 
E dopp'apierto pìgiiete 'stu core. 
Lu bene ca te vogli' è chiar'e nietto, 
'N'ora ca nun te veco me ne moro, 
Chesta se pò chi anima' ammore perfetto. 
Quanno 'na nenna pe' 'n amante more. 



— 336 — 

boi 

Una ch'è brutta ruttatela via; 
Vùttal'a mare cu' tutte li panne. 
'Ssa piccerella se maretarria 
Nu giuveniello de vintidui anne. 
r mescheniello n' aveva vintuno, 
ùnnice mis'e bintinove iuorne. 
Che mala sciorta che port'a 'stu niuuuo. 
Aggio perzo 'na nenna pe' nu iuorno ! 

558 

Uocchie che nuu t'avesse maie visto. 
Lengua ca nun t'avesse male parlato, 
I' nun avria fatte tanta viste, 
E manco patarria chesto che pato. 
Fuste la primm'e l'ùrdema sarraie, 
Catena, che m'avite 'ncatenato: 
Aprìteme In core e truvarraie. 
L'affritto nomme tuio dinto stampato, 

559 

Uocchianerella e core de diamante, 
Chi me te vo' luvare da 'sta mente ? 
So' li bbicine che me stann'accanto, 
Ca me lu vonno fa' lu tradimento 
Si 'st'nocchie miele scòppano a lu chianto^ 
Ne vonno muccatore ore e mumente (1). 
(1) Variante: 

Uocchie d'arillo e uocchie de diamante, 

Lnvarte nun te pozzo da 'sta milite. 

M' Le' feiuto 'stu core cu' 'mi Unz i, 

Ma nun ce poz/.o bt;i' si a tè nun p Miao. 

Nun agji;i' avut' 'a tè quacclie la^iiin/.a, 

Ma quacche ramo sulo de sparti iz ,. 

Dimme tu, ninno mio si c'ò sp.fra iz i, 

Si prevene da tè, da r.me licenza. 
MoLiNARO Del Chiaro, Canti popolari teramani, pa^i 
14, canto '21: 

Occhio nerell' e ccore de ddiamant'-. 
Chi mme te vò l'avaro tla seta m «rito ? 
Chi muie le lev'e echi te vò levare, 
Chi mme te leve da sete mtuani more ! 

Lo STESSO, Canti del pop. di Meta, pajc. 27, canto (j2: 

Uocchie nerill'e core do diamante, 
Conime le vuò' levare de 'sta mento ! 
Sóiif^hono li vicine che tiene accanto, 



— 3B7 — 

M'hanno miinnaio a fa' In tralinonto. 

I' voglio prfà' Di' e tiitln li sant*», 

Chf ine levàssof' 'a '«tu tìioi'*arclHnt.c. 

Si 'st' uoechie mie sohiòppen'a hi cliianto. 

Gè vonno rriat-catoi' O'^ne momonlo. 
Kd una vai'ianle anche di Meta: 
Uoechie nerill' e <'ore <}e diatminte. 

Beat' a vui' e ohi ve tene mente! 

'Sti j^iuvonielle che ve sfaun'aecanto 

Tutte ve stann' a fa' In f iM<Iiment.o. 

Calate l'nocchi' <* un' l'iiìV-aU- tanto. 

P' 'un fa' uiutir a chi ve tene ment'*. 

Sì 'st'uocchio mie sL'hiòpp'fn' a In chiauto, 

Gè vonno maccatoi-' ogu-' momenti. 

Branca, Saggio di cinti mnicltigiani civnpe.itvi. cinto. 
II, In: ['reliidto , anno VII, N. 9. '.Ancona, 16 iu.»gj;io 

i«ab) : 

Occhi iierelli, e coi-'»- d'un amante, 
Chi te ss.) pò l<n'à pili de la m^nie < 
Chi te sso pò li'và più de In oor» \ 
Solo che un sol'lddio la .j.inte none 
Chi te sso pò lovà più d>' la niente? 
Solo che un sol'Idiìio e none la joute. 

560 

Vaco a piscare a uu pie culo mare, 
Crei-enno ch'evo i' suio pìscatore: 
Là nce truvaie tanta mareuare, 
(Ja nuu ci abbasta iu mare maggiore. 
Vaco a la casa e min trovo ratiglia, 
Cumm' 'e bulimmo arròstere 'sti fravaglio ! 

561 

Va muore int' a nu vosco disperato, 
Cria che la grazia mia tu Thaie perduta; 
Ire da chistu core lant'amato. 
tia gente rummanevu 'nzallanuta. 
Tutto '8tu male mìo tu <ì baie curpato, 
Pe' chesta mala capa ch'hai avuta. 
Te vaie vantanno ca tu ìu'be' lassato, 
Chiagne, misero tè, che m'he' perduta. 
Capone, ("anti pop. di Montella, pag. 1<>, i-anto XIV 

Passare solitario so' <:hiamato. 
Stava rinto a .uno vasco suede e muto. 
Tengo lo lietto mio tutto 'nfrasoato, 
Rinto a nno ptKzo mai «•auosciu:o; 

43 



Moro riiito a sto lrasi'li« lespoiaU» 
Mo' chi la grazia tua a^rgio perduto 
l»'ri rìnto a sto core lantò amata, 
Re gente romanievano atterrute. 
Tu lenivi mio patre tanto iigrato 
jVoFi ng<» àvM t;i.tro st;\ nii'ora ooioti. 

562 

Tain^»^ lett(;rec;eire biancu foglio, 
Vuiio*^ da chelli pparte e trovaniroella; 
Po' tu dincello che lanio e la voglio, 
Pure pe' parte mia salutaintnella. 
Si t'addimmaiiJia lu bene eh' 'a voglio, 
\! agaio scurdat' a mamma, tu dincello! 

5(33 

Varca che bai' e bieiie da Salieruo, 
Fuòrteme ninno mio 'unante cavallo. 
E puortaniraillo cumm'a nu penniello, 
Oumm'a lu retopunto a la tuvaglia. 
Vac'a la casa ce mette l'aniello, 
braccio fino li suon' e pò" l'abballo : 
Tu t'he' fatta 'sta cap' a canestiello, 
Into ce mietto lastra de curallo. 

5(U 

Va, va, vattenne, serpa e sepaloue 1), 
Cu' mico te vuò' mètter'a cantare; 
8i vuò' ca te la dico la canzona, 
Ointo a nu fumo te faccio 'nfurnare ! 
(1) Sepalone, accrescitivo tli siepe. 

5(i5 

Veco "na ieinmena a nu sciumiue caden 
Subetamente l'aiut' a chiammare. 
O- steva "o 'unammurato che sent«'va, 
<'umm'a nn pesce a l'acqua se menava. 
< 'bella dicette: Amante mio fedele, 
Vuògli<Miie bene, e nu" m'ubbannunarc: 
Pe' chilli ttrezze ionne la teneva; 
('!«'nto vasft d'rrmruore le dunava. 

5(>(; 

Veug" M ( aiilure a 'stu j)aiazy,i> (l'oro, 
loto ce stac<! 'na neana riale. 
1' de li scarpe ne vurria 'na sola. 



- 839 — 

De li ccazette uu bijincii pedale. 
De 'sta vucchella 'na sola parola. 
De 'sta vetella 'na ciuta riale, 
Fé' bedè', piccerella, si tu m'ame, 
De chistu pietto ne vurria lu core (l). 

(1) T^ANNARELi 1 , Studi couiparativi sui c-anti i<0[>. di 
À rlena, pag. 4 8, canto 44. 

Dell'abituccio tuo vorrei li pezzi, 
Del sinalino un fioretto levare; 
De le scarpette vorrebbe ie soie. 
Da le calzette una maglia cavare; 
Dalla boccuccia vorrebbe parole. 
Da quegli occbiueci uno s^ruardo fatal<^: 
Dal proprio petto tuo vorrebbe il core. 
Questo è lo meglio che pòi donare 

Con questo bel rispetto (sojrgiunge in nota il Nan- 
NARKLLi) si riscontra un canto di Antonio do Trueba, 
gentile poeta spagnuolo, vivente, nel suo libro De los 
cantares, del qual canto ch'è il qu;irantasee'<imo, l'ultima 
strofa suona cosi: 

Tu pelo y tus ojitos 
Me gustan en venbid, 
Me gustan tiis mojillas 
De nieve y de coiai: 
Tu boca y tu gargauta. 
ile gustan a la par... 
Mas te C'ora/oneito 
Me gusta nuieho mas. 

Dk Jvino, Sagg di canti pop sahinosi, p^.r 24 .-au- 
to 43. 

Delle scarpette ne vorrai 'uà sola, 
Delle calzette "na maglia pio-Ilare 
Dello -zinale ne vorrei '1 colore, 
Dello guarnello la cinta riale. 
Dello bustino ne vorrei lo core 
La meglio cosa me potessi <lare: 
Dello tu' labbra ne vorrei 'I sapore, 
E della lingua lo dok-e parlare; 
Delle gnanceite ne vorrei il colore. 
Di quess'ochiuzzii le pupille care. 

567 

Veng" a cantar' a 'stu palazzo d'oro, 
Nu me cummene de pas.sà' chiìi 'iman te. 
Luce la luna cu' li steli' ancora, 
Fili paraviso è àuto e calante. 



— 340 — 

lesce, piccerè, iesce cà fore, 

Oiimia' 'o Papa ci asceti' a raonu santo. 

Amalfi, Caiui »Jol pop Ji Seiraia d' Lschia, pag. 7 
.«■anto I: 

Venj^o a cantare a 'sta piila//u r'oro, 

Nu' rame t'iinviouH d'asi'iio <'(hii'i 'iiaaiite; — 
2ii'A) sta' 'na fiijjrhia e' 'u bullizzo r'oro, 

Ogno Ciipillu fusta 'nu diamante. 
D' 'u cielo fa' care' na stella r'oro; 

Drt |>rn(o preziosf .s->' le iumurn; 
Le t'enestrelle ho' d 'a lineato o roro 

Iilofo noe state vuj*, bolla figliola. 
Lu Paradiso cu' tutto li sante: 

( hf'sto te dico a te, Paleinarosa, 
Careca ilo gigli e d(3 diata iute. 

568 

Veng' a cantar' «a '.sfcii palazzo "iitorno. 
A do' ce stanno li bellezz' aterne, 
A do' ce state vnie ce face iuorno, 
Oe facH [) firn ma vera, stat' e l)ierno. 
liiina de nott' e sol' 'e mìezeiuorn*». 
Stella ri ale e para vi so aterno ! 

569 

Veug' a cantare sott' a 'sta murata, 
Veng' a cantai'e cu' nu gruosso sdegno. 
Fremma, lilorgio mio, nu' chiù sunare ; 
Fanimo 'na carità' fremma pe 'n' ora. 
Quanto me metto cu' nenn' a parlare, 
Quanto e' 'e conto li mmeie passiorm. 
1' pe' tramente e' è steva cuntanno 
J^assaie lu sdegno e me vigneti' 'ammor«. 

570 

Ve voglio bene, si me ne vulite ; 
Ve poit' ammore, si me ne purtate : 
Moro pe' Imie, si pe' me murite, 
Campo pe' buie, si pe' me campate. 
liU parla' de lu mièrolo facit(i : 
DJi.ite : sine, sì, e po' m<^ 'ngannate ! 

571 

Vidde 'na neuna cu' bentaglio 'mniano, 
Se veutiava lu core ch'ardeva. 
[' rnesch«^uiello da tantu lunta.n<», 



— 341 — 

Teneva mente la fiamuia eh' asce va. 

Chiane chianillo me ci abbicinaie 

Pe' le dà' cheli' aiuto che puteva. 

Essa se vota: Risperatn cane, 

Stong' a lu 'iifierno m pure me dàie pene ! 

• 572- 

Vi' (][uauto me parite sapurita, 
<^,uanno purtate 'sta eap' aparata. 
</umm' a signora site reverita, 
Piirtato la presèn>iia de 'ria fata. 
Po' de bellizze ne site cumprita, 
Pare che santu Luca v'ha pittata, 
briglia, si tu m'azziette 'stu partito, 
Te teugo pe' la primma 'luiammurata (1). 

(1) Nella catledralo dell'Assunzione al Kremliuo, v"» 
una col lezione completa di antiche icone appartenenti 
agli antichissimi j^randuchi russi; le Vergini sono (roperte 
di abiti e di dalmatiche tempestate di zafKri e di srae- 
idldi, la Madonna di Wladimiio , aftribaila dalla frad- 
.si'one russa a san Luca, ha intorno al collo una collana 
di brillanti che vale almeno un milione, e nella corona 
due smeraldi grossi come duu noci. 

573 

Vi' quaut' è bella Porta Ca[maufj, 
(-^uanf è chiù bella Santa Catarina! 
Vaie chiù 'nnant' e truove 'na funtana: 
Sta mur' a muro cu' la Vicarìa. 
Mcopp' ce stanno iùdec' e scrivane, 
Panno la eànsa de nennella mia. 
Nu' lu pozza paté' manco nu can<^ 
♦ 'hello che passo, palummella mia. 

Amalfì, Cento canti del pop di S*>rra.!5 d'Ischia, pa- 
llina 35, canto LII; 

^t>.iianlo «"* bella porta Ca[>uana, 
JSta muro a muro m' la Vicaria; 
Linto nce .stanno Irentawei frcrivani, 
Fanno lo causa de nennella mia. 

574 

Viva Venezia e li Veneziane, 
V^iva Santa Maria de la salute, 
Viva tutte lì prìncepe rumane, 
Viva san Marco e mora 'o turco cane! 



— 342 



Yocca rrsjaiello mio, vocra d'»ni<*ìlo.. 
T' te vurria sèntere parlare, 
To vularria pitta' cu' ini peaniello. 
Chiù hiiUo ca nun zi* t.o vurria faro. 
r/alo si avesse cuuim" a l'auciello. 
Ln nivo 'jnpietto te vurria far**. 

r)7H 

A^oglio rautà' a "stu pizzo ih', curtiglio. 
C b hi n'inuioif de li «lorine belle : 
(r è 'na figliola che ne pass' a mille, . 
Ciento dticate va 1» pedatella. 
Ma quànno se li 'ntrezza li capille, 
JV Pài'ia lì ff» ì- lì coianoianelle. 

577 

Voglio chiantà' "na rosa -niinicz' A rhìn/j'/.a, 
Nisciuno me la tocca, cheli» è mia. 
Ci aggio carriat' 'a terra o pure I'aCf|ua. 
Ij'aggio chiantata pe' l'ammore mio. 
C'hì me la tocca In core le spacco. 
Fo' me ne A^aco a 'na luntana via: 
E quanno ce ritorno a chesta parte, 
r me la sposo la Rosella mia. 

\"oglio <;arjtar«' e si nun canto moro, 
Fj si nun canto me sento murire. 
Me sento fsV nu nìideco a lu core, 
Niscinno iimante me lu po' scìuglire. 

579 

Voglio manna" 'na lètter" a lu Papa. 
Che me la d»!sse 'niman' a munzignore : 
Che nun castica li prièvet' abbate, 
<'Jiill(^ che bann' 'apprioss' a li /figliole. 

580 

Vuliuiuio là- 'sta pace, si Di* vole, 
(^uanno lu cielo caccia li ttn^ lune (!>, 
(1) Variante: 

Qaaniio "jk-h'Iu ce iift^iCeno tru Jiiue. 



— 348 — 

<^uaniio li Turche, li Schiav" ♦.' li Moif 

•Kyànteao miserere jiddenucchiune, 
<^uantio li miiorte strùdano li Rsole (1). 
Quali no la rosa caccia li cardune, 
Quanno la stopp' adde\''eiita varamace, 
Quaniio l'acqua d' 'o mare se fa doce: 
Tanno, nennillo mio, facìmmo pace, 
Quann' a In 'nfierno e*" nasce 'na roco. |2) 

(1) Van'antt*: 

Quanno !i «jiiao fittiiu» lì bhiob». 

(2) On simetto, che ha tutta Pintonazione popoli*!-», 
^{•ritto da Anielt.o M. Carfora. trovasi nel Ln NferUt. 

pe lo capodanno, la prima dello varie che pnbbli<V> il 
tTenoirjo al 1.S34. 

A lo prencepe N JN. 
Pg lo jiiorno de lo nomrne sujo 

Chilleto sahelaneo a rime date 
Qutitniio no statino chiù li pisce fi mare, 

E chiù Turche non stanno a la Turchia. 

Quaono li mule uceijnano a parlare, 

E aohatlàiio li eiunche p(j la via, 
(Quando lo ciuccio non sa chiù arracfliar^-. 

E la femmenu lassa la buscia, 

Quanno a chìsto Paese se pò stare 

Senza Pagliette, e senzji Vecaria: 
Quando de notte nc'è lo soie chiaro. 

Quando lu tnjo se mesca co lo mio. 

Quanno se sta cujeto lo scolaro. 
Quanno more la Morte, si vo Dio, 

Qiianno va l'aino co lo lupo a paro, 

Tanno puozze muri, Preneopa mio. 
Mele, L'Ellenismo nei dialetti della Calabiia Media, 
pair. 110: 

Nui tandu, bejii min, facimo paci 
Quandu a lu nfernu montinu li cruci, 
Quandu la stuppa diventa bambaei 
E l'acqua di lu mari si fa duci. 

581 

Vuie site 'a palomella e cliisto cor»-. 
'N'ora ca nuu ve veco me dispero; 
Pe' buie è fatto 'o zzùcchero e lu mele, 
Pe' me è fatto lu heleno aniaro. 
Pe' buie schiàppeuo 'e rrosie a prinimnvefa, 
Pe" me se secca l'onna de lu maro, 
Fatto è pe' buie lu Paraviso 'ncjelo, 
Pe' m^ lu 'nfierno pe' me fa' i-annare. 



— 3!4 — 

582 

Vurria 'na vetellin' addeventasse, 
Po' 'mman' a nn scarparo me ne iesse, 
E lu scarparo a me me rontagliasse, 
Scarpetelle d'ammore me facesse ; 
Venesse nenna mi' e m'accattasse, 
'Nfacei' a chillu suio pede me mettesse^ 
Nu' me ne curo si me scarpesasse. 
Basta che stongo 'ngrjizia cu' essa (1) 

(1) Variante: 

^u raaiTucchino addevontà' vurria, 
Venesse nu scarparo e m'accattasse. 
Nu' me no <'uro ohe m>* tagliarria 
Basta elio scarpetella addeventassc; 
Venebse aenna mia •* m'accattarria, 
E a chillu bella peti-» mo purtassso. 
Basta che 'ngrazia ch'ossa trasai'ria. 
'Sn' me ne euro ea me scarpesasse. 

Av.'iao, Oanti pop di Noto pag. IH">, catiio '2t">: 

Oh Diu, ca cuidùviiiia addivintassi ! 
A manu ri boa mastru mi raintissi. 
Poi cii 'n Irincottu r'orii mi tag<j:hias-<i, 
dì lesina r'auiuri mi cuoissi. 
Poi vinissi la bella e m'accattassi, 
E nti ssu biancu peri mi mintissi.. 
Nu mporta, bella, su mi s'-»arpisis-<i. 
Basta ca rintra a farà ti viris-ii. 

583 

Vurri' addeventà* nu pesce doro. 
'Mmiez' a lu mare vurria ì' a Datare. 
Veness' 'o iruirenar' e me pi scasse, 
'Mmiez' a la ehiazzetel la me vennesse; 
Veness' 'o tavernav' e m'accattasse, 
Dint' 'a tiella soia me friesse ; 
Venesse ninno mio e m e magnasse, 
Dint' a la voce a soia me mettesse; 
Nu' me ne curo ca me muzzecasse. 
Basta che dint' 'o core le scennesse (1). 

(1) V;iriante l.*: 

Vurri' addovenlart* pesce d'oro, 
Po' ghir'a li prufunne do lu mare, 
Veness' 'o pe-eator'e me piscasse. 
Dint' a 'na chiane! In /.za me mettes'io: 



— 345 — 

Venésse nenna mia e m'accattasse, 
Dint'a 'na tielluzza me friesse, 
Po' cu' chella vucchella me maarnasse, 
Dint'a lu core siiio me ne losst». 
Variante 2^: 

Vurria ca mo» nu pesce a(ldeventas«t« 
Mente nu piscatore a pisoà' stesse. 
Edjo dint'a la reaza me m.^nasse, 
Doppo a nu piseiavìnolo me vennes^e 
Lhisto dint'a 'na spasa m'aparasse, 
E nenna mia cianciosa me vedesse; 
M'acchiapparria 'ramano e m'addurasse, 
JJmt a la valanzella me mettesse 
M'accattaria e 'm braccio me purtasse, 
Int'a la casa soia me ne iosse, 
Dint'a la tielluccia me schiaffasse, 
E 'ntra nu piattiello me mettesse:' 
«guanno me pigliarria e me magnasse. 
\ urna ea fricoeeasse 'nciiorpo a essa. 

584 

Vurri' addeventare 'na valanza, 
le fa' veni' 'stu ninn' a penitenza 
Uà me n' he' rice vuta 'na mancanza 
Uà vai' è prevenuta 'sta spartenza 
bi truove d'avanza' e tu avanza. 
Nu' boglio ca po' me vaie 'mperdenza. 
JJoie parole i' ve dico 'nnanze, 
Ca chi s' aceatt' a buie va 'nfa'llenza. 

585 

Vurri' addeventare nu marvizzo, 
IV ce vulare 'ncopp' a 'stu palazzo. 
-La e' e 'na nenna assettat' a nu pizzo, 
Ca puntianno sta nu uiaterazzo. 
ìi .»n""^^re m' è trasuf a schizzo a schizzo 
J^ stu eerviello è addevoutato pazzo. 
Tanno 'stu mio cerviello s'adderizza 
Quanno me coi-co a eh ili u materazzo (1). 

onc«ti buU Jtlustrmionfi popolare, voi. XVI W 19 Mi. 
lane mar/.ol879, pag. 298; .-anto VII: " 

Vurria addeventare mi marvizzio, 
Pe, potè vulà' ncopp'a stu palazzo.' 
lila nc'è na nonn'as.setta.'a nu pizzo 
La pHn«ian)mo sta li matarazze. 

44 



— :U6 — 

Li'aramoro lu' w trasut'u Hcliiz/Za »chiz/i>. 
E Htu cerviell'è devoii tato pazzo; 
B allora ntii cerviello s'tuMorizza, 
f^oanno nu< oocc'a chilli m:itara/.z*^ ! 

58(5 

Vari-i' addeyentare nu ijìcciuotto. 
Cu' 'iJJi langellii 'mmano vennenn' acqua. 
Po' me ne iesse pe' 'sti palazzuotte: 
Belle fèmmeno mei' a chi vo' acqua? 
S' affaccia 'na nennella da là 'ncoppa : 
Ohi è 'Btu ninno che ba vennenn' acqua V 
V le risponno cu' parole accorte: 
So' làcreme d' amuiore e nun è acqua (1) 

(1) MoLiNARO Del Chiaro, Canti dol popolo di M«ta, 
jj)»}2;. 29, canto H7: 

Viirri' addevjMitiiiG nu piociuòttuo, 
Cu' 'na langella 'ncuoUo voniifn'acqiui 
Me ne iarria pe' '.sti palazziiòttue: 
Bftllo fèmmene mie. t;hi vo' acqua ? 
Sy vota 'na fii^liola da là "ncoppa. 
Chi è *tu picceriUo lÌlv. veuu'aequa ? 
I' mo volo cu' parol'accorte: 
So' làcrome d'amor' p nun è acqua I 

Imbriani, XLV canti popolari de' dintorni di Mariglia- 
no (T(-rra di Lavoro), pag. 5. canto II: 

Vurria addiventare 'nu picciuotto 
Cu' 'na lancella 'mmano venneane acqua. 
Ss'aff accia 'na nennella da la ncappo 
•• Chi è 'stu peceerillo che venne acqua V ♦ 
I' mmo nce vote cu' parole accorte: 
« So' lacrerae d'ammoro e nun ^ acqua ». 

587 

Vurri' addeventare spitalera 
E nu' lungi iera de nu zappatore. 
Quanno se ritira 'a fora la sera, 
Se mett' a lu pentpne ca se dple; 
Ch' ha da fare la pòvera mugliera ? 
Cu' Ja tovaglia l'annett' 'u sudore. 

588 

Vurri' addeventare verdaspina 
'Mmiez' 'a 'sta chiazza me vurria chiantarts. 
Vurria che passasse Henna ihia, 



— ;J47 — 

Pe' la vunii«ill{i la votali' afterritr*,'. 
Essa se vota v. dice: JDiu mio, 
'Sta A'erdaspina nu' me vo' lassare 
Tanno te lass' a tè, nennella mia. 
<l^oanno iamm' ;» la chièsia a spusurn. 

5SJ> 

Vnrria ca me ginvasse hi ppigliare 
Cumme me giova hi tlenere mente, 
(^amm' a farcene me vurria cahtre 
Pe' te luviV da mìezo a tanta gente. 
Tanto pe' l'aria te vurria purtare, 
Fosse chiauinjato t'arcone valente. 
Tanta vasille te vurria dare, 
Fino che dice: Animore, so* cuntento. 

Vurria che chiuvesse maccaruue, 
là pprete de la A'ia caso rattato 
Ija mantagna de Somma caru' arrustuta. 
K l'acqua de hi mare vin' annevato. 

r)ALMEJDlC0, Canti (lei popolo vt<n«^y. , pajj. 179. canto 

14r-'N' 

Vorave che piòvessi^ inaoiironi, 
E che la t«na fu^se foriuaLT^ada: 
T remi de galìa fues't pironi: 
Che gusto df^, magnnr sti mica roti: ! 

591 

Vurria che loss' 'e vrito ch.i.stii jdetto : 
('hello de dinto cum paresse fore, 
(rio (1) che verisse l'ammore e l'affetto; 
. Quanta chiaie pe' tè tcug a 'stu coro 
Sciisenie, bella mia, che sto .^uggctto: 
Ca ì' p' amar' a tè certo ne moro. 
Si nu' me cride, sprtocheme 'stu petto 
Pe' te mustaro l'affftt' e l'ammore (2). 

(1) (riè. ciò. 
{2) Variante: 

Vurria ca loss' "e vrito chislu pi.'tfo. 
Chello de dint'accumpar vssh foro. 
Pe' te inuslaro r;imuior e ! affetto 
Si l'am' o 8i min t'aimt chista coro. 
Pòrlcme amore, ca te porfaftofto 



— UH - 

lHu' me venire meno Jo paiola 
Miissillo doce qiiant'a hi giulepp<», 
Quiiiiiio park' ou' tit-o ino cunznlo. 

592 

Vurria che foss' auoiello che bulasse, 
E che tu me 'ncappass' a la eaiola : 
Vurria che fosse cola e che parlasse, 
E tu d'ammore uie farrisse scola. 
Vurria che fosse vient' e che sciusciasse. 
Pe' te leva' 'a 'sta capa la rezzola; 
Vurria che fosse vùfera e tuzzasse, 
Pe' fa' mette' paura a 'sta figliola (1). 

(l) SCHHJKILLO, l confi pop. nell'Opera buffa. In Oiam- 
hiittisfa Ba.'<ile, unno I N. 1. canto XXKV: 

— Vorria che ffos.se auoieilo che holisise, 
R che ttu mme 'neappasso a la i^ajola. 

— Vorria che (Tosse Cola, che parlasse, 
E oerca-sse quatt'ova a ssa f.^ijlio'a. 

— Vorria che ff ,)S8e viento che scioscianMe, 
Po te leva' da capo ssa re/zòla. 

— Vorria che ffosse viifura o tozzasse, 
Pe méttere paura a ssa fegliola. 

a 2— A ssa fegliola e ba'. 
Lo sfroru lento senza le corde 
Conirue diàvolo vo' sona ' ? 

— E ba" 

— E ba' 

Lo cortiello «eiizt la ponta 
Gomme deàvolo vo' spercia' ' 

— E ha' 

— E ha' 

a 2 — E bennagjfia li vischi di màtutuetn, 
Pàtreto, /loto e ssòreta ' 
(FaoKR\Co—La sita, 1781., a. l, se. I*) 

Xella N feria de h 1841, edita dal Zez/.a vi si legge 
la seguente Canzona NapolituHa: 

. Vorria ch'io fosse ciaola. e che bolasso, 

E cehe tu ra'ancappasse a la tagliola ». 

Co chello smorfie incje che ggusto o spasse, 

Te darr ia, neuua mia, da la g^ijola ! 
Vorria ch'io fosse scarpa da broccato, 

E cche tu me portasse festa festa: 

Sto pedo tnjo nvedè ccossi cau/.ato, 

Derria la ggonte quacch» fata è chesta. 
Verri» ohi'o foà»6 peitene de cuorno, 

Pe {)potH chulh* treKze spiccecare. 



— 349 - 

Vorria ch'io fosso aniollo, o tiu o-riir? u;hiurao 
M« facisse no dito pò cagnartj. 
E ppn dicerte propio lo t-ostrutto : 
P(» trovaro airuciclto. imI ave puci-, 
Vorria. nonna de st'arnia, ossero tutto, 
Tutto chfllo. eli" a tto paro e ppi'jace. 

Vartoramoo Cocoz/ja, arofice 

50:5 

Vurria die hi mar»! ino pigliasse. 
E nova chiù de me nun ze n'avesse, 
'Ncapo de l'anno fore me cacciasse, 
Ncopp' a nu scoglio nìangiato de pesce. 
Vurria ca nisciuuo m'accattasse, 
Sola nenuella niia che tne crhiagiiesse. 
Essa chiagneiin' h i' risuscitasse 
■Mbracci' a nennella nii;i po' me ne iesse. 

Tissi, Bresciani, Mazzatinti, Canti umbri, pai;- 11 
fitnto 10: 

Vorrei liuttàuiiuo 'n mar si m'afoj^asso 
cho 'n so sapesso più uova- do mono: 
dopo tre jorni or mar m'arihuttas.se 
t'Opra lo scojo, magnato dar pesce: 
veruno a la finestra s'affacciasse 
solo la velia mia cho me vedesse: 
con quelle vianehe mano tuo toccasse, 
eon ({uella bocca velia me baNciasso, 
Variamo vv. 5-1;. 

iSìsciuiiO per pietà me s'acostasse 
.altro che lu mi' amore lu sapesse. 

Vurria fare camme fa hi trace (l) 
Ca (| Hanno canta fa lu canto doce (2). 
Vurria murire quann' a buie piace, 
Ca la morte d'ani mor* è morta doce, 
Quanno la seta addeventa vammace, 
E l'acqua de lu mare so fa doce. 
Tanno cu' 'sta figliola faccio pace 
Quann' a lu 'nfierno ce trase la 'roce, 
(1) Trace, che fosso un uccePo non so, ma arzigogolando 
corro col pensiero alla favola di Toseo, Progne, Filo- 
mela e Iti, raccontata in vario maniero dagli scrittori. 
E' certo, però, che Teseo era re di Tracia e che Iti ora 
tigliuolo di lui e di Progne, Questo Iti, che certamente 
era trace, fu secondo alcuni cangiato in cardellino. 
Che gliene pare al lettore ijuosta mia ipotesi t 
(2'! Variante: 

Ch'è piccerillo e fu lu canto doce. 



— 35U — 
595 

V iii-ria, iettare 'na strelleute voce, 
ISi me sentesse chella reaniata; 
Se l'ha pigliato lu sango mio dece. 
J/àfiema da 'stu piettu m'ha scippata. 

Posi //pò 

596 

Vnrria saglì' 'ncielo si putesse 
Qi* 'na sealella de treciento passe. 
Quanno fosse a la cimma e se rumpesse, 
'Mbracci' a nennella mia nìe ritrovasse. 

FiNAMOUB. Canti pop. nhniiz. (in appeiiJ. al vocab. 
pag. 283, canto OS; 

Vuléaso sàjje "n acjìeie, sb ppiilósse, 
Nghe 'na scalétta de tre mila passe. 
Se la scalétta 'rnmiezze se spezzésse. 
Le bbràcce d<i la m'j' Amóre l'arepale-isr». 

Ed a pag. 33à, fanto 262 : 

Vorrebbe salì' 'n gelo, se ppotésse, 
Co' 'na scalétta de treeéndo pàssi; 
E cquàndo fus.s'immèzzo si spozzàs-ie: 
Le bbraccia del mi' Amóre lo ripar.isso. 

« 597 

Vurria sape" che t" aggio fatt" a st' uoechie. 
Ca stanno 'ncustione cu' li miele! 
Si faggio fatto tjuacche cera storta. 
Secretainente mannammell' a dire. 

598 

Vurria sapere a do" state lu vibrilo. 
Ch'avite li culure de la state 
— J stongo a chelli pparte de Salìerno, 
A do' se coglie la fresca 'nzalata 
Po' se ne passa stat' e bene vierno, 
Aceummèucen' a correr' 'e scìummare 
Megli' a paté' li ppeue de lu 'nfierno, 
Ch' aA'ere ìm marito marenaro. 

599 

Vurria sapere che malor" avite, 
Ca tanttj la cazettn ve stirate 



— 361 — 

Nun zite bella quanto preteunite, 
Mb '^a scartatura de li 'ilnammurate ! 

600 

Viirria sapere obi ha fatto 'sta torre, 
(Ihesta l'ha fravecata mastu Sciarra, 
L'ha fravecata de pref e savorre, 
"Mmiezo ci ha misa 'na uenna che paria 
Sotto ce ha fatto nu sciumme che corre, 
Nuu ce ponuo passa' carrett' 'e carré: 
Tanto va 'na nenna de 'sta torre 
<^u»nto ne vanuu ci<^nto de la Barra. 

mi 

Vurria sapere chi t'ha fatte 'st'. uoechie. 
Me ne facesse nu paro a me pure. 
Li boglio né turchine ne cervuotte 
Li boglio appannatìelle cumm' a buie. 

602 

Vurria sapere chi t' ha ve cecata, 
O puramente chi t'ha 'nzallanuta: 
Tu te si' 'nnammurat' 'i 'stu malato, 
Ogne pedata piglia 'na caduta. 
Chist' è nu cucuzziello giallìato, 
Me pare nu cetrulo 'nzemmentuto 
Quanno lu pigli' e te In miett' allato, 
Lu tiene mente spuruta spuruta. 

603 

Vurria sapere cumme ve chiammate. 

— Me chiammo Sanacor' e che bulite? 

— E già che Sanacore ve chiammate, 
Sanàteme 'stu core si vulite. 

Imrbiani, Canti della prov. meiid. Voi. I, pag. 165, 
•anto di Piazza, riportato in nota al VI di quelli di Ca- 
iiraera (Terra d'Otranto): 

« — Vurria sapiri, comu vi chiamati ? » — 

— » lu mi chiamu Rusidda; chi vulite ? ► - 

— « Ca menti chi Rusidda vi chiamiti, 
« Quannu vi ohiamu pirchi nu sentiti < 
« Aviti l'acqua frisca, e 'uà mi ni dati, 
« Murire mi facili di la siti; 

« Sunni li Turchi e mi hanuu piotati, 

♦ E vui. crudili donna, 'un mi n'avito ». — 



— 352 — 

SCHBRILLO, Alcuni canti pop. in dial. nap. pnbblicaki 
«niriUnst. pop. Voi. XVI, N. 19, Milano. 9 marzo 1879^ 
pag, 298, canto XI: 

Vurria sapere cornino vi chiammalf. 

— Mmi chiammo Sanacore. o che buiite ? — 

— E già che Sanacore, vi chiammato. 
Sanateme sta core, si putite ! 

Amalfi, Cento canti del pop. di Serrava d'Iwhia, pa- 
gina 26, canto XXXV: 

Vurria sapere cumme ve chiamraate. 
— Me chiamme Sanacore; e che vulite ? 
Mentre che Sanacore ve chiammate, 
Sanateme 'stu core, si putite, 

Loxzi, Cecco d'Ascoli, pag. 171. 

M'è stato ditto che medico sete. 
E le piaghe d'aramore medecato; 
Medecato 'sto core, si potete. 

604 

Varria «apere si certo m'amate. 
O pure p' arriquesta me tenite. 
Si la tenite 'n' ata 'rinammurata. 
Nn' me tenit' a me tanta squisita, 

605 

Vurria tene' 'na casa a la marina. 
Nu fpnestielio a l'onna de lu mare : 
Dint' a nu vuzzo passa ogne matina 
Nu giuvaniello che me fa penare. 
Porta la lenza pe' piscà' Tumbrina, (1) 
E nu' bere 'sta treglia spasemare. 

(l) UmbrÌHu, ombrina. 



VII. 



MOTTETTI 



45 



UTTIETTE (1) 



1. 

Chesto lu dico a tè, sciore de noce, 
Nòtete 'sti pparole e nu' la voce (2). 

(1) Muttiette, mottetti. Sono brevi pensieri quasi sem- 
pre sentenziosi e il più delle volte arguti. Il popolo li 
suol ripetere alla fine dei suoi canti, quaudo scorge tra 
questi e quelli una certa analogia, .l^el Fiorentino li 
appellano: stornelli-, a Roma: ritornelli; nel Pistoiese; ro 
mamette; in Sicilia: scinre. 

Noi siamo stati lungamente in fra due, se ripor- 
tarli di seguito al canto al quale si riferiscono, o se 
raccoglierli tutti di fila, come ci siamo da ultimo riso- 
luti di fare, non per altra ragione che quella di aver 
veduto sovente il popolo, colla sua naturale facilità di 
comprensione, appiccicare uno stesso mottetto ora a 
questo ed ora a quel canto. 

Ci piace infine d'aggiungere, che i mottetti sono di 
tre specie : alcuni van compresi in due endecasillabi , 
il primo dei quali alle parole « chesto f 'o die' a tè ^ 
fa seguire un vocativo corno questi « fonte d'ammore, 
sciar' 'e cardogna, la mar' e luna, ecc. »; altri premet- 
tono un ternario od un quinario ad un endecasillabo; 
e finalmente v'ha di quelli, e sono i meno usati, che 
in versi d'altro metro ripetono su per giù le istesse idee 
espresse nel canto. 

(2) Variante: Badate 'e parulell' e nu' la voce. 



— 356 — 

2. 

Chesto lu die' a tè. scior' 'e cai-dogna, 
I' si parlo cu' buie, me fa vriogua, 

3. 

Chesto lu die' a tè, fonte d'ammore, 
A do' se to' lu bene, là se more. 



Chesto te die' a tè, lu mar' e luna, 
'jS^a scorza 'e purtuallo 'i' quant' è dura. 



Chesto A'" "o die' a buie, scior" *e muriella, 
'E Ciane' "e nenna mia quanto so" belle ! 

6. 

Chesto t' 'o die'a tè, lu mare e core, 
Si' ghiuto dint' e nu' può' asci' chiù fore. 



Chesto lu die' a tè, rosa 'nearnata, 
Chi sta vicin' a buie more dannato. 



Chesto lu die" a tè, giglio d'ammore, 
Da ehistu pietto tuio voglio lu core. 

9. 

Chesto t' 'o die' a tè, lu mar* e nella, 
Naseir 'e cana mia, quanto si' bella ! 

10. 

Chesto lu die' a buie, funtana mia, 
Si v' avess" a lassa', ne murarria ! 

11. 

Chesto lu ddieo a tè, sciore de pire, 
Pe' 1' ària te lu manno nu suspiro. 



— 357 — 

12. 

Cliesto hi die' a tè, sciore amarena, 
Cu' poco fierro 'uà louga catena ! 

13. 

E ànnese, 
Si fìglietà. me dàie, mamma te chiammo. 

14. 

E lessa, 
Màmmel' è fatta vecchi' e le pror' "a sguessa. 

15. 

E core^ 

Sciurillo de cetràngolo, allegracore. 

16. 

E limone, 
Manuàtelo a Niucuràbele 'stu guaglione. 

17. 

E lana 
Spina ca me pugniste, vièneme sana. 

18. 

E luna, 
Sott' 'o canal' he' fatto l'èver' "e mura. 

19. 

Fior' 'e giacinto, 
'O parla' mio è sincero, 'o vuost' è fiuto. 

20. 

Fior' 'e murtella, 
Me parite 'uà luna 'mmiez' è stelle. 

21. 

Frouu" 'e limone, 
Si' ppiccerell' ancora e faie l'ammore. 



- 358 — 

22. 

Lu mar' e arena, 
Màmmeta cu" chi Thave"? me vo* dà" pena I 

23. 

Lii mar' e arena, 
Tiene lu puzzo. Né', va te ce mena. 

24. 

Lu mar' e arena, 
Vi' chesta funtanella ch'acqua mena. 

25. 

Lu mar' e nella. 
'Lu (1) Viscuvato va 'sta piccerella. 

(1) 'Lu, allo. 

26. 

Lu mar' e bia, 
L'ammore senza gènio è 'na pazzia. 

27. 

Lu mar' e core, 
Nun te piglia' lu viecchio ca te more. 

28. 

Lu mar' e lene. 
Salut' a me, si chiii nu' me vuò' bene 

29. 

Lu mar' e lene. 
Poco me 'mporta si chiù min ce viene. 

30. 

Lu mar' e luna, 
Che me serv' a cambia' senza furtuna"? 

31. 

Lu mar' e nella, 
Tu tiene lu cazon' e i' la vunnella. 



Lu mar' e ore. 
Tu iett' àcito e i' faccio l'ammore. 



— 359 — 

33. 

Lu mar' e core^ 
Chi chiàita e iiu" bence è nu delore (1). 

(1) Gli ultimi due versi del canto XXXIV dei 
Cento fan/i del popolo di Serrara d'Ischia dell'AMALFi 
sono : 

Oh ! mar' e core. Oh mare e core ! 
Chi chiajete e nu' vence, uh! che delore. 

34. 

Lu mar' e core, 
'N' ora ca nun te veco me ne moro (1). 

(l^ Trovasi questo mottetto nei Cento canti succitati 
dell'AMALFi, pag. 52, canto LXXXV. 
35. 

Lu mar' e scola, 
Tu iett' 'o sango e i' dongo parola. 

36. 

Lii munn' è stuorto. 
Chi stace 'mpuvertate ha sempe tuorto. 

37. 

Nun c'è paura, 
Pigliele la lenterna e ba a l'ascura. 



■O punton' 'e Matalune, 
Sta 'mmasciata ven" a buie: 
Tuie tenit' 'e rrose 'mpietto, datemenn'una! 

39. 

Sango d' 'a matenata, 
Nu curtiello m' aggi' astipato. 
'O tengo a trentasè' menate, 
'O meng' a tè e 'o cogli' a 'n ato. 

40. 

Si te trovo, i' me t' abbraccio, 
I' nu suonno me ce faccio ; 
L' uòmmene ce vòun' 'e ppònia (1) 'ufaccia. 

(1) Pània pi. di p/ii/io, pugno; ma qui cazzotto. 



— 360 — 

41. 

'St' aequa nun è acqua 
So' làcreme d' ammora 1 
'U curtiello 'e ninno mio 
S'ha pigliai' a tata mio. 
Bene mio, si 'o 'rape 
M' 'o (là dint' a 'stu core (1). 

(1) Un canto sorrentino conchiude: So' lacrime d'ainino- 
re e non è acqua. 

42. 

A li vagne, a li vagne, 
Scior' 'e papagno, 
Si nun ce iamm' aguanno, 
Aguanno che bene. 
Aguanno sola sola. 
L'anno che bene cu' lu guaglione (1). 

(1) Allude alla solita gita alla Madonna dei Bagni , 
presso Scafati. 

43. 

Int' ò Yico 'è Chianche (1) a mano manca 
Ce steva Tore-tori 'o ricc' 'e capille. 
Chella vàvera e chillu musso 
Nu carufaniello russo; 
Chella vita addellicata 
Me pareva 'na pupata. 

(l) Vico 'é Chianche, vico delle Chianche alla Carità, 
oggi: Vico (iella Carità, in Sezione di Montecalvario. 

44. 
Nu' tira', ca se ne vene, 
'O pantòfelo d' 'o pede ! 
Pe' tira' se n' è benuto 
'O pantòfelo 'e velluto ! 
45. 
E arillo, 
Nu caròfeno e nu cardillo, 
'Na pappamosca e nu frungillo, 
Cu' nu cane e nu canillo, 
Cu' 'na gatta e nu gattillo. 
Che bonora ha 'sta vecchia che sempe strilla ? 
46. 
Chella vecchia malandrina, 
Nun canosci' 'o se' carrine. 
Chella vecchia ruffiana, 
Nun cauosci' 'a quatturana. 



vili. 
Canti Storico-Politici 



46 



Canzun' 'e fatte succiese 



(1) 



A San Francisco 'e Paula vogL' ire ("2), 
'A custeruzione vogl' ì' a firmare. 
Sempe diceniio : San Franciscu mio, 
A custeruzione quanno 'a vuò' firmare ? 
Der Carretto, der Carretto è mariuolo ! 

(1) Canznii 'e fatte sncciese,ca.nti storico-politici di fatti 
successi, avvenuti. 

(2) Il tempio di San Francesco di Paola, clie sta di 
rimpetto alla Reggia di Napoli, fu fabbricato, per or- 
dine di Ferdinando I"V" , nel 1815 , in adempimento del 
voto pel ricuperato trono di Napoli, dopo 1' occupazione 
francese. In questa chiesa, siccome reale, dovendo il re 
Ferdinando II giurare lo statuto costitu/iionale, (come di 
fatti fece il dì 24 febbraio 1848), il popolo prega San 
Francesco, acciocché, per virtìi sua, si firmasse, al più 
presto, la costituzione, non potendo più sopportare la fe- 
l'ocia di Del Carretto, ministro di Polizia, prima del 1848, 
chiamato qui col brutto epiteto di ladro. 

(,>uesla strofa fu riportata dal di Giacomo, nell' opu- 
scolo intitolato : // Quarantotto , (Napoli, Bideri, 1903), 
senza punto diro di averla tolta di peso dalla mia x'ac- 
colta. 



— 364 



'A signora donna Dìanora 
Che cantava 'ncoppa' ò triato, 
Mo' abballa 'mmiez' ò mercato. 
Viva 'u papa santo 
Ch' ha mannato 'e cannuneine 
Pe' scaccia' li giacubine. 
Viva 'a forca 'e Mastu Dunato (1) 
Sant'Antonio sia priato (2). 

(1) Mastu Dunato, così il popolo designava allora, e 
non ci è riuscito di saperne il perchè, l'esecutore di Giu- 
stizia. Forse dal nome. Prima si appellava Ponteanuec- 
chino, Domenico lannaccone del famoso opuscolo del- 
l'ab. Graliani (Vedi Amalfi, In Morte del Boja. Campo- 
basso, lamicali, 1887). Oggi è volgarmente chiamato J/a- 
sto Dunato e Ansteniello, (Vedi Amalfi, Tvadisioni ed Uni 
nella Penisola Sorrentina. Palermo , Clausen, 1889. pas; 
22-77). In Roma si appella Titta, in Firenze Mastro-Im- 
picca. Il Uoia della martire Eleonora , fu Tommaso Pa- 
radiso. 

(2) Questo canto ci risveglia alla memoria la sven- 
turata Eleonora Fonseca-Pimentel. la quale nel 1799 fu 
condannata nel capo. Il nostro popolo, in quei tempi, 
soleva insultarne la memoria col suddetto canto, ripor- 
tato da Giovanni La Cecilia, nella sua opera : Storie 
segrete delle famiglie reali. Genova, Cecchi e Armanino. 
1860. Voi. Ili, pag. 495, in questa maniera: 

La Signora Dionoria 

Che cantava ncoppa u Triato. 
Mo abballa miezo a u mercato. 
Viva viva u papa santo 
Ch'à mannaie i cannuncini 
Per distruggere i giacobini. 
Viva a forca e masto Donato 
Sant'Antonio sia laudato. 
Cf r. Croce B , Canti Politici del popolo uapolatano. In 
Giambattista Basile, anno VII, numero 8: nell' opuscolo 
tirato a parte pagina 50 e segg.; e in altre sue pubbli- 
cazioni. 



Beneventane, Beneventane , 
Naie vulimm' 'o paisano : 
Nun bulimm' a 'n ommo lecco, 
Ma vulimm' a Marco Rocco ! 

Questo canto si udì ripetere dagli elettori di Casoria, 
nelle elezioni politiche, quando erano candidati Valerio 
Beneventani e il conte Marco Rocco. 



— 365 — 

4. 

Canili' si m'amave 'n at'anno 
Quanta cose ch'ayive da me (1): 
Nu' vurzone de dóppie de Spagna (2) 
Lu tenevo i' apposta pe' tè (8). 
Caramàneca chiù de sett'anne 
Cuf fiato fuie buono da tè. 
Cu' l'arzèneca tu n' 'o sciuseiaste (4) 
E Munzìi Atton'accussì cuntentaste (5). 

(1) "Variante: 

Quanta cose ch'avive d'ave'. 

(2) Variante: 

'Na cazetta de seta de Fi-ancia. 
(3i "Variante: 

L'avevo fatto i' apposta pe' tè. 

(4) Variante: 

Cu' l'arzéaeca ne lu frusciaste. 

(5) Questo canto ci dimostra, quanto dal popolo fos- 
sero ritenuti per veri gli amori di M* Carolina, moglie 
di Ferdinando IV, col Caramanica e con l'Acton. 

La Cecilia, op. cit. pag. 69: 

Carulì si m'amava n'aut'anno 
Quante cose ch'avivi d'ave, 
]Vu vurzone de doppio de Spagna 
La teneva apposta pe tè. 
Caramanico chiù de sett'anne 
Fuie burlato buono da te, 
Cu V arsenico ne lu frusciaste 
E munzìi Attone accessi contentaste. 
Variante: 

Piccerè', si m'amavo 'naf anno, 
Quanta cose n'avive da me. 
'2<^a cazetta de seta de Spagna: 
Stava fatta apposta pe' tè, 
Mo' che saccio ca tutte te sanno. 
Statte bona e cuvernate, Né ! 

Quest'altra variante, quantunque non ci sembri punto 
popolare, pur la riportiamo per un di più: 

Oie Né' si m'amavo, 'n at'anno, 
Quanta cose ch'avive da me; 
Ma si' pazza, già tutte lu ssanno 
Statte bona, cuvernete, IVè. 

Li ccazette de seta de Spagna, 
T'avea fatto venire, 'Ntretè; 
Ma scuperta s'è già la macagna, 
Statte bona, cuvernete, jN"è'. 



- 366 — 

Chill'acciso 'mpesillo d'aramore 
]Vott'e ghiuorno me parla de tè; 
Ma tu po' tiene fàiizo lu core, 
Sfatte bona, cuvèrnete, Ne'. 
Cfr. anche Ckoce op. cit. p. 37 — Torelli Viollier 
E. Ettore Caraffa (traduzione francese, Trapeli, 1877, 
pag. 14). 

E finalmente non ci sembra inutile riportare, 
anche per la jrrande affinità, una i^oesia nella Nferta 
de lo Capodanno 1841. pubblicata dal Zozza con un 
pseudonimo, e intitolata: Canzona Napohtana : 

« Guè, nennè, si m' amavo n' autr' anno. 
Quanta cose tu avive da me : » 
Ma si ffauza, e ggià tutte lo ssanno : 
Statte bona, e ggovernate, guè. 

Na cazetta de lana de Spagna 
Te voleva a Toleto accatta : 
Mo che fatta m' aie chessa magagna, 
Te la voglio de stoppa piglia. 

Me dicive : mo parlo a la gnora, 
E bedimmo de farle ddì sì : 
Vi che faccia de cuorno '? Mmalora ! 
Me sapive mballare accessi ? 

Eeprecave : verrà chillo iiiorno, 
Che potraggio co ttico sposa. 
Oh mmalora ! che flàccia de cuorno? 
Accessi me sapive mballà ? 

Xa palomma, ma zitto a la recchia, 
Me decotte : apre ll'uocchie, Meniè : 
Yi ca cliella è na vorpa, ma vecchia, 
E le ggente te fa stravede. 

Vide e ntienne, e tte vuò nguadiare 
Co Masillo, eh' è bidolo già. 
Veste ausate tu cirche accattare ? 
Che briogna! che scuorno ! scioUà ! 

Sa che ha ditto Matteo, che se ntenne 
De sse cose, e ne potè stampa? 
A lo pevo la femmena penne, 
E lo m meglio vo' sempe scarta', 



— 367 - 

Gruè, nennè, si so bivo n' autr' anno. 
Belle ccose avari-aggio a bedè. 
Vuò sposa ehillo brutto malanno ? 
E ppo a gghiuorno parlammo, nennè. 

(xnaziello Sciovè, cafettiero . 

Grato poi ci sarà il lettore del riferire la 
seguente variante con la debita musica : Si fu, ncii- 
na,m' amave n' aat'anno, Arietta. Nazioiifilo in Dia- 
letto Napolitano con accompagnamento di Chitarra. 

Copisteria e Magazzino di Musica strada Tri- 
nità de' Spagnoli ISr.° 3, Dirimpetto il palazzo Sti- 
gliano a Toledo : 

Si tu nenna m' amave n' aut' anno 
Quanta cose avive da me 
Mo che saccio ca tutte te sanno 
Statte bona, e governate. 

Le cauzette de lana de Spagna 
Avea fatte venire pe tte 
Ma scoperta eh' aggio po' la magagna 
Statte bona, e governate. 

Chili' acciso e mpesillo d'ammore 
Ogne ghiuorno me parla de te 
Ma tu tiene già fauzo lo core 
Statte bona, e governate. 

Pe ngannarme lo frabbuttiello 
Dice, meglio de chesso non e' ^ 
Ma io po'" non so' giuvaniello 
Statte bona, e governate. 

La matlna, lo juorno, e la sera 
Prommettiste de stare co' mme 
Ma tu si na vota bannera 
Statte bona, e governate. 

Si la nenna non è costante 
Saporita, gustosa non è. 
Ma tu daie audienzia a tante 
Statte bona, e gover nate. 



368 



o. 

Chi vo" veder' "a mugliera 'e Giaecliiiio 
'Mmiezo ò mare facenn' 'a culumbrina 1). 
Vene cu' raico dint' a 'sta varchetta 
E ci 'a faccia' a bedè' Donna Piirpetta 

(l) Culnmbriiia, diminutivo di Colomba, nome proprio 
di donna. Era la moglie di Pulcinella. Qui è in signifi- 
cato di civettuola. Entra spesso nelle nostre commedie. 

La Cecilia, op. cit. Voi. Ili, pag. 695 riporta: 

Chi vo vede la moglie de Giacchino 
Miezo u mare sta a fa la piccoliiia. 

Vedi anche Hettore Capialbi, il re Giacchino Marat 
Tfapoli, Tip. Muca, 1915. 

6. 

Cielo quant' è beli' 'a pres' 'e Gaeta ! 
Callibarde (1) se n' è ghiuto 'e mala salute (2) 
Vittorio Manuele ci ha fatt' 'o ^Tito (8) 
Francischiello ha rialato nu cannone, 
Maria Zufia ha rialato nu battaglione. 
Quatto 'a nante e quatt'appriesso, 
C 'e cantamm' -e ssante messe (4). 

(1) Callibarde., Calluharde e Calibarde, Giuseppe Gari- 
baldi. 

(2) Se n'è ghiuto 'e mala salute, è divenuto tisico, è 
morto di mal sottile. 

(3) Fare il voto ad una cosa, vale, giurare di non 
farla più. 

(4) Saìite messe, messe che si celebravano-in suffragio 
dei giustiziati. jS^elle prime ore del giorno in cui si dove- 
va eseguire qualche sentenza capitale, era uso, in IN^apoli, 
tra i confratelli della Contjregazione di Vertecoeli, di 
andar girando per le strade a raccogliere offerte per la 
celebrazione delle messe in suffragio dell'anima del con- 
dannato. E non c'era persona che non traesse alla fine- 
stra, al balcone, all'uscio di strada, per dare il suo obolo, 
commos.sa fino alle lagrime dal monotono e sempre fu- 
nebre grido di: Aiutamm' a fa' 'sta santa messa ! 

Era tradizione jioi di quei del volgo che parteggiavano 
per la dinastia borbonica, detti palatìine, elidine, e rialiste, 
che Garibaldi fosse morto o che di Garibaldi ve ne fos- 
sero sette tutti somiglianti perfettamente tra loro. 

Cfr. Cro( E, op. cit^ p. 70. 



— 369 



C'hi riee c;i Palermo u" ò Palermo, 
É napnlitano maglia maecarone ; 
Tolla tii'itii'itoUar 
E' mateniello ancora ! 

Si udì cantaro nel 1820, non so per ([iiale ragione. 

S. 

Damme de naso 'nculo, 
Mamòzio de Pezznlo! (1) 
Cu' tè l'aggio, Biirbone, 
Piezzo de vastasone ! 
Faciste tanta tràppule 
Pe' ti'iisì' dinto Nàpule, 
E ino' ca si" trasuto, 
Grrannìssemo carnuto, 
'Mmece de farce bene 
Ce dàie guai' e pene. 
Dieìmmelo strellanno 
Se fria Perdinanno (2) ! 

(1) È la Statua di Timoteo , che si vede in mezzo al 
paese. Un canto ricorda.- Santo Mamòzio 'e Puzsiilane, 
fVedi Amalfi , Cento canti di Senara d' Ischia, Milano. 
Brigola, 1882 n. 100), e più di tutto l'esaurieute mono 
grafia dell' A.nnecchino: Mamòzio etc. 

(2) Cfr. anche la Gazzetta di Salerno, Au. IV, n. 90. 

9. 

Dio te salve, Ferdinando, 
Padre curdiale, 
Avasce lu sale. 
Io te r avviso. 

Si no, piiozze esse' accise, 
Tu che nce sì' arrivato, 
E chi te ci ha mannato 
Dinto a lu Begno. 

Mièttete nello 'mpegno, 
Leva la funniària. 
Si no, pure pe' 1' ària 
Tu te ne vaie. 
. E lassarraie li guaio. 
Come 'ncappaie Gfiacchino: 
Te fanno lu scarpino, 
Pe' San Grennaro ! 

47 



— 370 — 

Nun esse' taiH" avaro 
< u' nuie napulitane. 
("a starnino senza pane, 
Senza turnise. 

Suffrimmo tanta pìsp. 
Tanta 'mpnseziune, 
E scànze e dinne 
Si ni ino iMinimase. 

Ca chiste min zo' squase. 
Nun dico la bnseia; 
Stamnio 'mmiezo a la via 
Senza n' aiuto, 

Snnanimo lo flaiito 
E min nce sta ehi sente: 
Si nun ce tiene a mente, 
Nure sinimo ninorte. 

E si min stammo aceuorte, 
'Stn poco che è rimasto. 
Faie cornine a cane gnasto, 
Tu te In zuche. 

Rieste sule le pnche ! 
Che te 'ntòrzano 'ncanna ! 
Pozza manna' Sanf Anna 
"Xn terraiuoto ! 

E pnozze ave' mi moto ! 
Te pozza porta' la vòria ! 
Nun pnozze vede' slòria 
De Paradiso ! Amen. 

10 

É pesta o nun é pesta i 
É ciilera o nun é culera ? 
É Ferdinando Bnrbone 
Ch' é 'nu cu gì ione. 

Xu' magnat' 'o ca[)itone, 
Ca ve ne jate e' 'o carrettone; 
Nu' magnato verniecielle. 
Ca ve ne late eh' 'e lampinncelle (1). 

(1) Con questo canto, nel 1836-37, il popolo consisrlia- 
va la sobrietà, come principale preservativo del colera 
che infierì spaventevoltuente in quegli anni. 

11 

E sunaC 'a ritirata, 
So' snnalf li tti-ninmette, 



— 371 - 

Palatane, iat' a lotto, 

Ca Burbono nu' regna chiù. 

Marcia [iiiarciaìno). marcia 'e berzagliere 
E biva Calibarde che ci ha rat' 'a libertà. 

'Ncopp' 'a porta re Graeta 
Là ce steva 'na curoua, 
Calibard' 'o 'mperatore 
L' ha vuluta 'mbumbardà'. 

Marcia, ecc. 

É asciuta 'n' ata mora 
'E capiir à disperata , 
^ Francischiello venne l'ova 
E Zufia 'o baccalà. 

Marcia, ecc. 

Francischiello sta malato 
Ci abbesòguen' 'e lavative, 
C 'e facimmo spicciative 
C acqu' 'e rasa e scorz' àncine. 

Marcia, ecc. 

Vi' quant' é bello Nàpule 
Me pare nu ciardino 
Buri>one è 'n assassino 
L' avimm' a fucelà'. 

Marcia, ecc. 

Qiiesla canzone can lavasi verso il 1860; o<inuno vede^ 
che non è canto popolare noi senso nostro; ma non ci è 
paiso inutile per la storia, tanto più che è rarissima, e 
quasi introvabile. 

12 

Grnaiiliuue 'e mala vita, 
Nuu ghiaie p' 'e Ponte russe (1), 
Ch' 'o rillicato russo (2), 
Ve vene a carcera' ! 

(1) Ponte russe. Ponti rossi, una delle più belle vie di 
Napoli fiancheggiata da annosi platani, ora in gran parte 
abbattuti. La via oggi si denomina: Via Nicola Nicolini, 
dal celebre giurecon.'mlto. 

(2) Rillicato russo, questo nome è passato alla storia. 
Egli è Alfonso Tresca Carducci, principe di Valenzano, 
delegato di Pubblica Sicurezza, soprannominato dalla 
plebe 'o rillicato russo, per la chioma e barba di questo 
colore. Persecutore instancabile della Camorra e dei 
ladri. 



— 372 — 

Guagliune 'e mala vita 
Nun ghiate p' 'a Rnehesea 
l'Ii' 'o rillieato Tresca, 
Te vene a carcera'. 

IH 

C'iuagiiìi, nuli cacate iiiuollo, 
Ca 'e guàrdie ve so' 'ncuollo: 
Dicite 'o sìnneeo vuosto 
Ca nuie cacammo tuosto (1). 

A bilie, guàrdie municipale 
E guàrdie sicurezza. 
Facìtece 'sta finezza, 
Dicite ò figlio 'e Manuele 
Ca nuie cacammo bene. 
Si po' vulite ca iammo chili tuosto 
Tulimmo 'o Re nuosto. 

(1) Le Guardie Municipali e nueUe di Pubblica Si- 
curezza avevano obbligo, nel 1884, di accompagnare al 
Lazzaretto le persone attaccate di colera. Di qui la inop- 
portuna e sconcia satira di queste due strofette , nella 
prima delle quali si rivela pure un cotal desiderio <ìi 
tornare all'antico regime, e, più propriamente, a quello 
di Francesco 11 Borbone, che tuttavia qualche malcon- 
tento chiama o Re nudato. Questi versi furono raccolti 
in Napoli il 19 di agosto 1884. 

14 

L' anno quarantotto, 
Palermo revutato 
Li pòvere surdate 
Se mettètten' a spara'. 

A San Francisco 'e Paula 
Tenette nu gran fraggello 
E pur' 'e mmunacelle 
Se mettètten' a spara'. 

15 

Macche. Tacche, e Pacche, 
Venèttero a Nàpule a fa' 'a eacca. 
Primm' 'a puzza e po' 'e bbotte 
A*<ient' appriesso, Maistà ! 

16 

— Maistii curre 'n Palermo 
Curre priesto a ripara'. 



— ;'>73 — 

— Cai-alV. i' stougo 'nfernio. 
Nu' me tid'''e me 'mbarcà. 

— Reviitat' è già la Spaiiua 
Cu' la Franci' e l' Inoritteri-a. 

— I' pe' me stongo 'neucfa2;na 
Nii' me 'mporta de fa' guerra. 

— Nun zarraggio cliiìi riggina. 
Ma ne tu sarraie chiù re. 

— Ya t' addon' a la cucina. 
A'oglio far" "o digiune (l). 

(1) Cfi-. la Gazzetta di Salerno, An. IV, n. 90. 
Si alliuìe alla sommossa di Palermo ete. Corsero aii- 
clie altre poesie sullo stesso tono. 

17 

Meza patacca (l), meza patacca, 
Ma si spara 'nu tricchitracco (2) 
Nuie fuimnio chine de cacca (3). 

(1) La patacca , moneta antica d' argento del valore 
di carlini cinque, pari a poco più di lire 2,12. detta 
altrimenti zanfrone o cianffone Non sappiamo che esi- 
stesse la meza patacca^ quantunque il La Ci<:cil.ia, in 
una nota all' opera citata, scrivesse: « Era la Meza pa- 
tacca, una moneta di 25 grani, o 2L) soldi, che serviva 
d'ingaacgio e di stipendio ai soldati. » 

{t) Tviccìiitracco , tricchetracco , tricche-tracche , tric- 
trac, salterello. 

(3) Cacca, voce fanciullesca, merda. 
La Cecilia, op. cit. Vul. Ili, pag. 83: 
Meza patacca, meza patacca, 
Ma si spare 'nu tric-tracche 
Nu.je fuimmo chini de cacca. 
Cfr. CiiOCE, op. cit., p. 40. 
18 
Michele 'o pazzo, 
S' ha magnai' 'a pizza ; 
^u' me n' ha rat' a me. 

Ppò p})(> : 
Tien' 'a zella e' 'o lampiò (ne) (1) ! 

(l) Michele detto il pazzo era un lazzaro napoletano, 
il quale, perchè nutriva tali nobili sentimenti, fu impic- 
cato nell'airosto del 1779 in Piazza del Mercato. 

Alcuni vogliono che sia Michele Pezza, detto Fra 
Diavolo, celebre bandito: ma non pensano costoro che il 
Pezza nacque nel 1771. E sotto le parole S'ha magnai « 
pisza, bisogna intendere si Ila goduta la Luisa San/elice; 
ma si tratta di una calunnia. 



--- a74 — 
ti) 

'Mmio/A) Palazzo (1) c'è nato mi puzzo 
VE giacubbine cliiàgiien'a selluzzo; 
Vene lu vieuto e tocca li ccerase 
(Hacchino (2) iesce e Ferdinando trase (3). 

(1) Oi-a Piazza Plebiscito. 

(2) Giacchino, Gioacchino Murat. 

(3) Ferdinando l\ di Borbone. 

Variante: 

'Miniezo a 'sta via c'è nato mi pu/zr*. 
Se ce vanno a mena' l'àneme perze; 
Ce 'sta 'na nenna die chiat:;n'a sella zzo, 
Ca teneva nu ninn'e ino l'Iia perzo. 

La' Cecilia, op. cit. Yol Ili, pag Ó95. 

Miezo palazzo c'è nato nu puzzo 

E tutti i giticobini ce chiagnene a selUizzo; 
Vene bi vieuto e tocca lo cerasa, 
Giacchino esce e Ferdinando trase, 

20 

Mo' s'è ghittato lu banno (1) 
Ca nun ze pò di' cliiìi: nasillo 'e mamma. 
Ma nu' 'mporta ca vaco 'mpresone 
A^oglio setiip'alluccà': Viva Nasone (2) I 

(1) Baiino^ bando. 

(2j Chiamò, e chiama tuttora il nostro popolo, quan- 
do n'è il caso, Ferdinando IV di Borbone col soprannome 
di Re Nasone. Egli pria se ne compiacque e poscia se 
ne dolse, e, con regio editto dei 7 di giugno 1815, inibì 
tal motto sotto pena del carcere. Allora tu ohe si udì 
ripetere questo canto da tutti i iS'apoletani; ed i più ac- 
( orti e cauti però recavano al naso la palma della ma- 
no spiegata e ad alta voce gridavano: Viva citello che 
min se pi) d'i ! Sotto voce soggiungevano: Viud 'sta na- 
sillo. 

La Cecilia. Op. Cit. Voi. Ut, pag. 30: 

Mò s'è ghiettato lu banno 

Che nun se pò dì nasillo di mamma, 
Ma 'nu mporta ca vago presone 
Voiilio grida — Viva nasone ! 

21 

'() l'o 'e JS'àpule è re d' 'e ma(;cai'une : 
A^o' fa' la guerra senza nu cannone. 



- drt) — 

'O Vi' 'e Nà})ule è re d' 'e niaccaruiie : 
CxueiTa vo' fare contr' 'a nazione (1). 

(1) Il re di Napoli ricordato in questo canto <"' Ferdi- 
nando TV, re fedifrago, che spergiurò la costituzione del 
1820. Cfr. Salvatore Salomone Marino: La Rivoluzione 
Francese del 1780 nei rjuifi del popolo siciliano. Paler- 
mo, 1892. p. 2(). 



'O vi' loco mo' vene, aio' sjDonta 
Maria Zufia qxì' Francisco siconno (1) 
Tntt' arrivate, snrdate sbandate, 
'( ) jnorno r' ooge nn' contano chiù. 

(1) Cioè Francesco II con la moglie Mai'ia Sofìa (vedi 
De Cesare, Ln fine di nn retjno etc). 

•23 

Quanno è la niatina 

Me inetto 'o cruvattino. 

'() pòlece malandrino 

Me v^ene a inuzzecà'. 

Mannagiiia 'o pòlece, 
Maleritto 'o pòlece, 

Mannaggia tutt' 'e pìilice 

Che stanno a 'sta cita ! 
Quanno è la uiatina 

Me metto 'a cammisa, 

'< ) pòlece malo 'mpiso 

Me vene a muzzecà'. 
Mannaggia 'o pòlece ecc. 

(.i^nanno è la nratina 

Me metto 'o caznnetto, 

'O pòlice 'mperfetto 

ivi e vene a muzzecà' ! 

Mannaggia "o pòlice ecc. 

Cfr. Irabi-ianK La pulce, sai/fjio zoologico etc. 
24 

(^)u{into parèano belle. 
Tntt' e dui' a cavallo, 
E 'o pòpolo tutt* attuorno 
Strillanno : A^iv' 'o re (IJ 

(1) Per ([uante indagini avessimo fatte non ci ò riu- 
scito di sapere all'entrata di chi alluda e quali siano 
quei due a cavallo, cui accenna il presente canto; non 



— 376 — 

parendoci ohe s'apponesse bene il Li Ceeilia, (op. eit., 
voi. Ili . pag. G95) nel riportai'Io come composto in oc- 
casione dell' entrata di re Ferdinando IV , con qne>.te 
leggiere varianti. 

U cornine perenno belli. 
E tutte duie a cavallo, 
E u puopolo tntt'attuorao 
StrlUanno viva lu re ! ecc. 
D'Ambra Raffaele, I colori dì Isnpoìi . capitolo IX 
riporta quest'altra variante : ' 

Come pareno belle tutteduje a cavallo ! 
Volimrao fa n'abballo mmiezo a sta chiazza cca. 

Viva io rre iN^asone ! viva lo pecorone ! 
Viva lo Prencepone ] Schiatta la libertà ! 
Questo canto, al dir del Cav. D'Ambra, ci ricorda « le 
donnacce del 1S20 che uscirono da Fonie scuro rimpetto al 
Serraglio (prima Larc/o Reale Albergo d-i Poveri, poi Fias- 
ca Reclnsorio ed oggi Fiazza Carlo III) a ricevere il Re 
Nasone, e il principe ereditario Francesco alla testa dei 
bravi unitriaci col generale Frinionf, ballonzolando a Sìion 
di tamburelli e nacchere , e cantando in lor sermone con 
quelle voci non certamente verdini ». (Vedi il giornale: Ro- 
ma, anno XIX, nnm, 94, Trapeli, domenica, 4 aprile ISSO) 

25 

San Gennaro beueditto. 
Prega tu lu Patr' Eterno : 
Che noe cagna 'stu Cuverao, 
Che nce dia la libertà (l) 

(1) Nel novembre o dicembre de! IT'i.S si trovò affisso 
alle mnra di Napoli un cartello manoscritto con i sur- 
riferiti quattro versi. La Polizia tentò conoscere l'au- 
tore del cartello, ma ebbe per risposta un altro cartello: 

Noi quattro siamo sta*,!, signor mìo, 
La penna, il calamar. la carta e'I io. 
L'ira crebbe, le ricerche furono raddoppiate; ma fu 
trovato un ultimo affisso scritto come il primo in dia- 
letto. 

Si fóssemo state tre. 
Se sarria saputo da te: 
Si fòssemo state duje. 
L'avarria ditto uno de p.uje: 
Ma pecche so' stato sulo, 
Schiàffeme la faccia (o lu naso) "nculo. 
Altri leggono il secondo verso: 

L'avarria saputo 'o Re. 
Vedi: Bourkl.i Raffaele, r-antate e Catafalchi e 
GiusCARDi RoHERTO, Storia civile di Napoli . pag. 23S. 
Sono riportati anche nei mass del tempo, come quelli 
del Paleimo, e serbati nella Biblioteca Cuomo. 



— 377 — 

26 

Scètete, Maistà, eli" è fatto iuorno, 
Nun penzà' chili à caccia e a li ffigliole^ 
Vide che fa Munzù cu' la Maestà (1); 
Pienze ca ire (2) ciuccio e mo' si' cierro, 
Men' 'a mazza si no si' re de cuorno. 

(Il Mini- il cu la Maestà, cioè Acton con hi regina Ca- 
rolina. 

(2) Ire, o iere, eri. 

La Cecilia, Op cit.. Voi. Ili, pa^r. 71: 

Scetati maestà eh'è fatto juorno. 

Xii penzà chiù a la caccia e la figliola, 
Vidi che fa Munziì cn la Maestà, 
Ponza ch'ieri Ciuccio e mo si Ciervo: 
Scetati, mena a mazza; si no, si re de ciiorii:. 

Cfr. Croce, op. cit. p. 40. 



Si éra^jiio tre. 
'() ssapeva i' e 'o Re. 
Si èrano duie. 
'O ssapeva quaccheruiio. 
So' stato i" sulo, 
E chiav.àteme 'a faccia 'uculo (1). 

(1) Questi versi lurono Ietti su diversi cartellini scria: 
a carattere rondo e affissi per le mura di Napoli, na 
ciiKpie o sei mesi dopo la uccissione d'un gendarme bor- 
bonico nel 1856 Egli si trovò ucciso all'alba d'un giorno, 
all'angolo del vico Baglivo Uries, e non mai si potè 
scoprire l'uccisore 

28 

Surdato d' "a marina, sieiite siente : 
'A 'ràzia 'e Criacchino quant' è galante, 
Ha fatto 'a Via noi a 'e Cap'' 'e monte. 
S' ha pigliata la figlia d' "o re 'e Spagna. 
Pe" tutt' "e strato ha mis" 'e lampiune, 
A li surdate ha fatto lu caruso (1) 

(\) Quanto è detto in questi versi è riferibile in parto 
a Giuseppe Bonaparte ed in parte a Gioacchino Murat; 
ma, come il regno del primo passò quasi inosservato. cosi 
tutto ciò che egli fece si attribuisce anche al Marat, 
che lasciò di sé grata rimembranza :n Napoli, per It^ 
grandi riforme comp ute tanto in materia civile che mi- 

48 



— 378 — 

litaii) V per le opere pubbliche da lui fatto. Fra le ([uali 
ci piace ricOT'dare la Strada nuova di Gnpodimoiile, pei- an- 
dare a quella Reggia mediante il colossale Ponte della 
Saiìità:\ fanali per le strade tenebrose ed atte ai clolitti, 
ed il riorganizzamento dell'eHercito napoletano ridotto in 
misere condizioni perla imperizia e le malversazioni dei 
ministri e dei comandanti Tutti sanno poi. eh" il Mu- 
rat aveva per mnslie Carolina, sorella dei IS'apoleonidi. 
e che Giuseppe Bonaparte si ammogliò con Giulia Clary, 
francese di Mai-wigiia, figlia di oscuro, ma onesto nego- 
ziante. Da ultimo si parla, in questo canto, della figlia 
del re di Spagna per la magnificenza forse e lo splen- 
di cui erano ornate le due corti francesi. 
Cf. Croce, op cit. p. 58. 

•21) 

Pietro Cala UUoa pubblicò un libi'o intorno alla sto- 
ria del Colletta, che tutti gli amici del ve'-o dovranno 
tener presente, se vogliono giudicare con imparzialità 
dello storico napoletano. Ln quel libro, a pag. "2;)0, si 
legge: « JVelle plebi per istiìifo diceasi il Regno di Marat 
finito, e colle canzoni il fignijicai-oito ». (Cfr. pure Amalfi 
Frammenti delWinspeare e delTInihriani contro Pistro Col- 
letta. Trapeli, Priore. 18SS. 

Ora ecco una di quelle canzoni, forse la più popolare 
che noi pubblichiamo, quasi appendice ai nostri canti. 

Tengo nu cane, se cliiamiiia ('hiappino. 
^O ppun' asciutto nun ze vo' niagicV 
( biella eli.'" ! 

r nei 'o 'nfonn' a 1' uog;lio : 
Fuie Chiappino, ca mo' veii' o 'inbruoglio. 

Tengo nu cane, ecc. 
'O ppan 'asciutto ecc. 
1' nei 'o 'nfonn' ò vino : 
Fuie, Chiappino, ca véneno "e Muscuvite ! 

Tengo nu cane, ecc. 
'O ppan 'asciutto ecc. 
1' nei 'o "nfonu' a 1* aci[na: 
Fuie, Cliiap[)ino, ca vèiien' "e Cusacche. 

Variante: 

Tengo' nu cane se chiarama Zappino, 
'O ppano asciutto nun hi bo magnare, 
E io In [ìpiglio e ce lu mmette a U'uoglio 
Fuie, Giacchino, ch'è benuto 'o 'mbruoglio. 

Si udì questo canto per le vie di Napoli verso il 1815. 



- oTl^l — 

30 

Trecc-iille (1) zurfo e esca ; 
Fuie, Giacchino, v<-nen' 'e ' Tedesche ! 
Treccalle acqua e limone : 
Fuie, Giacchino, vene Napulione (2) ! 

(1) Treccalle. tie calli, moneta napoletana tli lame e- 
quivalenle, a poco più d'uà uentesimo. 

(2) L'Austria foco la uuuri-a a (rioacehiiio nel 1815; 
quando egli ^s^ mosse eontio la prima dopo la fuga di 
]!fapoleonB dell'Elba, ci-edendo così «li lieiitiare nella 
sua grazia per la maiican'/a di fede inoslratHLrli dopo la 
disastrosa ritirata dalla Russia e la rotta di Lipsia, per 
cui egli, Murat, si oollegò con l'Austi-ia e con l'Inghil- 
terra a danno di ]N^apoleone. 

Seracem, Le avventure del Dottor Francesco, raccon- 
to (Vedi il giornalH Roma, anno XXI, nnmero 54. Xa- 
poli, giovedì 'l'ò febbraio iHS'i): 

Vi' quanta trariture 
Teneva 'sta cetà ! 
Ebbiva li surdate 
E soia maistà ! 
La palomella ianca 
M'ha rauzzecato 'i v iacee, 
Levàteve i raustacce 
Si no, c'è da ali busca'. 

81 

Trent' àcem^ 'e pasta. 
'O broi'o int' 'o euppino, 
'Sti 'nfanie assassine 
Ce vonno là' magna' 

'A'^u sotta-capo 
Chiammato Migliaccio 
Che tene la faccia 
De la 'nfamità. 

82 

Veditela, veditela chi sponta: 
Maria Zufia cu" Francisco siconno. 
Appena arrivato se chiàmmen' V surdat.-. 
'E ppene passate ce vulimnio fa' pavà'. 
Vittorio, vattenne ca si' 'nu mariuolo, 
Chello ch'he' fatt' a Nàpul ' nu' sta buono. 
Nàpule he' spngliato e Tur.no tu Vieste. 
Vittorio, fa priesto, vattenne da cà ! 



- 38(» — 

Vattenue, Vittorio, ca sì' nu mariuolo 

C hello eh' he' fatto a Nàpule nu" sta buono (l). 

,1) Cantavasi cosi nel 1860 sullo stesso motivo del- 
l'Inno di Garibaldi, da pochi reazionarii borbonici. 
I primi versi hono simili a quelli del canto '22*. 

38 

\"ene lu viento e tòcola 'e ccerase, 
(iiacchino iesce. e Ferdinando trase. 
pure : 

"f ) ppane è caro, ed è mancato Tuoiilio. 
Fuie (fiacchino eh' è benuto 'o "mbruoglio. 

:34 

V-otta, Garrese, e bottame 'stn carro, 
PrtHsa chiù 'nnante, e ne' è 'na 'nearratura. 
(hella che'! 
Anche questi versi si udirono ripetere nel 1815, 

35 

Zi" Peppe mio de zìiccliero 
La capa mia s' (^ perza, 
Song' arreddutto a Averza (1) 
Penzanuo a Roma e a tè (2j. 

ti) Ridursi ad Aver sa, \)ei-i\Qve la testa, impazzire. 

(2) Il presente canto politico, che ci ricorda i lietis- 
simi giorni del 1860, trovasi tal quale nel giornale: Ln 
Tnnaìore (anno III, n. 125, martedì 17 novembre 1868). 
E si ripetè dai monelli alla presa di Roma nel 1870. Si 
^allude alla entrata del Garibaldi in Napoli. 

36 

La nuova cantata sopra la Piccolina 

.So" Piccolijia (1). e so" valorosa. 
Ed io guerreggio co la pilosa, 
So la batessa de la Duehesca. 
A dò se saglie. e nò se sesea. 

Avante alla porta ce sta mia zia. 

E la maestà a fa la spia, 
, Ma lui tiene lo sauto dato 

Ca se venesse quacche ngappato. 

(1) Sembra una donna di facili costumi; e si potrebbe 
intendere anche l'orse in senso allegorico. 



— 381 — 

Si poi venesse quacche Francese 
Fatelo entra ca so cortese, 
So Patriotti sblencliti, e so' oalauti 
Donano argento a tntti quanti. 

Presto passa lo Francese 

<.,)uesto è uomo assai cortese, 
Presto corre la piccolina 
E li fa lo sordiglino. 

Piglia mostrati cortese 

Quanno viene nu Francese, 
Falli un buon complimento, 
E fatti dà oro. e argento. 

Madre mia nò dubitare, 

Che io so tinello che mi fare, 

Presto fò lo pignatiello 

Pe me more lo poveriello (1). 

Lo Francese è baggiano 
E li fa lo baciamano. 
Presto venga lo Yettorino. 
S'incarro/za la piccolina. 

La piccolina è astuta 

Pecche è figlia a la mbaccuta (2), 
E nò sa comm fare 
Pe pigliti tutt' i denare. 

Lo Francese a tutta via 
Gorre in fretta a S. Lucia, 
E la sera, e la matina 
Là mangia e beve la piccolina. 

Fenito eh' au la scialata 
A lo teatro 1' à portata, 
Pecche so donna di trapazz' 
Voglio sta sempe in sollazz' 

So piccolina e so amorosa 
Tengo la bocca assai vezzosa, 
Face' r occhio n zinnariello 
Pe me more lo poveriello. 

Sonc figlia a buono patre. 
Mi lasciò molte ntrate, 

(1) Fa la fatinra per attirare ramante. 

(2) 'Mbaccuta, delle grosse chiappe. 



— 38^ — 

E (li titoli so' a inontuno 
Mg lo coiit' a uno a uuo. 

So Dtichossa di Matera (1) 
Co la prinima ounniToa, 
E di Ti'occliia so Baroiio 
Tieni pure lo tintone, 

So Principessa, e so bellina 
Tengo pure quattro dianiaatini 
E contessa della nieuza 
Scrive pure due ceuza. 

Cari miei Cittadini 

Questa è la ntrata de la piccolina 
Ma si voi r abbracciate 
(iià la rof^nia ve mmiscate. 

Cettadini che avete letto 

Questo male quant' è perfetto 
(j di sera o di uiatiua 
Fuggite sempre la piecòlina. 
(1) Tedi Gattini, Note storiche della città di Matera etc; 



La seconda canzone della serpe a Carolina 

De Carolina sto parlanuo 
Che ce ha fatto tanto danno 
Ma se 'umane io l'avesse 
Le darria doie perepesse. 

Spis, spis fa sessione 

Co lo Sì muuzìi Attone (1) 

Co lo quale la birbante 

Ce spogliale pò tutte ([uaiite. 

Mo dispacci^ e mo parabole, 
Mo assise sopra a stabele, 
Vole pò tanto pe dento 
Né a sta chiaia potte agnient(». 

Ppe restarce rase, rase. 
Mese nzì so|)ra le case, 
Ciento strane mposezeiune 
E ppagaieno li cogliune. 

Ma nfi ccà, mo non è niente, 

Pozzi mette, e mutuo alli sti'omiente. 

(1) Si ivllude a M.'' Carolina con Aclon.È storia vecchia. 



— 383 — 

Mmbruoglie a li coiit;inie 
Ppe iiganiià pò tutte (|Uiinte. 

Manda polese de Banclie, 

Ddò se fauno auto celie cliianehe 
Non nce songo cchiìi ttornisc^ 
Tutto spoglieno li mpise. 

Lo marito e la niogliera 

N' assassino, e na nipeehera 
Lo Sì Attone se nce aonesce 
E la scena se fernesce. 

Ppe l'està tutt' airaiinuda 
A sta trepola non suda 
Xo squasillo no resiilo 
Mo fa a cliisto, e nio fa a cchillo. 

Stregne a cchisto mo la mano 
Parla a cchillo chiano chiauo, 
Se line trase doce doce 
Co pparlare sotto voce. 

Nfina fatta celi' è la cosa 

Parla chiaro a ttutte inprosa. 
Ca da tutte vò daiiare, 
Ne nce resta cehe pigliare. 

Tutto acchiappa argiento, e oro 
Nfi le statoe e lo tesoro : 
Chiese, e ccase so spogliate, 
Né isse songo sazejate. 

Ma lo Cielo me vo bene, 
E ppe rompe le ccatene, 
S' essa acchiappa ii tornisi 
Isso manda li Pranzisi. 

Ma starrimmo mo CDiitiente ? 
Fornerranno sti lamiente ? 
Ppe nio sdutto unje pensammo 
Magna e bevere, e noe spassammo. 

Ha malora? l'ha saputo 
E da Napoli è fojuto 
Se l'ha fatto lo bottino 
No ha lassato no quatrino. 

Ma non fa chiù guappejate 
La sia sauessa co le Paté 



— 38t — 

Va te mfina lo ventaglio 

Ca noe sta iia capa daglio. 
Nno farraje c-liiù spacca, e pesa. 

La canzona IT aje mo ntosa, 

Mo che ogn'uuo t'ha annasata 

Meglio e tu non fusse nata. 
Mo non dice chù Cai'Iì, 

Chisto cca me fa morì 

Tanno ognuno è ben veduto 

Quanno porta lo trebuto. 
Hai tenuto gusle, e spasso 

Mo t'aspetta Santanasso, 

Si vo Puortece, e Toleto, 

Xa rapesta t'ha.je dereto, 
Jjo ssapimmo, e tu ntrammera 

Tanto tu ppe nfi a la sera 

Tu faeive già ogne ghiuorno 

E mo pigliate sso cuorno (1). 

(1) Queste due ultime e lunghe poesie fuiono da 
me trascritte da due sciupatissimi originali a stam- 
pa del tempo , con le identiclie scorrezioni, esem- 
plari bastantemente maltrattati, venduti da Eugenio 
Romeo per lire 8 ad un suo amico. 

38 

Ferdinando IV andò nello Stato Romano por impedire 
l'ei trata dei Francesi di Championet nel suoReame, visto 
la mala parata, di notte scappò da Roma. 

Suo figlio Ferdinando II per impedire la entrata di 
Giuseppe Garibaldi nello Stato Romano, anche di notte 
fuggì, in questa occasione corse per le mani di molti 
que.sto epigramma : 

Vavone jette, vedette e fujette !... 
Tu si' ghiuto, vpruto e fujnto !... 

39 
Ferdinando di Borbone quando ascese al tiono sotto 
la tutela di Bernardo Tanucci, perchè era di minore età, 
preso il titolo di Ferdinando IV, rispe ttando la succes- 
sione spagnuola. 

Quando sotto il dominio francese stetto in Sicilia, 
prese il titolo di Ferdinando III. 

Tornato a ISapoli prese il titolo di Ferdinando I. 
Allora fu divulgata questa satira: 

Primma quarto e po' fuie terzo, 
Fo' sconnette e fuie primmiero: 
Ma si dura chistii scherzo, 
Fernarrìi p' èssere zero ! 



3&i> 



TX. 

Leggende e canti sacri 



49 



Cos' 'e Dio, Graziane, Storie 



Àneme sante, àiienie scardate, 
Ch' a ehistu munno site state, 
'Mpurgatòrio ve travate, 
"Mparaviso site aspettate, 
Deh! priate l' Eteriiu Fate 
Pe' li mmeie necessitate, 
E cunforme nce sentite 
Aclclefriscate vnie sarrite (1). 

(1) I Napoletani, divotissLini delle anime del Piirgi- 
tori'j, cercano in tutt'i modi di snffi-ai'garle, specie quelle 
così dette àneme ncurdate. cioè abbandonato dai parenti 
e dagli amici. Yi sono anche le àneme pesscntelle etc. 

Qnesto canto, non privo di pietà e semplicità, è ripetuto 
dai divoti fedeli alle anime purganti. 



r quante n' aggio visto stanimatina, 
Giesìi Bammino n'aggio vist' ancora. 
L' avisse visto tu, angela mio"? 
Me ne sapiss' a dà" *na bona nova"? 
r raggio vist' a Santa Catarina. 



— 388 — 

Che steva espost" a 1' ardare maggiore: 

Doie parole l'aggio 'ntiso dire: 

« So' nuiorto 'ncroce pe' li peccatore » (1). 

(1) Variante, adattando il canto jill'aiaoroso: 
'I quante n'au^gio visto stammatina, 
Ifennillo mio n'aggio vist'ancora, 
L'avisse visto tu, campagna mia ? 
Me ne sapiss'a dà' 'na bona nova ? 

— I' l'aggio visfa Santa Catarina, 
Addenucchiat'a l'ardai'e maggiore; 
Doie parole l'aggio 'ntiso dire; 

« Cielo, famme piglia' nennella mia; 

« Cielo, famme piglia' chi tengo 'ncore ! 
ScHERiLLO, Saggio di canti pop. della prov. di Salerno, 
Pubbl. sul giornale: // Movimento letterario; anno, I, IX. 
.14, Tarino, 15 agosto 1880, canto K*: 
Collèrica collèrica sto' boi, 

iS^un aggio vistu nénna stamattina: 

]Vu' raggia vista n'ajéri e né boi, 

Quìnnici juòrni a quannu vena crai. 

Li'avissi vistu tu, cumpagnu mia ? 

Mi la jjutissi rà la bona nova ? 

— L'aggiu vist'a' Santa Maria 
"Ngunnncchiata a l'autàra maggiore. 
Una parola sintióttu rici avante: 
Marò, fammu campa' lu propria amante. 

a. 

O Giesù Cristo mio granne graune, 
Nu' me mannare abbasei' a li prufiinne. 
Voglio priar' a Dio e la Madonna, 
Chilli beli' uocchi' e li capille iniine. 
Chilli capille che port' 'a Madonna 
Là ce Yurria 'nu péttene d'oro. 
Chi la sape purtà' la 'rocia longa, 
Ca 'mparaviso e' ó 'nu bella munno. 

4. 

San Pantalione santo, 
'Ncopp' a 'sta terra patlsteve tanto. 
A Nàpule nascìsteve, 
A Koma murìsteve: 
Pe' la rosta santità, 
E pe' la mia virginità, 
Dàteme tre nìimmere pe' carità. (1) 
(1) Preghieia che fanno le <;iovauette e qualche volta 
anche i fanciulli e le finciulle. quando, per avidità dì 



— 389 — 

danaro, impetrano diil detto santo, tre uutiiori per gio- 
carli al Lotto. 

PiTRÈ, Voi. II, 39, canto 797: 
San Pantaliiini santa, 
A stu luunnu patistivu tantii; 
A Napuli naseìstivu, 
A Roma poi miirìstivu : 
Pi la vostra santità; 
Pi la mia virginità, 
Eàtimi tri nnumari, pi carità (1) ! 

(1) E passato dalla Sicilia nel Napoletano o viceversa? 



Saiit' Antonio mio benegno, 
Aiùteme a fare doie 'ramraegne ? 

— Sant' Antonio se vutaie: 

Tu si' cion<'a, nun t' 'e faie (1) '? 

(1) Una venditrice di gi-amigne , affetta da paralisia 
alle mani, volle insultare Sant'Antonio di Padova col ri- 
volgeigli i primi due versi; ed ebbe la risposta conve- 
nienti-. 

6. 

Sant'Antonio, abbate i^utente, 
Lìbera 'sti devote da male lengue, 
Da fuoco de terra e da mala gente! 
Mamma de la Putenza, 
Dàlie, aiuto, forza e pruvidenza 
E lo santo timore de Dio ! 

Cfr. De Bourcard, Usi e costumi napolitani, voi. II, 
pag. 205 e Bideri Gr. E. Passeggiata ecc. pag. 111. 

7. 

Santu Nicol' a la taverna ieva, 
Era vigìlia e nun ze caniraarava ; 
Disse a lu tavernaro : avite niente ? 
Ca r or' p tarda e bulimmo magnare. 

— 'lengo 'nu varriccliìello de tunnina, 
Tanto eh' é bello nun ze po' magnare. 

— Làsselo stare^ ca mo' lu beco io, 
I' so' benuto cà pe' t' aiutare. 
Face la croce 'ncopp' a lu varrile, 
E tre guagliune fa resurzetare. 
Ebbiva Dio, e po' Santu Nicola, 
Che fanno 'sti miràcule de gioia ! 
Ebbiva Dio, e po' tutte li sante, 
Che fanno 'sti miriicuie salante ! 



39(» 



Faccia gialluta, 
Aecurr' e stuta 
'Sta lampa de 'iifienio. 

Ora pra iiobis. 

San Gennaro mio putente, 
Tu scioseia chesta cènnera 
E sarv" a tanta gente 
D' 'a mort' e lav' ardente. 

Oi-a pra nobis 

Miserere, misere re I 
Songo 'e peccate 
Pro me paté, 

San Gennaro, miserere I 
Tu si' 'o prutettore nuosto: 
San Gennaro, miserere I 

Ora prò noliis. 

Diir a Dio, a Crist' e i (1) Sante, 
('a pentute simmo tutte c[uante, 
Ca pecca' cliiìi nu* bulimmo, 
Eccu cà, pentute simmo, 

"Razia 'razia, san &ennai'o, 
'A fùrmena, tempestate, 
'A scurita ta magna. 
Libera nos. Dòmene. 

San Gennaro, ora pra nobis, 
San Gennaro, miserere, 
Chistu pòpulo 1' fedele, 
San Gennaro, miserere ! (2). 

(1) /, ai. 

(2) (.Questo canto è riportato dal L v Cecilia, Op. cit.. 
voi. Ili, pag. 1< ti. Sul nostro Santo Protettore , si pos- 
sono riscontrare molti libri, e fra i più recenti il voi. 
di Matilde Serao, San denuaro. ecc. 

9. 

Sanf Antuono ai)bate e putente (1), 
Scànzeme chesta casa d" "e male gente (2). 
Sant" Antuono cà é benuto 
E 'o demmònio se n" é fuiuto. 
^Madonna de la Putènzia. 



— 3H1 — 

Aocrisce lu l)oiie. 

P^rza, salut'e priiviilèiizia. 

(1) Variante: 

Sant'Autuono àuto o piitoute, 
Variante : 

Sant'Antiiono. abate e putente, 
Vide caiumenàsteve pe' Levante e pe' Punente; 
Cunfoime ammanzìsteve li puorce de Tubia, 
Accussi ara manzi teme '«t' ànema mia. 

(2) Variante: 

Scanza 'sta casa d' 'e ramale lengue e d' 'h 

[ramale gente] 

10 

Urazione d' 'a Maronna 'e Munzerrato 

I' v' avv'erto, o siiiimrc, 
-Quanta grazie po' fare, 
Ija, sua santa fiura, 
A chi la porta 'ncuollo. 
ù Morea fuste travata, 
Santa Maria de ^lunzerrato. 

8i àràzie vuie vuiite. 
PurtàtHla cu' biva fede: 
Cremante e pia 
Vuie grazie avite 
Da la Vèrgene Maria. 
Ogne grazia vesta a N. N. (l) sia data 
Santa Maria de Munzerrato. 

N. N. se truvasse canimenanno 
E 'nqualunque antro luoco, 
A vuie, Verginella, lu raccumanno; 
Liberateniniillo da acqua, tempesta e fuoco: 
'Lia casa soia la bona uova: 
A sarvamiento sia la turnata, 
Santa Maria de Munzerrato. 

Pe' mare, munte e buosche, 
Liberarne N. N. 
Da carcere e malatie 
E da ogne necessità; 
Pe' caso nun è pigliato (2), 



— 392 — 

CTiiai'dammillo, mm è ammtìzz ito, 
■Santa Maria de Munz 'i-rato. 

O pe' mare navieaiiuo, 
O pe' terra viandante, 
Dònele lume e prudenza, 
E la vesta 'ndurgenza 
A N. N. le sia data, 
Santa Maria de Munzerrato. 

Pregammo a Griesù Cristo àuto e putente 
Che me libera N. X. 
Da 'mprovvisa morte 
E da ogne trarimento: 
Pe buon core l'avite chiammato. 
La grazia vesta a X. X. sia c^ata. 
wSanta Maria de Munzerrato. 

La 'ndurgenza vesta, 
Che 'Xnàpule, Roma, quanto 'n Barcellona, 
Ogne Papa 1' ha cunfirmata, 
Santa Maria de Munzerrato, 

Santa Maria de Munzerrato, 
Verginella tutta pia, 
Dòname a X. X. 
La sarvezza dell'ànema. 
La salute d' 'o cuorpe, 
La pruvvidenza vesta cussi sia. Ammenne. 

(1) Le due N si sostituiscono con qualsiasi nome dr 
persona. 

(2; Xiin è pigliato, cioè: non è arrestato. Come è intui- 
tivo questi ed altri canti non sono schiettamente popolari; 
ma giovano ad illustrare tali costumanze. E perciò mi 
sia permesso recare anche qualche frammento in prosa. 

11 

Urazione 'à Madonna d' 'o Càrmene(l) 

A^'uie currite erestiane n riguardare 
'O VÌ.SO ri.slueunente de Maria. 
'Mbraocia 'a porta la Revinitate 
E notttj e ghiuorno preia a chillu Dio. 

(1) La chiesa di S. Maria del Carmine , in Sezione 
Mercato, in origine una piccola cappella poi modificata 
od ingrandita ilalla madre <ii Corradino, che vi volle 
sepolto il corpo del {i'j;liuolo (Vedi CmruA zzf, Guida di 
Napoli, p. 53;. 



- 393 — 

A do" sta r Arca d' 'a Santìssima Ternità 
Là nce sta Giesìi insto e po' Maria, 
Là stanno 'e felice e li bbiate 
So' 'e severe e 'e revote de Maria. 

"Sta gran Matre de Dio che vuie arnrate, 
Quanno è 'o miercurì min cammarrate. 
De lattecìnie 'o pasto pigliate. 
Siccomme 'a scrittura parla e dice. 

A lu Monte Carmelo nu cummento ne" era. 
'O primmo abitatore tuie Sant' Alia, 
Tutt' 'e ccose rimaste in cumprimento, 
Pure r àbeto santo de Mamma Maria. 

Chi 'ncoppa a terra bene se cumporta, 
L' àneraa fiurisce cumm' a giglio a 1" uorto, 
L' ànemfi che dannata va sempe sperta 
Nun trova rèquie nu' biva e nu' mortri. 

Mettènnese 1' abetiello de Maria "mpielto. 
Se ne va 'niparaviso sarvo, e lu porta^ 
Sarvo lu porta a lu insto cammino 
Chesta Matre de Dio nosta Patrona ; 
Chella che de lu cielo è la Regina, 
Chella che tanta grazie a nule nce dona. 

Chi pecca e po' s' ammenda 
Maria 'o mette sott' ò manto suio; 
Sia ludato 'o Santìssimo Sacramento, 
Evviva d' 'o Carmene Maria. Ammenne. 

12 

Urazione a Vèrgene Maria 

Reginella e figlia de Sant" Anuti 
Che 'ncuorpo purtàsteve Ciiesù Banimino. 
San Griuseppe e Sant' Anastasia 
Se trovarono ò parto de Maria. 
'A notte 'e Natale fuie netta santa 
Nascette 'o Rerentore 'e tutt' "o Munuo. 
Nascette sott" a 'na capannella 
A do' ne' era 'nu voie e n' aseniello. 
'Sta grazione ch'avimmo cantata 
A Griesìi Bammino sia appresentata. 



ó<) 



— 894 — 

13 

Preghiere diverse 

Deus in ad.jutoriuiu lutMini intende — DoiiiiiK» 
adjuvandum me festina — OLoi-ia Patri etc: 

Regina de in Cielo "ncurunata, 
Stella de Paradiso stralucente, 
A'^uie site cànimera de Dio 
E state senipe a hi valere de Dio. 
Io saccio eh" aggio da murire, 
Ca la valle de Giosafatte aggio 'a |)as8are 
E lu fàuzo neniuiico aggio 'a truvare. 
Fàuzo nemmieo, vattenne da cà, 
Cu' 11' àiK^ma mia nun haje che uce fa', 
Ca a lu iuoi'uo de la Yèrgene Maria 
Me fece ciento cruce, 
E dicette ciento aummarie. 

Dopo questa preghiera, si recitano 10 ave, se- 
gnandosi di croce sempre che se ne comincia una; 
e alla fine delle 10 ave si ripete la soprascritta 
giaculatoria: e ciò per 10 volte, in guisa che forma 
una corona di 100 ave ; finite le quali, si recitano 
tre gloria, in onore della SS. Trinità, per le grazie 
e i privilegii concessi a Maria SS. precisamente 
della sua assunzione in cielo. Pna Salve Ref/ina , 
indi Ih litanie. 

14 

Preghiera del mattino 

Gesù, Criuseppe e Maria, vi dono il cuore e 
l'anima mia — (iesii Gliuseppe e Maria , assiste- 
temi nella mia agonia Gresil, (liuseppe e Maria, 
spiri in pace con voi l'anima mia — In nome del 
Padre, del Piglinolo e dello Spirito Santo. 

Dio sia benedetto. 

Benedetto sia 11 suo Santo Nome, 

Benedetto Gesìi Cristo vero Dio e vero Uomo, 

Benedetto il Nome di Gesù, 

Benedetto Gesù nel SS. Sacramento dell'Altare. 



- 'ò\)b — 

Beiiedettii la gi-an Madre di Dio Maria Santissima 
Benedetta la sua Santa ed Immacolata Concezione, 
Benedetto il Nome di Maria Vergine e Madp, 
Benedetto Iddio nei snoi Angeli e nei suoi Santi. 

Dio mio, vi credo a me presente, vi adoro e 
riconosco por mio creatore, Signore e Padrone, ed 
unico sommo bene dell'anima mia. 

Vi ringrazio di avermi creato, fatto cristiano 
e conservato nella notte passata Vi domando per- 
dono di aver tanto malamente corrisposto alla 
A^ostra infinita bontà; con cui prego a darmi un 
vivo e continuo dolore, proponendomi di non mai 
più offendervi per l'avvenire, principalmente in 
((uesto giorno, in cui datemi l'ajuto per isfuggire 
qualunque occasione di offesa vostra, sopralutto 
quelle in cui sono più solito a cadere. Intendo, 
mio Dio, tntte le azioni di questo giorno farle 
secondo la vostra legge, e guadagnare tutte le in- 
dulgenze che posso in soddisfazione dei miei pec- 
cati, ed in suffragio delle Anime Sante del Pur- 
gatorio. Caro mio Gesù, nel vostro Sacratissimo 
costato ripongo l'anima mia, il corpo, tutto me 
stesso, per carità ! non jui togliete le mani da so- 
l)ra, fatemi essere buono cristiano, e liberatemi da 
ogni peccato e da qualunque disgrazia che possa 
essere di pregiudizio alTanima mia. Intanto che 
vi prego a prò' dei miei superiori e congiunti, e 
tutti quelli che la cristiana pietà mi obbliga a 
raccomandarvi. Maria Santissima, col Austro SS. 
manto difendetemi; Santo mio avvocato, angelo 
mio custode, pregate il Signore per me, ed impe- 
tratemi la sua santa benedizione* 

Pater, Ave, Gloria, Credo e Salve Regina. 

15 
Mese della Madonna delle Grazie 

(ogni giorno) 

Deus in adjutorium etc. 

Regina de lo Cielo, 
<> Divina Maistà, 
Chesta grazia che te cerco 
Fammella pe' piata. 



— 396 — 

Fammella, o Maria, 
Faminolla pe" carità; 
Pe' li doue che rice viste 
Da la Santìssima Trinità. 
Scese r àngiolo da lu cielo, 
E ve venne a saluta'; 
Saluta' venne a Maria 
E nuje cantammo 1' aummaria. 
Un Pater ed un' Ave — Indi: 

j Madonna de la Grazia, 

Che 'mbraccia puorte grazia, 

A buje vengo pe' grazie, 

O Maria, l'ance grazia. 
Kl Fance grazia, o Maria, 

Còmme te fece lu Patre Eterno, 

E te fece Matre de Dio, 

Fance grazia, o Maria. 

(Questa 10 volte, indi Gloria, Pater etc: 
Dopo si comincia un'altra volta: Regina de lu 
Cielo, Divina Maistà, poi Pater ed Ave, e quindi 
10 volte Madonna de la Grazia ecc; e tutto questo 
per sette volte, sicché la giaculatoria Madonna de 
la Grazia si viene a recitare 70 volte, alternando 
la l.'"^ e 2.^ parte ogai 10 fra gli oranti. All'ultimo 
Salve Regina e Litanie. 

l(j 

Divozione efficacissima 
per invocare la misericordia di Dio a nostro favore. 

Dio mio, Dio mio. 
Benedetto sempre sia 
Quel momento che vi sacrificaste 
Per amor mio. 
E gloria al mio Gesìi 
Figlio di Dio. 
Gesìi, Gesìi mio bene. 
Stampatemi nel cor le vostre pene. 
E soccorri ai tuoi servi 

Ohe hai redenti col tuo preziosissimo sangue, 
E gloria al mio Gesù, mio sommo l)eue; 
Gloria ai tuoi spasimi atroci f'd atroci pene, 
Signore, liberateci da questi guai. 
La misericordia di Dio non manca uiai. Amen. 

Un Credo. 3 Gloria, ed una Salve Regina. 

Il tutto si replica per 5 volte ogni di. 



X. 

sto rie popolari 



ovvero 



Canti narrativi 



Catarina 'e copp' 'e Quartiere (1) 

Nu inorilo a santa Rummlnico, sia Indato, 
La festa de Maria se faceva. 
Catarina dicette: Assàmuieci andare, 
Chi sa che fosse la iurnata mia ! 
Quaeche cavaliere s' annamnrasse '/ 
E Catarina a la chièsia annaie, 
Nimnianco l'acqna santa se pig-liaie 
E sempe 'e cavaliere riguardava. 
Nn cavaliere nnn zapenno niente. 
FernV la santa messa e se n'annaie, 
E Catarina a chiàgnere rummane. 
Ce stea nn cunfessore che cunfessava : 

— Ch' haie, Catarina, che tanto chiagne 'ì 
Uh ! Catarina, tn che ne vnò' fare. 
Scrìvete e fatte schiava de Maria. 

— Fate, vuie m' 'o dicite e i' ni' 'o scordo, 
Yuie m' 'o dicit' e i' 'un ne faccio prufitto. 

— Se vot' 'o cunfessore, che cunfessava : 
Madonna mia, fa ire a Catarina 

6 paraviso, e a me famni' i' a rinferno. 
'A Madonna se vutaie 'nfacci' ò figlio : 

— Figlio, pe' quanti! latte t' aggio dato. 
Ya trova a chella 'n grata Catarina. 

— O Matre mia, ca iiun ce vogl' ire, 
Chella nun crede ca so' figlio a buie. 

— Figlio, i' mo' te 'mparo nu secreto. 
Yance vestuto 'nuuisa "e cavaliere. 



— 4(J0 — 

E Giesù Cristo se fece 'nt'elice. 
lett' ò palazzo de la peccatrice. 
Catarina se venn" a affacciare 
Vedde 'stu cavaliere che passiava. 
Sùbbeto se lu fece fa' chiammare, 
Ca doie pai'ole l'aveva da dire. 

— Uh ! cavaliere mio, cumme luce ? 
Damme nu vaso de 'sta vocca dece. 

— Aràssete. aràssete, Catarina, 
Puzz' assale de peccate murtale. 

— Uh ! cavaliere mio, cumme si' tristo 
I' penzo ca si' stato 'mraezziato ; 

Ora facimmo nu core de sasso, 

lammo a la tàula e pigliàmmece spasso. 

É Griesù Cristo se fece 'nfelice, 

lett" a la tàula de la peccatrice. 

E tutte chelli rrobbe che cacciava 

Tutte de^ sangue ce l'inzanguinava. 

— Cavaliere, te si' tagliato, o si" feruto 
() pure da Catarina vuò' aiuto ? 

— I' nu' me so' tagliato, ne feruto, 
Manco da Catarina vogli" aiuto. 

Si sapisse 'stu sango 'uche cuuziste : 
Songo li cchiaie de lu vero Cristo. 

— Oh cavaliere mio, cumme &i' tristo, 
1' penzo ca si' stato 'mmezziato. 

Ora facimmo nu core de sasso, 

lamm' a lu lietto e pigliàmmece spasso. 

E Giesìi Cristo se fece 'nfelice, 

lett' a lu lietto de la peccatrice 

E se mettette cumm' a 'ncrucefisso. 

— Oimè, chi è benuto 'ncasa mia, 
Chist' è lu vero figlio de Maria. 
Tutte li rrobbe che 'ncasa teneva. 
Tutte quant" a li pòvere li deva; 
E Giesìi Cristo se fece 'nfelice, 
Guardava zitto la soia peccatrice, 

— Oh, Catarina, te ne si' adduuato, 
Làvete Tarma d' *o brutto peccato. 
E Catarina chiagnenno chiagnenno. 
Dint' a li bbraccia de Cristo se stenne. 
E Griesù Cristo se fece 'nfelice, 
Strègnose 'mpietto la soia peccatrice. 

— Oh Giesù Cristo, perdona, perdona. 
Strìgneme forte 'nfra li bbraccia toia. 
E Oiesù Cristo se fece po' gran ne. 
Da la peccato sarvaie 'n' at' arma (2)^ 



~ 401 — 

(1) Catarina V copp' 'e Quartiere o Catarina 'a nera ^ 
era una famosa peccatrice , che abitava al larghetto 
Trinità degli Spagnoli, sopra Toledo. Di lei è rimasta 
viva la tradizione nel popolo napoletano di quei quar- 
tieri. Si racconta tra l'altro, che una volta, mentre Ca- 
terina era in festa, e faceva baldoria tra amici ed ami- 
che, passò per via San Francesco di Geronimo, che 
andava predicando per le piazze. Il Santo la chiamò 
e le fece un fervorino perchè avesse finito di ballare e 
si fosse convertita; ma la peccatrice gli rispose, beffan • 
dolo. Non aveva neanche voltate le spalle il Santo uomo 
che fu chiamato, perchè a Caterina era venuto un im- 
provviso malore, e si dibatteva in agonia. Il Santo tor- 
nò e trovò la peccatrice morta, nera come un tizzone, 
con gli occhi schizzanti fuori dell'orbita. 

Questa è la tradizione popolare. La letteraria, poi, si 
può desumere dal libro: Ristretto storico della Vita e Pro- 
digiose Gesta del B. Francesco di Geronimo Sacerdote Pro- 
fesso della compagnia di Gesti descritte da P. Carlo de 
Bonis della medesima Compagnia. Pubblicato in Napoli 
nel 1748. Ed ora in occasione della Solenne Translazione 
del S.cro suo Corpo, per comodo de' Divoti, ristampata 
coH'aagiunta di dodici rami de' miracoli più rinomati 
del B.to Umiliato A. S A. B. il Duca di Calabria etc.^ 
etc. etc. INapoli, Nicola Gervasi, Calcografo alla Strada 
Toledo, Largo della Carità N. 372. In 8°; pag. VI - 59. 
Col ritratto del Santo. 

Alle pagine 4 5 del detto libro può ammirarsi la vi- 
gnetta e leggersi quanto segue : // beato Francesco di 
Geronimo sentì la morte improvvisa della meretrice Cate- 
rina, che con suoni disturbava le sue p'-ediche nei quar- 
tieri di Napoli, si portò alla casa, e travolta distesa a 
terra, le domandò ove si trovava, ed essa con prodigio a<f 
alta voce rispose: all'Inferno. 

(2) Dettatami questa storia da un cieco girovago, suo- 
natore di chitarra 



5t 



- 402 — 

2. 
Miràculo d' 'a Madonna d' 'o Càrmene 

Ce steva mi iucatore austinato, 
Tutte li rrobbe soie s'avea iucate. 
Nu inorilo tanta de la resperazione 
Diut' a mi vuoseo se mett' a strillare: 

— Diavolo, pecche iiu" m' acciimpare 'ì 
E lu diavolo 'nnanze Tapparette 
"Xgiiisa de cavaliere le parlava : 

— U iucatore, vuò' sta' a patrone cu' raico ? 
Te voglio dà" 'na somma de denare. 

O iucatore, si vuò' fa' addavero, 
Puòrtaci ancora la toia mugliera: 
Te porto a nu ciardiiio a fa" scialata. 
Ca quatto cuoche stanno apparicchiate. 
Lu iucatore va da la mugliera : 

— Mugliera mia, te voglio 'ntitulare, 
Regineila te voglio fa' chiammare. 

A lu ciardino a fare 'na scialata, 

Ca stanno quatto cuoche apparicchiate. 

— Marito mio, ogge è lu miercudì 
De la bella Madonna d' "o Mercato, 
I" pan' e acqua 1' aggi' a divinare ; 
Ma pe' bedè' 'stu cavaliero 'mperzona, 
Agge fed' a Maria ca me perdona. 
Mente che stèano 'mmiezo de 'na via, 
Tròveno "na cappelluccia de Maria. 

— Marito mio, cà comme se ehiamma ? 

— Se cliiamma la Madonna de lu Càrmene. 

— Marito mio, ce voglio scravaccare, 
'Xa grazia a Maria voglio cercare. 
Mise la capa 'ncopp' a 1' autare : 

— Madonna mia, m' avite d' aiutare. 
Chist' a do' me port' a zeffunnare ? 
'A Madonna se sposta da do' era 

Se veste 'nguisa de la soia mugliera. 

— Mugliera mia. (juanto si' fatta bella; 
Ma chest' è l'alterezza d' 'e denare ? 

E ghiammo a lu palazzo a tuzzeliare. 
E hi demmònio se veii' affacciare, 
'E facria 'nterra se mett' a strillare : 

— Yattenne, iucatore austinato. 

Tu cà che me si' benut' a purtare ? 



— 403 - 

Chest' è la mamma de lu Sarvatoro. 

— Yattenne, brutta bestia 'nzanzata, 

L' arma d' "o figlili mio te vuò' pigliare 
E te la vuò' iiicà' pe' li denare ! 

— Se cunfessàino e se eummunecàiuo, 
L'abbetiello d' 'a Madonna se mettètteno: 
Viato chi è devoto de Maria ! 



Miràculo de Sant' Antonio 

C era nu pòvero sfurtunato, 
Da Calabria ne fiiie mannato, 
Pe" nun èsser' appiccato: 
Pe' la cetà avev' esse' strascenato. 
La soia matre sempe chiagneva, 
Lu suio core s' affriggeva. 
Xuii avenno chiù che fare, 
Pe' lu figlio liberare, 
Se ne iett' a dii Sant' Antonio : 

— Sant" Antonio, tu ci hai a penzare 
'Stu figlio m'hai a liberare. 

Tanto fuie lu chiàgnere ardente, 

La donna se vedde addurmi' "nterra. 

Sant' Antonio se degnale, 

Da pietto le leva lu mummeriale: 

Qiianno lessa se scetaie, 

Nun ze trova lu mummeriale, 

E faceva la sbenturata: 

Mìsera me, me rhanno arrubbato ! 

Da nu patre (l) se sente chiammare: 

Zitto, donna, nu' chiìi lacrimare, 

Sta 'ncopp' a 1' ardare In mummeriale. 

Qiianno lessa se lu pigliale, 

Nu poco 'e scritto ce triivaie, 

E faceva la sbenturata: 

JVdisera me, me 1' hanno cagliato. 

Tanto fuie lu chijigiiere a l' ardare 

Lu fece lèggere da nu duttore. 

— Curre, donna, nu' perde' chiù tienipo, 
'Nnaiit' è piede de sua 'Minenza. 

Sua 'Minenza ruminane 'ncantata: 

E tu^ vecchia scellerata. 

Pure da tuoriio me si' turnata. 



— 4C)4 — 

— Lu piglinino e lu scarcerai no. 

Lii vestèttero da eapitànio. 

E po' foi*e lu uiannàino. 

Chi lu tene ne la soia mammòria 

Sempe grazia avrà da Sant' Antonio. 

.(1) Patre, frate. 



Miràculo de Sant' Antunino 

Ce stea nu ca vallerò de Palermo, (1) 
Era Giunco de mane e de piede. 
Xù iuorno Sant' Antunino lette 'nzuonno 
E le dicette: Tu cli'haie, cavaliero ? 
•Quanto me dàie a me, ca i' te sano ? 

— Te dongo la robba e lu mio mestiero, 
L'argentfli'ia cu" li miele denare; 

Ma i' si torno cu' salute arreto 
Nu' me ne curo pòvero restare. 

— Xu' boglio 'a robba e lu tuio mestiero, 
L' argentarla e manco li denare : 

'Xa òrfana pe' moglia te voglio dare. 
Isso se resbeglia da lu suonno : 

— Mamma, che bello suonno m' agge fatto, 
Sant' Antunino m'è benuto 'nzuonno, 

Ha ditto ca me vole risanare, 

'Na òrfana pe' moglia me vo' dare. 

— Figlio, 'sti suonne nun crei*e' se ponuo, 
E manco dà' audiènzia se ce danno. 

Xun faccio uu' p" 'o santo, nu' p' "o valore, 

Àuto ca 'sti miràcule pò fare. 

lammo a la chlèsia e nun facimmo arrore. 

Pare la putèssemo ritruvare. 

Bella ca la truvàimo cu' tant'annore. 

'Nnant' a Sant' Antunino che chiagneva. 

— Sìisete, donna^ u' avere chiù affanno, 
Ca lu tuio pianto lu mio petto accoglie, 
Ca tu sarraie zita e a me sarraie nora. 
-- Signora, mo \e dico la veritate : 

— Tanno sarraggio zita quanno moro ! 

— Mo t' 'a dico i' la veritat' ancora 
Lu tuio marito sta che aspetta fora. 
Cu' prèncepe e signure 'ntitnlMttv 



— 405 — 

— Manaàino a chiamiiiìire n Io nutaro 
Seimìlia ducato 1' adduuàiiio. 
Che belili santa eli'è Sant'Antunino, 
C ha fatto 'stu miràculo divino. 

(\) Forse è di origine siciliana. 

5. 

Miràculo d' 'a Madonna d' 'o Càrmene 

Ó Bìiv ero 'e Sant' Antuono, 
Là 'na ronna ce stèva, 
E uno figli' aveva, 
De cine' ami' a passa'. 

La mamma int' 'a cucina. 
Che steva eucenanno, 
Lu figli' a lu barcone, 
Che steva a pazzicà'. 

Chillo, n' avenno 'ntelletto, 
'O figli' abbascio lette, 
'Na gamma se rumpette; 
Chili' era miiorto già. 

La mamma corre corre, 
Scàuza e scapellata : 
Eh ! Mamma d' 'o Mercato, 
Famme 'sta carità. 

Si marìtemo vene, 
Me vatte, me mazzeia, 
Certo isso me sbene, 
M' accide senza piata. 

Cu' 'na fede vivace, 
Priesto se fa capace; 
Nu poco de vammace, 
Lu figlio è sanato già. 

(5. 
Miràculo de sant' Antonio (1) 

Giesìi mio ardo (2) e pussente, 
Damm'aiuto à la mia mente, 
E 'ntelletto a la mammòria, 
Pe' parla' de sant' Antonio. 

Sant' Antonio. Griglio giacunno, 
Nummenato 'ntutt' 'o munno; 
Chi lu tene p' avucato, 
Da sant' Antonio sarrà aiutato. 



— 406 — 

Sanf Antonio predecava, 
Seenne 'n àngiiilo e le parlava: 

— Yuie state a predecare, 
Yostu paté se va a 'mpiccare. 

Sant" Antonio fece riverèuzia, 
A lu pòpulo cercale licenzia, 
Ca vulèase ripusare, 
Po' se mett' a cammeuare. 

La Scrittura parla e dice : — 
Mille e cieuto miglia fice, 
A Lisbonai priesto arrivale, 
E lu paté liberale. 

La trummetta ieva 'nnante, 
E diceva a tutte quante: 
A 'sta morte è sentenziato, 
Per ave' 'nonimo ammazzato. 

Sanf Antonio camminava, 
E e' 'o giòrice parlava 
Cu' parole sante e accorte: 
Pecche pàtemo va a morte *? 

E lu giòrece pracato: 

— Per ave' "n ommo ammazzato: 
A la corda "o ccunlessaie, 

'E testimònie esaminale. 

Eispunnette sanf Antonio: 
Songhe farze 'e ttestimonie; 
Pe" delore ha cuufessato, 
Chillu viecchio sfurtunato. 

E fernuto de parlare: 

— Yuò' sape" la veritate 'ì 
Si lu muorto è sutterrato. 
Isso dice chi lià "mmazzato. 

E lu giòrice ardarato (3): 

— Che dicite santu paté ? 
Si lu muorto è sutterrato, 

E già porve è addeventato ? 

Sanf Antonio disse allora: 

— Cu' gran fede nel Redentore 
Farro "o muorto risuscetare, 

E cu' buie tutte parlare. 

"O Cuvernatore cu" sapi<Miza. 
Sospennette la sentenza: 



— 407 — 

Po' se mètteno 'ncamniiiio 
E ad 'o rnuorto avètter' a ire. 

Fuie visto a nu mu mento, 
Pe' bìrtìi d' 'o Sacramento; 
'A preta d' 'a sebberdura aizare, 
Vivo 'o muorto risuscitare. 

Sant' Antonio s' ace astate, 
'Sti pparole addimannaie: 

— Dimme, muorto, 'a veritate, 
Si mio patre t' ha "mmazzato ? 

E lu mnorto se susette, 
A sant' Antonio rispunnette: 

— Tuo patre nun è stato, 
Yellardino manco è stato; 
Chi venette 'a morte a dare. 
Dio lu pozza perdunare. 

E lu muorto turnaic a parlare: 
Paté, me voglio cunfessare, 
La scummùneca tengo io, 
Stongo fora 'o regno 'e Dio; 

Sant" Antonio s' accustaie, 
E lu muorto cunfessaie: 
E accussì lu muorto fuie sarvato 
E lu paté liberato (4). 



(1) Questa storia, mi diceva l'egregio amico signor 
Michele Capaklo, si cantava da una vecchia che girava 
la sera per le vie nel 18B3; la quale morì in snllo scor- 
cio di quell'anno. 

(2) Ardo, alto. 

(3) Aì'darato, alterato, adirato. 

(4) Questo miracolo di S Antonio è effigiato in una 
bella tela, che si osserva nella prima cappella a destra 
di chi entra nella chiesa di Montesanto: quadro del no- 
stro rinomato Paolo de Matteis, discepolo di Luca 
Giordano. Le opere del de Matteis sono sparse per 
tutta l'Eutopa, e fra le moltissime che sono in Napoli 
debbono annoverarsi tutte le pitture che decorano la 
chiesa di S- Maria a Cappella al Chiatamone, allora 
dei PP. Crociferi, dove sia sepolto il de Matteis. in 
una cappelletta gentilizia che egli si avea apparecchiata 
in vita, avanti la cappella di S. Camillo de Lellis. 



— 408 



Cicilia o lu Capitano e lu Re 

Signore capitano, 
Facìteme iiu favore, 
Teng' a Poppino mio 'n prigione, 
Facitemmillo asci', 

Cicilia mia bella, 
'Sta grazia è fatta a tè. 
T' aie da cucca' 'na notte 
C 'O Capitano d' "o Re. 

Signore Capitano, 
Mo vaco a li ccancelle, 
'O ddico a Peppino mio bello, 
Che me vo' bene a me. 

Signore capitano. 
Apparecchiate nu lettino 
Cu' doie lenzola fine 
Xce iammo a repusà" ! 

Quauno fuie a meza notte 
Cicilia suspiraie, 
Ah ! che dulor "e capo 
Nun pozzo arrepusà", 

M' affaccio a hi barcone 
E guardo a lu puntone 
Yeco a Peppino mio buono 
Ch 'o vanno a fucila". 

Signoi'e capitano, 
Che sfera la pru messa 
Haie levato onoro a me 
Comme volimmo fa'. 

Quanno é dimane matina 
.Me mengo è piede 'ò Rè 
Cràzie Majestà 
Grazie facite a me. 

'() capitano d' 'o rè 
Ha levato onore a me 
.\ fucelà' a mannato a Peppino- 
Chillo che vo' bene a me. 

Cecilia mia bella, 
"Sta grazia fatta é a tè 
Ma tu àie da spusare 
O capitano d' 'o re. 



- 409 — 

Doppo spusate, bella, 
Nuie lu fucileremo 
Li bene d' 'o Capitano 
Restano tutt' a tè. 

Tanno cumm" a 'na signora 
Tu te iarraie a spassa' 
Cu' Prìncepe e signure 
Starraie a pazzia". 

Variante : 

'Ncopp' a 'na muntagnella (1) 
Do' stanno li pastore, 
Noe stèano tre surelle (2) 
E tutt' e tre cV amore, 

Cicilia la chili bella 
Yulette navecà", 
Pe' bere', puverella, 
Furtuna de truvà'. 

Belili piscaturiello. 
Viene a piscà' ehiìi cà 
E pescarne 1' aniello, 
Ch' a mare m' è casca', 

— Voce de campaniello, 
Rispunne ò piscatore 

— Te pigliarria l'aiiiello, 
Ma che me dàie allora ? 

'Na pòvera zitella 
Che te pò rialà' ? 

— D' ammora 'n' ucchiatella 
Basta pe' me paga'. 



(1) Questo verso si ripete tre volte. i 

Cf r. Casetti ed IjiBuiAxr, Canti popolari delle proviucie 
meridionali, vói. 2. pag. liti e Righi Ettore Scipione, Canti 
popolari veronesi. Verona, 18(53, pag. 27, storia 91. 
(2j liipetesi 3 volte. 

52 



XI. 

stornelli 



Fronn' 'e limone 



(1) 



1. 

Frollila d' aruta, 
Màmnieta m' ha chiammat' e i' so' saoliuto. 
'U ttien' e nu' m' 'o buò' dà*. 

(1) Fronn' 'e limone, frondesche, stornelli. 

Non abbiamo saputo rendere altrimenti in italiane 
il titolo di Fì'onn' 'e limone dato dal popolo a questa 
sorta di canti, che usando la parola Stornelli, per la 
somicrlianza appunto che essi hanno con gli stornelli 
toscani, (Vedi Imbriani , Cinquanta canzonette infantili 
pomiglianesi, Bologna, 1877. pag. 32, n. 50 ; Amalfi. Lo 
stornello nelle provincie meridionali, nel Giambatti.^ta Ba- 
sile, anno Vii, 18.S9, pag. 4. 

Ignoriamo poi perchè siano indistintamente chia- 
mati Fronn' 'e limone, mentre .l'invocazione è fatta ad 
ogni specie di frondi e spesse volte di eerta specie 
che non troveresti in nessuna botanica del mondo. 

Sino al 1874 essi erano sconosciuti in ]S^apoli e fu 
allora che per la prima volta s'intese a cantare: 
Fronn' 'e limone mia, fronn' 'e limone. 
Te voglio f;i' muri' de passione ! 
Zompa lari lira nun è chiù mia, 
Cielo, e che bella nenna, 'e chi sarrà ? 

Questa forma però non si mantenne a lungo , che 
dopo tre o quattro mesi era modificata cosi : 



— 414 — 

Froiin' "e limone mia, fronn' 'e limone, 

Mo' moro ! 
Te voglio fiV muri' de passione, 

Chella che' 
De passione, Chiarastè, 
ed oggi, senza pili, il popolo, dopo il quinario d'invo- 
cazione alla fronda, e l'endecasillabo esprimente un 
pensiero d'amore, aggiunge quando: 

"O ttien' e nu' m' 'o buò' dà' 
e quando un altro dei versi se^ruenti: 
'O cor a chi 'o vuò' dà'? 
Plccerè, damm' 'o ccarnà'. (carnale) 
Statt' e nun t' avuta'. 
Si' beli' e tien' 'o nas' 'e cà'. (cane) 
'O tien' 'o cor' 'e Passannà ^1). 
(1) Colui che attentò alla vita di Umberto I , e che 
dette luogo ad una dotta monografia di Gaspare Vir- 
gilio. 

2. 

Froiin' 'e limone. 
"X 'ata ca me ne faie. i' t'abbandono. 

8. 

Fronn' 'e limone, 
Te voglio fa' muri' de passione. 



Fronn' 'e ciapriesso, 
Chi me vo' bene a me. me ven' appriesso. 

Yoiiiero. 



Fronn' 'e scarola, 
Dimme, neunella mia, qnacche parola. 



Fronn" "e mnrtella, 
Oheste che tiene 'mpietto so' di" ruselle. 



Fronn" 'e rumana, 
Me fa nutrir' a me 'sta vurdummara. 

8. 

Fronn' 'e viola, 
Siente. nennella mia, 'sti di" jiarole. 



— 415 — 

9. 

Fronna d' ameuta. 
'Sti parulelle meie ti<'iier a monte. 

10 

Froiin' 'e ricotta, 
A do' stive, Mucco mecca, 'o quarantotto? 

Il 
Frona' 'e martella, 
'St' uocchie che tiene 'nfronte so' di' stelle, 

12 

Fronu' 'e cappnccia, 
Si nun te pigli' a me, te pigli' 'o ciuccio. 

13 

Fronne de riccia, 
Tu levatili' 'a capa 'sti crapicce. 

14 

Fronn' 'e cerase, 
L'ammore s'accummeacia pìzzech' e base, 

15 

Fronn' 'e cerase, 
Damme, nennella mia^ damme nu vaso. 

16 

Fronn' 'e vurraccia. 
Si more nenua mia, cumme faccio ! 

17 

Fronn' 'e vurraccia. 
Damme, nenna mia, damme n" abbraccio, 

18 

Fronn' 'e limone, 
Tengo 'na 'nnammurat' ogne puntone. 

19 

Fronn' 'e limone, 
'A santa notte damm' a 'sti signore. 

20 
Fronn' 'e viola, 
'A passioncella mia so' li ffigliole. 



— 416 — 

2t 

Fronn' 'e iianassa. 
'A passiuucella mia so" li bbaiasse. 

22 

Fronu' 'e grammeo;na. 
Chi vo" parla' cu" me ce voiiii" "e 'mpegue. 

28 

F'ronn' "e liiuoue. 
Luvamm' 'e balanseUe e mettimm' 'o scìore (1) 

(1) Vedi la lunga nota a pag. 8'), sotto i Canti di gio- 
vinetti, n. 23.0 

24 

Fronn' 'e limone, 
Quanto va beli" 'o Bavero 'e sani' Antiiono- 

25 

Fronn' 'e limone, 
Quanto va beli' "a Sanità Maggiore. 

26 

]<Yonn' 'e limone. 
Quanto xa beli' 'o Carmen'' a Maggiore. 

27 

Arili' arillo. 
'O Monte ha mis' 'o Bìiver inf "o mastrillo. 

28 

Aniell' aniello. 
Quanto va liell" "o MonV e San Giiiianniello. 

29 

Fronu' 'e papagno, 
Si more nenna mia, i' cumme chiaguo ! 

80 

Madonna mia. 
'O suonno te levo e te faccio inurire. 

81 

Ammor' »' bello, 
Fave (V 'o campo cuceuatevelle. 



— 417 — 

32 

Ammore è tristo, 
'E ffèmmene d' 'o tiempo d'ogge féten' 'e cisto (1). 
(1) Cisto, o scisto, petrolio. 

33 

Ammor' è caro, 
E 'o primm' ammore nun ze scorda maie. 

34 

Spina de pesce, 
'Sta vita disperata quanno fernesce ? 

35 

Nun tengo sciorta, 
Meglio eh' 'o presidente me mann' a morte, 

36 

'A rezz' 'a rezza, 
Megli' è 'na simpatia ca 'na bellezza. 

37 

Si' beli' 'e viso, 
Si' pren' 'e sette mise, e che faggi' a fa'? 

38 

Eronn' 'e rumana, 
Si tiene core 'mp ietto, cacci' 'o pugnale. 

39 

Eronn' 'e scarola, 
Si tiene core 'mpietto, tir' 'a pistola. 

40 

Eronn' 'e lampazzo, 
Quanno tu vide a me, tu fai' 'a pazza. 

41 

Eronn' 'e murtella, 
'Sta via eh' he' pigliata, scordatella. 

5rr 



- 418 — 

42 

Froun' '<^ cucozza. 
'Sta leiiaua toi' è Iniioa ^ i' tf raiiiinozzo. 



4H 



He* fatt' 'p 'mbroglie, 
Tròvete a niaretà'. ca nun U^ voglio. 



44 



Nun ce vogi'ire chiù f' 'o sciaraballo, 
Mo' che s' ?> fatt' 'a ferrovia a cavallo. 

45 

Nun ce vogi'ire chiìi e' 'a carruzzella, 
Mo' che s' è fatt' 'a ferrovia pe' terra (1). 

(1) Le due strofe 44 e 45 (che forse potrebbero for- 
mare un numero solo) si udirono canticchiare dai mo- 
nelli, allorché videro girare per le vie rii Napoli i primi 
trammi. 

4() 

Àrber' 'e noce, 
Vuless' 'o cielo e sapesse canta' 
I' cu' 'sta voce 
Ve cantarria 'a stòria r' 'o core mio sfurtunato. 

Fronn' 'e limone, 
Facesse chiàgnere V pprete d' 'a via si v' 'a 

|cuntasse] 
'A passiona 
Ohe tengo cu" 'na nenna belhi cuinm" 'a 'iia fata. 

4S 

Fronu' e ricotta, 
E i' t' 'o facci' 'o surdiglino, 
Quann' è stanotte 
E zitto zitto ce ne scappammo. 



— 419 — 
49 

Fronn' 'e limone^ 
'O vero ca voglio hene a tutte quante, 
Ma 'a passiona 
'A tengo cu' ehi nun pozzo annunimenà'. 

50 

Froun' 'e cunfiette, 
E scinnetenne chianu chiano 
'A rint' 'o lietto 
Viene int' 'e bbracce e chi te sta cantanno. 

51 

'O mare e core, 
E si 'a mamma nu' m' 'a rà 
r me ne moro, 
Pecche 'o bene che nce vtilimmo è tanto carnale. 

52 

Anella anella. 
E si m'aspiette ;\ port' 'e Massa 
C 'a earruzzella 
Là e' 'e chiavammo 'e cape vase. 

53 

Fronna r' amenta, 
E i' e' 'e cerco e essa m' 'e dà 
C 'o sentimento 
'Nfacci' 'a 'sta vocca 'e cape vase. 

54 

Fronn' 'e limone, 
I' ce so' nato cu' li rrose 'e maggio: 
Pe' 'na guagliona 
M'aggio scnrdato 'o bene 'e mamma mia carnale. 

55 

Fronn' 'e murtella. 
Me so' crisciuto cu' carizze e base 
W 'e nenne belle, 
P' 'e nenne belle 'sta vita ci' aggi' a lassa'. 



— 420 — 

56 

Fronn' 'e limone, 
E qiiantu chianto ca voglio fa', 
Si m' abbandona 
'A fialia bella r' 'a putecara. 

57 

Fronn' 'e limone, 
Fallo pe' carità, si me vuò' bene. 
Raramill' 'o core 
Tn te lieve r' 'e ppene e i' r' 'e guaie. 

58 

'O mare e arena, 
Arrobbatille 'e panne 'il mamma 
E gliiammuncenne 
C 'o vapuretto 'e Nàpule-Nola-Baiano (1). 

(1) Ferrovia secondaria di Napoli, sita alla Piazza Ca- 
valcatoio, in Sezione di Vicaria. 

59 

Àrbero 'e limmo, 
Arrobbatelle 'e Uire 'a tata 
Ce ne partimmo 
'Ncapo 'e nn mese po' turnammo h casa. 

60 

Àrbero 'e mele, 
Core cnntento no, nu' me chiammate 
Senza Papela 
Chiaminàteme guagliunciello 'o sfurtunato. 

61 

Arillo arillo, 
'A primma cosa che m' hai a rà' 
Songo 'e capille: 
N' 'e blìoglio (V 'a trezz' 'e reto e manco 'e nanze. 

62 

Fronn' 'e limone, 
I' voglio 'o riccetiello ca puort' 'e lato, 



— 421 — 

'C 'a passione 

T'aiigio Yiiluto. oie né, a che si' nata. 

Àrbero 'e noce, 
Yulesse 'o cielo e sapesse canta', 
Si avess' 'a voce 
Cantarria ra mo' 'nfi" a dimane. 

64 

Ai'bero 'e noce, 
So' stato 'neopp' ò campusanto 
'Nfacci' 'a 'na ròcia 
Nce steva 'o nomme 'e chi tanto m' amava (l). 

(1) Variante : 
Steva appuiato Schelizze e' 'a Sciurara. 

!Xon c'è napoletano, che non ricordi con animo grato 
il nome di Matteo Scliilizzi. Egli si distinse in filantro- 
pia quando in Niipoli infierì il colera del 1884. Il Mu- 
nicipio di ^N^apoli riconoscente di quanto egli fece , in- 
titolò una Via di Napoli in Sezione di Porto dal suo 
nome. 

La Sciurara era una leggiadra dispensatrice di fiori, 
a nome Angiolina la Fioraia, molto conosciuta in tutti 1 
migliori caffè di Napoli. Lo Schilizzi, ricchissimo , la 
soccorreva spesso. 

65 

'O mare e arena, 
Sulo Schelizze m' 'o po' presta' 
Pe' piacere 
'O portafoglie eh' 'e renare. • 

66 

Bell' 'e Yicienzo, 
'O vuto bello ci aggio fatto 
A Sammicienzo 
Ca chillo è 'o Munacone r' 'a Sanità. 

67 

Fronne 'e limone, 
'A notta nun dormo <'hiìi e 'o iiiorno manco. 
Pe' 'na guagliona 
É bella 'e faccia e carne 'e guaio. 



— 422 — 

68 

Xuce 'e Surriento (1), 
r nun zapevo eh' 'a peli' 'p guaiite 
Tenev' 'e riente 
M'ha rato nu muorzo m'ha 'bbelenato. 

(1) Le noci di Sorrento sono molto reputate : ma. fra 
breve, resterà solo il nome. 

69 

'O mare 'e arena 
Tengo nu Tìzio 'a che so' nato, 
Ma i' m' 'o levo, 
Me cocco a piere me trovo a capo. 

70 

Songo r' Averza, 
E 'mparammella 'a casa 'e mamma 
Ca me so' sperzo 
Mo' faccio a ro' è notte è ghiiiorno chiaro. 

71 

Anella anella, 
E nu' m' 'e mettere "e m Diane 'mp ietto 
Ca so' zetella 
'E frate micie so' carn' 'e guaie. 

72 

Spina re pesce, 
Ammore s' acciimmencia pìzzeche e base 
E se fernesce 
C 'o poco sempe r' 'o tiri-tiri tomba e lariiilà. 

73 

Cimma r" aruta. 
Mammella toia m' ha chiammato 
E so' sagliuto 
E nu suonno r'ammore ne' "immo fatto. 

74 

Acqua de rose, 
A fa' àmmore eh' 'e zetelle 
Nun è cosa, 
M' aggi' appardà' na raaretata. 



— 423 — 

75 

Nuc' 'e Suri'ieiito, 
E tanta fede tengo è sante, 
Ca ven' *o tieinpo 
('a tutt' <- dine ce cuccammo. 

76 

Fronii' 'e ricotta, 
E tutto ehello che facci' à iurnata 
M' 'o ssonno à notta : 
Me sonno a Nanninella che m' 'abbracc' e baso, 

77 

Fronn' "e cipriesso. 
A'urria r' 'o cielo 'n àugelu truvà' 
Ca ce dicesse 
'() bene eh' 'a voglio spassiunato (1). 

(1) Spassiunato, più che appassionato, immenso stra- 
ordinario. 

78 

'() mare e arena. 
Stongo prianno a tutt' 'e sante 
Ca ce ne leva 
A tè r' 'o munno e a me r' 'e guaie. 

Tarlante : 

Bell' "e Papele, 
E sto prianno sante e Maronne 
Ca ce ne leva 
A tè r' "o munno e a me r' 'e guaie. 

Nel gennaio del 1900 si udì nel Quartiere di 
Mercato il canto a. fronn' 'e limone c^ ' o piripisse e ' o 
parapalìo\ ma questa novità non incontrò la simpa- 
tia della maggioranza dei cantatori e , dopo pochi 
mesi, non si udì piìi questo canto, che, in verità, 
fu veramente una sconcia aggiunzione. 

Ed eccone un esempio : 

Stella e' 'a Cora, 
Tu che nce faie 'mmiezo a 'stu mare 
Gueh ! sola sola 



— 424 — 

E man 'o vire 'o chino 'e guaio? 
C 'o pii'ipisso (1) e 'o pai'apallo (2). 

(1) Pii'ipisso o Piribisso —Sovlii di giuoco di azzardo a 
tavoliei-e, che si fa con una pallottohi e con dadicciuoli.. 
Biì'ibisso si chiama in italiano. 

(2) Parapallo e Parapalla, si/i. Yoco napolitana inven- 
tata dalla plebe dopo la reazione del 16 maggio 1848 , 
quando i liberali smisero il cappello a testiera bassa e 
e tesa larga, e ripresero quello di felpa a fascia alta, e 
tesa breve, usato da realisti, clericali e retrivi. E questo 
cappello con una bellissima figura dissero paìapalla,qna.&ì 
difesa dalle palle dalla sfrenata soldatesca tirate contro 
coloro che in quella memorabile giornata portavano il 
cappello basso, detto alla italiana. 

Per traslato: gonna di ciini, e di stecchette, e simili, 
usata dalle donne in questo ultimo ventennio (1868)- 
gonna elastica. Così il d' Ambra , Vocabolario uapolUai 
no-toscano. Napoli, Chiurazzi, 1873. 



XII. 

Maldicenze paesane 



54 



Pìecche o 'Ngiùrie paisane (1) 



Melilo — malo sito 
Pur' 'a gente so' malamente (2). 

(1) Piecche o 'Ngiiìrie paisane , Difetti o Ingiurie 
paesane. Questi brevi e satirici componimenti, che a me 
piace di appellare Maldicenze paesane (sull'esempio del- 
l'Amalfi, che primo ne inseri, con tale denominazione, 
un saggio nel Giornale napoletano della Domenica, An. 
I, n. 39; settembre 1882), da altri raccoglitori sono detti : 

Motti di vituperazione fra città, e città. 
Satire cittadinesche e di fazioni. 

(2) Variante: 

Pure r ària è malaniente. 
Ha qualche simiglianza con quanto si dice di Scafati : 
Mal' acqua, mala (/ente, E pure l'ama ^ malamente. 



Marchiciane — magnapulenta 
Napulltane — larghe 'e vocca e stritte 'e mane. 

Piamuntise — magnaprièvete. 
Tuscane e Rumane — magnafasule. 

:ì 

'O Lavenaro — seenne 'o marito e saglia 'o 

[cumpai'o.] 

4 
Capurichino — magna lupine. 



— 428 — 

5 

Muntecarvàrio — so' strafalàrie. 

6 

'E ffèmmene r' 'o Pennino 
S' accòvano 'nterra comme 'e galline. 



'E ffèmmene -e Casanova 
Pisciano 'nterra e dice e a ehiove. 

8 

'E ffèmmene r' 'ò Mercato 
Tèneno 'o culo cumma 'a mappata. 

9 

Nella commedia: La Lena di Alessandro Mar- 
BiELLO, stampata in Venezia, presso Stefano Mon- 
zio (1720 ; in-12° di pagine 148) vi è, nella prima 
scena_, in principio, questa canzonetta: 

Li Cerasare (1) songo de Marano (2 , 
Li Monnezzare (3) de Casavatore (4); 
Li Fattocchiare (5) so' dde Pascarola (6). 
Li Guarda quìcquere (7) songo de Cajevano (8), 
E dde Cajevano, 

Tutte le Bbecchie stanno dint' Arzano (9), 
Ettu si' bbronottella, e nno mme la ficche, no (10). 

Le Bbozzolose (11) so' tutte d'Arpino (12), 
Li Cavallaro (13) de Seconnegliano (14). 
Li Truffajuole (15) de Capo de Chino (16). 
LiSpaccamonte (17) so' dde lo Crespano (18), 
De lo Crespano, 

Tutte le Bbecchie stanno dint' Arzano, 
E ttu sì bbronottella, e nno mme la ficche, no. 

(1) Cerasare pi. di Cer asaro, negoziante o venditore 
di cerase , o ciliege. Manca in tutt' i vocabolarii del 
nostro dialetto, financo in quelli del de Ritis, del d'Am- 
bra, dell'Andreoli e del Rocco, rimasto tuttora alla pa- 
rola Feletto. Ma perchè non lo completa il figliuolo Lo- 
renzo, che certo possiede tutto il materiale ? 

(2) Marano (di Napoli). Esisteva già ai tempi di 
Costantino. Comune nel Circondario di Pozzuoli, Ter- 



— 429 — 

ritorio assai ubertoso che dà uve, ulive, grani d'ogni 
sorta, frutta e foglie di gelsi. Vi si trova l'amenissinia-^ 
regione di Quarto, uno dei siti della caccia reale. Il 
capoluogo è in leggiero altipiano , a 13 chilometri, a 
settentrione, di Napoli. Antichissimo, popolato, forse, 
dai profughi di Cuma, quando questa fu distrutta. 

(3) Monnessare pi di monnessaro. Spaszatnraio, ossia 
colui che va "per le case raccogliendo immondizia, spaz- 
zatura. Si costuma pure a' tempi nostri. 

(4) Casavatore. Sino al 1845 era uno degli antichi 
casali di ]!Sapoli, cosi denominato per la chiesa sotto la- 
invocazione del SS. Salvatore. La sua popolazione forma 
una frazione del comune e mandamento di Casoria. Yi 
prospera l'industria dei maiali e dei salami. 

Co) Fattocchiare pi. A\ fattocchiara e fatfncchiarn.^l?i- 
liarde, streghe, fattucchiere. Cfr. Amalfi, Delitti di su- 
perstizione, (Criminologia folk-lorica, (Pisa, Marietti 1914) 
((j) Pascarola. Comune di Trapeli, Distretto di Caso- 
ria, Circondario di Caivano, Diocesi di Aversa. Ha una 
parrocchia sotto il titolo di San Giorgio. 

(7) Onurda qiiìcqnere. Guardiano di becchi, capri, 
irchi. «= 

(8) Cajevano, Caivano. Comune nella Provincia di 
Napoli, Circondario di Casoria. In postura pianeggiante^ 
presso la regia via che mena da Napoli a Caserta, ift 
luogo ameno e in ubertoso territorio. Qui vicino è il 
famoso Parco di Sant'Arcangelo, non lungi dal Clanio, 
piccolo fiume che bagna Avelia e delle cui acque si 
riempiono i maceratoi per imbiancare la canape. Yi 
nacque il naturalista Braucci, primo promotore, in Na- 
poli, d'un Orto botànico. 

(9) Arsaiio. Comune in Provincia di Napoli, Circon- 
dario di Casoria. Territorio piuttosto in pianura, e vi 
si fa pingue raccolta di lino, canape , vino e frutta. È 
in amena posizione, cinta di casini e di ridenti villeg- 
giature. Nel secolo X chiamavasi Artianum. 

(10) Nno mme la fioche, no. Frase napoletana dino- 
tante : Non me la darai ad intendere ! Non m'ingannerai! 

(11) Bhoszolose pi. di voszolosa. Gozzute. È segno 
di degenerazione, secondo il Lombroso. 

(12) Arpino. Comune in Terra di lavoro, Provincia 
di Caserta, Circondario di Sora, città con rappresen- 
tanza comunale. Il territorio è d'una amenità pittoresca. 
I suoi campi, nella valle del Garigliano, sono d'allu- 
v^ione ed ubertosi. Ha miniere di ferro e rocce di mar- 
mi screziati, industria agraria, e fabbrica di pannilani. 
Nacquero in Arpino, oltre il celebre Marco Tullio Ci- 
cerone, anche Cajo Mario , sette volte Console, Mario 
Agrippa, Quinto Tullio ; e, nei tempi cristiani, Giacomo 
d' Arpino, professore a Bologna: il teologo ClavelU, il 
pittore cavaliere Giuseppe Cesari, detto Giuseppina ed il 
avcaliere d'Arpino (morto nel 1640), l'architetto Mastro- 



— 430 — 

Alluni, il cantante Grioacchino Conti sopninnoiuinato Egì- 
siello, (nato nel Ì714 e morto in Roma il 25 di ottobre 
1761), il canonista S. Germano e l'abate Battiloro. Ad 
Arpino nacque pure, il 14 di ottobre 1797, Girlo Conti, 
uno dei più celebri musicisti del secolo XIX, allievo 
prima e poi maestro al Conservatorio di Musica in IN^a- 
poli. Famoso contrappuntista e compositore teatrale, 
ebbe grandi successi in Napoli e nelle altre città d'Ita- 
lia. Il Florimo ne ha scritta una lunga biografia nella 
sua non {spregevole opera storica della scuola musicale, 
dalla quale rileviamo che il Conti morì nel paese na- 
tio il 10 di luglio 18H8 , dove si era ritirato per rifarsi 
in salute. Non molto lontano si vede un convento di 
Trappisti, che portò sempre il nome di Casamari. 

(13) Gavallare pi. di cavallaro. Mercante di cavalli, 
sensale di cavalli, cozzone. Molti di fatto sono dati a 
questa industria. 

(14| Di Secondigliano si ha memoria sin dai tempi 
dell'Imperatore Alessio Comneno T^^ella Parrocchia è 
un ottimo quadro di ISìQoXst, Y seccavo. Seconnegliano , Se- 
condigliano, è un grosso Comune nella Provincia di 
Napoli, Circondario e Mandamento di Casoria. Bel vil- 
laggio in una pianura fertilissima. Ha una notevole 
chiesa, sotto il titolo dei SS. Cosma e Damiano, con 
campanile appariscente. Non vi mancano scuole, né in- 
dustrie, ne benefiche istituzioni. Longevità meravigliosa 
negli abitanti, di cui una porzione è aggregata alla Se- 
zione di S. Carlo all' Ai-ena. 

(15) Triiffainole pi. di trnffainolo. Truffatore , froda- 
tore, giuntatore, bìndolo. 

(Ì(i) Ai tempi degl'Imperatori greci si chiamò Cli- 
uum , e , sotto gli Angioini , Caput Clivii. Luogo prima 
del 1585 impraticabile, perchè infestato da. ladri. Il Vi- 
ceré Duca di Ossuna aprì la strada attuale. Capo de 
Chino o Caperechino, Capo di Chino, o, anche, secondo 
alcuni, Capo Chio {collina del lutto), é una delle princi- 
pali vie in Sezione di S. Carlo all'Arena. Essa mena 
al Campo di Marte. Nulla di notabile, tranne la Villa 
Heigelin., < onosciuta sotto il nome di Villa , Inglese, ora 
proprietà dell'Ingegnere Saccomanni. 

(17) Spaccamonte, Tagliamonti, tagliapietre. 

(18) Crespano, Crispano. Questo Comune si trova 
nel Circondario di Casoria. Territorio fertile, coltivato 
a grano, lino, gelsi ed alberi fruttiferi; ma più special- 
mente a canape. Villaggio a 15 chilometri da Napoli, 
« a 5 da Casoria. 



— 431 — 

10 

Una simile filastrocca è quella raccolta e pub- 
blicata dall'Amalfi, come ultimo dei Ceufo ca /iti del 
popolo di Serrara d'Ischia. Milano, Brigola ecc.. 
Ed io la trascrivo, perchè il js^enere è abbastanza 
raro ed il volumetto addirittura introvabile. 
Maccarone 'o Napulitano, 

Santu Mamòzio 'o Puzzulauo (1), 
Sciuondro-de-mamma (2) 'o Prucetene 

Ceca-pisce (3) 'o Isca.iuolo. 
Attacca-torze 'o Vagnarolo (4) 

Ammacca-creta (5) 'o Casamicciuolo, 
Ammacca- màula (6), 'o Laccliese, 

Manna craje (7), 'o Furiano, 
Azzanca-la-qnagghia (8), lu Panzese, 

Mièttela-'mpetto (9), 'o Serrarese, 
Contrabbandiere, 'u Santan giolese, 

Mugnapècore, (10) 'u Funtanese, 
Pasciaciuccio lu Murupanese, 

A Barano stanne 'e lettìire (11), 
'O Testacelo 'e stojac. . . . 

Cuoglie-cerase lu Piese, 
Cuoglie-mele lu Cruvonese, 

Attacca-fascine lu Campagnanese. 

(1) Vedi l'opuscolo già citato dell' Anneoohino. 

(2) Vezzoso di mamma « Scinoiidro o scinoiidariello,^ 
rairazzo, giovinetto nel vernacolo procitano. Le fanciulle 
chiamano scinondro anche l'innamorato. 

(3) Acciecapesci, perchè avvelenano i pesci col succo 
del così detto totomaglio. 

(4) Coltivatori di erbaggi. Sono quelli del Bagno o 
Vagno (abbasso Ischia) dove, una volta, erano i forzati. 

(5) Schiaccia-creta, perchè lavorano l'argilla, facendo 
tegole, recipienti, cufenatori, ecc: 

(6) Schiaccia-malva, frolli e simili. 

(7) Mannaggia-domani, dal latino cvas: così poscraie 
posdomani, post cras. 

(8) Afferra-la-qnaglia, quando si ghermisce con le 
reti od in altro modo, 

(9) Nascondila, dopo rubata. 

(10) Mungipecore. 

(11) Dottori, detto ironicamente. Seguono i nomi dei 
diversi paesi o contrade con la peculiarità di ciascuno. 

Chi ne ha vaghezza, può riscontrare la Storia d'Ischia 
del d' Ascia. 



— 432 — 
11 

■ Castellane Caetane (1). 

Belle fémmene so' de Mola (2). 

( lèfare de Pàtria (H). 

^Dormite d' Ischia (1). 

<Tentilezze a Nàpole 

Meglio fa la Somma (5). 

A Vico (6) porta pane cu' tico. 

Massa (7) salute e passa. 
■ Vucatore de Priano (8) • 

Tajiliavorze de Salieruo (9). 

Pignatare so' de Sessa (10). 

Pàpare de Castiello (11). 

Asinare de Puzzulo (12|. 

Vucatore de Pròcita (13). 

Buono grieco fa la Torre (14). 

C'astiellammare (15) ne amico né cumpare. 

Surriento (16) strigne li dieiite. 
- Sarracine so' de Capre (17). 

Marinare de Pusitano (18). 

Seraigoti de Cetara (19). 

Zeppulare so' d' Agròpoli (20). 

(1) Caetane, abitanti di Gaeta, Gaeta. Città e Comune 
in terra di Lavoro, Capoluogo di Circondario nella Prov. 
di Caserta. Èxittà antichissima, e vuoisi che prendesse 
nome dalla nutrice d'Enea, la quale vi mori quando egli 
approdava all'Italia. Siede Gaeta sul declivio d'una colli- 
na; ed è quasi isolata nel mare, non comunicando col con- 
tinente che por una lingua di terra. Il suo porto, che è 
grande e comodo fu costruito, o almeno restaurato da An- 
tonino Pio. La Torre d' Orlando è il monumento più note- 
vole di Gaeta. Le mura della città sono munite di bastioni 
e fianehegsiate da ridotti. A Gaeta riparò Pio IX, che 
avea dovuto lasciar Roma il 24 novembre 1848 , per 
quella memoranda sommossa, che costò la vita al mi- 
nistro Pellegrino Rossi. Ivi restò il Pontefice fino alla 
sua restaurazione per aiuti stranieri, la quale avvenne 
in aprile 1850. La cittadella di Gaeta, una delle più va- 
lide fortezze in terraferma d'Italia , ha sostenuto varie 
volte attacchi ed assedii con ostinata resistenza. L'ulti- 
mo assedio, al cadere del dominio borbonico negli Stati 
delle due Sicilie, fti diretta dal Menabrea ed intrapreso 
dal Generale Cialdini a metà del novembre 1660. So- 
speso dall'H al 19 gennaio 1861 per mediazione della 
Francia, venne ripigliata dal Cialdini per terra e dal 
P'-rsano per mare con bombardamento, Negato un ar- 



— ' 433 



raistizio di quindici di, Gaeta si arrese e capitolò ai 13 
SIT eW.nAo? dopo una resistenza di 90 giorn. Gaeta ha 
n berso, dove stanno le famiglie di non pochi marinai, 
che sono spesso fuor di paese per lontani viaggi L - 
stru.ione pubblica e gl'istituti di be^nefìcenza non dife - 
uno aUa popolazione di tutto il Comune In questa 
città nacque il Pontefice Gelasio II della fam.gha Cae- 
tani(Lll7). 

(2) Mola di Gaeta. Comune nel Circondario e «ul golfo 
di Gaeta Provincia di Caserta. È sull'antica Via Appia, 
a br 've ^li^tanza dalla sponda del Mediterraneo Oi-az.o 
Fiacco altamente encomiò questo uogo fra i P'^ de i- 
ziosi ed ameni ch'egli avesse visitato. Cosnnire Marziale. 
Dista da Gaeta 7 chilometri e mezzo , e io da Napoli. 

(3) Patria. Famoso lago, celebre specialmente^er la 
caccia di uccelli acquatici. 

(4) Ischia. Comune nella Provincia di Napoli, cir- 
condario di Pozzuoli. Ha tre frazioni : Celso Campa- 
io e Villa dei Bagni. Il suo territorio abbonda di 
vini e di acque fermali. La piccola città capoluogo sie- 
de a 90 chilometri da Pozzuoli, gode aria purissima ed 
ha belle strade, sontuosa cattedrale, graziosi edifica ed 
una fontana di ricca vena. Il suo porto e assai trequen- 
"o. specialmente dai legni di cabotaggio, tacque in 
rschia Baldassarre Cessa eletto papa ^"^«'^"VTlebre è 
oche assunse il nome di Giovanni XXIII. Cele bi e e 
il Castello d'Ischia per Vittoria Colonna Marchesa d A- 
valos, e per i suoi ricordi patriottici etc. 

(5Ì Somma Vesuviana. Comune Capoluogo di Man- 
damento nella provincia e nel Circondario di mpolK 
CUtà di amena posizione, su d'un rialzo che potrebbe 
dirsf un contrafforte del monte Vesuvio. Terreno ferti e 
che produce -.ani di ogni specie, agrumi ed uve delle 
più squisite. Notevole la chiesa collegiale uno ospeda- 
le ed un castello. Si veggono tuttora i ruderi bielle mura, 
delle torri e della quattro porte, che si fecero fabbri- 
care da re Ferdinando I (1458-1494). Ha pure pubbliche 
scuole, Istituti di Beneficenza ed ufficio postale. Luogo 
di villeggiatura. 

(6) Vico Eqnense. Capoluogo di Mandamento nel 
Circondario di Castellammare di Stabia, provincia di Na- 
poli Antichissima città che sorge sui massi di una 
rupe. Vi sorge sul Golfo di Napoli con esteso orizzont^e, 
avendo quasi di prospetto il Vesuvio le isole di cro- 
cida e d'Ischia, e Napoli stessa. Si vede assai ben fab- 
bricata. Possiede un Castello, una volta dei Filangiei. 
poi di Nicola Amalfi e finalmente del Conte Girolamo 
Giusso II suo territorio abbonda sopratutto di trutta e di 
uve eccellenti, che danno vini buoni, quantunque un pò 

55 



— 434 — 

aspretti. Un terzo dei suoi abitanti dimora in città, gli 
altri nei casali sparsi all'intoi'no, fra cui amenissinio quel- 
lo di Pagognano, i cui canti furono pubblicati dal Dottor 
Luigi de Grennaro nel periodico iJiamhaitista Basile , 
anno I, numeri 5, 7 10 (Napoli, 1883). Il terremoto del 
160-1: l'ebbe distrutta quasi tutta e si è poi venuta mano 
mano ricostruendo. Vi si osservano molti avanzi di mo- 
numenti antichi, e lungo il lido si sono scoperti vetuste 
fabbriche romane. La nuova strada da Castellammare di 
Stabia a Vico e poi fino a Massa, attraversa, a mezza co- 
sta, il promontorio fra boschetti d'olivi, dominando in- 
cantevoli e varie yedute , ad ogni risvolta di sentiero. 
È provveduto di scuole di vario grado, d'officine in- 
dustriali, di botteghe d'ogni genere, ed ha istituti di be- 
neficenza. Ha ufficio di Posta e di Telegrafo. Vi morì 
Gaetano Filangieri. Vi nacquero il Serio, il Cavolino, 
il Della Porta etc. (V. Parascandolo , Storia etc. Fa- 
sulo, cit. etc.) 

(7) Massaliibrense. Comune nel Circondario di Ca- 
stellammare di Stabia, provincia di Napoli. Territorio 
fra due golfi, ondeggiante fra colline e piccole pianure, 
irrigale di chiare e fresche acque, e sparse di ameni 
paeselli. Aria purissima, prodotti svariati. La piccola 
città capoluogo sorge in una stretta lingua di terra che 
sporge in mare, ed ha corona d'isolette. Ha case, chiese 
e monasteri, Monte di pegni e Monte per doti. Dal vil- 
laggio di Sant'Agata si scorge tutto il golfo di Salerno 
ed il cratere di Napoli. Alla punta della Campanella 
si stabilirono 1 Fenici; indi vennero i Grreci. Nell'Era 
cristiana vi si raccolsero alcuni credenti, mutando i 
delubri di Apollo e di Ecate in un tempio alla Vergine 
incoronata. Da questo primo nucleo di fedeli ebbe ori- 
gine Massa, la quale crebbe in breve di ricchezza e di 
potenza pei;' la sua posizione sul mare. 1 Saraceni, nel 
Medio evo, la vessarono, e quei di Massa fabbricarono 
torri di difesa in ciascun casale. Del 1459, nella guerra 
fra Ferdinando I e Giovanni d'Angiò, quei di Massa 
tennero per il francese, e n'ebbero la peggio. La loro 
città fu smantellata da Ferdinando, ed i fuggiaschi ri- 
parai-ono ai casali circostanti I Turchi, nel 1558, assa- 
lii-ono e saccheggiarono Massalubrense; nel 165(j l'afflisse 
la peste. Si aggiungono i Feudatarii, imposti dagli Ara- 
gonesi e da Carlo V, e infine il colera asiatico , che 
nel 1836-37, tolse la vita a un 200 abitanti. Rifatta sulle 
prime rovine, ebbe le sue scuole ed i suoi uomini il- 
lustri, come: Frate Ambrogio Fontana, poeta: Costantino 
Piilcarelli, latinista e grecista; Aniello Tnrbolo, matema- 
tico: Marco Cangiano , medico ; V'incenso De Simone , 
che fu soprannominato il Zorobabele ed il Virgilio mas- 
sese: Padre Rocco etc. (V. Fasulo cit., Maldacea ect.) 

(8) Priano, Praiano. Comune nella Provincia e nel 



— 435 — 

Circondario di Salerno. Villaggio nel Mandam<?nto dì 
Positano. Siede in collina presso il mare, cosicché nel 
suo territorio si apre un piccolo porto per carico di bat- 
telli. Assai fertile il suolo. 

(9 Salerno. Comune e città capoluogo della provin- 
cia del Principato Citeriore. Questa celebre, antichissima 
città trovasi a 53 chilometri da Napoli, in riva al Tir- 
reno, e in fondo al golfo del proprio nome. Siede alle 
falde d'un poggio, che con le adiacenti colline la re- 
cinge a semicerchio. Le vie sono lastricate; ma strette 
ed irregolari, tranne le due principali, ove sorgono- i 
palazzi meglio costruiti; e quella della marina, in cui, 
secondo una felice espressione * palpita il cuore di Sa- 
lerno ». Le case, mediocremente fabbricate, emergono per 
altezza; e sulle spiagge se ne veggono di eleganti, e belle 
chiese. Notevole è la Cattedrale, fondata da Roberto Grui- 
scardo. Ha ospedali, un ospizio di mendicità, tre Monti 
di pietà, un liceo, un seminario, scuole Comunali e pri- 
vate. Notevole é il Teatro massimo Verdi, e bello il pa- 
lazzo dell' Intendenza. Alla porta occidentale vi e tina 
fonte, che dà acqua acidula. Salerno, ai giorni di Dante, 
andò famosa per la scuola di medicina, come Bologna 
per il Diritto e Parigi per la Teologia. Essa fu patria 
àeW Anonimo Salernitano , e d'altri insigni medici: dello 
storico Romualdo, d'Isabella Villamarina, dei due poeti 
Alfani e del filosofo Musandino Paolino da Salerno che 
lesse medicina in Bologna da 1428 al 1430 , mentre il 
famoso Gioannangelo Papio vi lesse gius canonico del 
1563 al 1582. Da non molto tempo al Ponte della Fratta, 
suir Irne , fu scoperta un'acqua minerale ferruginosa- 
gazosa-acidula, denomata Vitolo-Gratti dai padroni della 
sorgente , ed analizzata dal chimico Gr. Longobardi. Il 
territorio del suo Comune é dei piìi fertili della plaga 
mediterranea, e produce ogni ben di Dio. Ha scalo ma- 
rittimo operoso, direzione provinciale di Posta, telegrafo 
e stazione di ferrovia sulla linea Napoli-Eboli. 

(10) Sessa Anrnnca Comune Capoluogo di Manda- 
mento nel Circondario di Gaeta, provincia di Caserta. La 
città che dà nome al Comune siede in collina presso il 
monte Nassico, il Mar Tirreno e il fiume Liri. Un tempo 
fu murata ed ebbe molti porti. Ora e divisa in sestieri, 
ha due sobborghi , avanzi vulcanici considerevoli. La 
stessa città vedesi all'orlo di un cratere di vulcano spen- 
to. Anticamente si nomò Snessnla. Ha scuole di tutti i 
gradi, istituzioni pie arti, industrie etc. Gli edifizii sono 
decenti, le chiese ben messe, luoghi pubblici di molta 
eleganza. Non manca l'ufficio postale e telegrafico. 

(11) Castelluccio Val Maggiore. Comune della Capita- 
nata, provincia di Foggia, circondario di Bovino. D'una 
borgata alle falde dei monti che costituiscono la gio- 



— 436 — 

caia ili Bovino. Il suo teiTÌtorio dà jjranaglie ed uve, 
ed è in parte coltivato a pastura per bestiame. 

(12) Pozzuoli. Comune e città capoluosjo di circonda- 
rio nella provincia di Napoli, al lato orientale del Gol- 
fo del proprio nome. Le fanno corona l'Olibano, i colli 
Leucoofei, i monti Gauro e Nuovo e le alture che si 
distendono fino al Promontorio Miseno. Antichissima 
ne è la fondazione e fu per lungo tempo repubblica 
fìorentissima. Celebro il suo Foro nell'antichità. Feste 
la paragonava a Dele. Cicerone la disse la piccola Ro- 
ma. Divenuta Pozzuoli conquista romana, tutto il suo 
dintorno si ornò di edifizii matcnifici. 11 sito, il cielo, 
le terme, i ruscelli, tutto ci faceva invito. Decaduto 
l'impero romano, presa e distrutta pili volte dai Cxoti, 
Vandali, Longobardi, Saraceni, Normanni, Turchi e da 
ogni altra peste straniera, si ridusse in misero stato. 
Poscia terremoti, vulcani, tempeste di mare e governi 
scioperati hanno appena lasciato pochi ruderi di tanti 
edificii così fastosi. Nei secoli di mezzo conservò an- 
cora qualche individuo virtuoso e degno di storia. È 
rinomata per le sue fabbriche di saponi, cannoni etc. 
Notevole è la Solfatara, detta in antico Forum Vulcani: 
e la terra di tale Solfatara é prodigiosa nella coltiva- 
zione della vite. Acque m inorali non poche, special- 
mente quelle dei Pisciarelli, Snbeveni homini etc. Bella 
la villa di Cardito; e notevole la strada Antoniana co- 
steggiata da tombe, scorie d'estinti vulcani. Ha ufficio 
di Posta, di Telegrafo e Pretura. 

(13) Procida. Comune nel Circondario di Pozzuoli, 
leoletta famosa per quel Giovanni, che fu principale at- 
tore nel gran dramma dei" Vespri siciliani quantunque 
impugnato dall'Amari, e tema della tragedia di Giam- 
battista Niccolini. Sorge in mezzo al canale che separa 
l'estremità occidentale del golfo di Napoli dall'isola 
d' Ischia. Aria soluberrima, e territorio fertile. Ha un 
castello ed un Penitenziario. Gli abitanti quasi esclusiva- 
mente dediti al traffico di mare ed alla navigazione di 
«abottaggio. Le sue abitazioni sono disposte in beli' or- 
dine suìie basse colline, e discendono in anfiteatro verso 
il lido. Vi è un palazzo reale. Ha una scuola nautica 
reputatissima.- chiese, conventi, scuole, un orfanotrofio, 
un ufficio di Posta e di Telegrafo etc. 

(14) Torre del Greco. Comune capoluogo di Manda- 
mento della provincia e del Circondario di Napoli. Siede 
presso il Golfo di Napoli, alle falde del Vesuvio e a 
poca distanza da Torre dell'Annunziata, fra deliziose 
ville con vaghissimi giardini. Il suo territorio è dei^ 
più ubertosi della provincia. Vi sono scuole ed industrie 
marittime. specie quella del corallo. Ha ufficio di Posta', di 
Telegrafo e Stazione di ferrovia sulla linea Napoli-Eboli. 



- 437 — 

(15) Custella minare di Stabia. Città e Coimuie napo- 
letano, Capolaoo;o di Circondai-io. Griace in riva al mare, 
alle falde del monte su cui siede Gragnano. Ha fortili- 
zio, un bel porto, un cantiere famosissimo per costru- 
zioni navali. Discrete sono le sue vie, buoni gli edificii 
sacri e proiani, ed ha uno ospedale militare. L'odierna 
città è forse dove fu l'antichissima Stnhia degli Osci e 
dei Campani, distrutta da Siila, nella guerra sociale. 
Nei vicini luoghi di Sainmarco Velere, Carmiano e Varano 
furono infatti dissotterrate antichità. Lii sede Vescovi- 
le si denomina s/«/?/e«.st?, al dire dell'Ughelli. Tale posto 
piacque ai re di ìN'apoli, da (/arlo d'Angiò in poi; e in 
tempo di pestilenza a 2^apoli. vi si credevano sicuri. Gio- 
vanna II fu larga di franchigie e di privilegi! a questa 
sua fedele città, che però fu data in feudo ora ad uno 
oi'a ad altro signore ed ai tempi di Carlo V, alla fami- 
glia Farnese. Le colline del territorio sono sparse di 
ameni casini per villeggiatura , fra i quali è celebre 
quello di: '(>/«' si i^ana, per indicare la bontà del clima, 
e le delizie dei dintorni. L'agricoltura infatti vi è assai 
in fiore. Lungo la spiaggia marittima scaturiscono molte 
sorgenti di acque mediche rejjutatissime. Ha ufficio di 
Posta e di Telegrafo, Sottoprefettura, stazione di Ferro- 
via sulla linea jS^apoli-Castellaramare. la prima fatta co- 
struire dai Borboni, nel meridionale. 

(16) Sorrento. Celebre per esservi nato Torquato Tasso. 
e dove tanti vanno a cercar salute e diletto. rU sede di 
Mandamento nel Circondario di Castellammare di Stabia. 
Situata in uno dei luoghi piìi deliziosi dei dintorni di 
IS'apoli. Clima dolce, limpido cielo, teireno sommamen- 
te fertile. Impoitanti avanzi d' antichità si trovano 
nelle sue vicinanze. Gli abitanti, industriosi, dalle arti, 
e dai mestieri, dall'agricoltura, dall'orticoltura e dal 
giardinaggio, traggono di che ^vivere essi, e di che 
mandare altrove, specialmente aranci, limoni, cedri. 
In antico fu detta delle Sirene. Ha bei palazzi ed una 
ricca ed artistica cattedrale. Scuole, istituti pii, pas- 
seggio pub1)lico. Una scuola famosa d'intarsio, alberghi 
sontuosi, di primo ordine. Vaccine ben pasciute da trarne 
lattH burro e cacio in abbondanza. Celebratissima la vi- 
tella o mongana sorrentina. Salendo da Sorrento a quel- 
l'altura delta il Deserto, poiché non popolata; ma che 
meriterebbe tutt 'altro nome, dove sono i frati Bigi, go- 
dasi la magica veduta dei due golfi di Napoli e di Sa- 
lerno. iN'ella città^ oltre il Municipio e la Pretura, vi 
sono gli ufficii della Posta e del Telegraf(» , Circolo 
etc. (V. Fasulo cit.) 

(17) Capri. Comune con città omonima nell'isola di 
questo nome, la quale dipendo dalla Provincia di Na- 
poli, Circondario di Castellammare di Stabia. Quest'isola 
e lontana 5 chilometri e mezzo dalla punta della (am- 



— 438 - 

panella. È notevole sotto l'aspetto iiatiiralc e sotto 
quello storico-politico. Si ritiene l'estremo piede dell'Ap- 
pennino staccato da terraferma per violenza di teire- 
moto. Virgilio e Tacito ne fecero parola come d'antico 
piodigio. Augusto vi si recò, cercando salate. Tiberio 
godeiìdovisi vita scellerata. Celebre è la Grotta Azzur- 
ra, e la scalea cLe mena alle imperiali delizie. Due 
sono dell'isola i luoghi abitati oggidì: Aitacapn. o l'alta 
campagna biancheggiante di ca.se; e la città cc;struita 
sulla riva, ed occupata or dagli Arabi, or dagli Amalfi- 
tani, or dai sisrnori d'Altamura. Nel J805, nella guerra 
tra i Francesi ed i Borboni, l'isola fu presa dagl'ln- 
flesi; poi conquistata e perduta da Gioacchino Murat, 
e data ai Borboni, da cui passò finalmente -al nuovo. 
Regno d'Italia. (V. Canale. Storia di Capri etc: Amalfi 
Tiberio a Capri. Trani , Vecchi, 18^3; Fasulo , Capri nei 
canti dei poeti: L' Isola di Capri etc. 

(18) Posituno Comune nella Provincia e nel Circon- 
dario di Salerno. Questo capoluogo di Mandamento è 
un villaggio del golfo Salernitano, in riva al Tirreno. 
Ha territorio ubertoso ed un porto frequentato, massime 
l'inverno, avendo clima mitissimo. Le stoffe ed i panni 
lavorati in questo paese godono buona riputazione. E' 
una specialità la tela per i sacchi. Alcuni degli abitanti 
si vantano di aver dato i natali, invece di Amalfi, al 
famoso Flavio Gioia, inventore o semplice modificatore 
della bussola nautica;. 

Un'ampia strada, di recente costruzione, va fino a 
Meta (a}, e cosi congiunge il Salernitano con la Penisola 
Sorrentina. Alla sommità dei Colli, donde si possono 
mirare e dominare agevolmente i due golfi, vi è una 
trattoria famosa e ricordata anche nelle guide dei viag- 
giatori oltramontani, così detta di Teresinella, dal nome 
di colei che la tenne con grande accorgimento per lun- 
ghi anni, e fu oggetto anche di canzoni popolari : 

Sta miez' a 'na campagna 
Sola 'na casarella 
■ 'A sotta 'a porta guarda 
Teresenella a bella, 

Chill'uocchie so" doje stelle, 
Songo 'e capille d'oro, 
'Ncielo, nun c'è chiii bella 
'E Teresenella. 

(V. Fasulo , La Penisola Sorrentina etc. 2.''- Ts'ap. 
Priore, 1906, p. 110). 

{a) Meta. Comune nel Circondario di Castellammare 
di Stabia in l'rovincia di ]!^apoli, mandamento di Piano 
di Sorrento, capoluogo. Teri-itorio fertilissimo e produt- 
tivo specialmente di arance, ulive e frutta. Costeggia la 
deliziosa via che da Sorrento mena a Castellammare, da 



— 439 — 

cui dista 11 cliilomutri « uuenzo. Ha ufficio postale, tele- 
gratieo e non difetta di scuole, quantunque, a pochi passi, 
al Piano, sia il rinomato istituto nautico Nino Bixio. che 
ha dato alla marina mercantile tanti valorosi capitani, 
cosi continuando la nfìlnle tradizione inariimra. Celebre 
è il santuario della 2Iadoiiiì:i del Lauro, elevato ultima- 
mente a Basilica. Da queste prossimità muove la strada 
che conduce a Positano, serpegi/iando per l'altro versante. 
(Vedi Fasilo, Penisola Sorrentina op. cit. N. 44G et pas- 
sim;— Giv. anche Amalfi. Trad. ed usi nella peni f<. sor. nelle 
Curiosità tradizionali del Pitrè ed i miei Canti Metesi). 
Sono caratteristici i proverbi!, già pubblicati pure 
dall'Amalli: Vacche 'e Massn n'accatta, Ferirmene 'e Meta 
Jiii' pit/tià\ e l'altro; Meta pe' liis.'^ia (far lusso). Oarnotfo 
(Piano) pe pensa . Saul' Aniello p' arrubba etc. Come pure, 
vifeiendoci a Massa : Massa saluta e passa. Si te nce 
firme '<> tujo nce las.se. E quello- di Vico, ricordato an- 
che dal Basile: Vico porta cu' mico e mangia cu' fico. 
«ioè: io invito e tu gli fai le spese. 

(li)) Cetara. Comune della Provincia e del Circon- 
dario di Salerno. Il suolo è fertile di ogni ben di Dio. 
vi si alleva numeroso bestiame. Vi sono molti pescatori. 
Il capoluogo siede in amena valle , a circa 6 chilo- 
metri da. Salerno, ed 11 da Amalfi, È paese d'antiche 
memorie, che sofferse scorrerie barbàriche dai Saraceni, 
da Khair Eddin Barbarossa, detto dagli Italiani Aria- 
demo e nel 17;'8 dai Francesi, che punirono Cetara d'a- 
ver favorito il brigantaggio, istigato dal troppo famoso 
Cardinale Ruffo. 

(•20) Agiòpoli. Luogo villereccio del Principato cite- 
riore. Provincia di Salerno, Circondario di Vallo della 
Lucania, con Municipio. Il suo territorio discende al 
maie, ed ha uh piccolo seno per i legni mercantili. La 
borgata, che dà nome al Comune, fu fondata dai Gre- 
ci nel secolo VI. Nel secolo IX, l'occuparono i Sara- 
<'eni. È notevole il Campo Saraceno, verso la spiaggia. 
Malmenata dai Turchi nel secolo XVI , appartenne poi 
in feudo a varie ricche famiglie Ha tuttora una for- 
tezza e alcune torri dei bassi tempi. E' stazione balnea- 
re molto ricercata. 

12 



Non dispijicoiano al lettore alcuni detti satirici 
.del genere quantunque rig;nardanti altre regioni. 

Lèttere (1) letecuse latre. 

Truiane (2) aecira perucehie e sanacampane, 



— 44() — 

Lucerine (B) 'nfoca ciucce. 

Faietane |4) mangia-patane. 

Arburunese (5) 'ufoca sante. 

Castelluccese (6) trippàppese. 

Troia: famme, friddo, fummo e foia : 

Sta 'ucopp' a 'n'autura (7) faoce tuorte (8) e 
tr are tu re. 

(1) Lettere. Comune in provincia di Napoli , Cir- 
condario di Castellammare di Stabia. Sono rinomati i 
vigneti di questo ridente pae.sello che siede in un 
colle presso la strada che da Castellammare conduce 
a j^ocera. Ha bella chiesa moderna, grandiosi avanzi 
d'un castello, appartenente alla famiglia Miroballo, pub- 
pliche scuole elementari e vestigia di caso romane. 
Dista da Gragnano 4 chilometri, 7 da Castellammare 
e 10 da Kocera. Credesi edificato dagli Amalfitani. Fu 
nei suoi dintorni che Teja, l'ultimo degli Ostrogoti , 
venne sconfitto da Bellisario , capitano dell' imperatore 
Giustiniano. iS^acque in Lettere Francesco Rocco, rino- 
mato giureconsulto. ]^el suo stemma ha tre L, donde trae 
origine il motto surriferito. 

(2) Trniane. abitanti di Troia. Si dice anche dei Na- 
politani. Troia. Comune, piccola città della Capitanata, 
nel Circondario di Bovino, provincia di Foggia. Capo- 
luogo di Mandamento , ha una magnifica, strada che 
scorre lungo l'intera città. Bella cattedrale e celebre 
Seminario. Vi nacque il teologo Seripando. Fu nomi- 
nata Troia da Greci che la fondarono nei secoli di mez- 
zo, e forse, in memoria della Troia frigia, che avevano 
distrutta. Certo è che Troia sorge in quella regione 
italica la quale è detta Magna Grecia. E' situata in 
un colle ai cui piedi scorre il Ceione. Ha buon com- 
mercio. Vi passa la via che da Napoli va a Foggia ed 
a Manfredonia. Possiede un Ospedale , un Monte di 
Pietà, un Teatro detto Da uno e pubbliche scuole. Ha 
ufficio di Posta e Telegrafo. Vi nacque Antonio Salandra, 
ex Presidente dei Ministri, tanto celebre in questi ul- 
timi tempi. 

(3) Lucerine: abitanti di Lucerà. Lucerà. Comune della 
Provincia e del Circondario di Foguia. Territorio fertilis- 
simo che produce ogni sorta di biade e di agrumi. Pascoli 
per pecore di lana finissima. La città capoluogo è in collina 
e domina la vasta pianuia della Puglia. Ebbe mura che 
vennero distrutte per allargare il pomerio della città. Van- 
ta bei palazzi, buone chiese, decenti case ed edifizii, che 
rammentano i Saraceni, e Federico II. Città d'industria e 



— 441 — 

di traffico. Ha scuole eleinentaii. Reirio liceo. Convitto 
nazionaJH. Biblioteca. Istituti di beneficenza per bam- 
bini e per orfani, Monte di Pietà e Monte frutuentario. 
È fra le più antiche citta della Dauiiia, la Lnceria fa- 
mosa nelle guerre contro i Sanniti, teatro della gran 
battaglia (anno di Roma 434) in cui Papirio vendicò 
l'onta sofferta dalle armi romane a Claudio. Distrutta 
ver.so il <il2 dell'Era volgare da Costan/o III di Co- 
stantinopoli, fu poi riedificata; e venne, grado grado, au- 
mentando di popolo e di fortuna. Ha ufficio di Posta e 
di Telegrafo. 

f4) Faietaiie. Abitanti di Faeto. Faeto. Comune di 
Capitanata, provincia di Foggia, Circondario di Bovino. 
iS^el suo fertile territorio si alleva molto bestiame mi- 
nuto. Il grosso villagsrio capoluogo è in situazione mon- 
tuosa, alle falde settentrionali del monte Chilone. Ha 
una scuola elementare, un monte fruraentario ed un'o- 
pera pia. Degno di nota che il dialetto è provenzaleg- 
giante Cfr. Mandalari, Una colonia provenzale neW Italia 
meridionale nel Basile, an. II. (1884) p. 1 e segg. 

Ci) Arbnninese, Abitanti di Alberona. Alherona. Bor- 
gata e Comune della Capitanata, nella provincia e nel 
circondario di Foggia. Il suo fertile territorio produce 
tutte le derrate di prima necessità, sotto una ridente 
prospettiva sull' Adriatico. È tradizione , che re Man- 
fredi di Sicilia donasse 1' Alberona ad Amelio di Mo- 
lise, suo cameriere. Questo luogo fu poi dei TemplariL. 
quindi passò ai Cavalieri Grerosolimitani. Nel 1656 fu 
travagliato dalla peste, ma ora è paese salubre, in cui 
godesi onestamente il frutto delle proprie fatiche. Ha 
ufficiò di Posta e Telegrafo. 

(6) Ca.t/ellirccefie, abitanti di Caste Uuccio Val Mag- 
giore. 

(7) antfira, altura. 

(8) facce tnorte^ voltafaccia. 

Moltissime di queste surriferite note illustrative dei 
diversi comuni, spesso ampliate da me, ho tolte dal Vo- 
cabolario geograflco-storico-statistico dell'Italia nei suoi 
limiti naturali e piti un repertorio alfabetico delle antiche 
città, castelli, montagne e fiumi che pili non esistono o che 
hanno mntato nome^ compilato dal prof. Salvatore Muzzi. 
Bologna, Monti, 1875. 

« Di tiritere simili, con cui si appiccicano epiteti 

56 



— 442 — 



di scherno agli abitanti di alcuni paesi, ce ne ab- 
biamo parecchie anche nelle provincie meridionali ». 
tosi 1 Imbriain, in Parewiografia, nel Giornale Na- 
poletano de la Domenica , anno I, n. 5; 29 o-ennaio 
lob.^. h. cita varii esempii. 



XIII. 



MELODIE 



445 — 



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Autocritica e Commiato 

Questo volume si cominciò a stampare nel di- 
cembre 1914, ed è terminato il 10 settembre 1916, 
giorno per tanti anni a me carissimo ed ora og- 
getto di pungenti ricordi e strazianti. 

Come ho accennato nella breve prefazione, esso 
non avrebbe visto la luce, senza la ressa affettuosa 
del mio carissimo Luigi Lubrano, cui non ho sapu- 
to resistere. Ed egli ha trovato modo, nel mio stato 
presente, di ravvivare l'amore attutito, ma non già 
spento per cosiffatti studii , che tanto amai ne- 
gli anni della mia giovinezza, ed anche in quelli 
più maturi. Ripassandomi per le mani si copioso e 
nuovo materiale, mi è sembrato di rivivere in al- 
tri tempi , e mi sono meravigliato di avere tanto 
accumulato, quasi senza più ricordarmene. 

Ritornai con tutto 1' ardore a questi studii ; 
ma la mia buona volontà fu fiaccata da gravi sven- 
ture di famiglia. La perdita della mia adorata con- 
sorte, della mia buona Maria (1), che divise con me 
per ben 47 anni una vita di dolori e delusioni. E 
poi la morte del mio figliuolo Tommaso seguita a 
breve distanza, ed altri dolori chiusi nel mio cuore. 
Mi manca la forza di sopravvivere, non mi avanza 
altro conforto ! Ed in queste condizioni esce il mio 
libro. Perciò chiedo in grazia al lettoi*e di non ri- 
cordarmi i difetti di questa Raccolta , che io sono 
primo a riconoscere. Sarebbero state indispensabili 
molte altre note ed illustrazioni, altre avrei dovuto 
sopprimere o variare. Avrei dovuto aggiungere le 
melodie dei canti dei vignaiuoli; quelli che si can- 
tano sul tamburo di basca in tempo di carnevale, 
quelli di altri mestieri, e, infine, quelli moltissimi 
e variatissimi di froii' 'e limone. Io li aveva rac- 
colto con l'aiuto di amici musicisti; ma tutte que- 
ste piccole carte musicali non le ho più l'invenute 
Si saranno perdute o disperse ? Non lo so ! 



(1) Il vero nome era Grazia Grande , ma in casa, 
per far piacere alla mia zia paterna Emmanuela , fu 
chiamata Maria, e così sempre si festeggiò l'onomastico. 



— 450 — 

Eppure malgrado ciò . uon avrei menato a 
termine questa stampa, senza le esortazioni e 1' a- 
iuto fraterno di un amico unico e carissimo , il 
quale, sebbene oppresso dalle sue cure incessanti 
e delle sue traversie, mi ha incoraggiato continua- 
mente a persistere nel lavoro , alleviandomi . tal- 
volta, in parte, anche le noie della corre zione delle 
bozze tipografiche. E di tutto lo ringrazio col cuore 
più che a parole. Rendo pure grazie al tipografo 
signor Vincenzo Alleila , che con grande abnega- 
zione di fratello e di amico . ha composto e com- 
paginato diverse volte tutto il materiale. 

Mi conforta, però, una sola cosa, ed è quella: 
di aver salvato , sia anche con opera imperfetta , 
da perdita sicura una gran copia di prodotti po- 
polari . che certamente nella jierenne evoluzione 
dell'uomo e delle cose, sarebbe andata perduta per 
sempre. 

Umile operaio, ho raccolto le pietre disperse; 
ad altri il compito di lavorarle e creare l'edificio. 

Ma tu non leggerai queste pagine, mia buona 
Maria, di cui avevi a mente gran parte, e sulle quali 
mi avevi visto tante volte affaticare i miei occhi 
stanchi, confortandomi con la tua bontà e col tuo 
mesto sorriso. Oggi, in cui ricorre la festa del tuo 
nome, io pongo fine al mio volume, forse ultimo 
lavoro, ed esce al pubblico. Ma tu non ci sei , la 
mia casa è muta per sempre ed anche io sento di 
entrara nel regno delle ombre e della morte ! 

Napoli, 10 settembre 1916. 



_ ^-^ 



IN DICE 



Dedica al senatore Beuedetto Croce f*ag. 

Ai pochi eultori del folk-lore. . » 

Relazione letta all' Accademia Pontaniana 
nella tornata del 16 dicembre 1879 dal 
socio Comm. Bartolommeo Capasse » 
Deliberazione dell' Accademia . . » 
Ciindizii della stampa sulla 1^ edizione » 
Una lettera del Tommaseo ...» 
Griuseppe Pitrè — Emmauele Rocco — 
Gaetano Amalfi — Francesco d' Ovidio — 
Gruglielmo Méry — Salvatore Salomone- 
Marino — Salvatore Mormone. 
I. Ninne-nanne 
IL Scioglilingua 

III. Giuochi fanciulleschi 

IV. Indovinelli . 
V. Canti di giovinetti 

VI. Canti di amore, di sdegno, di lonta- 
nanza, di gelosia^ di partenza, eoe 
VII. Mottetti 
Vili. Canti Storico-Politici . 
IX, Leggende e canti sacri 
X. Storie popolari . 
XI. Stornelli 

XII. Maldicenze paesane . 
XIII. Melodie 



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XI 

XVII 

XIX 

XIX 





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17 




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23 




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51 




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69 


di lonta- 






1, ecc. 


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117 




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353 


, , 


» 


361 




» 


385 




» 


397 




» 


411 




» 


425 


. 


» 


443 



Musiche 

Fenesta ca luciv' e mo' nu' luce . 
Fenesta cu' 'sta nova gelusia ^ 
Fenesta vascia - . . . 

Si tu, nenna, m'amave 'n at' anno. 



445 
446 
447 
448 



Ritratti 



Signorina Molinaro Emmanuela , 
Signora Forcinelli Maria Michela 



Correzione di errori più salienti 



Pag. 49. La nota 5* al canto 40" — bisogna sopprimerla. 
» 63. L'indovinello 29— La spiega è 'A cerasa. 
» 120. (a) 11 primo verso è simile a quello del cauto 

101, leggi HO. 
» 123, canto 9, verso 8". Che te lu miett' a a 'stu ecc.; 

leggi : Che te lu miett' a 'stu ecc. 
» 158-159. La nota che segue il canto 103 va messa 

sotto il canto 112 a pag. 162. 
» 177, canto 161 , verso 5.° Uocchienerell' a me 

stame ecc., leggi: Uocchienerell' a raò 

me sta ecc. 
188, canto 202, verso 2,° Quanno se vede 'mmiezc 

e li ecc., leggi: Quanno se vede 'mmiezo 

a li ecc. 



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PQ Molinaro del Chiaro, Luigi 
^^218 Canti popolari raccolti in 

N3M6 Napoli 
1916